12

ONA guardò dalla finestra Quinn che sbrigava i propri doveri e in ultimo lavava con la manichetta il vialetto d’ingresso, la maglietta appiccicosa di sudore. Aveva avambracci perfetti e mani vigorose, un effetto collaterale di una vita passata a suonare la chitarra, probabilmente. Quando entrò in casa come fosse la sua e mangiò un brownie senza chiedere il permesso, lei si stupì di quanto tempo fosse trascorso dall’ultima volta che qualcuno le aveva fatto la cortesia di prendersi certe libertà.

E dall’etere piovve un’altra parola: sunus. Conoscere il padre le aveva fatto pensare ai figli.

Gli versò del latte e lo squadrò. «Devi darti un’accorciata ai capelli», disse, con l’intenzione di suonare affettuosa; ma la sua voce conteneva quella nota di biasimo tipica della vecchiaia e le lusinghe le uscivano di bocca come tutto il resto: invertite. Era una contraddizione ambulante.

Lui rise. «Il barbiere costa, Ona, e tu sono settimane che mi peli fino all’osso.»

Settimane? Possibile? Le aveva montato le zanzariere, tolto le controfinestre esterne, riseminato quel che restava di un prato che un tempo la riempiva d’orgoglio. Lei stessa aveva ricominciato a uscire, in quelle giornate d’un tratto così soleggiate, per ripulire i rododendri dalle erbacce e ravvivare quel sopito desiderio di esercizio fisico tornando alla quotidiana, e ormai tentennante, passeggiatina in fondo alla strada. Il quartiere le appariva verdeggiante, diverso, quasi estraneo, come se lei – o il quartiere, magari – fossero appena tornati da un viaggio lunghissimo.

«Wow, ti è mai successo di non vederci più dalla fame?» commentò Quinn, ficcandosi in bocca l’ultimo morso di un secondo brownie. Mangiava come Frankie, come se digiunasse da una vita. Aveva anche le ciglia di Frankie, lunghe e apparentemente umide.

«L’ingrediente segreto sono le noci tritate», lo informò lei. «Il prossimo sabato te ne preparo un’altra infornata.»

Quinn smise di masticare. «Questo è il mio ultimo giorno, Ona.»

«Ah.» A quelle parole si arrestò ogni cosa. «Mi venisse un colpo. Sei sicuro?»

«Sette settimane. E questa è la settima.»

«Devo aver perso la cognizione del tempo», replicò lei. L’idea che Quinn se ne andasse cominciò a pulsare dolorosamente, come un cuore che batte, un punto sensibile di cui non conosceva l’esistenza. «Avrei dovuto tenere il conto.»

Lui prese il mazzo di carte, un gesto che non era permesso. «Un ultimo gioco di prestigio prima che me ne vada?» domandò.

Ona glielo strappò di mano perché non scoprisse che lo aveva truccato per eseguire Invisible Vision, un gioco per cui era indispensabile un’agilità che si sognava persino lui, con quelle sue dita lunghe e affusolate da chitarrista. Le era tornato in mente una sera durante il telegiornale, una serie di istruzioni riaffiorate con nitidezza. Aveva un certo valore, quel trucco. Cinque dollari erano un affare.

Quinn attese che Ona cominciasse. Dava la cosa per scontata. Si aspettava un gioco d’illusione gratis. Poi sorrise di nuovo, un sorriso inatteso che la spinse a farsi domande sul quel novantanove-virgola-nove-nove-nove-nove per cento di esistenza che lui viveva quando non era lì con lei il sabato mattina. Chiederle un gioco di prestigio quel giorno era stata una gentilezza, realizzò; una gentilezza nei confronti di una vecchia decrepita che avrebbe sentito la sua mancanza. Non l’aveva mai insultata con la compassione; mai, fino a quel momento.

«Cinque verdoni», gli fece.

«Non posso.»

«I trucchi precedenti non ti hanno soddisfatto?» domandò lei. «Forse non ti ho fornito la suspense e la soddisfazione per cui avevi pagato con tanta sollecitudine?»

«Sul serio, Ona. Sono a corto di soldi.»

«Forse, se non bevessi così tanto te ne resterebbero abbastanza per il divertimento.»

