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IL quarto sabato, prima di dedicarsi alle faccende, il ragazzino portò a Ona il profilo anagrafico di una certa Madame Jeanne Louise Calment di Arles, Francia, morta nel 1997 con l’apparentemente imbattibile titolo di persona più longeva della storia.
La più longeva di sempre.
«‘Centoventidue anni’», lesse il ragazzino con un tono degno di un bando cinquecentesco, «‘e centosessantaquattro giorni’.»
«Ma è assurdo», commentò Ona. «Fammi vedere.» Non c’era molto, in realtà; la vita di Madame Calment, come in genere accade, consisteva in un susseguirsi di giorni normali, ma questo non le aveva impedito di dispensare consigli. «Una quotidiana dose di cioccolato?» domandò la donna. «È questo il suo elisir di lunga vita?»
Mentre controllava le immortali parole, il ragazzino domandò: «Che cos’è il porto?»
«Vino. I francesi adorano il vino.» Ona alzò lo sguardo. «Dove diavolo le hai scovate, queste informazioni?»
«Mai sentito parlare di Internet?»
«Certo che ho sentito parlare di Internet. Nella primavera del 2000 ho frequentato il corso di orientamento alla biblioteca comunale. Molto rumore per nulla. Peggio che guardare la tv.» Ona lo ispezionò da capo a piedi: per quanto fuorvianti fossero l’eleganza dei suoi modi e la divisa inamidata, in fondo era un ragazzino del ventunesimo secolo. Da quando era nata, aveva assistito all’avvento dell’automobile, dell’aeroplano, della lavatrice, della bomba atomica, delle navicelle spaziali, dei pannolini usa e getta e del telefono a tastiera, e aveva accettato tutto senza battere ciglio, consapevole che la sua capacità di sorprendersi avesse raggiunto il picco con l’allunaggio del 1969; ma il vero enigma era quel ragazzino vecchio stampo che se ne andava in giro con un telefono grande quanto il sonaglio di un bebè e, consultando il macchinario custodito in camera sua, otteneva informazioni dalla Francia. Ona si lisciò la testa, come a voler riordinare la tecnologia che aveva già assorbito.
Il ragazzino le porse molti altri fogli, altre interviste a Madame Calment, che Ona lesse da cima a fondo, mentre lui la osservava fermo alle sue spalle. Aveva un fiato caldo tendente al dolce. «Questa tua Madame Calment doveva essere un bel tipino, eh?»
«Legga qui», la invitò lui, indicando il foglio.
La signorina Vitkus lesse: «‘Ho una sola ruga e ci sono seduta sopra’? È questa la frase che la tua famosa primatista mondiale ha scelto di lasciare ai posteri? O dovrei dire ai posteriori?»
Il ragazzino scoppiò a ridere, con quei suoi singulti inquietanti. Cominciava e finiva come se avesse il timer.
Lei si limitò a schioccare la lingua. «Un tale onore sprecato su una persona di così poca classe.» Guardò di nuovo la fotografia della donna, scattata in occasione del centoventesimo compleanno della poveretta. «Quella faccia riuscirebbe ad arrestare un’incudine a mezz’aria», borbottò. Provò a paragonare il viso cadente di Madame Calment agli altri volti che aveva visto, ma non le venne in mente nessuno che si avvicinasse anche lontanamente alla sua età, figuriamoci a quella di Madame Calment. Si augurò di non avere dei capelli così brutti. «Come ci è riuscita quella vecchia matusa?»
Il ragazzino puntò di nuovo il dito sulle dichiarazioni della centenaria francese.
«Šokoladas ir vynas», disse Ona. Cioccolato e vino. Snocciolò quelle parole con la massima naturalezza, e il ragazzino inclinò la testa da un lato, come un uccello in ascolto.
«Ci risiamo», commentò.
«Già.» Lei si batté una mano sulla testa, con forza.
«Quand’è il suo compleanno?» domandò lui, sfilando un quadernino dallo zaino.
«Il venti gennaio.»
Lui si appuntò dei numeri e fece lentamente il calcolo. «Mancano diciotto anni e novantanove giorni per battere il primato.»
«Non ce la farò mai a resistere tanto a lungo», replicò Ona. «Questa donna dev’essere stata uno scherzo della natura.» Eppure, mentre lo diceva, quell’intervallo di tempo non le parve poi così insormontabile. Da quando aveva novant’anni si svegliava ogni mattina con un solo pensiero: Questo potrebbe essere il mio giorno. E ora quella vecchia ciarlona di una francese aveva stravolto le regole della gara. Chi aveva idea di quale fosse il calendario divino? «Per quanto», confessò al ragazzino, «non mi dispiacerebbe affatto soffiare i soldi a Madame Parles-Vouz.»
