18
MENTRE tornavano da Granyard, appena Ona cominciò ad appisolarsi le si affacciò alla mente l’immagine di sé e di Maud-Lucy che passeggiavano davanti alla vetrina di Shurtleff’s, il negozio di tessuti sgargiante di sete e di mussole. In quel ricordo hanno il passo lento, Ona ha dodici o tredici anni, ed è primavera, probabilmente: un limpido mezzodì d’inizio primavera, con tutte le tende di Mercantile Street abbassate che le avvolgono come un guanto a righe variopinte. Le fabbriche sono a distanza di voce, se la voce riuscisse a sovrastare il frastuono delle cascate. Al di là del ponte pedonale, centinaia di uomini e donne, tra cui i suoi genitori, soffocano di caldo, si bruciano le dita o manovrano intontiti i macchinari.
Nell’orecchio le esplode la voce di Maud-Lucy, pressante e melodiosa: «Tu non finirai a lavorare là dentro. Meriti di meglio».
E a un tratto il ricordo si fa più nitido, trova un tempo e uno spazio precisi: ed è tutto un pigia pigia di acquirenti che fanno capannello ovunque e discutono del destino sconvolgente cui è andato incontro il Titanic; non parlano d’altro, perciò è davvero primavera – l’aprile del 1912 –, Ona ha dodici anni, non tredici, e per la prima volta ha i capelli raccolti: un eccitante rito di passaggio, l’intera massa lucente sostenuta da quattro pettinini buoni di Maud-Lucy. Insieme a lei la bambina varca l’ingresso assolato della Stanhope Music Company, dove Howard Stanhope, suo futuro marito, carceriere e fardello, sta lucidando un pianoforte.
«È un signore di città», le confida Maud-Lucy, «fatto per vivere tra la gente di città.»
Howard accorre: un robusto negoziante che si aggiusta i polsini. Un tempo aveva una moglie di qualche anno più grande, una donna paffuta dal viso dolce, che il sabato vendeva canzoni a un nichelino l’una finché la sua voce argentina non aveva ceduto al cancro. Era stata lei a studiare la disposizione della merce: i pianoforti davanti, i fonografi di Edison e i grammofoni Victrola dietro, le concertine dai tasti lucenti aperte a mezzaluna in vetrina come fossero pronte a suonarsi da sole. In una lunga teca di vetro brillano gli articoli più piccoli: scacciapensieri di tre dimensioni, plettri e archi, cucchiai musicali con le istruzioni stampate in quattro lingue su cartoncino Kimball.
Ona finirà per odiarla, la santa, avveduta signora Stanhope, la cui progettazione sarà riprodotta di lì a otto anni nel negozio di Portland, rispettata persino nella collocazione degli espositori per gli spartiti. La prima, la migliore e l’insostituibile signora Stanhope, a cui Ona sarà paragonata incessantemente per ventotto anni fino a un preciso giorno del 1948, in cui Howard – seduto sulla poltrona sciupata dal gatto e intento ad ascoltare la trasmissione Vic and Sade all’amata Crosley, quando ormai il negozio era andato in malora per via dei suoi sogni sulla Tin Pan Alley e la soffitta straripava di spartiti invenduti –, quell’Howard Stanhope, quel guscio vuoto, gli occhi infossati fin quasi a sembrare buchi dietro le lenti unte, quell’Howard lì fisserà Ona, la madre del proprio figlio ucciso in guerra, e dirà: «La prima signora Stanhope spesso mi guardava negli occhi e si metteva a cantare».
A quelle parole Ona, ormai allo sfinimento, affranta per Frankie e segretamente riappropriatasi dell’arte della segreteria, risponderà: «Oh, Howard. Oh, Signore. Io me ne vado».
In quel giorno d’aprile del 1912, lontano decenni dalla sua rovina, Howard saluta le signore, e Maud-Lucy gli chiede una canzone. «Un po’ di gioia per la mia bambina, signor Stanhope», gli dice, sapendo che Howard è famoso per la malinconia.
