Candele
Poi arriva un cervo azzurro coronato. Risveglia la pietra. E quando lo fa, emerge un lupo. Un uomo dorato tiene il lupo al guinzaglio, una catena che gli arriva al cuore. Se l'uomo dorato porta il lupo, allora la donna che regna sul ghiaccio cade. Se lei cade, un vero profeta muore con lei, ma un drago nero sorge dal ghiaccio. Questo ho sognato, ma soltanto due volte.
Sette volte, invece, ho sognato che cade un cervo azzurro, in un lago di sangue rosso. Non risveglia nessuna pietra, e la donna diventa regina dei ghiacci. Il vero profeta si trasforma in un burattino precipitato sulle foglie morte di una fitta foresta. Il muschio lo ricopre e viene dimenticato.
Sogno 472, di Sycorn, Bianco della linea Porgendine
QUANDO l'uccello se ne andò, mi sedetti sul materasso. Mi girava la testa e avevo la nausea. Dovetti sdraiarmi per un po'. Chiusi gli occhi, ma non credo che mi addormentai. Come avrei potuto dormire? Eppure, quando tornai in me, udii gli altri prigionieri che parlottavano tra loro.
"Era Amato? Credevo fosse morto."
"Capra era ferita gravemente?"
"Che cos'ha fatto Prilkop? Lo puniranno?"
Dopo qualche minuto: "Stasera nessuno ci porta da mangiare?"
"Nessuno viene ad accendere la lampada?"
"Guardia? Guardia? E la nostra cena?"
Tutte le domande rimasero senza risposta.
La luce del crepuscolo che filtrava dai trafori della parete in fondo si affievolì e si spense. Sbirciai da un foro e scorsi un ritaglio di cielo notturno sopra le mura del castello. Con il buio arrivò una folata d'aria più fresca. Seduta sul pagliericcio, aspettai. Cercai la penna lanuginosa che avevo preso al volo, ma non la trovai. E comunque le cornacchie erano nere. Perché avevo sognato una penna rossa e un becco argentato? E un drago rosso. Non aveva senso.
Riflettei ancora sulla cornacchia. Mi pareva tutto così assurdo. Era arrivata, aveva nominato Per, aveva detto che lui non poteva venire, e se n'era andata.
E stava arrivando un drago rosso.
Avevo sognato tutto?
Padre Lupo? Perché mi hai fatto dire "Una via d'uscita è anche una via d'ingresso"?
Per avvertirlo che c'è un modo per raggiungerci. Stranamente, mi parve più piccolo.
Avvertire chi? Per?
No. Tuo padre. Se il Matto è qui, tuo padre non può essere lontano. Ho provato a contattarlo, ma le sue barriere sono forti.
Mio padre? Sei sicuro? Posso abbassare le mie difese.
No! Non farlo!
Stavo tremando. Possibile? Dopo tanti mesi, dopo quella volta che mi aveva respinta? È venuto a cercarmi? Ne sei proprio certo? Sicuro che mio padre sia vicino?
La risposta mi giunse fievole. No.
La sua presenza si dissolse come le mie speranze.
Cominciai a ripassare quel poco che sapevo. Sapevo che Amato era venuto a Clerres. Quello era reale. Se era venuto per salvarmi, non solo non c'era riuscito, ma aveva peggiorato la situazione. Lo avrebbero frustato a morte, e probabilmente anche Prilkop. Non avevamo cibo perché Amato aveva ucciso la custode che si occupava di noi. Tinto non aveva pensato di assegnarcene un'altra. Chissà se Capra era morta? Mi domandai se Coltro e Vindeliar sarebbero riusciti a convincere Tinto che dovevo essere uccisa. Capra si sarebbe opposta a quella decisione, ma se era morta o gravemente ferita, gli altri sarebbero presto venuti a prendermi. E a giustiziarmi.
Prilkop era già morto? Lo avrebbero ucciso lentamente, aveva detto. Avrebbero ucciso anche me in quel modo? Lo consideravo più che probabile, e l'idea mi terrorizzò. Mi alzai di scatto, con il cuore che mi batteva a mille, la mano sulla bocca per impedirmi di ansimare forte. Mi costrinsi a sedere di nuovo. Non ancora. Non mi sembrava ancora il momento giusto.
Cercai di rimettere ordine nei miei pensieri. La cornacchia era stata reale, perché Padre Lupo mi ci aveva fatto parlare.
Se Padre Lupo era reale.