E lui arrossì di gioia fin quasi a prender fuoco. «Uno», le disse, «i concorrenti devono prefiggersi degli obiettivi precisi. Due: devono avere ben chiaro il senso della gara.» Riprese lo zaino, aprì una delle miriadi di tasche che aveva e ne estrasse un altro foglio. «La donna più longeva vivente è la signora Ramona Trinidad Iglesias-Jordan. Di anni centoquattordici. Nazione: Portorico. La signora Ramona Trinidad Iglesias-Jordan è al momento anche la persona più longeva vivente.» Si impappinò nel pronunciare tutti quei nomi. «L’uomo più longevo, invece, è il signor Fred Hale. Di anni centotredici. Degli Stati Uniti d’America.» Alzò gli occhi per vedere che effetto avesse sortito la notizia.
«Esiste un primato per la vecchia bisbetica più longeva della storia?»
Il ragazzino accolse quella domanda, come tutte le altre, senza alcuna ironia. «Uno, occorre l’autorizzazione a tentare di stabilire il primato. Due, occorre che qualcuno sia testimone del tentativo. Tre, il tentativo non deve infraggere la legge.»
«Uno, vuoi dire infrangere la legge. Due, Portorico non è una nazione. È un territorio statunitense.»
«Grazie.» Detto questo, sfogliò le pagine del quaderno e aggiunse una voce a un elenco e poi a un altro.
Ona lesse attentamente la lista concisa ma essenziale dei dati anagrafici, fingendo di non essere interessata e fallendo in modo misero. Il primato di Madame Calment era inverosimile, certo, ma gli altri non erano poi così imbattibili. «La signora Portorico potrebbe darmi del filo da torcere», commentò, «ma tra me e il signor Hale quante persone potrebbero mai esserci? Gli uomini hanno l’aspettativa di vita di un gerbillo. Sarò terza o quarta al massimo.»
«Lo scoprirò!» esclamò il ragazzino quasi strillando, e prese di nuovo appunti. Sembrava appagato, come più tardi avrebbe ricordato Ona. Sorrise scoprendo tutti quei suoi corti dentini lucenti.
«Persona più longeva vivente», ripeté Ona. «È il ‘vivente’ la parte rassicurante.»
«Lei però vuole il primato di tutti i tempi. Da lasciare ai posteri.»
«Vediamo di non fare il passo più lungo della gamba. Prima abbiamo un paio di avversari da eliminare.»
Il ragazzino chiuse gli occhi e recitò: «I concorrenti devono soddisfare a pieno i requisiti previsti dal Guinness dei primati e contenuti nella domanda di certificazione di un nuovo primato».
«E cosa contiene questa?…»
«Uno, ricevi le istruzioni ufficiali del Guinness dei primati. Due, ricevi i moduli ufficiali per la richiesta di un giudice. Tre, ricevi…» Si interruppe e scosse il capo, facendo marcia indietro con il pensiero. «Uno, ricevi il modulo ufficiale di richiesta. Puoi scegliere la procedura normale o quella accelerata.» Gettò un’occhiata al quaderno. «Noi sceglieremo quella accelerata.»
«Quante volte l’hai già fatto?»
«Otto. Ma mi rubano sempre l’idea prima che io riesca a metterla a punto.»
Mentre lui si dedicava alla febbricitante stesura di una lista di «cose da fare» che rammentò a Ona cosa fosse l’impellenza, lei attese in un piacevole torpore spensierato, intenta a osservare le mangiatoie dalla finestra e immaginando il proprio nome nel libro dei Guinness dei primati. Tutte quelle pudiche lettere tondeggianti del nome, seguite dalla svettante sorpresa del cognome. Ona Vitkus. Si complimentò con se stessa per aver avuto la lungimiranza di recuperare il cognome da signorina, e nel 1948 non era stata certo una cosa da poco. A un tratto si sentì fiera della propria vita insignificante, di quella banale collana di perle finte che di tanto in tanto rilucevano quanto le perle vere. Il ragazzino continuava a guardarla come si guarda una mucca da concorso, ed era proprio così che si sentiva Ona: tonda e sana, pulita e spazzolata, destinata alla vittoria.
A faccende concluse, Ona versò il latte al ragazzino e gli offrì i biscotti. «Quelli dell’associazione che mi consegna i pasti me l’hanno proprio fatta, stavolta», disse poi. «Ora che mi stavo abituando ai biscotti a forma di animali se ne sono usciti con questa specie di pasticcini.»