Lui stacca dall’espositore uno spartito facendo una gran scena, come sempre sarà sua abitudine, e lo agita nell’aria con gesto teatrale. «Per alcuni è un giorno funesto, signorina Stokes», intona, riferendosi alla tragedia in mare. E tirando un lungo, sonoro sospiro, offre la sua nuova ballata, scritta per gli acquirenti del sabato. Un mesto racconto di come un’automobile voli giù dalle cascate, colpisca un lastrone di ghiaccio e affondi nell’avido fiume nero. Sulla soglia si radunano alcuni clienti, poi se ne aggiungono altri, e tutti battono il piede per aiutarlo a tenere il ritmo. Ona ascolta rapita e turbata. Malgrado i capelli corti e le unghie immacolate, Howard dà voce a una disperazione che rasenta il catastrofico. Se avesse dei soldi, Ona comprerebbe una canzone. Cerca di immaginarselo felice, più giovane, disteso su una coperta da picnic, tranquillizzato dalla mano della signora Stanhope posata sulla fronte.
«Un trionfo», cinguetta Maud-Lucy, applaudendo. E Ona sente il brio del corteggiamento e, con il suo abito a tre gheroni, i suoi capelli lucenti, per la prima volta si accorge delle misure eccessive di Maud-Lucy e del suo antiquato chemisier. Howard allinea lo sguardo e lo punta sulla ragazzina, che per poco non prende fuoco. E lei alza il mento per scoprire la gola, impudente e sbalordita.
Riceve lodi, apprezzamenti e considerazione da Howard Stanhope, dal vecchio signor Drapeau in cerca di corde per violino, dai ragazzi Comeau che sfrecciano con i loro giornali, dalla signora Farrar e dalla figlia Belle-May che scelgono spartiti. Ed è impietosita da Howard Stanhope, dalla sua svenevole ballata e dalla sua voce melliflua, ben lontana dall’immaginare che di lì a qualche anno sarà lei la moglie che poserà la mano sulla sua ampia fronte rosa e che con voce tremante cercherà invano di placare la sua sete di successo.
Poi vede Maud-Lucy che, voltando il capo sul collo taurino, la guarda con possessività, con orgoglio e con qualcos’altro ancora. Qualcosa di sofferto. Invidia.
Quanto alla vecchia Ona – la centoquattrenne che entrò in casa lasciando a Quinn il compito di sbarazzarsi di quella Shirley –, trovò la famosa valigia a nido d’ape proprio dove Quinn l’aveva lasciata. Howard, in quel momento, era insieme il negoziante corpulento e il guscio vuoto dagli occhi a segugio nella poltrona sciupata dal gatto; era ovunque e in nessun posto, mentre il bouquet di Belle spargeva petali sul pavimento immacolato. Nell’allungare il braccio per raccoglierli, Ona colse un rapido scorcio della propria mano ai raggi obliqui del sole, il rudere coperto di macchie che conservava una fiammella, un’eco della sua adolescenza, come a voler rivelare la futilità della bellezza fisica. La sua brevità. I suoi inutili richiami.
Aveva dato una sbirciatina alle mani di Laurentas, che lui teneva giunte sul grembo confinato nella sedia a rotelle. Quel povero figlio appannato la cui vita si stava spegnendo. Aveva ancora delle mani bellissime.
Se il tempo si comportasse come vorremmo, lei avrebbe affrontato senza paura i frangenti per poi trascinarsi su quella riva lontana e scuotere la sciocca ragazza che era fino a farle perdere i sensi. E questo lo chiami amore? L’immagine di Maud-Lucy bruciava di un vago presagio, un sospetto di tradimento, come se stesse già partendo a bordo di quel treno con Laurentas tra le braccia. A chi apparteneva quella reminiscenza, alla memoria della giovane Ona o della vecchia? Si può rivisitare un ricordo per concederci l’opportunità di capire adesso ciò che non abbiamo capito allora? Sfinita dal viaggio, la vecchia Ona frugava negli armadietti in cerca di un vaso e intanto desiderava dire alla giovane Ona: Lo vedi l’iceberg che si avvicina? Nessuno ti amerà più di se stesso. Ma la giovane Ona non riesce a vederlo.