Lui scoppiò a ridere e a lei toccò fare altrettanto, perché sapeva che Quinn non beveva, anche se in passato lo aveva fatto. La sua risposta le rammentò uno stadio anteriore della loro amicizia; confermava la sottile traiettoria della loro breve frequentazione; rimandava a una strada che, prima curvilinea, poi scoscesa e infine tortuosa, si era arrampicata fin lassù, a quel preciso momento nel tempo. Se Ona non aveva avuto fiducia in lui, adesso l’aveva.

«Vuoi davvero negarmi uno dei tuoi trucchi?» le domandò Quinn.

E le ricordò Louise: ne aveva fatti a centinaia, di trucchi per Louise, soprattutto in quei suoi ultimi giorni di lucidità. La bellissima Louise che si spegneva. Da quel limpido chissaddove piovve un’altra parola: draugas.

Amica. Tanto valeva ammetterlo: aveva il cuore in pezzi.

«Cosa?» fece Quinn.

Ona si sentì andare a fuoco, un’improvvisa vampata di calore. E le sembrò di aver di nuovo cinquant’anni. «Scegli una carta», lo invitò. Gli strappò l’asso di picche dalle dita, lo rificcò nel mazzo e poi allungò la mano e gli tirò via una carta dal colletto. «È questa?»

«Sai benissimo che lo è.»

«Se devi andare, Quinn, tanto vale che tu vada.» Incrociò le braccia. «Iki», disse poi.

«Vuol dire addio?»

Lei annuì, con il pizzicore agli occhi. «Non chiedermi come faccio a saperlo. Perché non ne ho idea.»

Come poteva biasimarlo, se se ne andava? Lei ne sapeva qualcosa di come pesasse a un genitore portare a termine quanto iniziato dal proprio figlio. Quando Frankie era rimasto ucciso, era toccato a lei chiudere il suo misero conto in banca, dar via i suoi libri, la sua chitarra, informare il college a cui intendeva iscriversi di lasciar pure la sua domanda di ammissione in sospeso per l’eternità.

A volte capita che i genitori sopravvivano ai figli; e questo era un dato di fatto. Ma il ragazzino non era stato in guerra, come Frankie; né era stato sconfitto dal cancro nella tarda mezza età, come Randall; era solo un boy scout impegnato in chissà quale impresa alle cinque del mattino. Perché si era concessa il misero piacere di affezionarglisi, anche solo un minimo? Era entrata nel suo secondo secolo di vita convinta di aver chiuso con la morte, se si escludeva la propria.

Perché mai non avrebbe dovuto affezionarsi a lui? Quante probabilità c’erano, in fondo? Il ragazzino aveva undici anni. E lei novantatré più di lui. Invece se n’era andato per sempre, e ora il padre avrebbe fatto lo stesso. Il padre, la cui compagnia le aveva fatto avvertire la presenza vivente dei figli. Del suo, e dei propri.

Quinn si alzò per andarsene. «Ogni tanto ti telefonerò, Ona. Per sentire che combini.»

«Niente d’interessante di sicuro, ma apprezzo il gesto.»

«Sapevi che erano sette settimane, vero? L’accordo era quello, no?»

«Lo sapevo sì. Ho solo perso il conto, nient’altro.»

«Io lavoro, il fine settimana, Ona. Vado a letto alle tre.» Di colpo assunse un’aria colpevole, come di un uomo che abbia abbandonato un gattino sul ciglio della strada. «Insomma, non riuscirei a mantenere l’impegno a tempo indeterminato.»

«Sei stato bravo», lo rassicurò lei. «Mi prenderesti quella pentola lassù, già che sei qui?» E indicò il pensile in alto. Aveva in mente di fare il brodo; di guidare con quella sua patente fraudolenta fino al supermercato a comprare della verdura e delle cosce di pollo con cui prepararlo, per avere il pomeriggio occupato e dopo tre o quattro giorni buttarne via la metà.

«Ogni tuo desiderio è un ordine», rispose Quinn.

Ogni mio desiderio, pensò lei. Che cos’è che desidero?

Quinn posò il tegame sul bancone e si bloccò, fissando qualcosa alle spalle di Ona. Lei si voltò e vide un fuscello di donna esangue in piedi sulla veranda. Anche attraverso il velo della zanzariera, capì subito chi era. E, spinta da un inatteso moto di solidarietà, si affrettò ad aprirle.

«Ti sei alzato con le galline, vedo», disse la madre a Quinn.

«Con i gufi, per la precisione», ribatté lui.