Scossi la testa esasperata. Insomma, che cosa sapevo con assoluta certezza? Che Coltro e Vindeliar volevano uccidermi, e lo avrebbero fatto se fossero riusciti a convincere Tinto.
Mi restava un unico sentiero da percorrere. Quello che, a detta di Prilkop, forse non sarebbe stato un bene.
Tuttavia era l'unico a mia disposizione. La mia sola certezza. Non potevo affidarmi a una cornacchia parlante o alla vaga speranza che mio padre fosse vicino. Me stessa. Potevo affidarmi soltanto a me stessa. Ero la mia unica risorsa, e il sentiero che avevo intravisto divenne il mio vero Sentiero.
Mi rammaricai per com'era andata la mia vita. Sapevo che ormai era finita. Non mi sarei più seduta al tavolo della cucina di Giuncheto a osservare come acqua e farina diventavano pane. Non avrei più sgraffignato le pergamene dallo studio di mio padre, non avrei più discusso con lui. Non mi sarei più rifugiata nella mia piccola tana nascosta con un gatto che ogni tanto veniva a farmi visita. Quella parte della mia vita era stata molto breve. Se avessi saputo quanto era bella, me la sarei goduta di più. Ma Prilkop si sbagliava. Io non avevo avuto scelta. Dwalia mi aveva privato di ogni scelta il giorno che era venuta a Giuncheto e mi aveva rapita per portarmi lì. Dove continuavo a non avere scelta.
Era sciocco, ma avrei tanto voluto dirgli che si sbagliava. Parlare ancora con lui. Malgrado il sospetto che fosse già morto, mormorai ad alta voce: "Ti sbagli, Prilkop. Il problema non è che dimentichiamo il passato. Anzi, è che lo ricordiamo fin troppo bene. I bambini ricordano i torti che i nemici hanno inflitto ai loro nonni e si vendicano sui nipoti dei vecchi nemici. Un bambino non nasce con il ricordo di chi ha violentato la madre o ucciso il nonno o depredato la sua terra. L'odio gli viene tramandato, insegnato, inculcato. Se gli adulti non parlassero ai figli di quell'odio atavico, forse saremmo tutti migliori. Forse i Sei Ducati non odierebbero il Chalced. Le Navi Rosse avrebbero razziato i Sei Ducati se gli Isolani non avessero rievocato quello che avevamo fatto ai loro antenati?"
Ascoltai il silenzio che rispose alla mia domanda.
Ormai la notte, superato il culmine, si avviava lentamente verso il mattino. Era ora di mettere in pratica il mio piano. Ora di avviare il mondo sul mio Sentiero migliore.
Tastai il materasso e trovai il punto scucito. Estrassi il pugnale e la catenella con le quattro chiavi. Le separai. Fu un'impresa sporgermi dalle sbarre per raggiungere la serratura, inserire ciascuna chiave nel giusto ordine e girarla. Per fortuna ne bastavano soltanto due, ma fu comunque un'operazione lenta e difficile scoprire quali. Con estrema cautela feci scivolare il paletto di ferro e socchiusi la porta quel tanto da potermi affacciare. Non vidi nessuno nel corridoio.
Sempre attenta a non fare il minimo rumore, mi richiusi l'inferriata alle spalle. Stavolta dovevo usare tutte e quattro le chiavi. Ci misi ancora più tempo, ma alla fine ci riuscii.
Durante la lunga traversata con Vindeliar, mi ero esercitata a non pensare. E adesso, mentre mi muovevo silenziosa lungo il passaggio tra le celle, svuotai la mente il più possibile, posando lo sguardo solo su cose banali. Il pavimento. La porta. La maniglia. Non era chiusa a chiave. Piano, piano. Calpestai qualcosa di viscido. Oh. Il sangue della custode. Continuai a camminare. Le scale. Il sentiero su cui mi stavo avviando era sempre più grande, limpido, luminoso; a ogni passo la mia certezza aumentava. Mi affrettai a smorzare quella certezza e rimpicciolii il Sentiero, pensando invece alla fragranza della candela di mia madre, a mio padre che scriveva nel suo studio ogni notte, e quasi ogni notte bruciava quello che aveva scritto.
