16

QUINN si svegliò tardi, abbacchiato dal rimorso, intrappolato fra le asettiche lenzuola di un motel. Dopo aver bussato energicamente alla porta di Ona per dieci minuti estenuanti, andò a chiamare il direttore del motel, lo stesso ragazzino con il naso aquilino della sera prima, il quale aprì la porta della stanza svelando l’umiliante immagine della donna che usciva dal bagno con indosso una camicia da notte lunga fino al ginocchio. Quinn gridò come un gatto a cui avessero pestato una zampa.

«Tu che ci fai qui?» strillò lei. «Vai fuori!»

Quinn si tappò gli occhi mentre il direttore si volatilizzava. «Ho bussato cinquanta milioni di volte, Ona», si giustificò, voltandole le spalle. «Pensavo che…» Aveva di fronte la porta spalancata e, oltre quella, la luce del giorno, la tentazione dell’auto con il pieno di carburante. Ne aveva abbastanza di buone azioni. Il «salvataggio» teatrale di Ted aveva placato fin troppo la sua fame di bontà.

«Vai fuori», ripeté Ona. «Non ho intenzione di spirare per i prossimi diciott’anni.»

Un’ora dopo, davanti a una scadente colazione nella bettola annessa al motel, dove avevano già mangiato una volta, Quinn non aprì bocca per l’imbarazzo, sorseggiando immusonito una tazza di caffè annacquato mentre Ona spazzolava una pila di tre pancake ai mirtilli. A quanto pareva, non era ancora la stagione delle mele.

Fu lei a ravvivare l’atmosfera. «Tu non ti aspetteresti che un chirurgo di successo, cresciuto con amorevole tenerezza, si scegliesse un finale un po’ più lieto del girare in sedia a rotelle per le stanze di una casa di cura con un binocolo al collo?»

«Le persone non se lo scrivono da sole, il finale», sentenziò Quinn.

«Be’, io il mio ho intenzione di scriverlo.» Nonostante l’incidente della camicia da notte, Ona era stranamente ringalluzzita; merito dell’impulsiva offerta d’aiuto da parte di Belle, che aveva già menzionato quattro volte.

«Potremmo passare di nuovo a trovare tuo figlio, mentre lasciamo la città», le propose Quinn. «Parliamoci chiaro, Ona, questa potrebbe essere la tua ultima occasione.»

«Tranquillo», replicò lei. «Laurentas ha altri dieci anni buoni davanti a sé.» E gli fece l’occhiolino.

«Sono stato uno schifo di padre», confessò Quinn, a voce così bassa da non farsi quasi sentire.

Lei annuì, evasiva. «C’è di peggio.»

«Tipo?» Era ansioso di saperlo.

«Essere una madre normale», rispose Ona bevendo un generoso sorso di caffè. «Di padri schifosi ce ne sono a bizzeffe, chi ci fa più caso? Qualunque genere di padre tu sia stato – e checché tu ne dica tanto male non dovevi essere, ne sono sicura – hai probabilmente fatto del tuo meglio, e nessuno si aspetta molto di più da un uomo.»

«Se lo aspettava Belle, però.»

«Ti dirò una cosa, Quinn», continuò l’anziana donna in tono serio. E lui rimase di stucco a sentirle pronunciare il suo nome. «Se ti comportassi di più da padre affranto, forse la tua signora ti rivorrebbe indietro.»

Vedendo trasparire dal viso di Ona tutto il suo affetto per lui, Quinn capitolò: «E come si comporta un padre affranto?»

Dopo qualche attimo di silenzio, lei sentenziò: «Come quel Ledbetter».

Punto sul vivo, Quinn non rispose, distratto da un gruppo di sette liceali chiassosi che entrarono nel locale con indosso la maglia della squadra e bubbolando come gufi. Occuparono l’intera panca lungo la vetrata semicircolare, come se fossero i padroni del tavolo, della città, della loro stessa anima, di tutta la gioia e la follia del mondo.

