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QUINN non aveva creduto del tutto alla storia del deejay di Omaha e del successo propagatosi da costa a costa fino a quando, partito in tournée con il gruppo, non aveva scoperto che fulgide schiere di ragazzi e ragazze indossavano la maglietta dei Resurrection Lane e cantavano a memoria il loro pezzo. I fan si compravano copie su copie del cd, gli spettacoli andavano per le lunghe e Quinn sfogliava veloce gli spartiti unti e bisunti del cugino prodigo, improvvisando hook travolgenti in uno stato di straniamento e gioia pura.

Era solo un ingaggio – con un innocuo branco di adoratori di Gesù incredibilmente talentuosi che lo chiamavano «paparino» –, eppure ogni volta gli capitava la stessa cosa: ci teneva. I ragazzi lo martellavano per ricevere i suoi consigli, che lui elargiva come fossero soldi che non gli servivano, sentendosi espansivo e indispensabile. A Providence fu lui a riordinare la scaletta, a Springfield affinò l’acustica sporca dell’impianto di sala, a Worcester si accaparrò con un trucchetto il primo posto in cartellone. Ci teneva a vedere quadruplicati il pubblico e le vendite delle magliette. Teneva alla loro musica – costruzioni tradizionali palpitanti di accordi inattesi – e all’effetto che sortiva su tutti quei visi rivolti all’insù. Alla fine di ogni serata, gli facevano male le mandibole a forza di sorridere.

Sylvie faceva le sue solite apparizioni per tenere d’occhio la situazione, anche se con lui a bordo i classici problemi tecnici non la preoccupavano granché. Durante un sound check Quinn aveva ripristinato un collegamento difettoso, cosa che per Sylvie equivaleva a fabbricare un forno a microonde con uno Zippo e qualche graffetta. «Come fai a intenderti di tutto?» gli aveva domandato.

La risposta si celava nei venticinque anni passati a cazzeggiare con attrezzature usate e strausate nel tentativo di tirar fuori un buon bilanciamento timbrico da locali con un’acustica schifosa.

«I miei ragazzi sanno a malapena infilare una presa nel muro», aveva continuato lei. «E Doug è anche peggio. Ho sposato un neurochirurgo che non riesce nemmeno a reinserire l’allarme di casa.»

Era il momento dell’intervallo durante la loro ultima serata, e Quinn e i ragazzi si stavano rilassando vicino al tavolo dei gadget, dove Sylvie stava di guardia a una collezione di magliette con il motto della band, SEGUI LA RETTA VIA, in rosso crocifissione. La donna si voltò verso il suo aiutante, un volontario della pastorale universitaria, un tizio rubicondo con la camicia a scacchi da cowboy, e gli domandò: «Qualcuno ha tenuto il conto?»

«Seicento, come minimo», rispose lui.

Quinn prese coscienza della cifra.

«È per via di quella canzone», continuò l’uomo. «Il proprietario la mette su di continuo.»

«Quinn ha consigliato ai ragazzi di riservarsela per il bis», commentò Sylvie baciandosi le dita e premendole poi sul mento di Quinn. «Teneteli sulle spine, parola di esperto.» Sylvie aveva cinquantacinque anni, ma ne dimostrava meno di Quinn; aveva la pelle levigata a laser come una pescanoce e i capelli ravvivati da costosissimi colpi di sole. Mentre perlustrava la sala, il suo sguardo sagace si affilò dietro gli occhiali dall’elegante taglio urbano. «L’ultima volta che siamo stati a Boston, c’erano quarantasette persone», raccontò, costretta ad alzare la voce per sovrastare la folla brulicante.

«Capitano anche i colpi di fortuna», commentò Quinn.

«Cinquanta settimane a zonzo non sono una fortuna», ribatté Sylvie. «Ecco a te, tesoro.» E porse una maglietta a una ragazza che, tra un ciuffo e l’altro della frangia violacea, rivolse a Quinn un’occhiata provocante. Il giro dei seguaci di Cristo non era sempre così candido e innocente come si credeva.

«Se cinquanta settimane a zonzo fossero una fortuna», continuò Quinn, «a quest’ora io farei una vita da nababbo.»