Scacciando il ricordo, Ona sistemò i fiori del signor Ledbetter in un vaso di vetro, un regalo di Louise. I gigli esplosero come le lingue dei fuochi d’artificio. Chiuse gli occhi, con la testa che le pulsava, in preda a un lieve stordimento. Quei ricordi di una Kimball di oltre novant’anni prima erano il segno tangibile di quanto il presente la sconfortasse. Eppure non si era mai sentita sconfortata.
«Okay, Ona, adesso devo andare», disse Quinn, facendo capolino dalla porta. Ah. Adesso era tutto chiaro: l’oca più vecchia del mondo stava per essere di nuovo abbandonata.
«Stavolta dove vai a diffondere la Buona Novella?» domandò.
«Veramente la Squadra Domini ha riavuto il suo uomo.»
«Il drogato? È di nuovo in pista?»
«Si è fatto vivo prima del previsto.»
«E ti hanno liquidato così, su due piedi?»
«Come il mendicante alla mensa del ricco. I ragazzi hanno telefonato mentre dormivi. Continuava a cadere la linea, ma il succo l’ho afferrato lo stesso.» Controllò l’orologio.
«Dormire non dormivo di certo», lo contraddisse lei. «Avrò chiuso gli occhi un istante, semmai.»
«Comunque, mi sono guadagnato un happy hour che inizia tra quarantacinque minuti.»
«Bene, dimmi se non sei un’ape operaia.»
«È proprio quello che mi dicono tutti», replicò lui, guardando di nuovo l’orologio. «Allora, senti. Abbi cura di te.»
«Guidi proprio bene, Quinn. Nonostante quello che mi avevano indotto a credere.»
Lui rise. «Che sorpresa, eh?» E le porse la mano. «Ti telefono.»
«Sarà un vero piacere.» Se l’avrebbe chiamata oppure no, Ona non poteva saperlo. Però qualcosa stava finendo, questo era poco ma sicuro. «Presto il signor Ledbetter mi porterà un nuovo ragazzino. Spero non sia quel lagnoso là.»
«Chiunque sia, Ona, tu cerca di non farlo istupidire dalla paura.»
«In bocca al lupo per la tua musica.»
«In bocca al lupo per il tuo Guinness dei primati.»
Lei lo seguì con lo sguardo mentre si avviava alla fermata dell’autobus e pensò: Laurentas mi avrebbe voluto bene.
Alle sei era già pronta per andare a letto, quasi in lacrime per la stanchezza. Indossò la camicia da notte e tolse dalla valigia gli indumenti che non si era potuta mettere, incluso un elegante vestito verde bottiglia in maglia di cotone che sarebbe stato perfetto per il matrimonio. Lo infilò in una gruccia con disgusto.
Alle sei e mezzo cenò a tè e pane tostato e ascoltò il telegiornale. Alle sette si lavò i denti. Alle sette e dieci scostò le coperte, sistemò le tende e aprì il libro Nicholas Nickleby, di Charles Dickens, un romanzo che aveva letto per l’ultima volta nel 1921. Alle sette e un quarto, si addormentò con il libro sul petto.
Più tardi, quando ormai era buio pesto, fu svegliata di soprassalto da un’unica parola che le rimbombava nella testa: pavojus, pavojus, pavojus.
Pericolo.
Balzò a sedere, con il libro che le piombava sulle ginocchia e la parola che svaniva, mentre il battito del suo cuore accelerava avvisandola di… che cosa? Di qualcosa. Piegò la testa da un lato. Una percezione di movimento. Un’anomalia dentro casa.
Ormai all’erta, inchiodata nel letto, attese che gli occhi si adattassero all’oscurità. Gradualmente, il buio si scolpì in un’alternanza di vuoti e di pieni, gli arredi della camera si materializzarono sotto forma di sagome fumose: il profilo delle bottiglie di profumo sul cassettone; lo scheletro della sedia a dondolo con le sue stecche equidistanti; il rettangolo scuro laddove la porta si apriva nel corridoio ancora più scuro.
Isolando il proprio respiro, avvertì un’alterazione nella qualità del silenzio cui era normalmente abituata. E, con un terrore martellante, capì di non essere sola.
«Chi è?» domandò nel buio della stanza, la voce ridotta a un timido crepitio che forse neanche si era sentito. Si rammaricò del pessimo udito e se la prese con se stessa, desiderando di avere ancora Louise cui raccontare tutto questo. Sarà un topo. Mi toccherà prendere un altro gatto, Lou.