«E gradirei che la smettessi di chiamarla la mia ‘signora’», protestò Quinn, «dal momento che non lo è per niente.»

«Tu mi hai fatto una domanda. E io ti ho dato una risposta.»

Quinn fu tentato di alzarsi e piantarla in asso. Di lasciare che se lo trovasse da sola, il modo di trascinare quelle sue ossa tanto amanti di Ledbetter per i trecentosettanta chilometri che li separavano da Portland, visto che alla fine quel santo del capo scout non si era fatto vivo.

Con un gesto della mano troncò sul nascere ogni dialogo e la colazione proseguì in silenzio. Ona raccolse il tovagliolo che aveva poggiato sul grembo e si pulì il mento. «Chissà se esiste un record per i pancake più deliziosi.»

Lui la osservò per un istante. «Non riesco a capire come sia riuscito a contagiare anche te con questa fissa dei record.» E ingollò quel che restava del caffè. «Ti sei proprio fatta accalappiare.»

«Uno», replicò lei, «non è una fissa. Due: mi ha accalappiato con l’entusiasmo.»

Quinn continuava a dimenticare tratti essenziali del figlio: era stato un ragazzino entusiasta, non poteva negarlo. La sua risata erompeva dal nulla, allarmante quanto un cane che spunti dall’oscurità. Erano scoppi di gioia che teneva inguainati per brandirli nei momenti più inattesi. Ora sì, ora no, ora sì, ora no. A differenza di Belle, a differenza di Amy e di chiunque avesse avuto un debole per suo figlio, Quinn aveva sempre trovato inquietante, persino sconvolgente, quel gioco di prestigio che era la sua vita interiore. D’un tratto fu assalito dal ricordo delle sue litanie: la voce metallica, gli elenchi, le enumerazioni, il viso immobile e gli scatti inconsulti delle dita. Si era sempre sentito a disagio in sua presenza, turbato dal mondo in cui dimorava.

«Guarda un po’», esclamò Ona. «Guarda un po’ chi c’è.»

Ted e Belle: lui che abbracciava un vistoso geyser di gigli marroni e arancio, lei con indosso un seducente prendisole bianco che Quinn non aveva mai visto. Le spalline, bordate di rosso, sembravano commestibili. Aveva i capelli lucenti. Touché, Ledbetter, pensò amaramente Quinn. Bravo.

«Dovete farmi un favore», esordì Belle. «E non dite di no.» Prima che Quinn potesse schivare il colpo, lei lanciò la granata: «Io e Ted ci sposiamo fra mezz’ora e ci servono dei testimoni».

Il gruppo di liceali proruppe in un applauso; Belle li guardò sorpresa e poi sorrise. Ted sfoderò un sorriso da girasole, e uno sciame di api invase la testa di Quinn.

«Un matrimonio?» chiese Ona prendendo colore. E Quinn constatò che, con la luce giusta, sarebbe anche potuta passare per una novantacinquenne.

«Stamani abbiamo sbrigato le pratiche», le spiegò Ted, «ma perché l’unione sia legale ci servono dei testimoni.»

E Belle aggiunse: «Gli impiegati comunali non erano molto disponibili».

«Siamo nel Vermont», commentò Ted. «La gente è di poche parole.»

«E comunque, volevamo qualcuno che conosciamo.» Belle si rivolse a Ona. «Immaginavo di trovarvi ancora qui. Quinn non si sveglia prima delle dieci dai tempi del liceo.»

«Non è una decisione improvvisa come sembra», spiegò Ted a Quinn. «È da…» e qui guardò Belle come in adorazione, «…è da un po’ che ne parliamo.»

Lei sollevò la gamba, mostrando un sandalo bianco impreziosito da borchie dorate. «Li ho presi in un centro commerciale. Siamo in piedi dalle sei.» Non aveva l’aria felice, no… però sembrava meno condannata a soffrire.

