9

IL nono sabato, quando il ragazzino arrivò, Ona si rese conto di averlo atteso ben prima dell’ora stabilita. Per accelerare i tempi, aveva aperto la finestra con l’intento di ascoltare il canto degli uccelli. Aveva colto appena qualche stralcio di pettirosso, il rimbrotto di una cornacchia, una sola delle undici note di cui è composto il richiamo del passero gola bianca. E le era parso di udire la caratteristica voce del gracchio, simile al rumore di un cancello arrugginito. Ma ogni altro suono era svanito, e lei ci avrebbe tanto tenuto a riaverlo indietro.

Finalmente il ragazzino arrivò e, terminate le faccende, le annunciò di avere delle novità.

«Da grande voglio fare il gerontologo», le confessò. Aveva tre toni di voce: il monocorde, il tremulo e il declamatorio. E in quel caso usò il declamatorio.

Ona tirò fuori una torta la cui preparazione le aveva richiesto due fragranti ore d’impegno. «Sarai un gerontologo con i fiocchi», commentò.

«Uno: hanno bisogno di aiuto. Due: ci sono un sacco di impostori che tentano di farsi inserire nell’elenco.»

E dallo zaino senza fondo estrasse una lista di truffatori. Buster Balen di Phoenix (età dichiarata: 105; età reale: 91); Floria Perez della Baja California (età dichiarata: 114; età reale: 101). Era una lista lunga.

«Agli impostori non ci avevo mai pensato», disse Ona, e le si profilò l’inquietante sospetto di aver tralasciato qualcosa. «E come… come ci finiscono nella lista?»

«Imbrogliano», rispose il ragazzino. E passò alle dimostrazioni: il signor Balen era stato scoperto mentre tentava di far passare per propri i documenti del padre; la signora Perez era stata smascherata dalla figlia, la cui età certificata implicava che la madre l’avesse partorita all’età di cinquantasei anni. «Ci vogliono tre documenti», le spiegò. «Ma devono essere autenticati.»

«Tre?» Ona lo fissò incredula. «E me lo dici solo adesso?»

Lui rimase a bocca aperta, ugualmente stupito. «Non ha… non ha i documenti?»

«Pensavo ti bastasse telefonare il giorno del tuo centodecimo compleanno e tombola, eri ufficialmente in gara.»

Il ragazzino scosse timorosamente il capo. «Non le crederebbero mai! Controllano i documenti! Ecco cosa fanno i gerontologi!»

In seguito, Ona avrebbe attribuito la piena fioritura del proprio… desiderio? spirito agonistico?... alla combinazione di quella giornata luminosa, del ricordo del canto degli uccelli, del progetto di registrazione in corso e delle gote rosate del ragazzino; ma in quel momento le parve un imperativo inviato direttamente dall’aldilà da Lucy Hannah, da Margaret Skeete, se non addirittura dalla grande Madame Jeanne Louise Calment in persona. Staccò la lista della spesa dal frigo, girò il foglio e cominciò a scrivere.

«Vorrei godermi la fama prima di morire, grazie», disse al ragazzino, che sorvegliava la sua penna con l’occhio di un falco. «Vediamo un po’. Documenti», rifletté Ona. «Ho una carta di credito Visa ancora valida. E la tessera della previdenza sociale. L’abbonamento alla biblioteca comunale è aggiornatissimo, poi.»

«E questi servono a… confermare la sua età?» volle sapere lui.

Ona smise di scrivere. «Certificano la mia identità», spiegò lei. «Provano che sono quella che sostengo di essere.»

«Rientrano nella categoria dei documenti d’identità», puntualizzò il ragazzino, mortificato fin quasi a sciogliersi tutto. «Qui servono documenti d’altro genere.» E passò al tono tremulo. «Documenti seri.»

«Tipo?»

«Uno: il certificato di nascita.»

«Non sono sicura di averlo.»

«Oh no.» Lui esitò, disperato. «Ho commesso un grave errore», sentenziò, abbandonandosi contro lo schienale della sedia. «Ero convinto che tutti gli americani avessero quel tipo di documenti.»

