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Malone rimase stupefatto dalla fossa 3: era il più piccolo dei siti riportati alla luce, e un manifesto in inglese informava che si trattava del centro di comando dell’armata, con tutto il suo corredo di alti ufficiali, guardia imperiale e cocchio. I visitatori erano stipati su una passerella che girava tutto intorno allo scavo, quasi cinque metri più sotto; fioche lampade a vapori di sodio gettavano sulla scena, già surreale, un aspro bagliore giallognolo. L’aria era umida di vapore acqueo, con la pioggia che martellava incessante l’altissimo soffitto; Malone sentì le narici piene di un denso aroma terrigno. Certo l’assenza di climatizzazione sorprendeva, visto che la fossa era sicuramente stata ricoperta proprio per tenere lontana l’umidità.
Pau li condusse al parapetto, mentre un gruppo di visitatori avanzava lungo la passerella. «Questa fossa è unica, per dimensioni e contenuti.»
Malone ne valutava la pianta. Molte statue di terracotta erano prive di testa; sul pavimento lastricato giacevano pile di frammenti di altre figure, come un puzzle rovesciato fuori dalla scatola.
«Nelle altre due fosse ci sono diverse migliaia di guerrieri. Qui invece ne sono stati ritrovati solo sessantotto: la guardia imperiale dell’esercito sotterraneo, i generali, lo stato maggiore», spiegò Pau.
Malone esaminò il cocchio, piazzato al centro della fossa, davanti a una rampa appena sbozzata che saliva a livello terra.
«Io ero qui nel 1979, quando questa fossa è stata localizzata per la prima volta, ma l’esplorazione è stata completata solo a metà degli anni ’80, più o meno quando me ne sono andato dalla Cina. Perciò ho visto solo delle fotografie. Notate niente?»

Alla sinistra del cocchio centrale c’erano otto soldati, a destra nessuno; le statue rimanenti gremivano le rientranze laterali della fossa, fatta a forma di U.
«Perché dal lato destro del cocchio non c’è nessuno?» chiese Malone.
«Non è solo quello», rispose Pau.
«Rispetto alla rampa, il cocchio è messo storto», disse Cassiopea.
Malone si accorse che lei aveva ragione: tentando di uscire dalla fossa, le ruote sarebbero andate a sbattere contro il muro. Per guadagnare l’uscita il carro doveva sterzare a sinistra.
«Io l’ho capito guardando le foto. Per un popolo che era così attento a tutti gli elementi della progettazione, l’errore deve essere stato per forza intenzionale», disse Pau.
«Quindi, il foro nella parete a sinistra del cocchio è significativo?» chiese Malone.
Pau annuì. «I progettisti volevano far sapere che a sinistra c’era qualcosa d’importante. Qualche giorno fa, il locale che vedete è stato riscoperto.»
«Sembra un bel casino», disse Viktor.
Anche Malone aveva notato i cavi, i badili, i rastrelli e i mucchi di terra da ciascun lato dell’apertura, più quello che sembrava un quadro elettrico carbonizzato. «Un incendio, più che altro.»
«Cose che capitano», disse Pau.
Malone però non si lasciò ingannare. «Lei lo sapeva già, vero?»
«Ma soprattutto lo sapeva Karl Tang. Era presente, e ha appiccato lui il fuoco. Ha distrutto di proposito la biblioteca imperiale di Qin Shi.»
Malone avrebbe voluto saperne di più, ma non era quello il momento. «Qui fra tre quarti d’ora chiudono.»
«E noi dobbiamo entrare là dentro», disse Pau.
Malone riprese a studiare la situazione. C’erano due rampe aggiuntive che conducevano giù nella fossa, entrambe bloccate da catene che si potevano facilmente scavalcare. Poi si vedevano quattro telecamere a circuito chiuso, anche se con ogni probabilità ce n’erano di più: quelle visibili servivano a informare i visitatori che erano sorvegliati, ma quelle nascoste fornivano le riprese migliori. Contò sei guardie in divisa di ronda alla passerella, e chissà quante in borghese sparse qua e là. La folla dei visitatori era ordinata e silenziosa.
«Ci serve un diversivo», sussurrò.
Cassiopea annuì. «Pensavo la stessa cosa.»
«Fate attenzione. Quelli della sicurezza reagiranno, davanti a un’azione brusca», li avvertì Pau.
«E se ci beccano?» domandò Viktor.
«Ci arrestano, e a quel punto capiremo se lei è un amico o un nemico.»