«Stasera devo esibirmi», annunciò Quinn con la testa che ancora gli ronzava. «Dovremmo essere già in marcia da una decina di minuti.» Una volta aveva ricevuto una palla da baseball in fronte, ma questo era peggio.

«Sono quei ragazzi di chiesa», ricordò Ona agli altri. «Non faranno storie se si presenta un po’ in ritardo.»

«Ci vorrà meno di cinque minuti», insistette Belle. «Non mi aspetto che tu faccia i salti di gioia, Quinn, ma se t’importa di me, questo è il modo che hai per dimostrarmelo.»

Gli rivolse uno sguardo spettrale e attonito, che abbracciava tutta la loro storia dall’inizio alla fine. Di lei non gli restava altro.

Era la stessa espressione che aveva avuto la sera prima del terzo compleanno del figlio, quando lo aveva costretto a sedersi nella casa buia dopo che era rientrato esausto da un’esibizione e aveva posato l’attrezzatura. «Non era questa la mia idea di vita famigliare», aveva esordito accendendo una lampada. «La solitudine era l’ultima cosa che mi aspettavo.» Era stato uno di quei momenti in cui il ticchettio degli orologi sembra cessare di colpo. «Preferirei starmene da sola piuttosto che vivere nel rancore. Preferirei che tu fossi assente per davvero, piuttosto che solo virtualmente.»

Stanco per aver guidato un’ora su strade bagnate, Quinn aveva preso di tasca l’incasso della serata. «Ci sto procurando di che vivere», aveva replicato. «Sto facendo la mia parte.»

«Procurarsi di che vivere non basta», aveva sussurrato lei. «Dobbiamo viverla, la vita.»

Quinn desiderava soltanto il suo letto, il tepore del corpo della moglie contro il suo e due o tre ore di oblio prima di essere svegliato dal figlio, che aveva paura degli insetti, dei batuffoli di polvere, dei cappotti imbottiti e del colore giallo. Ogni mattina la stessa scena: lo stesso tremolo di panico che scalava le ottave mentre Belle schizzava giù dal letto e Quinn apriva gli occhi con un fiotto di adrenalina nel cervello.

«Ero convinta che ci saremmo mostrati un po’ più all’altezza della situazione», aveva proseguito Belle. E ovviamente lei era stata all’altezza. Se fosse esistita un’ipotetica massima altezza da raggiungere, Belle aveva toccato la vetta; una vetta ripida che aveva scalato a piedi nudi, sferzata da venti gelidi e braccata dai lupi.

«Come?» aveva esclamato Quinn, allarmato dalla sua espressione. «Aspetta.» Le parole celavano miriadi di significati e lui era un interprete mediocre. Si sentiva stordito e ubriaco, anche se era sobrio dal giorno in cui il figlio era venuto al mondo. Il loro bambino: quinto percentile di altezza e di peso, ma con un’intelligenza quasi sconcertante, capace di completare puzzle adatti a ragazzini di dieci anni e di copiare le parole dai libri. Le zie di Belle, che lo accudivano a turno, affermavano adoranti che quel bambino le sfiniva per il solo fatto di esistere.

«Ecco che cosa voglio», aveva dichiarato poi Belle aprendo un foglietto ripiegato. Aveva tutta l’aria di essere una lista lunga. «Voglio che ripari la recinzione. Voglio che tu sia contento di alzarti presto. Voglio che il sabato ci porti al parco. Voglio che tu smetta di fare le serate.» Aveva lasciato passare un istante, prima di continuare. «E voglio che dimostri di volerci bene.» La sua voce aveva assunto un sottofondo armonico, il suono di un antico strumento in legno, la stessa voce dolente con cui gli aveva rivelato di essere incinta. Aveva dimenticato di prendere la pillola – un atto di volontà inconscio, come avrebbero decretato a posteriori –, ma all’epoca non era riuscita a spiegarsi come fosse successo. Ora che è successo, però, sta a noi accettarlo. Anche allora, Belle aveva sprigionato tutto il calore della propria convinzione interiore. Nessuno ti obbliga a sposarmi, Quinn. Molti altri uomini non lo farebbero.

