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Cassiopea sedeva con le gambe appoggiate sul tavolo guardando Cotton. Anche lui era su una delle sedie di metallo, con le gambe incrociate e gli occhi chiusi. La stanza in cui erano stati condotti sotto la minaccia delle armi non aveva finestre, e le riportava alla memoria la cella in cui l’avevano tenuta in Belgio.
«Ci siamo cacciati in un altro bel casino», borbottò Malone.
«Almeno nessuno sa che sei stato tu a dare fuoco a una delle più grandi scoperte archeologiche di tutti i tempi.»
Lui aprì gli occhi. «Le saputelle non piacciono a nessuno.»
Cassiopea sorrise. «Pensi che ci sia qualche cimice, qui dentro?»
«Spero di sì. Ehi, se qualcuno ci ascolta, ho fame. Portateci qualcosa da mangiare.»
Lei chiuse di nuovo gli occhi. Era interessante che Malone fosse l’unico uomo in grado di metterla a disagio, e quel fatto, stranamente, la metteva a proprio agio. Con Cotton non c’era niente da dimostrare, e lui non era in competizione con lei. Era solo se stesso, e le piaceva così. «Bella mossa con le luci», gli disse.
Lui scrollò le spalle. «Continuavo a pensare a Tivoli. Là qualche volta ho incontrato un mangiafuoco. Un giorno, parlando, mi ha detto che usa l’olio minerale per tutti i suoi trucchi. Ovviamente non lo accende sul mercurio.»
«Quella tomba sarà tossica per un po’.»
«Che importa? Tanto non lo saprà nessuno. O l’ha saccheggiata Pau, o l’avevano già fatto altri prima che entrasse lui. In ogni modo, i cinesi non vogliono che ci entri nessuno. E noi – che fortuna! – siamo riusciti a trovarci nel bel mezzo di una guerra privata fra due giganti politici.»
Lo conosceva meglio di quanto lui sarebbe stato disposto ad ammettere e capì che stava rimuginando su qualcosa. «Che cosa c’è?»
«Chi ha detto che c’è qualcosa?»
«Io.»
«Perché mi hai baciato?»
Stava tergiversando. «Ne avevo voglia.»
«Non è una risposta.»
«Certo che lo è.» Perché lo avesse baciato era un mistero anche per lei, sapeva solo che ne aveva avuto voglia. Diamine, qualcuno doveva fare la prima mossa. Ma non era il momento per esplorare quel campo minato emotivo. «Rispondimi. Che cosa vede quella tua memoria fotografica?»
«Vorrei che eidetica significasse fotografica. Renderebbe tutto più semplice. Invece il mio cervello pazzo adora ricordare ogni dettaglio inutile.» Chiuse gli occhi. «E questo è il problema. Ho bisogno di tempo per metterli in ordine.»
Ni era finalmente faccia a faccia con Karl Tang. Erano più o meno alti uguali e della stessa età, Tang aveva un anno o due in più. Ni si rese conto che si trovavano in un luogo pubblico, pieno di occhi e orecchie, e che il comportamento suo e di Tang sarebbe stato argomento di grandi prese in giro.
«Non prendo ordini da te», disse Tang.
«Sono qui per ordine diretto del premier. Puoi chiamare il suo ufficio e verificare, ma ti assicuro che ha autorizzato l’operazione. E da lui, ministro, gli ordini li prenderai.»
I vestiti di Tang erano sudici quanto i suoi; erano entrambi bagnati, sporchi e arrabbiati.
«Sono oggetto di qualche indagine?» domandò Tang.
Ni non sarebbe caduto nel trabocchetto. «Non rivelo informazioni simili neanche al primo vicepremier.»
Tang sembrava solo. Tutti gli altri presenti indossavano le divise del museo. Ni aveva controllato l’esterno in cerca del forestiero che gli aveva salvato la vita nella tomba, ma non era riuscito a scorgerlo da nessuna parte. Avrebbe voluto interrogarlo.