Il ragazzino ne addentò uno e fece una smorfia.
«Lo so», commentò lei. «E pretendono lo stesso che mi metta a fare le fusa come una gatta soriana che sia riuscita a sgraffignare qualche avanzo.» Era quella la cosa che meno le piaceva del suo secondo secolo sulla Terra: la presunzione d’indigenza, la pretesa di gratitudine, la delusione generale di fronte al suo rifiuto di abbandonarsi alle smancerie. Da quando un semplice «grazie» non bastava più? Quella casa era stata battuta da benefattori di ogni genere, negli ultimi venticinque anni, dalle Daughters of Isabella agli assistenti sociali, e tutti, eccetto quel ragazzino, l’avevano giudicata carente in materia di riconoscenza.
Solo più tardi, dopo aver finito il latte e ricontrollato la lista degli uccelli, ancora in fase di stallo, il ragazzino rivelò la portata della sua missione. Ogni sua azione era governata da una logica interna di cui Ona non riusciva bene a farsi un’idea. Per lui era quasi ora di andarsene quando tirò fuori un apparecchietto da una tasca segreta dello zaino.
Era un registratore delle dimensioni di una tavoletta di cioccolato mangiata a metà, un regalo di sua zia, che lavorava per un giornale in California. «Abbiamo il compito di raccontare la vita di una persona anziana», le spiegò. «Il maestro Linkman dice che le persone anziane amano parlare.»
«Ah, ha detto così, eh?»
«Il maestro Linkman ci ha chiesto di intervistare i nostri nonni, ma io ho scelto lei.»
Ona osservò il minuscolo apparecchio che il ragazzino infilò nello spazio tra di loro, proprio in mezzo. E scrollò il capo.
«Mi ha già raccontato una decina di storie», le rammentò lui.
«Questa è un’altra cosa.»
«Non riavvolgerò il nastro», le promise. «Non sarà costretta a riascoltarsi.» La implorò con lo sguardo e intanto premette un pulsante.
«Non sono convinta.»
«E se poi diventa la detentrice di un primato mondiale?» insistette lui. «Tutti vorranno intervistarla e la voce le si stancherà.» Passò la mano sull’apparecchio. «Non deve far altro che premere questo pulsante e, voilà, potrà raccontare la storia della sua vita e intanto mangiarsi un brezel.»
Alla fine Ona acconsentì, se non altro per evitare che il ragazzino perdesse di nuovo il controllo; il modo in cui si era messo a saltellare per la cucina la settimana precedente l’aveva innervosita. Non si muoveva come gli altri bambini – i polsi e le spalle avevano un che di meccanico, quasi da marionetta – e le aveva fatto pena.
Il ragazzino riavvolse il nastro e riaccese l’apparecchio. «Questa è la signorina Ona Vitkus», annunciò fiducioso. «E questa è la storia della sua vita su nastro. Parte prima.»
L’anziana donna esaminò le minuscole rotelline vorticanti. Parte prima? Tutt’a un tratto cominciò a dividere i suoi anni a gruppi.
«È acceso?» domandò.
Il ragazzino si portò il dito alle labbra e annuì. Evidentemente intendeva restare nell’ombra. Le passò un foglio con delle domande prestampate – preparate dal maestro Linkman, con molta probabilità – e indicò la numero uno. Dove è nato/a? Ne seguivano altre quarantanove.
«Non posso rispondere a tutte queste domande», protestò lei. «Altrimenti restiamo qui fino al giorno del giudizio.»
Lui non fiatò, fissò l’apparecchio come se potesse parlare al posto di Ona.
«Che cosa dovrei fare?» domandò lei.
Il ragazzino alzò lo sguardo e mimò la risposta con le labbra: Ammaliarmi.
Sebbene Ona trovasse quella circostanza un po’ impudente, un conto era fare quattro chiacchiere al tavolo di cucina, un altro organizzare i propri pensieri in modo che il maestro Linkman potesse valutarli. Ma a quel punto della loro amicizia riteneva impossibile respingere il ragazzino. E sì che credeva di aver chiuso con le amicizie.
«Risponderò alla prima e basta», disse.
Invece non fu così.
Pasticciò un po’ l’introduzione, resa balbuziente dall’ansia da palcoscenico. Finalmente, bontà sua, il ragazzino spense il registratore e sorrise mostrandole i suoi dentini livellati. «Più che ottimo.» Poi riaccese l’apparecchio e annunciò: «Questa è la signorina Ona Vitkus. E questa è la storia della sua vita su nastro. Sempre parte prima».