Sylvie lo scrutò pensierosa. Negli ultimi tre anni avevano trascorso abbastanza tempo in compagnia l’uno dell’altra da stringere amicizia, per così dire. «Un’esperienza come questa dev’essere seccante per uno che non ha fatto che girare come te.»

Sul palco, i ragazzi orchestravano la chiamata all’altare, esortando quanti ancora non erano stati salvati a presentarsi a Gesù. Niente di apocalittico, somigliava piuttosto all’invito a partecipare a una festa nel backstage. I fan, imperlati di sudore, sciamavano verso il palco per ricevere le preghiere dei consiglieri spirituali, che li conducevano poi in stanze o angoli appartati per un breve indottrinamento e una Bibbia in omaggio. L’idea era quella di riconciliarsi con Gesù e poi compilare una scheda di adesione, distribuita in pacchi da duecento, che includeva una serie di caselline da spuntare: Intendo abbracciare, eccetera; Intendo riabbracciare, eccetera; Gradirei ulteriori informazioni su, eccetera; Vorrei ricevere per e-mail la riflessione settimanale dei Resurrection Lane. Quella era la parte dello spettacolo riservata all’opera di proselitismo, prevista in alcune tappe preselezionate della tournée, opera che i ragazzi progettavano per ore e ore fin nei minimi particolari.

Ed era pacifico che Quinn la saltasse, quella parte.

«Delle volte», stava dicendo Sylvie, «mi viene il dubbio che io e Doug ci siamo lasciati trascinare un po’ troppo dalla nostra devozione alla vecchia etica del lavoro. Questi ragazzi non fanno altro che provare ed esibirsi. E pregare, naturalmente. Pregare, pregare, pregare.»

«Detta così sembra una cosa negativa.»

«Per tua informazione», saltò su Sylvie, «io e Doug apparteniamo alla Chiesa unitariana.»

Quinn scoppiò a ridere. «Stai scherzando.»

«Sono convinti che il cugino Zack cammini sulle acque. Quando è tornato dalla prima riabilitazione cantando inni di gloria dalla mattina alla sera, loro si sono bevuti le sue parole.» Sylvie porse il resto a un’adolescente che indossava un cappellino con le iniziali di Gesù Cristo. «Immagino che dovrei essere grata del fatto che, invece di infilarsi della coca su per il naso, abbiano ingollato una blanda pillolona di Gesù.» E si voltò verso di lui. «Quando ci sei tu, Quinn, tendono a rilassarsi. E tendo a farlo anch’io. Era questo che intendevo dire.»

Poi si rivolse al tizio con la camicia da cowboy: «Puoi occupartene tu?» E condusse svelta Quinn in un punto più appartato. «I miei ragazzi credono che tutti abbiano buone intenzioni», esordì, alzando di nuovo il tono per sovrastare la folla vociante. «Credono che non possa accadere niente di brutto, nonostante l’encomiabile esempio del cugino. Anche tu hai figli, giusto?»

Quinn non rispose. La band non aveva saputo della morte di suo figlio o, se anche ne era venuta a conoscenza, non aveva ricollegato la notizia a lui. E Quinn preferiva lasciare le cose come stavano, anche se in quel momento avvertì una debole fitta, troppo lieve per prenderla in considerazione, al pensiero di quanto poco avesse lasciato trapelare di sé a tutti loro, che pure conosceva da così tanto tempo. Quelle persone lo guardavano esattamente come lui aveva guardato i suoi insegnanti delle elementari che, una volta lasciata l’aula scolastica illuminata a giorno, cessavano di esistere.

«Persino Brandon», continuò Sylvie, «che dovrebbe essere più scafato – ventun anni, sposato, ormai adulto – ha la testolina piena di sogni impossibili. E perché non dovrebbe? È andato tutto a meraviglia, grazie alla cara vecchia mammina. Ma ho il timore che tutti loro abbiano un’impressione falsata – del tutto falsata – del mondo musicale. Lo pensi anche tu?»

«Un camper nuovo di zecca», rispose Quinn. «Ecco da dove gli arriva, la loro impressione falsata.»

Sylvie, che sbottava appena qualcuno accennava ai suoi soldi, replicò: «Non è questo che intendevo dire».

«Se ti riferisci ai tizi spuntati a Providence», azzardò Quinn, «quelli con gli occhiali da sole che non passavano inosservati, be’, allora è un’altra questione.» E le rivolse una rapida occhiata. «Che cosa offrono?»