«Noi due dovremmo parlare. In privato», disse Tang.
Ni vagliò rapidamente i pro e i contro e decise che i vantaggi pesavano più degli ostacoli. Il suo sguardo si fissò sul sovrintendente, che accennò a una porta sull’altro lato della stanza, alla destra degli schermi.
Lui e Tang si ritirarono nel vano senza finestre e si chiusero dentro.
«Dovresti essere morto», esordì Tang, gli occhi accesi d’odio.
«È la seconda volta che provi a uccidermi senza riuscirci. Non vincerai questa battaglia.»
«L’ho già vinta.»
Quel tono sicuro non gli piaceva. «Potrei farti arrestare.»
«Per che cosa? Non hai prove. E, se conti su Pau Wen, buona fortuna. È l’inaffidabilità fatta persona.»
«E, se ti togliessimo i pantaloni, che cosa troveremmo?»
«Che sono coraggioso», disse Tang.
«Sei orgoglioso di quello che sei?»
«Sono orgoglioso di quello che farò.»
Ni sapeva che era una situazione pericolosa. Non c’erano prove che Tang avesse fatto qualcosa di sbagliato, e rivelare che era un eunuco non avrebbe risolto niente. Sollevare un’accusa e non essere in grado di sostenerla poteva soltanto minare la sua credibilità. Il suo dipartimento prosperava perché prendeva le decisioni giuste. Sapeva che molti nel governo aspettavano solo un fallimento catastrofico e un’opportunità per porre fine all’autonomia decisiva per il successo delle sue indagini. «C’è un pilota morto nella provincia dello Yunnan. Abbattuto da uno straniero che pilotava uno dei nostri elicotteri. Sei stato tu ad autorizzare il volo.»
«Sì, per impedire a Pau Wen di entrare illegalmente nel Paese. Ma non ho mai autorizzato l’uccisione di un pilota. Hai prove che dimostrano il contrario?»
«Le avrò quando troverò il forestiero.» Che avrebbe potuto benissimo essere lo stesso uomo che aveva incontrato nella tomba. L’uomo che lo aveva salvato. Tang ovviamente non aveva idea che il suo presunto alleato era tutt’altro.
O forse sapeva?
Ni decise di non dire niente di quanto era successo. Se l’uomo che l’aveva aiutato stava davvero facendo il doppio gioco, avrebbe potuto chiedere ancora il suo aiuto. Se l’intera faccenda si fosse rivelata uno stratagemma, allora il silenzio sarebbe stato ancora meglio.
«Siamo io e te. Il vincitore si prende la Cina», disse Tang.
«Conosco la posta in gioco.»
Gli occhi di Tang bruciavano d’odio. «Sappi che non vivrai abbastanza da assistere alla mia vittoria.» Aprì la porta e, passando davanti agli altri in silenzio, uscì dall’edificio.
Ni ritornò nella stanza. «Voglio vedere tutto quello che ha visto il ministro Tang e voglio sapere tutto quello che gli è stato detto.»
Malone visualizzò nitida nella sua mente la parte superiore del plinto di giada. Una mappa tridimensionale dell’impero di Qin Shi, incorniciata da una bordatura di simboli. Sia lui sia Cassiopea si erano ricordati del pannello di seta appeso nella residenza di Pau Wen. È la riproduzione di una cosa che ho visto una volta. Un’antica rappresentazione della Cina. Con qualche modifica.
Malone avrebbe voluto avere ancora il suo iPhone, ma gli era stato confiscato, insieme con le armi, quando le guardie li avevano perquisiti. Senza non poteva esserne assolutamente sicuro, ma era più che convinto.
La porta si aprì.
Entrò un uomo, fra i cinquantacinque e i sessant’anni, guance tirate solcate di cicatrici, capelli scuri scompigliati e orecchie a sventola.
Gli occhi carichi di una grave determinazione. «Sono il ministro Ni Yong.»