Malone pensò che riguardo a Viktor la prospettiva era allettante, mentre l’idea di finire in carcere in Cina lo era molto meno, dato soprattutto che si trovavano nel Paese illegalmente e che almeno due di loro erano armati.
«Del diversivo mi occuperò io», disse Viktor.
«Come pensavo», fece Malone.
«Tanto ho la sensazione che voi tre non mi vogliate comunque.»
Infatti io no, pensò Malone.
«Quando avrete finito, qualunque cosa progettiate di fare, mi troverete fuori. Adesso faccio un po’ di rumore, ma non tanto da farmi arrestare.» Viktor si allontanò e scomparve tra la folla, facendosi strada fino all’altro capo della passerella.
«Dobbiamo evitare le rampe. Troppo in vista. Usiamo la scala.» Malone accennò col capo ai pioli di metallo trattenuti da due catenelle. «Scendete rapidi e ficcatevi in quel buco per terra prima che le telecamere rimettano a fuoco.»
Pau e Cassiopea annuirono.
Malone portava le due torce dentro uno zainetto buttato in spalla, del tipico verde militare con sopra la stella rossa. La pistola rimaneva nascosta sotto la camicia bagnata.
Nel locale si alzò un grido.
Malone vide Viktor che sventolava un braccio in aria e si metteva a berciare in cinese: sembrava che si fosse offeso per una cosa detta o fatta da un altro visitatore.
Poi diede uno spintone a un tizio.
Altre parole gridate.
L’attenzione della folla scattò subito verso l’elemento di disturbo, come pure quella della sicurezza. Tutti e sei gli uomini in divisa si precipitarono verso lo scompiglio, che cresceva rapidamente.
Malone attese che pure le telecamere si girassero da quella parte, poi sussurrò: «Via».
Cassiopea scavalcò la catenella e scese.
Pau Wen la seguì.
Malone rimase di guardia: nessuno badava a loro, a quanto pareva. Quando Pau ebbe toccato terra, anche lui scivolò giù alle sue spalle. Tutti insieme si appiattirono contro il muro di terra ed evitarono le sagome di terracotta restaurate per metà in fila lungo il percorso.
Cassiopea varcò il portale.
Mentre Pau, prima di sparire a sua volta, afferrò una pala. Evidentemente servivano degli attrezzi, perciò anche Malone ne prese una e penetrò nello spazio buio.
Tang guardava Viktor Tomas su uno schermo, e Pau Wen e i suoi due compagni su un altro. Prima di ordinarne l’incendio aveva personalmente ispezionato con gran cura il locale della biblioteca, ma a parte i manoscritti non ci aveva trovato niente d’interessante; e pure Pau sapeva che i codici non c’erano più, ne avevano parlato al telefono. Tuttavia, non appena rientrato in Cina, per prima cosa si era diretto lì.
Perché?
«Fate evacuare l’edificio», disse. «Mettete un uomo di guardia a ciascuna uscita, e più di uno sulle passerelle. Tenete questa telecamera puntata su quell’apertura, e se esce qualcuno arrestatelo immediatamente. Se fa resistenza, sparate.» Strinse la pistola. «Adesso vado giù io e, quando arrivo, voglio trovare il locale vuoto, salvo per il forestiero che ha causato il disturbo. Lui, tenetelo dentro.»
Malone passò in rassegna quello spazio angusto, all’incirca tre metri per tre: le pareti e il pavimento di mattoni grezzi, il soffitto a travi massicce, di cui una porzione era crollata molto tempo addietro.
«La prima volta sono entrato dall’apertura là sopra», disse Pau.
Tre tavoli in pietra a una sola gamba si ergevano vuoti, il pavimento era sommerso di cenere, nell’aria ristagnava l’odore della fuliggine.
Decisamente, lì dentro era bruciato qualcosa.
«Un tempo quei tavoli erano ricoperti di sete e strisce di bambù, tutte con scritte dell’epoca di Qin Shi. La sua biblioteca imperiale. Due giorni fa, Karl Tang ha dato ordine di distruggerla.»
«Perché fare una cosa del genere? Come poteva costituire una minaccia?» chiese Cassiopea.
«Qualunque cosa non possa controllare costituisce per lui una minaccia.»
Malone sentì che il baccano di fuori cominciava a scemare. Andò verso l’uscita e sbirciò in alto. «La gente se ne va.»
«Un altro ordine di Tang, credo. Vale a dire che abbiamo poco tempo.»
«Per far cosa?» chiese Malone.
«Per andarcene.»