«Stanno aprendo uno studio di registrazione a Cambridge», aveva ripreso lui cauto quella notte. «Il tizio è uno che conosco.»

Lei aveva chiuso gli occhi.

«No, Belle, ascoltami, sta cercando dei musicisti di sessione», aveva continuato prendendole le mani. «Non saremmo costretti a trasferirci. Farò il pendolare.»

«Oh, Quinn.» Belle si era tappata gli occhi sospirando. «Questa vita andava bene un tempo. Quando ancora mi piaceva farmi coinvolgere. Ma stiamo parlando di un tempo.»

«Belle, ascolta…»

«Amavo la tua musica», lo aveva interrotto lei. «Ero convinta che…» E aveva incrociato le braccia sul grembo, facendo sì che la sua lista di richieste crepitasse sinistramente sul cotone della camicia da notte.

«Eri convinta di cosa?»

«Ti ho creduto. Ho creduto a tutto.»

Sentirla parlare al passato lo aveva addolorato profondamente, riportandolo nella camera in cui Belle dormiva ai tempi dell’università, la sera in cui lui aveva suonato con i Benders nel cortile del campus, quando lei aveva diciannove anni e le sue pareti pulsavano di quadri astratti dentro cornici di legno di pino. «Ero convinta di desiderare qualcosa di diverso», aveva proseguito Belle sottovoce. «Quanto vorrei essere stata capace di desiderare davvero qualcosa di diverso. Lo vorrei sul serio, Quinn. Invece ho scoperto che i miei desideri sono identici a quelli di tutti gli altri.» Nella sua voce c’era ancora quel timbro, quell’estenuata risonanza. Una voce nata per cantare, se solo fosse stata intonata. Era questo che amava di lei: per Belle, tutta la musica era un miracolo.

«Anch’io vorrei tanto essere stato capace di desiderare qualcosa di diverso.»

«Quello che desidero io», aveva continuato lei guardandolo negli occhi, «è un altro bambino, Quinn.»

«Oh, no. Oh, Belle. Non ce la faccio.»

Lei aveva annuito con solennità. «Lo so.»

A quel punto, in Quinn era scattato qualcosa. «Non ci sarà mica… c’è qualcun altro?»

«No», aveva risposto lei. Ma lui aveva sentito: Non ancora.

L’aveva sposata quando gli sarebbe stato più facile fare diversamente, a riprova – come se ne avesse avuto bisogno – del fatto che l’amava. Aveva riconosciuto il bambino. E non l’aveva incolpata di aver dimenticato una pillola. Era stato quel suo misero brandello di dignità – la speranza di non essere come molti altri uomini – a guidarlo durante la separazione. C’erano stati ultimatum e ripensamenti; lunghe e travagliate notti d’amore; promesse fatte e infrante; e anche molte lacrime; ma alla fine la lista che Belle aveva stilato dal più profondo del cuore si era ridotta a un unico, impossibile compito: diventare un’altra persona.

Quando finalmente Quinn se ne era andato, aveva giurato a se stesso di fare esattamente quello, diventare un altro, come i cercatori d’oro e i pionieri del selvaggio West che inseguivano l’orizzonte e mandavano i soldi a casa. Avrebbe ottenuto il posto fisso in uno studio di registrazione, sarebbe diventato un professionista flessibile, il musicista di tutti i musicisti, quello su cui contare, che compariva nelle note di copertina e nei ringraziamenti degli album. Per dimostrarle che era valsa la pena inseguire il suo sogno.

Lo scioglimento legale del matrimonio lo aveva raggiunto a Chicago, dove si era letto tutti i sottoparagrafi, i cui «premesso che» gli ricordavano l’intero andamento della loro storia, un intreccio tale da poter essere sciolto soltanto per forza di legge.