«Niente di interessante», ribatté la donna. «Per ora.»

La platea brulicava di fan, alcuni dei quali in lacrime, con la Bibbia stretta al petto. Tutt’a un tratto il locale profumava stranamente di lillà. «Secondo Doug la sto facendo decisamente fuori dal vaso», confessò Sylvie, con gli orecchini di foggia industriale che sbrilluccicavano a ogni suo movimento. «Quando si tratta di concludere affari, i miei figli sono dei veri idioti. Zac è l’unico che abbia mai avuto un vero lavoro. Il drogato che li ha portati sulla via di Gesù. Ironia della sorte, eh?»

«Per usare un eufemismo, direi, se proprio vuoi saperlo.»

«Insomma, quanto è comodo diffondere ‘l’unica verità quale che sia’ quando la mammina ti para il culetto?»

«Vuoi essere la mia, di mamma?» la implorò Quinn. «Io me lo faccio parare volentieri, il culetto.»

Riusciva sempre a farla ridere. «Comunque il mio è solo uno sfogo», tagliò corto Sylvie. Le luci della sala lampeggiarono. «Lascia che ti dica una cosa. Queste persone», e sventolò le braccia in direzioni vaghe, indicando chissà chi, «mi danno sui nervi. Mi manca fare la decoratrice d’interni. E questo ambiente non fa per me.»

Ciò che faceva davvero per lei, intuì Quinn, era mostrare campioni di moquette a belle donne con la fronte imbalsamata. Mentre ciò che faceva davvero per lui era la sua chitarra, e non gli era mai importato granché dove o quando la suonasse. Ma quell’occasione – il fatto di condurre di città in città quegli splendidi ragazzi, quei ragazzi ormai sulla soglia del successo e della ricchezza – insinuò in lui una vecchia, sottile e vana speranza, la speranza di poter inserire venticinque anni in una fessura chiamata «Prima». Credeva di avere chiuso per sempre con speranze del genere.

«È tutto…» e le dita di Sylvie sfarfallarono nell’aria, «sospeso. Sono in attesa di qualcosa.»

«Non posso certo biasimarli.»

«Non ho mai pensato che tu lo facessi. Perché dovrei pensare una cosa del genere?» replicò aggiustandosi gli occhiali da riunione importante. «Quello che voglio dire è che la mia creatura mi è sfuggita di mano. E se a questo punto io volessi scendere dal treno, sarebbe troppo tardi.»

Quinn capì qual era il problema: Sylvie aveva paura. In quel momento, la donna tornò rapidamente al tavolo e infilò in una scatola una torre di magneti per il frigorifero. «Cinque minuti, gente!» Poi si girò verso Quinn e lo guardò dritto negli occhi. «Comunque, non intendevo certo dire che non reggo la situazione, perché la reggo benissimo.»

La sua bocca si addolcì, ridandole per un momento l’età che aveva, e Quinn capì perché l’amica confidasse tanto in lui. Per quanto strano fosse, a una donna come lei – una vera saetta umana – uno come Quinn doveva sembrare perfettamente a proprio agio con se stesso.

Le luci di sala lampeggiarono di nuovo. Mentre tornava verso il palco, Quinn fu abbordato dalla ragazza con la frangia viola, che lo pregò di firmarle il cd confezionato da Sylvie con in copertina una fotografia flou dei ragazzi al tramonto. Persino Zack – più grande d’età, più massiccio, con la sua fronte sporgente e il naso arrossato dalla cocaina – dava l’idea di essere appena uscito da una chiesa. «Non faccio parte della band», spiegò Quinn alla ragazza, gridando per farsi sentire. «Sostituisco Zack.»

«Ah, ecco perché», commentò lei.

Perché, cosa? Perché aveva il viso segnato dall’età? Si alzarono le luci sul palco, il vociare del pubblico, le note d’apertura amplificate dell’ultima parte del concerto. Mentre i fan cantavano all’unisono con la band, Quinn cercò di non pensare che era solo un rimpiazzo, e che quella folla adorante non era lì per lui. Assorbì tutto l’affetto crescente dei presenti, le grida, i cori indecifrabili, gli sconcertanti gesti di cristiana approvazione. Non gli importava che sventolassero le schede di adesione. E non gli importava nemmeno di quelle facce miti, salve, purché continuassero a chiedergli di suonare.