Sul viso di lei, l’ombra di un sorriso: un’espressione capace di riunire in sé tante di quelle emozioni contrastanti che Ona dovette distogliere lo sguardo. Quinn, da parte sua, guardava l’ex moglie con una tenerezza tale da lasciare intendere che tutto sarebbe tornato a posto, prima o poi.

Ona le chiese: «Come sta?»

«Come sto?...» I capelli avevano bisogno di una lavata. «Oh. Uno straccio. Ma grazie lo stesso.»

«Le mie più sentite condoglianze», continuò Ona. La porta era spalancata, ma la madre – Belle, ecco come si chiamava, Belle – non si muoveva. Sembrava aver dimenticato dove si trovava.

«Il suo ragazzino è stato il migliore che ho avuto», azzardò. «Così puntuale. Sono stata benissimo in sua compagnia.»

«Era straordinaria, la sua compagnia», convenne la donna. Aveva gli occhi del ragazzino, grandi, oceanici. «Molti non lo hanno mai capito.»

Ona sbirciò nel vialetto e si chiese come la poveretta fosse riuscita a guidare l’auto con cui era arrivata, una specie di jeep troppo grande per lei. Belle entrò dritta in casa e le si piazzò davanti, proprio come aveva fatto il ragazzino, in attesa di istruzioni. Quanto a Quinn, lo ignorò.

A Ona non piaceva essere fissata, ma non trovò un modo garbato per farlo presente. «Sarei venuta al funerale», disse poi, «ma l’ho saputo solo dopo.» Gettò un’occhiata a Quinn, che era ammutolito. «Ci sono rimasta malissimo. Davvero malissimo.»

«Non si preoccupi. Non so neanche chi c’era e chi non c’era.» Belle scavò in fondo alla borsa e tirò fuori un’enorme busta gialla. «A casa mia è arrivata questa. Presumo sia per lei.»

Aveva un’aria ufficiale. Ona la prese con un po’ di apprensione, perché dai genitori aveva imparato a non fidarsi delle cose dall’aria ufficiale. Ma la busta non conteneva niente di più preoccupante della domanda di certificazione di un nuovo primato inviata dalla sede londinese del Guinness dei primati. Era stata già aperta e maneggiata ben bene.

«Questi gli scrivono di continuo», spiegò Belle. «Stavo per buttarla, ma poi ho capito di avere in mano i suoi ultimi pensieri, in un certo senso. La sua ultima ossessione.»

La madre entrò in salotto e si guardò intorno. «Quinn ha sentito la sua presenza in questa casa, lo sapeva?»

«No», rispose Ona, lanciando un’altra occhiata a Quinn, che osservava l’ex moglie come fosse una bestia mutilata: straziante alla vista e pericolosa.

«Una cosa stranissima da dire da parte sua. Un modo per vendere fumo, forse, per liberarsi da una ragnatela interpersonale. Se c’è una cosa che Quinn Porter odia a morte sono le ragnatele interpersonali.»

«Guarda che sono qui, Belle», intervenne lui.

Lei ispezionò il soffitto, come se il ragazzino potesse materializzarsi da un lampadario. «Continua a passarmi dei soldi. Da chiunque altro lo prenderei come un insulto, ma io so perché lo sta facendo.» S’interruppe un istante. «È un brav’uomo, però ha delle pecche.»

Lui non fiatò. A quanto pareva era paziente, tollerante. Ona non se n’era mai accorta.

«A me è stato di grandissimo aiuto», la informò.

Belle aspettò, prima di ribattere; e parecchio, anche. Così Ona sfogliò il protocollo del Guinness dei primati solo per sentire un minimo di rumore. La madre aspettava e Quinn la guardava aspettare.

Non sapendo che altro fare, Ona lesse a voce alta la lettera di accompagnamento, scritta a mano da una «protocollista» dal nome poco inglese di Florence Wu. Aveva preso in simpatia il ragazzino e si era premurata di spiegargli nel dettaglio quello che la sua «anziana amica» doveva fare al fine di concorrere per il primato di (a) Persona vivente più longeva, (b) Donna vivente più longeva, (c) Persona più longeva mai vissuta o (d) Automobilista patentata più anziana. L’obbligo era uno solo in tutti i casi: radunare i documenti. Anche lei parlava di documenti seri, e aggiungeva i soliti ammonimenti e le solite precisazioni su autenticità e falsificazione.

Al termine della lettura, Ona avvampò. «È stata una bella stupidaggine da parte mia.»

«L’ha iscritta a quattro categorie», puntualizzò Belle. «Quante possibilità ha?»

«Sono senz’altro troppo giovane per la ‘a’, la ‘b’ e la ‘c’. Quanto alla patente, il suo ragazzino mi ha preparato abbastanza bene per il test scritto, ma l’esame di pratica mi preoccupa ancora.»

«Forse ha solo bisogno di una rinfrescatina», insistette Belle.

«Non ho i documenti necessari. È stata tutta una farsa.»

I suoi ospiti ammutolirono, e Ona riempì di nuovo il vuoto esponendo i dettagli della realizzazione di un primato. Riferì dello scarto tra il numero probabile e il numero ufficiale di ultracentenari nel mondo; fornì un sommario orale dei recenti detentori del titolo; aggiunse tutto quello che sapeva sulla vita sfacciatamente lunga di Madame Jeanne Louise Calment. La sua voce assunse un’autorevolezza mutuata, fino alla più sottile inflessione, dal ragazzino. Quel monotono resoconto parve placare la madre – Belle, quella strana bestia che aveva in casa –, e aiutò lei stessa a tranquillizzarsi. Quant’era rassicurante armarsi di informazioni, quant’era confortante scomporre i dati e poi piantarli come paletti per costruire un solido recinto in cui isolarsi, al sicuro dalla fallibilità umana.

A Ona mancava terribilmente quel ragazzino.

«E quindi», s’informò Belle, «lei… che fa? Vaga nello spazio? Non c’è niente che provi la sua esistenza?» La fece suonare come una cosa straordinaria.

«Ho ampia testimonianza della mia esistenza», rispose l’altra. «Ma diverso è dimostrarne la durata.» Un lieve calo di pressione le diede subito alla testa, e lei prevenne le vertigini mettendosi a sedere.

«Belle», intervenne Quinn – ed era l’ora che lo facesse –, «lascia che ti riaccompagni a casa.»

«E con cosa? Con un carro trainato da un cavallo?»

«Con la tua macchina. Poi torno in città con l’autobus.»

Belle non lo sentì o scelse di ignorarlo. «Dovevate essere in combutta, voi due», continuò, rivolta a Ona. Di nuovo l’ombra di un sorriso. «Aveva calcolato la sua età contando anche i giorni – non faceva che parlare di lei –, ma non avevo capito che cosa avesse in mente. Stavo cercando di distoglierlo da questa sua fissazione per i primati perché si dedicasse a qualcosa di un po’ più produttivo.» E guardando Quinn aggiunse: «Gli scout. La musica».

Lui restò immobile. In attesa, pensò Ona. E saper aspettare le parve un’ottima qualità in un uomo.

«È possibile che gli abbia dato ordine io di tener segreta la cosa», confessò poi. «E ora non mi piace l’idea di essere stata scoperta.»

Non era la prima volta che si chiedeva che fine avesse fatto il registratore. Quelle sue confessioni così private da qualche parte esistevano, forse in una tasca segreta di quel suo zainetto, ancora inviolate. Inviolabili, magari: un legame terreno tra lei e il ragazzino. Non c’era modo di chiederlo senza compromettersi. Si alzò lentamente, il sangue che le si rimescolava nella testa.

«Mio figlio adorava i segreti», dichiarò Belle. «Segreti del genere ‘festa a sorpresa’, non quelli cupi, reconditi.» Quinn le aveva passato delicatamente un braccio attorno alle spalle, ma lei sembrava inconsapevole di averlo accanto.

«Questo era del genere ‘festa a sorpresa’», le confermò Ona. «Che non interessava ad altri che a una vecchia gallina.» E rificcò il plico del Guinness dei primati nella busta.

«Belle, perché non…»

«Avrà pure un certificato di nascita, no?» continuò lei.

«Non a portata di mano.»

«In che senso?»

«Il mio certificato di nascita», spiegò Ona, «si trova in possesso di una persona che non vedo da moltissimo tempo. Gradirei non rivelare altro in proposito.»

Belle batté la mano sulla busta: Ona la stringeva al petto come se fosse il ragazzino, che nella vita reale non aveva mai abbracciato. «Mi piacerebbe leggere il suo nome sul libro dei primati», commentò la madre. E poi, rivolta a Quinn: «Mi piacerebbe proprio tantissimo se succedesse».

Ona si sentì in trappola, scombussolata fino all’osso: svergognata nella sua stessa casa come un’oca giuliva!

«Non può chiedere alla persona in possesso del suo certificato di nascita?...»

«Belle», mormorò Quinn, «credo che preferisca non parlarne.»

Solo allora lei parve ritrovare se stessa; o almeno l’unico facsimile di se stessa di cui fosse capace. «Mi scusi. Sto… sto solo fantasticando. Non so più quello che faccio.» Prese la mano di Ona e la strinse forte. «Mio figlio aveva un debole per lei, signorina Vitkus. Amava le persone che gli prestavano attenzione. Grazie per le sue attenzioni. Solo questo ero venuta a dirle, in realtà.»

E poi sparì, accompagnata da Quinn fino a quell’auto tanto sproporzionata per lei, dove si scambiarono qualche tenera parola indecifrabile. A quel punto salì in macchina e se ne andò.

«Bontà mia», esclamò Ona appena Quinn tornò. «Quella poveretta mi pare un po’ svitata.»

«Non è più lei. È ancora sotto choc.»

«Qualcuno dovrebbe occuparsene.»

«Qualcuno se ne occupa, infatti.» Sul suo viso – un libro aperto, come quello di Frankie – si riversò un fiume d’amore e di vergogna.

Quinn si guardò intorno. «Qualcos’altro? Già che sono ancora qui?» Aveva fretta di andare. E lei tornò la ragazzina di un tempo, che si sbracciava per salutare Maud-Lucy Stokes dal binario del treno.

«Ho una cosa per te, Quinn. L’ho tenuta in serbo per il tuo ultimo giorno senza rendermi conto che era così vicino.» Aprì un cassetto e gli porse un piccolo cilindro fonografico molto ben conservato, che aveva trovato in una scatola di cianfrusaglie durante l’infruttuosa ricerca del certificato di nascita.

«Some of These Days di Sophie Tucker», lesse lui sull’etichetta. «Millenovecentoundici. Che cos’è, una registrazione?»

«Mi sa che ti ci vorrà un fonografo per sentirla.» Ona si accorse del suo sbaglio: aveva regalato a un musicista della musica che non si poteva riprodurre.

Ma lui stava sorridendo, mentre toglieva il cilindro dalla custodia. La scia di nubi lasciata dalla madre del ragazzino, così scioccata dal dolore, si dissipò leggermente mentre contemplava quello strano oggetto antidiluviano. Parve strano anche a lei, e per un attimo ebbe la netta sensazione di essere tornata nell’appartamento di Maud-Lucy Stokes al secondo piano della vecchia palazzina: qualunque cosa usasse Quinn per lavarsi i capelli aveva il profumo dei pizzi inamidati di Maud-Lucy.

«È una meraviglia, Ona. E questo cos’è, lo spartito?» domandò lui, tirando fuori la bustina di carta scolorita che aveva trovato arrotolata nella custodia. «Hiding Place di Howard J. Stanhope?»

«Cosa? Fammi vedere», disse lei. Ma Quinn aveva letto bene, era uno degli spartiti di Howard e risaliva a settantacinque anni prima. Come fosse finito tra le sue cose era un mistero; forse Howard lo aveva messo apposta nella speranza che un giorno la moglie lo trovasse e avesse nostalgia di lui. E aveva sì nostalgia di lui, stranamente, ma come in generale aveva nostalgia della sua vita intera.

«L’ardente aspirazione di Howard era di entrare nella Tin Pan Alley», gli raccontò. «Ma come cantautore faceva pietà.»

«Aspirazioni del genere possono anche uccidere», commentò Quinn, e poi canticchiò le battute iniziali, estrapolando la melodia.

«Sai leggere direttamente dallo spartito?»

«Un minimo di stima, prego.»

Maud-Lucy era un portento nella lettura a prima vista, e Howard anche; ma Ona non aveva mai incontrato qualcuno di altrettanto bravo. I racconti di Quinn sulla tournée l’avevano divertita. Aveva trascorso la settimana con quei ragazzi di chiesa, un abbinamento che le era parso un po’ insolito finché lui non aveva confessato quanto lo pagavano; la settimana successiva sarebbe ripartito con loro. I suoi racconti le ricordavano le spedizioni con Maud-Lucy alla Kimball Opera House per ascoltare le storie sulla giungla congolese o sul selvaggio West, dall’altra parte del mondo.

«Non immagini quanti soldi si sia bruciato Howard per pagare tutti quei mascalzoni che gli promettevano di farlo diventare ricco.»

«Mi sa che certe cose non cambiano mai», ribatté Quinn con un sorriso autoironico. La loro amicizia era progredita così, per gradi misurati a piccoli scatti.

Lui continuò la lettura della canzone, che Ona rammentava come una sciocchezzuola sul riconciliarsi con il Signore davanti a una bottiglia di whisky: il frutto della fase religiosa di Howard, dopo la morte di Frankie e prima che lei se ne andasse. Quante volte era rimasta seduta su quella poltrona verde, sgualcita, di Woodford Street ad ascoltare la sua voce monotona da protestante, quando invece moriva dalla voglia di sintonizzare la Crosley da tavolo su Jimmy Durante.

«Mio marito era astemio», gli spiegò. «Il proibizionismo non ebbe alcun effetto su di noi.»

Quinn stava ancora canticchiando. «In tutta onestà, Ona, non è male.»

«Piacerà ai tuoi amici di chiesa, magari.»

«Può darsi», replicò lui. E canticchiò qualche altra battuta. «Ci sento un vibe da music-hall.»

Ona non seppe bene come interpretare quel vibe ma, sapendo che la parola era un’abbreviazione di «vibration», ripensò alle casse tremolanti piene di spartiti invenduti che i corrieri riconsegnavano alla casa di Woodford Street. Povero Howard, lui e le sue manie di grandezza. Poi capì: aveva regalato il cilindro a Quinn per dimostrarsi amante della musica.

«Spero tu non stia progettando di farti salvare da quei ragazzi», gli disse.

Lui le rivolse un’occhiata furbesca. «Non nel modo in cui pensano loro.»

«Oh-oh. Hai un asso nella manica, a quanto pare.»

«Quando il pubblico è tanto, non fa differenza se stai lodando Dio o il diavolo», rispose semplicemente.

«Nel tempo io e il Signore abbiamo appianato le nostre divergenze. Ma personalmente ti vedrei meglio in combutta con il diavolo.»

«Sono diabolico quanto un attuario, Ona. È lavoro, tutto qui. Un lavoro che adoro.»

«E questa è proprio una bella cosa», gli assicurò lei.

Sottovoce, Quinn aggiunse: «Hai bisogno di credere che le tue scelte siano valse a qualcosa». Poi rimise a posto lo spartito e le tese la mano: «Mi ha fatto piacere conoscerti, Ona».

«Tu non mi conosci affatto», lo contraddisse lei. «Non ti ho detto niente di me.»

«Non hai idea di quanto sia bravo a leggere tra le righe.»

A quel punto, si sentì compresa e gli perdonò il fatto che se ne stava andando.

E in quel mentre si udì un’allegra strombazzata provenire dal vialetto, dove il capo scout aveva appena parcheggiato il suo minivan grigio. «Salve, signora Vitkus», gridò mentre scendeva. «Scusi per il ritardo!»

Bello, arzillo, animato da ottime intenzioni, avanzò deciso verso la casa con un ragazzino al seguito – un ragazzino della stessa età del precedente – che indossava una divisa della taglia sbagliata e un solo distintivo. Quel ragazzino non aveva occhioni seri color tortora. Non aveva i polsi fini come ramoscelli spogli. E non le disse «Lieto di conoscerla», richiamando la battuta romantica di un film anni Quaranta.

Al contrario, se ne restò in silenzio – come Ona –, mentre i due uomini si squadravano a vicenda.

«Sto portando a termine il mio compito, Ted», annunciò Quinn. «Alla lettera.»

«Ho saputo, sì.»

Il giovane scout non faceva che ruotare la testa dall’uno all’altro.

«Non mi aspettavo un nuovo ragazzino», disse Ona.

«Non volevamo piantarla in asso, signora Vitkus», replicò il capo scout. Malgrado il caldo opprimente, aveva la divisa stirata alla perfezione. «Questo è Noah.»

Il ragazzino balbettò qualcosa d’incomprensibile. Ah, non sarebbe andato bene di certo. Si sarebbe rivelato noioso o scorbutico o allergico al lavoro. In ogni caso, lei voleva solo che se ne andassero, quei due pilastri gemelli della comunità, con le loro camicie marroni. E se poi proprio avesse richiesto un altro ragazzino, l’avrebbe voluto la domenica. O il martedì. Non lo voleva, un altro ragazzino del sabato.

«Sei in anticipo di una settimana, Ted», intervenne Quinn.

Il capo scout frugò in cerca dello stesso aggeggio che aveva usato l’ultima volta. «Vediamo», disse, puntando il dito su un minuscolo schermo. «No. Eccolo qui. Proprio qui.» Aveva un bel viso, franco, fidato.

«Restavano sette settimane», insistette Quinn, «e questa è la settima.»

Quante ne erano trascorse! I sabati invernali e primaverili del figlio e quelli primaverili ed estivi del padre. Un tutt’uno, un avvio ininterrotto fino a quel giorno: la fine.

Il riferimento, seppur indiretto, al ragazzino, incupì la nube che aleggiava sul gruppetto di persone in veranda. Il nuovo scout andò a rifugiarsi nell’ombra arborea di Ted, tradendo un vacuo disagio. Ah, non sarebbe andato bene per niente.

«Sarà come dici tu, allora», confermò il capo scout, chiudendo l’agenda. «Questo è Noah, a proposito. Ma credo di averlo già detto.»

Mentre i visitatori tornavano al minivan, si udì un lamento scaturire dal più piccolo, che doveva ritenere la missione affidatagli non all’altezza delle sue aspettative. Pensava forse che fosse stata lei a uccidere il ragazzino? Ona si sentì di nuovo la megera della casa in fondo alla strada senza uscita.

«A quanto pare quel santo del capo scout non ha la cognizione del tempo», commentò Quinn. «Ti ho detto che ha una cotta per la mia ex moglie?»

«No che non me l’hai detto!»

«Forse anche lei è innamorata di lui.»

«Oh, mamma.»

«Padre single affettuoso. Moglie morta. Un tipo difficile da odiare, in altre parole; eppure io sembro riuscirci benissimo.»

«Be’, è preparato», replicò Ona. «E anche gentile e rispettoso, se ti piace quel tipo di persona.»

Quinn scoppiò a ridere, l’incantesimo si ruppe e alla fine arrivò il momento dei saluti. Prese il cilindro, il suo regalo, e le tese la mano. Lei la afferrò, la tenne stretta e poi la lasciò andare.

«La casa non è mai stata più a posto, Quinn», gli disse. «Grazie per… per le tue attenzioni.»

«Per me è stato un piacere.» E scese rapido i gradini.

«Ir man malonu», fece lei.

Quinn si voltò di scatto. «Che vuol dire?»

«Credo voglia dire ‘Piacere mio’.»

In equilibrio sull’ultimo scalino, il regalo sottobraccio, lui avvampò di colpo come una scolaretta, come il ragazzino, ora che ci pensava. Era troppo credere che gli dispiacesse lasciarla? Alle sue spalle, sul vialetto pulito, le gocce d’acqua luccicavano ancora, riflettendo pezzi di cielo grandi come monetine. «Mi serve un passaggio fino al Vermont, Quinn. Fino a Granyard, nel Vermont», sbottò Ona senza riuscire a trattenersi.

Lui la fissò per un lungo istante. «Chi ci sta, nel Vermont?»

«Mio figlio», rispose lei. E con un gesto gli risparmiò una seconda domanda. «Il mio primogenito. Ero poco più che una bambina io stessa.» Esitò. «L’avevo raccontato al tuo ragazzino. Immagino che ormai non sia più un segreto.»

E così riferì al padre quello che aveva rivelato al figlio. Non tutto. Ma quasi. E lui ascoltò ogni parola, gli occhi scuri e pieni di calore, con quelle ciglia alla Frankie.

«Dovrai aspettare una settimana», rispose. «Sono impegnato con la Squadra Domini.» Tirò fuori l’agenda dalla tasca e Ona avvertì un guizzo di gioia.

«Una settimana va benissimo.»

«E dovremo prendere la tua macchina.»

«È un’ottima macchina, Quinn. Senza un filo di ruggine. Quarantamila chilometri, al suo attivo.»

«Potrei darti qualche lezione di guida a mo’ di ripassatina, mentre andiamo», continuò lui. «Già che ci siamo.»

«In autostrada sono un pericolo pubblico. Per di più con la patente scaduta.»

«Per me non è un problema», ribatté lui, e mentre guardava il padre sorridere, Ona colse un altro incantevole modo in cui il figlio avrebbe potuto somigliargli.