Cinque anni dopo, quando aveva sposato Belle per la seconda volta – Perché mi mancavi, Quinn, e un figlio ha bisogno del padre –, Quinn aveva pronunciato le parole «Lo voglio» con intensità e volume tali da farla scoppiare in una fragorosa risata.

Ma in quel secondo «Lo voglio» lui ci aveva creduto davvero, persino con quel suo misterioso figlio accanto che, lo sguardo perso nel vuoto, ascoltava e contava qualcosa di indecifrabile con le sue dita scheletriche. Stava forse contando i pensieri del padre? Era questo che contava?

Si era sentito come un bulldog regalato a un bambino che aveva chiesto un pappagallo.

Ce l’aveva messa davvero tutta? All’epoca era convinto di sì. Ma un anno dopo, frastornato da un impiego in un grande negozio di elettronica dove assemblava impianti acustici, era stato assalito da quella vecchia, atroce e dolorosa irrequietezza, mentre Belle riattaccava a parlare di bambini. Le dita di Quinn soffrivano a non suonare, e la monotonia dei mesi aveva offuscato il fulgido desiderio di restituire a sua moglie la felicità.

«Gli piace elencare le cose», aveva azzardato una sera mentre lavava i piatti e Belle li asciugava. «C’è qualcosa di strano in questo?» Per settimane aveva tenuto per sé quella domanda, ma poi le parole gli erano uscite involontariamente di bocca, rovinando quel loro placido quadretto domestico.

Belle aveva alzato le spalle. «Uno, due, tre sono state le sue prime parole.» Che non aveva pronunciato fino al compimento dei quattro anni, un altro degli innumerevoli dettagli preoccupanti che Quinn aveva messo insieme da quando era tornato.

Amy, che era venuta a trovarli per il fine settimana, aveva spalleggiato la sorella: «La chiamano personalità, Quinn». E, staccando un pezzo di pan di zenzero fatto in casa, lo aveva offerto al cognato per farsi perdonare lo smacco; ma lui aveva le mani bagnate e non lo aveva accettato.

Con delicatezza, Quinn aveva insistito: «È solo che gli altri bambini non sembrano così…» Si era interrotto per riformulare la frase. «Mi chiedo se ci sia da preoccuparsi. Di qualche… cosa.»

Belle aveva continuato a strofinare, anche se dal suo atteggiamento si capiva che lo stava ascoltando. «Che cosa intendi per ‘preoccuparsi’?» gli aveva domandato, confermando il suo sospetto che pianificasse la trasmissione delle informazioni orchestrandole su più livelli, nel timore di far deragliare la riunione di famiglia. Lo sgomento di Quinn era stato mitigato dall’orgoglio di saperla interpretare così bene leggendo tra le righe.

«Uno, fissa il vuoto», l’aveva incalzata, usando le dita per addurre un’ulteriore prova, taciuta fino a quel momento. «Due, quando cammina non muove le braccia.»

Adesso Belle lo guardava negli occhi, reggendo un piattino con il bordo filigranato. Aveva preso l’abitudine di servire il caffè in stoviglie antiquate, anche se a lui sembrava una pacchianata.

«Non si muove come gli altri bambini», aveva continuato. «Le braccia restano sempre… così. Giù dritte. Lungo i fianchi. Come se qualcuno lo avesse legato.»

La fronte di Belle si era corrugata. «Stai forse… non lo stai prendendo in giro, vero?»

«No! Oddio, no, Belle. Sono solo un padre che si interessa del proprio figlio.» Aveva lanciato ad Amy un’occhiata smarrita. «Non ho esperienza di bambini», e l’aveva vista alzare gli occhi al cielo, «quindi non so che cosa è normale e cosa… non lo è.»

Silenzio.