Alle due di notte erano diretti a casa, con Brandon al volante e l’autostrada che luccicava al chiaro di luna. Nell’accogliente abitacolo, piccoli fasci di luce svelavano il fervore delle attività: i due Jay impegnati in una pigra partita a carte e Tyler ancorato in poltrona e avvinto dalla lettura di una copia malconcia di Carrie.

Mentre superavano l’uscita di Wells, Quinn si rese conto di aver saltato il turno di lavoro del venerdì senza avvertire Dawna, la sua caposquadra arzilla. «Merda», borbottò. «Dio di un Dio.»

«Modera il linguaggio», lo redarguì uno dei Jay. «Qualcosa non va, paparino?» gli domandò dopo aver posato le carte.

«Ho deluso qualcuno.»

«Non noi», replicò il ragazzino. «Hai mandato in delirio tutto il locale.»

Quinn sperò che quelle parole dessero avvio a una conversazione più ampia e fruttuosa su come, esattamente, avesse mandato in delirio il locale in un modo fino ad allora mai intentato dal Cugino Cocainomane. Aveva sperato in un’apertura del genere – e aveva intenzione di perorare la propria causa in maniera semplice e diretta –, ma i ragazzi ammutolirono tutti quanti, eccetto Brandon che stava provando la sua parte in una delle nuove canzoni, con la voce tenorile e cristallina che ardeva di convinzione. Quei giovani e l’ironia non andavano proprio d’accordo, e nonostante tutto Quinn non poté fare a meno di immaginarsi come una presenza fissa nel gruppo: un miscredente in seno.

L’ora della nanna era passata già da un pezzo per i musicisti, visto che avevano finito di caricare tutto intorno all’una di notte. Nessuno aveva più fatto il nome di Zack dal martedì, anche se c’era stata qualche furtiva telefonata dopo che Sylvie se n’era andata a bordo della sua Mazda MX-5 incaricando Quinn del ritiro di armi e bagagli. Se davvero leggeva bene tra le righe, i Resurrection Lane stavano per ritrovarsi con un uomo in meno. Definitivamente. «Che hai da ridere?» gli domandò Tyler alzando gli occhi dal libro.

«La ruota gira», rispose enigmatico Quinn.

«Non c’è nessuna ruota che gira», ribatté Tyler. «C’è solo l’imperscrutabile volere del Signore.» E fece un ampio sorriso. Erano tutti consapevoli dell’impressione che davano, ma non riuscivano proprio a trattenersi.

Seguì uno stridulo coro di amen. I Resurrection Lane erano in debito di sonno e fiaccati dal cibo spazzatura, ma erano giovani e forti, e rilucevano come mele appena lavate.

«L’imperscrutabile volere del Signore prevede anche che firmiate un contratto con i tizi dell’altra sera?» domandò Quinn.

I ragazzi ammutolirono. Evidentemente Sylvie aveva ordinato loro di tenere le bocche cucite.

«Stiamo pregando perché ciò avvenga», si lasciò sfuggire Brandon.

Com’era possibile che quei ragazzi, quei bambini, stessero spalancando una porta contro la quale Quinn aveva sbattuto la testa così tante volte, e così inutilmente? Tutti quegli anni, tutte quelle band, tutti quei «quasi», tutta quella vecchia, inesauribile sete.

Lasciò che percorressero qualche altro chilometro prima di alzarsi e dirigersi verso la cabina di guida, dove Brandon teneva le mani sul volante nell’esatta posizione che insegnano nelle autoscuole. Aveva il viso di un arcangelo e una moglie che insegnava alle medie.

«Allora, okay», esordì Quinn mettendosi la cintura. «Mi sono divertito un sacco.»

«Have Guitar, Will Travel», replicò Brandon.

«Certo. Ma voglio dire, se il vostro uomo non torna.»

«Tornerà. Come sempre.»

«Certo. Ma se non lo fa.» Quinn si voltò per riuscire a vedere tutti, avvertendo l’ardente presenza di un ponte in fiamme alle sue spalle. «È solo un’ipotesi. Non ho mai saltato una serata.» Aveva suonato con l’influenza, con una caviglia rotta, con un doposbornia da occhi fuori dalle orbite, con un bambino appena nato a casa, che se attaccava a piangere continuava per sette ore di fila. Non si era mai nemmeno presentato in ritardo.

Avevano occhi placidi, quei ragazzi; placidi occhi azzurri colmi di sincerità, di una compassione che nasceva dall’agiatezza. Erano cresciuti in case allegre stracolme di giocattoli e ora un loro singolo aveva avuto successo e veniva trasmesso per radio; l’industria musicale cominciava a fiutarli e i soldi di famiglia avevano più anni di Mosè. Quinn pensava a tournée organizzate, concerti sui palchi più importanti, arene e teatri sinfonici. Pensava: Belle, ce l’ho fatta. Ecco la tua metà. Il panico gli martellava la testa. «Non pensate mai al fatto che, magari, il vostro uomo non è poi così convinto di volere, ehm, seguire la retta via?» Quegli occhi placidi fissi su di sé lo imbarazzavano, lo rendevano vulnerabile.

«È uno di famiglia», replicò Brandon. Fine della storia.

Quando giunsero davanti a casa di Quinn, era notte fonda e tutto era immerso nel silenzio. Brandon saltò sul marciapiedi per posarvi l’amplificatore di Quinn, e per un bruciante attimo lui si sentì un vecchio con le vene in rilievo. A quell’ora il quartiere aveva un aspetto desolato: palazzi scuri e silenziosi, lungo la strada un’accozzaglia di automobili abbandonate fino al mattino. Da quel punto si vedevano il ponte e uno spicchio di baia, ma a nessuno sarebbe mai venuto in mente di definirlo un bel panorama.

«Sai bene di essere il nostro uomo, paparino», riprese Brandon. Il suo sguardo non vacillò nemmeno per un istante. «L’uomo su cui contiamo.» Fu allora che Quinn si accorse che gli altri lo stavano guardando dal camper, e si domandò se anche suo figlio lo avrebbe guardato in quel modo, se avesse raggiunto la loro età.

Aspettò che si allontanassero e poi trascinò le sue cose su per le scale. Certe donne trovavano affascinante casa sua, anche se lui aveva letteralmente accantonato le proprie pulsioni sulla scia del lutto straziante di Belle e della propria confusa sofferenza. In camera aveva un letto matrimoniale dall’aspetto monacale e ripiani di legno ricoperti di libri e di cd. Su una mensola alla sua altezza conservava la fotografia del ragazzino.

A un tratto ebbe un flashback, lui che tornava a casa e trovava il bambino sveglio nel suo lettino, a fissare il vuoto attraverso le sbarre illuminate dalla luna. Ricordò la stanza soffusa di luce notturna, il figlio disteso in silenzio e il proprio improvviso bisogno di suonare la chitarra che la madre gli aveva regalato da piccolo, riposta a mo’ di magra speranza sotto quel lettino. Quinn si era seduto lì vicino e aveva suonato la melodia più dolce di cui fosse capace, cantando una ninnananna che sua madre aveva cantato per lui, conscio dello sguardo lunare del figlio che si era posato prima sulla chitarra lucente e poi su di lui; quasi avesse compreso da dove realmente proveniva la musica. A Quinn era sembrato di aver toccato il cielo con un dito, quando il bambino si era finalmente addormentato, ma dopo quella notte, ogni volta che aveva tentato di suonare di nuovo per lui, il piccolo si era messo a fare smorfie, a serrare i pugni e a piagnucolare, finché Quinn non aveva cominciato a sospettare di averlo sognato, quel loro magico momento notturno.

Appoggiata al muro in un angolo della camera, adesso, c’era la stessa chitarra, la cassa armonica piena di graffi dovuti all’usura. La teneva con sé come si tiene un cane malato, per affetto e gratitudine. Se la portò a letto e l’accordò fino a ottenere un sol maggiore, mentre il respiro si allentava e lui provava a placare quella sua sete atroce. Il mattino dopo avrebbe riempito le mangiatoie di Ona e le avrebbe falciato il prato, per poi portare a Belle metà della sua paga settimanale. Chiuse gli occhi, grato per quegli obblighi, ancorché di poco conto.

La notte trascorse lenta. Quinn, con il capo reclinato sulla cassa armonica, entrò in uno stato di grazia che avrebbe potuto definirsi blandamente, generosamente, una preghiera. All’alba, poggiò la testa sul guanciale e si addormentò con la chitarra fra le braccia.