Cominciai a scendere adagio le scale. Dopo la prima rampa, imboccai lo scalone più ampio fino al piano delle sale con i libri e le pergamene. Mi appiattii contro la parete e feci capolino da dietro un angolo. I corridoi erano illuminati da panciute lanterne a olio. No! Non quel ricordo. Pensai invece al sentore di pino dell'olio, alla dolce fragranza che sprigionava mentre bruciava. Nei corridoi non c'era nessuno. Mi avviai lungo la parete rivestita di legno, senza guardare i ritratti e i paesaggi incorniciati. Mi fermai davanti all'uscio della prima biblioteca e lo aprii lentamente, nel timore che qualche Lingstra o Comparatore fosse ancora alzato a lavorare. Non c'era nessuno ed era tutto buio. Le lanterne della sala erano state spente per la notte. Aspettai che i miei occhi si abituassero all'oscurità. Le alte vetrate della parete in fondo lasciavano filtrare la luce delle stelle e della luna. Sarebbe stata sufficiente a guidarmi.
Avevo una precisa sequenza di azioni da compiere. M'incamminai lungo la prima corsia di scaffali con le braccia allargate per rovesciare rotoli, pergamene, libri al mio passaggio. Cominciai a zigzagare tra le corsie come se fossi un'ape che ronzava in un giardino di aiuole fiorite, lasciandomi dietro una scia di sogni registrati e custoditi: vecchie pergamene screpolate e nuovi fogli di carta frusciante, rotoli di cartapecora e libri rilegati in pelle. Tracciai sul pavimento del labirinto di scaffali un sentiero di sogni caduti.
Dovetti salire su una sedia per raggiungere la grossa lampada a olio sulla mensola. Era molto pesante e traboccò quando scesi. Fragranza di foresta. Pensai al suolo fertile e richiamai alla mente ricordi di mia madre. "Quando strappi un'erbaccia, devi farlo bene. Tirala fuori tutta, radice compresa. Altrimenti ricrescerà, ancora più resistente, e tu dovrai ricominciare il lavoro daccapo. Oppure qualcun altro dovrà completare il tuo lavoro lasciato a metà."
Appoggiai la voluminosa lanterna sul pavimento e la inclinai come una teiera. Un lungo rivolo d'olio fuoriuscì dal becco, serpeggiando sui libri e sui rotoli sparsi, mentre la trascinavo su e giù per le corsie. Stavo innaffiando il mio giardino di sogni caduti. Una volta esaurito l'olio, tirai giù dagli scaffali altri volumi perché s'impregnassero bene. Notai una seconda lampada su una mensola. Usai di nuovo una sedia e replicai l'operazione, versando l'olio su nuove predizioni. Gli scaffali erano di legno pregiato e osservai con soddisfazione i rivoletti profumati insinuarsi sotto le basi. Una terza lanterna d'olio finì d'inzuppare tutti quei possibili futuri. A quel punto decisi che il mio lavoro in quella sala era terminato.
Pensai al giardino di mia madre mentre trascinavo a fatica una sedia in corridoio. Oh, il caprifoglio, come ricordavo con piacere il suo profumo. Presi una metà della candela spezzata di mia madre, rammentando la consistenza vischiosa e lucida della cera d'api. Adesso era scheggiata e ricoperta da frammenti di sporcizia e fibre di tessuto. Ma avrebbe bruciato lo stesso.
Le mensole nel corridoio erano più alte. Riuscii a malapena a raggiungere la fiamma con la candela. L'accesi e schermai la fiammella con la mano tornando nella sala delle pergamene. Mi parve di dire addio a una vecchia amica, mentre lasciavo sgocciolare la cera sul pavimento. Vi incollai sopra la candela perché bruciasse dritta e non rotolasse via. Ancora poco e la fiamma avrebbe raggiunto l'olio. Dovevo sbrigarmi.
Che cosa stai facendo?
Vindeliar era confuso. La sua domanda goffa mi sfiorò la mente. Io lo accolsi come se non lo temessi e lasciai che i contorni dei miei pensieri sfumassero come se fossi addormentata. Il giardino di mia madre. Caprifoglio, così profumato nel caldo sole estivo. La pineta vicina, con il suo sentore fresco. Emisi un lungo sospiro e immaginai di rigirarmi sul materasso nella mia cella. Avvolsi i miei pensieri in una coltre di sonnolenza, mentre lasciavo scivolare la mia coscienza nei suoi sensi.
Vindeliar non si trovava più in cella, ma in una comoda stanza. La camera di Tinto. La sua lingua aveva assaggiato del buon brandy, però non lo aveva gustato. Le sue ferite erano state curate e fasciate. La sua bocca conservava il ricordo di qualcosa di dolce e cremoso. La sua pancia ne era piena. Però avvertii qualcos'altro. Fremeva di impazienza.
La paura mi raggelò il sangue. