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Provincia del Gansu
Tang digitò la password che completava la connessione video. Preferiva la cyber-comunicazione agli incontri faccia a faccia. Se si procedeva con la giusta cifratura, la sicurezza era pressoché infallibile. Sempre che uno dei partecipanti alla conversazione non permettesse una violazione.
Ma in quel caso non c’era da preoccuparsi.
Tutti i partecipanti avevano prestato giuramento ed erano vincolati dalla fratellanza, tutti membri fedeli e devoti del Ba.
Accarezzò il touchpad e lo schermo del portatile si suddivise in dieci riquadri. In ciascuno apparve il volto di un uomo con lineamenti da cinese Han, tutti tra i cinquanta e i sessant’anni, come lui. Operavano in zone diverse. Uno era un giudice della Corte Suprema del Popolo. Alcuni erano rispettati capi di dipartimento. Due erano generali dell’esercito. Tre erano membri dell’onnipotente Comitato Centrale. Erano saliti di rango, proprio come Tang – con costanza e discrezione – ed erano diventati i capi della divisione Ba. Uomini che sorvegliavano altri fratelli, sparsi in tutti i governi e le forze armate nazionali e locali. Il numero complessivo era limitato, poco più di duemila, ma sufficiente a realizzare il loro obiettivo.
«Buongiorno», disse nel microfono del portatile.
La Cina, benché si estenda per cinquemila chilometri in larghezza e occupi cinque fusi orari, mantiene ovunque l’ora di Pechino. Lui non ne aveva mai capito la logica, dal momento che portava a irritanti differenze negli orari di lavoro, ma ciò spiegava la varietà di abbigliamento degli uomini sullo schermo.
«Volevo riferire che la salute del premier si sta deteriorando rapidamente», disse. «Pare che gli resti meno di un anno. Naturalmente la notizia resterà segreta. Ma è imperativo mantenersi costantemente pronti.»
Tutti annuirono.
«Il Comitato Centrale è preparato. Abbiamo una solida maggioranza per ottenere il premierato.»
Il Comitato Centrale era composto da centonovantotto persone. Tang ne aveva coltivate ben più di un centinaio, uomini che non appartenevano al Ba, ma che come lui credevano che la Cina dovesse imboccare una strada più affine a quella di Mao che a quella di Deng Xiaoping.
«E cosa ci dici di Ni Yong?» gli domandò uno. «Gode di un sostegno crescente.»
«Ci stiamo occupando della questione. Un funerale di Stato in suo onore mobiliterà enormemente il popolo in nostro favore.»
«È proprio necessario?»
«La maniera più semplice di eliminare il problema è eliminare il candidato. È stato discusso e approvato.»
«Con riserva», aggiunse in fretta un altro. «Come ultima spiaggia. La morte di Ni potrebbe avere conseguenze, dipende da come avviene il trapasso. Non vogliamo un martire.»
«Non succederà. La morte sarà attribuita a una delle sue tante indagini andata terribilmente storta. Avverrà fuori dal Paese.»
Molti erano d’accordo, ma non tutti.
«Ni gode di un forte supporto tra i militari. La sua morte non sarà ignorata», disse uno dei generali.
«Non dovrebbe esserlo. Ma, nel quadro generale, sarà dimenticato in fretta mentre gli eventi si compiono. La dipartita del premier sarà inaspettata: inevitabilmente, ciò provocherà incertezza, e il popolo non permetterà che una simile condizione duri a lungo. Avranno un fortissimo desiderio di sicurezza, e noi gliela daremo.»
«Con quali tempi ci muoveremo?»
«Con tutta la velocità che la Costituzione ci consente. Ho predisposto le cose in modo che le province chiedano il voto immediato. Naturalmente, finché non accadrà, io come primo vicepresidente sarò temporaneamente in carica. Assumere il controllo dovrebbe essere questione di settimane.»
Poi sarebbe iniziato il lavoro vero, a partire da una fulminea marcia indietro sulla democratizzazione volta a favorire la scomparsa del Partito. E la Commissione Centrale per l’Ispezione della Disciplina non sarebbe stata più necessaria: la corruzione si sarebbe affrontata privatamente. Allo stesso modo, ogni dissenso sarebbe stato soffocato con le punizioni appropriate. Molti osservatori mondiali avevano predetto o l’occidentalizzazione della Cina o la fine del Partito Comunista e, se il corso attuale si fosse mantenuto, quasi certamente si sarebbero realizzate entrambe. Il suo obiettivo era alterare quel corso di centottanta gradi.
Qin Shi, gli imperatori successivi e Mao, tutti l’avevano fatto.
Ora toccava a lui.
Tutti i cinesi hanno un’irrazionale paura del caos e del disordine.
«Offriremo alla nazione esattamente ciò che brama: stabilità, ordine. Una volta che questi si saranno affermati, il popolo ci concederà molte libertà», continuò Tang.
«Non siamo numerosi. Mantenere l’ordine potrebbe rivelarsi difficile», osservò un altro.
«Ecco perché dobbiamo avere in mano il premierato. È una carica che garantisce potere senza limitazioni. Da lì, potremo facilmente rimodellare la nazione.» Quando parlava coi fratelli, stava sempre attento a usare la prima persona plurale. In teoria, il loro era uno sforzo collettivo, e lui si rendeva conto di non poter realizzare il suo obiettivo senza l’aiuto di ognuno di loro. «Dobbiamo star pronti ad agire con un preavviso breve. Per parte mia, al momento sto lavorando su una tattica che potrebbe migliorare enormemente la nostra posizione, forse perfino garantirci un ruolo dominante nella politica globale. L’Occidente non detterà legge sul modo di vivere della Cina, non ci farà la morale su ciò che è giusto o sbagliato, non deciderà del nostro futuro.»
«Sembri sicuro di te.»
«I loro missionari e educatori hanno cercato di modernizzarci e cristianizzarci, i giapponesi volevano conquistarci, gli americani hanno cercato di democratizzarci, i sovietici hanno provato a insinuare il loro controllo. Hanno fallito tutti. Peggio ancora: noi abbiamo fatto esperimenti su noi stessi e abbiamo fallito a nostra volta. Siamo una grande civiltà.» S’interruppe. «Torneremo a essere ciò che eravamo.»
Gli uomini all’altro capo della connessione erano d’accordo con lui.
«E che cosa ci dici del maestro? Non abbiamo più avuto sue notizie», disse infine uno di loro.
«Statene certi, è con noi», chiarì lui.