Questa è la signorina Ona Vitkus. E questi sono i ricordi e i frammenti della sua vita su nastro. Parte quarta.

La guerra? Ancora?

Questo è vero. Gli altri bambini della tua classe intervisteranno delle nonne che ricordano soltanto la seconda. E magari nemmeno quella. Sarai tu ad avere l’intervistata più vecchia, con un vantaggio di quarant’anni buoni.

Non mi stupirei minimamente se il maestro Linkman ti assegnasse dei crediti in più.

Noi non la chiamavamo Prima guerra mondiale. Come potevamo immaginarci che ce ne sarebbe stata una seconda?

Be’, io ero qui.

Fammi capire, credevi che avessi attraversato l’oceano con l’elmetto in testa? Ero proprio qui a Portland, nel Maine, lavoravo dieci ore al giorno come dattilografa in un ufficio e vivevo con tre oche in un appartamento gelido.

Elm Street, la strada degli olmi. E un olmo in effetti c’era, una vera bellezza, proprio davanti al mio edificio. Erano trascorsi sei mesi dall’armistizio, quando Howard mi notò mentre rientravo a casa dopo essere stata dalla sorella di una mia vicina, nei pressi del parco. C’ero andata per sentire un disco con il loro grammofono nuovo.

Oh, ma all’epoca gli olmi erano ancora vivi e vegeti. Tappezzavano la città. Di alberi del genere tu non ne hai mai visti. Era primavera. Maggio. La guerra era finita, come pure l’influenza spagnola, che si era portata via cinque ragazze nella compagnia di assicurazioni per cui lavoravo. A novembre la ditta chiuse per due settimane, e allora era difficile stare al caldo perché avevano chiuso anche i cinema. Le sale da ballo, le chiese, tutto sprangato. E intanto arrivavano camionate di ragazzi traumatizzati, alcuni senza braccia o senza gambe. A maggio, l’intera città era pronta a risvegliarsi da un incubo spaventoso. Ed ecco Howard Stanhope, il raffinato vedovo che avevo conosciuto da bambina, pronunciare il mio nome nel cielo primaverile.

È un fonografo vecchio stile. Un giradischi. La prima canzone che ascoltai fu The Star-Spangled Banner cantata da Margaret Woodrow Wilson, la figlia del presidente.

Buon Dio, no, era uno strazio. Quella povera ragazza cantava come una zanzara strozzata.

Io non sapevo cantare. Non me la cavo con questo genere di cose.

Oh, non lo so: mmm mmm mmm, una cosa così. Più o meno.

Non ridere, non era mica colpa sua. Oh, adesso costringi me a farlo!

Sì, dunque c’era Howard all’angolo tra Elm e Congress Street, che mi invitava a fermarmi con la sua voce da gentiluomo. «Signorina Vitkus, giusto?» mi chiama. Hai presente il tipo? Mister fascino?

Be’, in effetti lo ero. Ero lusingata che qualcuno mi avesse riconosciuto. E soprattutto che fosse qualcuno della mia città. Ero rimasta a quando quell’uomo gestiva il negozio di musica in Mercantile Street, a Kimball. Oh, erano tempi così duri. Io avevo diciannove anni, ormai ero una donna, ma credo stessi ancora aspettando che Maud-Lucy tornasse da me. Ed ecco capitarmi davanti questo galantuomo che si ricordava il mio nome. Sono stata un’idiota a scambiare quel guizzo di contentezza per amore.

Eccoci alla parte sulla Prima guerra mondiale: Howard aveva superato di gran lunga l’età della chiamata alle armi – aveva trentanove anni suonati –, eppure si era arruolato volontario come conducente di autoambulanze quando tutti gli altri facevano domanda di rinvio militare. Questo glielo devo riconoscere. Tornò a casa devastato, ma la sua crisi non si manifestò in modo normale, diciamo così.

Tanto per cominciare, gli si era guastato l’udito da un orecchio, perciò doveva avvicinarsi molto per sentire, e la gente si convinse erroneamente che fosse rientrato dalla Francia con la smania di ricongiungersi con il prossimo. Mostrava un aspetto e un comportamento perfettamente normali, un commerciante dai modi impeccabili.