«Senti un po’», replicò lei. «Dimentichi la mia patente di guida. Se va tutto secondo i piani, a breve me la restituiranno lucidata a specchio, per non parlare del vantaggio che guadagnerò nella corsa al mio primato temporaneo, e lì comparirà la mia data di nascita, assieme al peso e all’altezza. Problema risolto.»

«Per loro la patente non vale.» E a memoria citò: «‘Preferiamo documenti ottenuti in età infantile’».

«E ti pareva! Perché mai?»

«Perché gli adulti mentono sull’età.» Il ragazzino gettò un’occhiata alla lista degli impostori e poi guardò di nuovo Ona.

«Be’, io non sto mentendo. So quanti anni ho.»

«Ma è un fior fiore di organizzazione!» esclamò lui, cadendo quasi dalla sedia. «Con un fior fiore di regole!»

Ona posò le mani sulle sue spalle piccole. «Cerchiamo di mantenere la calma.»

«Va bene», replicò il ragazzino. E intanto sgranò gli occhi, angosciato.

«Avremo bisogno di qualche informazione in più, tutto qui», proseguì lei.

«Ci penso io. Sono bravo a raccogliere informazioni.»

«Eccome se lo sei.» E tamburellò la penna sul tavolo. «Dunque, potrebbe anche darsi che richiedano cose come le impronte digitali. O il certificato di battesimo. Sono stata battezzata in una chiesa di campagna lituana che ormai sarà diventata un Burger King. Non conosco nemmeno il nome del paesino, figuriamoci quello della chiesa, e non c’è più anima viva che possa dirmelo.» Posò la penna, stupefatta. «Non so da dove provengo.»

Fu sommersa da uno scroscio di parole. Pasienis. Laivas. Kelione. Confine. Nave. Viaggio.

Il ragazzino sembrò sul punto di mettersi a piangere. «E adesso che facciamo?»

Ona gli batté la mano sulla spalla. «Tu conta.»

«Uno», mormorò lui, «certificato di nascita.» Strappò una pagina dal quadernino intonso che si portava dietro – Ona non poteva immaginare quanto gli costasse farlo – e in alto scrisse: PROVE. Poi inserì il primo elemento con una calligrafia attenta e curata che parve tranquillizzarlo. Alzò di nuovo lo sguardo e le porse il foglio con solennità, come se fosse lui il parroco di quella chiesa scomparsa da anni e stesse confermando la sua esistenza.

Dopodiché le assicurò che sarebbe tornato con la lista di tutti i documenti necessari. Quando arrivò il momento di avviare il registratore, Ona avvertì la smania di chi è a corto di tempo. Il nastro stava finendo: da una parte ne rimaneva solo una strisciolina, dall’altra c’era una grossa bobina. La sua vita! «Parte ottava?» chiese. «Sei sicuro?»

Registrarono l’ottava parte.

«Questa non la consegnerai al tuo insegnante», disse lei. «E nemmeno l’altra.»

«No, infatti», replicò lui. Lo sapeva. Forse lo aveva sempre saputo.

Quando arrivò il capo scout, Ona gli chiese di aspettare fuori. Registrarono la nona parte. Il capo scout andò a fare una commissione e poi tornò. Ma Ona doveva finire per forza. Gli chiese di aspettare un altro po’. Si ritrovarono con dieci parti esatte perché era il ragazzino a manovrare il registratore.

E andava bene così. A lei non era rimasto altro. Il ragazzino si era preso tutto quanto. O meglio, era lei ad averglielo dato.

Per il resto della giornata Ona setacciò la casa in cerca del certificato di nascita, finché non si ricordò che fine avesse fatto. Aveva intenzione di raccontarlo al ragazzino, ma il decimo sabato lui non si presentò. E non comparve neanche quello successivo, quando a un tratto i cespugli del giardino furono scossi da un variegato stormo di uccelli colorati come gemme preziose, che Ona non riuscì a sentire.

Il sabato seguente si presentò suo padre.