Scese dal letto e con passo tremante raggiunse la porta. Di nuovo qualcosa. Per un breve, intenso momento, pensò: È il ragazzino. Si schiarì la voce, percorsa dall’adrenalina, e nel vuoto domandò: «Sei tu?»
A quel punto udì un tuonare di passi sulle scale e un vocione allarmato che gridava: «Fuori! Fuori! Fuori!» in un cataclisma di vetri rotti e porte che sbattevano. E poi, con altrettanta repentinità, un silenzio profondo, sepolcrale.
«Andate via, andate via», sussurrò Ona, chiudendo a chiave la porta di camera e fissando a occhi stretti la finestra. Nella gola il cuore faceva i balzi di una rana. Si aggrappò al davanzale e sbirciò in strada, dove prima una sagoma e poi un’altra salirono rapide su un’auto ammaccata. Con un’inversione a U che sollevò una zolla d’erba, partirono a tutta velocità.
Ona si premette la mano sulla gola, sola in quel suo mondo sempre più piccolo, intenta ad arginare le conseguenze dello spavento. Il lampione rischiarava il giardino lungo la recinzione, ma lasciava il resto in ombra. Uno dei volantini che annunciavano la riunione di quartiere, ancora infilato nel paletto, pareva una freccia scoccata da un accampamento nemico. Tutto aveva l’aspetto di qualcos’altro: il lampione sembrava uno spilungone arrabbiato, le case immerse nel sonno i segnalini del Monopoly. Si concentrò sulle abitazioni, la cui vicinanza la tranquillizzò. E non pianse.
Piuttosto, pensò agli errori che poteva aver commesso. Il viaggio a Granyard l’aveva ricaricata: quand’era stata l’ultima volta che aveva vissuto così pienamente per quaranta ore di seguito? Con il carico di pena e di stupore che le albergava nella mente, aveva dimenticato di accendere la luce della veranda, la precauzione notturna cui era ricorsa dopo l’effrazione alla casa in fondo alla strada nel mese di maggio; secoli prima, ormai, proprio mentre il ragazzino usciva dalla sua vita e il padre vi entrava.
Respirando a bocca aperta nell’oscurità, attese che il battito cardiaco rallentasse. Solo allora si azzardò ad accendere l’abat-jour sul comodino; erano da poco passate le tre. Aveva dormito otto ore. Indossò pantofole e vestaglia, aprì la porta e scrutò nel buio. Nel corridoio deserto non percepì altro che il rinnovato trapestio del proprio respiro.
Un passo alla volta, si disse, citando la Louise degli ultimi giorni. Il ricordo la quietò. Accese la luce delle scale e scese lentamente al piano di sotto. Nell’ingresso accese un’altra luce. Il vaso di Louise giaceva in mille pezzi sul pavimento fradicio, i fiori sparsi e calpestati. Si chinò a raccogliere i pezzi, ripensando al ragazzino e al suo miniregistratore. Era là da qualche parte, un nastro frusciante con sopra l’impronta della sua vita. Dei suoi miseri frammenti. Si raddrizzò con un gemito.
Proprio allora spuntò un uomo dal salotto.
«Buttalo, nonnetta», le disse. La voce piatta, rilassata.
Il vetro cadde con un tin che risuonò d’innocenza. Non era proprio un uomo. Un ragazzone, piuttosto, con i capelli unti e una mascherina nera come quella di Zorro nel vecchio telefilm. Una maschera di poco valore e rotta sul naso. Dai fori si intravedevano due occhi chiari, velati e contornati di rosa. Nella sua mano scintillava una pistola, piccola ma spaventosa. Il tizio squadrò Ona e si mise a ridere.
«Sei sola?»
Lei annuì, troppo impaurita per rispondere. E lui infilò la rivoltella nella tasca dei pantaloni, così larghi da sembrare una gonna. Alle sue spalle, nel salotto, Ona scorse la credenza di Randall, con tutti i suoi bei cassetti ribaltati. La biancheria ammucchiata qua e là. I cuscini delle poltrone capovolti. Aveva continuato a dormire senza accorgersi dello scempio.
In attesa di istruzioni, restò immobile.