Stanhope Music Company. Aveva venduto il negozio di Kimball per andare in guerra, e al suo ritorno si era trasferito a Portland per rilevare quello del padre, che portava lo stesso nome. Si affacciava su Forest Avenue. Io andai a lavorare per lui, proprio come aveva fatto la prima signora Stanhope, a Kimball. Otto mesi dopo, per un’imperdonabile mancanza di fantasia, lo sposai.

Perché mi sentivo sola, suppongo.

Be’, ti ringrazio. All’epoca mi sembrò un motivo più che valido. La nostra casa in Woodford Street c’è ancora. L’hanno trasformata in un posto dove ti lardellano di alghe marine per farti ringiovanire la pelle.

Ovvio che non funziona. Non c’è niente che funzioni. Non esiste al mondo un solo trucco di magia che possa restituirmi giovinezza e bellezza.

Che gentile. Di’ ai tuoi genitori che hanno cresciuto un giovanotto proprio beneducato.

A tua madre, allora. Dov’ero rimasta? Howard. Non mi resi conto di quanto fosse provato dalla guerra finché non fu troppo tardi. Dovresti dire al tuo maestro Linkman che anche le donne rimasero traumatizzate. Bisognerebbe chiederlo oggi a quelle giovani mogli, in questa guerra idiota che si sta consumando ora in un Paese che la maggior parte di noi nemmeno sa indicare sulla cartina; tutti quei poveri uomini – e donne, anche, immaginati un po’, le donne a casa con i bambini! – che tornano in America rovinati da ciò che hanno visto e fatto.

Non mi riferivo a te. Non ho dubbi che tu sappia localizzare l’Iraq su una carta geografica. Oh, ma non parliamo di guerra. Per un sacco di gente la guerra non è un argomento, è una pietra sul cuore. Ti ho mai detto che ho espresso il mio primo voto nel 1920?

Esatto, il primo anno in cui le donne furono ammesse a votare. Di certo ne saprai un sacco, di date importanti. Oh, ti ho raccontato un’altra frottola. Espressi un voto, sì, ma non ufficialmente.

Perché il giorno delle votazioni mi mancavano ancora due mesi per compiere ventun anni. Howard trascorse tutto l’autunno a procurarsi registrazioni per il negozio – due al mese, una dei Democratici e una dei Repubblicani. Due dollari ciascuna, per tre minuti di discorso. I clienti repubblicani li faceva pagare, per ascoltare la registrazione, mentre i democratici potevano seguirla gratis. Si presentavano a frotte a sentire il governatore Cox. Venivano apposta per quello.

La stessa pappardella di oggi, che la guerra del presidente Wilson aveva salvato la civiltà. Non che io voglia ingigantire la cosa, ma più si avvicinava il giorno dell’elezione, più diventava difficile varcare la porta del negozio.

Certo che no! Howard non mi avrebbe mai fatto avvicinare al grammofono!

Io avevo il compito di offrire sidro e biscotti, ma segretamente stavo pianificando il mio voto.

Perché capitò che una delle nostre clienti fosse sulla mia stessa barca: anche lei compiva gli anni a gennaio. Jane, si chiamava. Jane Baxter. I Baxter abitavano in una bella casa del West End, prima che i proprietari cominciassero a fare a pezzi quegli splendidi edifici. La signora Baxter veniva al negozio una volta la settimana per i suoi spartiti – suonava la viola – e se a servire c’ero io facevamo due chiacchiere.

Santo cielo, no! Jane era troppo ricca per essere una mia amica. Una donna di tutt’altra classe. Indossava orecchini di diamante, un regalo di suo marito, un uomo attraente. E stava organizzando un’elezione di prova a casa sua, per le ventenni che erano troppo giovani per votare. Dalle dodici all’una del pomeriggio, con la proclamazione dei risultati all’una e quindici. Mi invitò.

Puoi scommetterci che ci andai! Il giorno del voto arrivai a Neal Street alle dodici in punto e la casa straripava di donne. Tutte quelle stanze linde, raffinate, con le maschere africane ornate di piume appese alle pareti. Ci vennero offerti ponce e bignè alla crema, e la sorella di Jane suonò un’arpa tirata a lustro. In fondo al salotto c’era la cabina elettorale dove apporre la propria preferenza sulle schede.