«Tre», aveva ripreso Quinn, «è come se avesse un registratore nel cervello. Se sente pronunciare una parola sbagliata la prima volta – il nome di qualcuno, per esempio – gli si piazza lì, come se il nastro si fosse inceppato e non ci si potesse registrare sopra l’informazione corretta.» Ormai si era scavato la fossa da solo e aveva deciso di continuare a farlo. «L’impressione è che qualche aspetto problematico ci sia. Qualcosa di potenzialmente… problematico. Nello sviluppo sociale, che so.»

«Ha un vocabolario che gli altri bambini neanche se lo sognano!» era intervenuta Amy.

«Sì, è vero, ha un vocabolario ricchissimo. Un vocabolario stupefacente.» Quinn non riusciva proprio a capirlo, dove il figlio prendesse le parole e le strutture grammaticali spesso elaborate in cui inseriva quei termini. «Okay, ma parliamo un po’ del modo in cui chiama il suo insegnante, ‘il maestro Linkman’. L’ho corretto cinquanta volte, ma lui continua a dire maestro Linkman. Insomma, sa perfettamente che il sedicesimo presidente degli Stati Uniti è stato Abramo Lincoln. Sa dirti tutto sulla casa d’infanzia di Lincoln, sa il nome della moglie di Lincoln, sa a quale spettacolo stava assistendo Lincoln la sera in cui fu ucciso, sa i nomi degli uomini che formavano il governo di Lincoln, sa chi ha costruito il Memoriale di Lincoln, ma insiste a voler chiamare il suo maestro Linkman.»

Belle e Amy si erano scambiate un’occhiata d’intesa che lo aveva smontato all’istante. «Magari lo chiama così perché il nome del suo maestro è Linkman», lo aveva canzonato Belle. «Andy Linkman.»

Le due donne erano scoppiate a ridere e la tensione che si era respirata fino a quel momento era sfociata nella risoluzione di un accordo che aveva avuto il potere di rincuorare tutti e tre.

«Cavoli, Quinn», era intervenuta poi Amy, «si direbbe che sia tu ad averlo, il registratore nel cervello.»

«Lascialo stare. Mi piacciono gli uomini che si preoccupano», era stato il dolce commento di Belle.

«È stato un esempio infelice, mi pare ovvio.» Ma ce n’erano altri, di esempi: il bambino chiamava le cavallette calabrette. Invece di dire infrangere diceva infraggere, e la gratitudine per lui era la grattitudine.

Le donne avevano riso di nuovo, soprattutto Amy. Quinn aveva lasciato sfogare la cognata – uno sforzo che rientrava nella campagna da lui intrapresa per diventare una persona migliore – e poi si era spiegato meglio: «Quello che voglio dire è che, a prescindere dal numero di volte in cui vedrà o sentirà la parola cavalletta, lui dirà sempre calabretta. E io mi chiedo – se la cosa non ti dispiace, Amy – se questo possa essere indice di un problema. Me lo chiedo come un padre che si preoccupa di suo figlio.»

Belle si era irrigidita. «Nostro figlio non ha niente che non va.»

«Non mi stai ascoltando», aveva esclamato allora Quinn, sempre più infervorato per ragioni che razionalmente non riusciva a nominare. «I suoi insegnanti non possono aiutarlo?»

«Non lo so, Quinn. Perché non ti precipiti di gran carriera a scuola, se riesci a trovarla, e non lo domandi al maestro Lincoln? Se pensi di non farcela a reggere la situazione, dimmelo adesso.»

A quanto pareva, erano arrivati al dunque. Per un anno e mezzo Quinn era stato attento, cauto nel porre le domande e abile nell’eluderle, mentre il bambino era tutto preso da quelle sue bizzarrie sconcertanti. «Sto solo chiedendo, d’accordo?» si era difeso. «In veste di padre. In questo momento è in camera sua a fare che? A contare i lacci delle scarpe o a memorizzare i risultati delle partite di bowling del mondo, oppure a sistemare duecento cd vuoti secondo un ordine indecifrabile, o a compilare elenchi del tutto inspiegabili. Perché non ha amici? Perché cavolo deve contare ogni cosa?»

Amy si era rizzata a sedere. Quali cd? aveva domandato con gli occhi. In che senso, niente amici? Belle aveva reagito con un’espressione di indignata impotenza. Era stato allora che aveva preso in considerazione l’idea di curare il bambino? Nell’esatto momento in cui Quinn aveva insinuato che non fosse normale e Amy si era rizzata a sedere mostrando di prenderne coscienza?

«Lui è quello che è», aveva esclamato Belle rivolgendosi a entrambi. «Il nostro buffo cuccioletto.» Ed era proprio la cosa giusta da dire… un classico di Belle. Con una frase squisitamente calibrata era riuscita a ricomporre il trio, rinfocolando il senso di responsabilità della sorella e annacquando quello del marito.

Più tardi quella stessa sera, mentre Belle assisteva al complicato rituale che il figlio compiva prima di andare a letto – dieci sorsi d’acqua, dieci sprimacciate al guanciale, dieci respiri profondi –, Quinn aveva confidato ad Amy: «Un bambino di nove anni non dovrebbe far parte di una squadra di baseball?»

«È negli scout.»

«Ma non sa il nome di un solo lupetto del Branco.» Quella mattina Quinn l’aveva portato a una riunione della sua sestiglia, un’umiliante esercitazione in cui era stato testimone di quanto Ted Ledbetter, il suo insospettato futuro rivale, ci sapesse fare con i bambini. «Non lo trovi strano, Amy, per uno che elenca tutto? Che non sappia il nome di un solo lupetto del suo Branco?»

Stavano sorseggiando dello scotch in salotto; o meglio, Amy beveva scotch e Quinn un bicchiere di Sprite. «In realtà», aveva replicato lei, «di strano c’è il fatto che tu gli abbia detto cinquanta volte che il nome del suo maestro era Lincoln e lui, pur sapendo che il nome non era quello, non ti abbia corretto.»

Lui aveva bevuto un lungo, infruttifero sorso della sua finta bevanda alcolica.

«Quel bambino ti teme, Quinn. Devi impegnarti di più», aveva sentenziato Amy. E aveva posato il suo drink, che tentava Quinn con il suo suadente tremolio. «Vuoi un consiglio da vera sorella? Belle è convinta che tu non abbia mai instaurato un legame con tuo figlio, e che questo sia vero o no», e a quel punto aveva fatto una pausa significativa, «esprimere giudizi sulla natura più profonda e immutabile di quel bambino non fa che rafforzare la sua convinzione.»

Quinn non sopportava la parola legame, gli trasmetteva un senso di costrizione, e sospettava che Amy l’avesse usata per provocarlo. Ma era un po’ ubriaca e, a parte quella sua osservazione, stavano facendo una tranquilla chiacchierata, perciò Quinn aveva lasciato perdere.

«Non è un bambino con cui sia facile creare un legame.»

«Non c’è niente di più facile, invece», aveva replicato lei senza rancore. «È un bambino meraviglioso. Io lo adoro.» E gli aveva rivolto un’espressione così disarmata, così dolorosamente impotente, che lui non aveva trovato la forza di reggere il suo sguardo.

Belle e Ted aspettavano la sua risposta. E Quinn avvertiva su di sé lo sguardo dei liceali seduti al tavolo d’angolo.

«Non sono mai stata a un matrimonio», cinguettò Ona. «Nessuno mi ha mai invitata.»

«Io avrei preferito sposarmi a casa», dichiarò Ted, «ma andrà bene lo stesso. Sarà perfetto.» Si girò verso la sua futura sposa, incapace di nascondere le proprie titubanze. «Anche se mia madre e i ragazzi ci rimarranno male.»

«Daremo una festa, appena torniamo», lo rassicurò Belle. «E magari ripeteremo addirittura la cerimonia.» E infilò la mano nell’incavo del gomito di Ted, proprio come aveva fatto una volta con Quinn.

Oddio, pensò Quinn. Allora lo ama. E perché non avrebbe dovuto? Ted Ledbetter avrebbe desiderato un vero matrimonio, nel quale poter riunire la madre decrepita, gli adorabili figli e l’intero Branco 23, gli altri insegnanti della King Middle School e tutte le donne che avevano conosciuto la sua angelica, defunta moglie; avrebbe voluto dichiarare pubblicamente il proprio amore su una spiaggia, accompagnato dalla musica dei gabbiani e dei violoncelli, ma poiché Belle non avrebbe retto una riunione di persone care – né in quel momento né mai, forse –, aveva accettato di ripetere qualche frase fatta di fronte a un impassibile funzionario pubblico del Vermont. Ted si stava impegnando a raccogliere i cocci della donna che amava, ad affrontare una causa legale che sarebbe durata anni e un’eterna disputa territoriale con una cognata e un suocero che se lo sarebbero masticato così bene da non avere nemmeno bisogno di ingoiarlo.

Quinn tentò di contenere la propria invidia e il proprio risentimento e, in loro sostituzione, scavando dentro di sé tirò fuori una sorpresa: l’ammirazione.

«Ci vorrà meno di cinque minuti», insistette Belle.

«Ne sarò felicissimo», dichiarò lui, incapace di sorridere.

Ted gli si avvicinò, con il suo profumo di menta e la stessa camicia del giorno prima, ben diversa dalla giacca da cerimonia che probabilmente conservava da mesi nel copriabito della lavanderia. «Non si pentirà di me, Quinn, te lo prometto.»

E lui non ne dubitò, anche se avrebbe tanto voluto farlo. Ted Ledbetter era il genere di uomo che Belle avrebbe dovuto sposare fin dall’inizio. «Che cavolo», disse con un filo di voce, «andiamo, forza.»

Ona si alzò. «Sono a malapena presentabile per assistere a un matrimonio, figuriamoci per prendervi parte.»

«Non lo sono nemmeno io», la rassicurò il futuro sposo, innamorato cotto, «ma sfido chiunque a tentare di fermarmi.»

Si scoprì che lo straripante bouquet era diviso in due mazzi distinti, e Ted ne offrì uno a Ona. «Per la matrona d’onore.» Distese il sorriso e parve rilassarsi, la sua felicità finalmente immune dalla presenza di Quinn, dalla cerimonia sobria e funzionale, dal fatto che i suoi famigliari più stretti fossero a due Stati di distanza.

«E io accetto», replicò Ona, come se Ted stesse chiedendo la sua, di mano. Quinn le lanciò un’occhiataccia punitiva per essere passata così disinvoltamente dall’altra parte, ma lei si limitò a spalancare gli occhi, esortandolo in modo tacito a mostrarsi all’altezza della situazione.

«Buona fortuna, voi due!» gridò una liceale con un berretto da baseball rosa.

Quinn pagò il conto e Ona lo prese a braccetto come se fossero stati davvero invitati a un ricevimento di nozze ufficiale. Mac Cosgrove aveva sempre consigliato a Quinn di frequentare «persone che sanno quello che vogliono». Ebbene, in quel preciso istante ne stava accompagnando una alla macchina; una che si era appena rimessa il rossetto e aveva un ottimo profumo.

«Sei un galantuomo», dichiarò Ona mentre varcavano insieme la porta del locale tappezzata di ditate. «E stai facendo quello che farebbe un galantuomo.»

A dispetto della sua età, della sua fragilità, della mancanza di un’attraente bellezza fisica, con la camicetta rossa di Belle addosso, Ona riuscì a fluttuare reggendosi al suo braccio come se fosse tornata la ragazza di un tempo, e le sue attenzioni lusingarono Quinn, inaspettatamente lieto di riceverle. Lei lo guardava come se stesse soppesando una pietra preziosa, e il minimo che lui potesse fare era assumere il ruolo di testimone della sposa e mettercela tutta.