«Dove tieni i soldi, nonnetta?» chiese lui, con la flemma di un vecchio gatto.
«Non ho altro a parte quello che c’è lì dentro», rispose lei riferendosi alla borsa, buttata a terra assieme ai fiori sciupati, il portafogli aperto e quel che conteneva tutto infradiciato: una carta di credito, la patente scaduta, le tessere sanitarie, una foto del ragazzino in divisa da scout, un vecchio buono sconto per l’acquisto di cibo per gatti. Avvampò di vergogna alla vista della sua roba sparsa, proprio quello che un ladro si sarebbe aspettato dal portafogli di una vecchia signora. I suoi documenti inutili.
«Avanti», disse lui. Facendole cenno con tutte le dita di avvicinarsi. «Barattolo dei biscotti? Vaso di fiori? Su, nonnetta, tirali fuori.»
«Non sono una di quelle vecchiette che vedi nei film», rispose lei, a un tratto fremendo di rabbia. «I soldi li tengo in banca, come tutti gli altri.» Non sarà così che uscirò di scena, si disse. Non ci penso neanche.
Il rapinatore la agguantò per una spalla e la spinse su per le scale, per poi buttarla, tremante e senza fiato, sulla sedia a dondolo di Louise. Ona avvertì una fitta all’anca, ma sigillò le labbra resistendo al dolore. «Quanti anni hai, un centinaio?» le domandò lui, mostrandole quei suoi denti orribili. I capelli sembravano bagnati ed erano pieni di forfora, e aveva un odore particolare, di putridume e medicinali. Il braccio bianchissimo era annerito da lettere con cui Ona non riuscì a comporre alcuna parola. Sotto il suo sguardo osservatore, la paura le tornò e quasi le ridusse in poltiglia le gambe.
«Qui non c’è niente», ripeté lei, stringendo le stecche della sedia. Il pavimento sembrava mobile.
«Resta lì», le ordinò lui, dandole una botta sul torace. Il contraccolpo le risuonò nello sterno. L’uomo frugò nel cassettone e nel comodino, lanciando ogni cosa in direzione del letto. Il plico del Guinness dei primati scivolò a terra aprendosi a ventaglio. Il ladro trovò la valigia a nido d’ape e i cinque dollari d’emergenza rimasti nella tasca di seta da quando aveva lasciato la casa di Woodford Street nel 1948. «Visto?» commentò, sventolandole la banconota sotto il naso.
Mentre l’intruso le saccheggiava la camera, Ona pensò al pulsante salvavita che portava al collo, nascosto sotto la camicia da notte e la vestaglia. Le avevano detto di testarlo periodicamente, ma lei lo aveva fatto solo una volta. Dopo lo squillo iniziale e novanta secondi di silenzio, dall’interfono nel salotto una voce di donna l’aveva chiamata «tesoro» e le aveva chiesto se era «tutto okay». Per quel che ne sapeva, le batterie potevano anche essere scariche, ormai.
«Non hai niente», brontolò il tizio. «Non hai un cazzo di niente.» E serrò le labbra, indeciso se prendersela con lei oppure no.
«I tuoi amici se ne sono andati senza di te», azzardò Ona con voce tremolante.
Il ladro digrignò di nuovo i denti. «Non andranno lontano. Quella macchina è un catorcio di merda.»
«Strano che tu non sia andato con loro», continuò lei, ottimista.
«Mi piacciono le sfide. Anche se tu non conti un cazzo, come sfida.» Aprì un astuccio di trucchi che Ona non usava da quarant’anni e tirò fuori un rossetto mezzo consumato. Costretta in quella posizione, l’anziana donna aveva male all’anca, ma temeva che il minimo movimento potesse farlo uscire di testa. Quando si spaventano, quelli come lui o ti fanno secca o se la danno a gambe; l’aveva imparato dai polizieschi che guardava quando ancora non erano così violenti, se ricordava bene. Tirò fuori il pulsante da sotto il corpetto della camicia e si decise a premerlo.