Non ricordo. Non era così importante, almeno non per me, se somigliassero o no alle vere schede elettorali. Io compilai la mia e la infilai in una scatola decorata.

La sorella di Jane conteggiò i voti e li registrò su un libro mastro del tutto identico a quello che usavamo in negozio. L’attesa ci deliziava. Come potrai immaginare, c’erano parecchie suffragette. E il signor Baxter non si fece nemmeno vedere.

Delle donne che si battevano per ottenere il voto. Giravano il paese e tenevano discorsi in pubblico. Alcune di loro erano un po’ mascoline, a dire il vero. E capitava che la gente lanciasse loro qualcosa addosso.

Oh, sì, e qualcuna fu anche trascinata in prigione per aver espresso il proprio pensiero. Ma in quella casa c’erano anche parecchie donne di tutt’altro genere, signore schive e insignificanti come me, con qualche figlio in arrivo.

In tutto eravamo in ventisette. Io non ne conoscevo neanche una, a parte Jane. Sorseggiammo il nostro ponce, facemmo previsioni sul vincitore alle vere elezioni, giocammo con l’idea di mettere il nome della sorella di Jane sulla scheda elettorale. Ci facemmo tante di quelle risate, una sferzata di vita. L’altra sorella di Jane, che aveva trent’anni, si presentò prima dello spoglio e parlò per quindici minuti di come avveniva la vera votazione.

Oh, fu davvero elettrizzante. Ma una volta rientrata a casa, il mio umore si incupì.

Be’, per dirtela tutta: non avevo amiche. Né Jane Baxter né nessun’altra.

Questo sì che è un peccato. Un ragazzino della tua età non dovrebbe sapere che cosa si prova. Per me le cose furono più facili, perché Randall nacque un mese dopo, e si fa presto a non pensare più all’amicizia quando si allevano dei bambini, si gestisce un negozio e si tenta di impedire al proprio marito di prendere a coltellate i mobili di casa per non essere riuscito a pubblicare le sue lagnosissime canzoni.

Howard mi chiese la stessa cosa, e io gli risposi: Eugene Debs. «Un socialista?» protestò lui. Non poteva crederci. Aveva gli occhi fuori dalle orbite, così: «Mia moglie ha votato per un socialista?»

Lo so. Il mio voto non contava. Almeno agli occhi di Howard. Ma segretamente, io sognavo che il signor Debs venisse a sapere, tramite amici e conoscenti dei Baxter, che una signora di Woodford Street, troppo giovane per votare, lo voleva presidente.

L’occasione successiva? A quell’epoca avevo già due figli e votai per il signor Robert La Follette, e quella volta il mio voto contò.

Oh, bontà mia, Howard era fuori di sé. «Un altro socialista?» protestò di nuovo. «Non è un socialista», esclamai per tutta risposta, «è un progressista.» Il povero Howard si stava strozzando con il porridge. «Perché, Ona? Santiddio, perché?»

Perché potevo farlo, ecco perché. Ero una donna sposata che non possedeva nulla, nemmeno i vestiti che indossava. Però il voto apparteneva a me, ti pare? Perché non avrei dovuto votare per i socialisti? A volte non mi capacito del tempo che ho trascorso accanto a quell’uomo avaro, sospettoso e tanto, tanto triste.

Ventotto anni. Finiti tutti nel dimenticatoio, a dire il vero. Dopodiché passai altri vent’anni alla Lester Academy, seduta al mio scrittoio con l’alzata a scomparsa fuori dell’ufficio del dottor Valentine, con la costante sensazione che stesse per accadere qualcosa di eccitante.

No, in realtà no. Passavo la giornata a battere a macchina e ad archiviare documenti. Ma quello che mi piaceva era quel senso… quel senso di attesa.

Credo che fosse così, almeno un po’. Un po’ come tentare di stabilire un record. E poi, tricchete tracchete, altri vent’anni da pensionata. E anche quelli sono volati. Poi altri venti da vecchia bisbetica. E ora…

Oh. Be’, ti ringrazio. Ma capiscimi: potrei avere altri vent’anni a disposizione. E io che pensavo di aver esaurito tutte le mie cartucce.

Ci puoi scommettere, tenace amichetto mio. Le faremo venire l’orticaria, a quella francese.

Oh, e va bene: mmm mmm mmm.