Al piano di sotto, la centrale si attivò con un doppio squillo acuto. Stranamente, il ladro non batté quasi ciglio, al che Ona si accorse che era in tutt’altro mondo. «Chi è, il tuo ragazzino che ti chiama?» le domandò, mentre lei iniziava a contare mentalmente. Poi si alzò, lanciò per aria le sue ultime cose, si intascò i cinque dollari e attraverso la maschera sudata le rivolse uno sguardo lascivo. «Solo una cosa, nonnetta», disse.
Lei si lasciò sfuggire un pigolio come di pulcino, poi risucchiò tutta l’aria che poté e la espulse di nuovo con un grido rauco: «No!».
Lui scoppiò a ridere: «Oh, che cosa hai capito? Cos’hai capito che volevo farti, eh?» E rise di nuovo. «Brutta come sei!»
Mentre lei ricacciava in gola un rigurgito di bile, il ladro alzò la mano e, dopo averla lasciata sospesa un istante a mezz’aria, quasi con dolcezza le rifilò uno schiaffo sulla guancia. «Fai la brava», disse, dopodiché scese le scale in tutta tranquillità e si chiuse la porta di casa alle spalle con un silenzioso clic, proprio nell’attimo in cui dall’interfono, allo scoccare dei novanta secondi esatti, uscì una voce: «Salve, signorina Vitkus, tutto okay?» Ona cancellò il ricordo dalla guancia e barcollando raggiunse la finestra, dove vide l’intruso lanciarsi nel buio come uno scoiattolo terrorizzato. Ebbe almeno quella soddisfazione.
Di lì a qualche minuto, arrivarono i paramedici, e subito dopo due poliziotti. Poi si fece viva anche una detective, seguita da uno sparuto crocchio di vicini, tutti timidi e timorosi salvo Shirley Clayton, che mostrava un aplomb irritante, alle tre del mattino.
«Oh, Signore mio», mormorò, imponendo una stretta di mano a uno degli agenti, così giovane da far credere che neanche guidasse. «Sono la vicina. Signora Vitkus, chi posso chiamare?»
«Nessuno. Se ne vada.»
«Ha un nipote», insistette Shirley. «Sono appena tornati da un viaggio.»
«Come si chiama suo nipote, signora?» domandò l’investigatrice, una giovane donna in giacca grigia. Un tempo Ona aveva avuto la pelle come la sua.
«La prego, non ho bisogno di nessuno.»
La bella detective le chiese una descrizione degli intrusi, ma Ona ricordava il suo tormentatore non come persona fisica, bensì come l’incarnazione del dileggio. Nonnetta. Si era vista attraverso gli occhi di quel malvivente, ecco cos’era riuscito a farle: uno scricciolo di donna vecchia, terrorizzata e calva. L’unica vendetta possibile sarebbe stata infischiarsene.
Ma come poteva infischiarsene? Si sentiva un esserino insignificante, di una bruttezza da restare a bocca aperta. Solo il giorno prima – o era stato quella mattina? Il tempo aveva perso ogni contorno, ormai – Quinn l’aveva vista sotto quella stessa luce, nell’attimo in cui gli era apparsa con quelle sue gambe macilente, bianche come il latte e con la pelle a fisarmonica. L’intruso dai capelli unti aveva confermato che il suo aspetto era quello di un orrendo scheletro asessuato e polveroso, e lei lo odiava per questo.
«Congiuntivite batterica acuta», rispose, sforzandosi di ricordare. «E lettere tatuate sul braccio. Gli altri due sono scappati prima che riuscissi a vederli.»
La detective le chiese l’età e, nell’istante in cui Ona la dichiarò, il gruppetto di tre vicini che si era introdotto in casa a piccoli passi assieme a Shirley fu percorso da un’ondata di compassione. Erano irriconoscibili con quelle righe di cuscino in faccia e gli indumenti indossati alla bell’e meglio. Aveva paura di loro, realizzò; paura della loro benevolenza, dell’indignazione che mostravano per suo conto, di averli giudicati male; e si sentì inspiegabilmente abbandonata quando il poliziotto più anziano li invitò a uscire.
Fuori nella veranda, un uomo di mezz’età in accappatoio sventolava un volantino in faccia al poliziotto più giovane, e dentro giungevano stralci della loro conversazione. C’era stata un’ondata di effrazioni, a quanto riuscì a capire, di cui avevano parlato alla riunione di quartiere che lei aveva snobbato. Ona era la prima persona che i ladri avevano sorpreso in casa.
L’investigatrice perlustrò con gli occhi la cucina. Credeva forse che la sua abitazione fosse sempre così: sottosopra e cosparsa di vetri rotti?
«Tengo la casa che è un gioiello, io», puntualizzò allora.
Tornò il primo poliziotto. «Appena li becchiamo, signora Vitkus, pensiamo noi a spedirli sulla luna con un bel calcio in quelle misere chiappe che si ritrovano.» Le posò una mano sulla spalla, ancora dolorante per la morsa in cui l’avevano stretta le dita del ladro; le sarebbe venuto un bel livido di sicuro. Ma l’agente aveva un viso rassicurante, e inaspettatamente le si riempirono gli occhi di lacrime.
Il resto della procedura richiese che Ona ispezionasse quel che c’era a terra, ora scempiato dalle impronte degli scarponi, e stabilisse che cosa mancava. Niente, si scoprì. Se n’era andato solo il vaso di Louise, se così si poteva dire. «Soldi e droga», sentenziò la giovane detective, ma Ona non aveva né l’una né l’altra cosa. Il suo armadietto dei medicinali non conteneva niente di più allettante dell’aspirina e del lassativo, che i ladri non avevano toccato.
«Potete evitare che la mia storia finisca in mano alla stampa? Mi sento il classico bersaglio facile», chiese ai poliziotti.
Loro promisero che ci avrebbero provato e lei non poté che fidarsi.
Quando finalmente la polizia la lasciò in pace, tornò Shirley a riordinare la mobilia, a ripulire tutto dalla polvere utilizzata per rilevare le impronte e a sgomberare l’ingresso principale. «Qualche giglio l’ho salvato, ma li hanno calpestati quasi tutti», le comunicò.
Un’altra vicina, una donna giovanissima, tornò con uno di quei vasi di vetro smerigliato che si trovano nelle case avvezze alle consegne floreali. Un’altra donna – forse la figlia di Shirley, stessa rosea rotondità – rimise a posto la borsa di Ona e le offrì una tazza di tè che lei, docile, accettò volentieri. Erano come Louise, quelle donne, una Louise in molteplice copia: tipi energici che gradivano le situazioni di emergenza, pronte a reagire con il giusto sdegno e a svelare le proprie riserve di affetto nelle occasioni più inaspettate. Possibile che avesse abitato lì tutto quel tempo senza saperlo?
All’alba se ne andarono, e di ore notturne da trascorrere non ne erano rimaste. Ona decise di dedicare la giornata al lavaggio di tutto quello che gli intrusi avevano toccato, incluse le coperte e la camicia da notte. Il poliziotto giovane, la cui bisnonna era ancora in vita, era rimasto di guardia davanti alla casa fino al termine del proprio turno, quando era arrivata un’altra pattuglia a dargli il cambio.
A giorno fatto, dopo essersi immaginata Laurentas girare in sedia a rotelle nella luce giallastra della sala ricreativa, Ona accese la radio per avere un po’ di compagnia e sentì che il radiogiornale del mattino si apriva proprio con la sua storia, raccontata da una voce vispa e indignata che rimarcò la presunta fragilità della «vittima» e la conseguente depravazione dei rapinatori.
Ona sospettò che l’informatrice fosse stata Shirley. Il telefono cominciò a squillare senza sosta per le chiamate dei media locali, a caccia delle «sue parole». Ma lei non ne aveva, di parole, per quelle recenti ore da capogiro che tanto le avevano ricordato la fiera, con tutto quel baccano, quella confusione, quella nostalgia, quella vergogna e quei desideri contrastanti.
Com’era riuscito un ragazzino di undici anni, si chiese, a convincerla a desiderare altri diciotto anni di tutto questo? La stanchezza s’impadronì di lei rallentandole il flusso sanguigno e riducendole in pappa le ossa. Staccò il telefono e si abbandonò ai propri pensieri, ripercorrendo il lungo, sconfortante interrogatorio della giovane detective. A parte le banconote sottratte dal portafogli e i cinque dollari rubati dalla valigia, i rapinatori – nonostante l’impegno profuso – non avevano trovato niente di valore in casa sua.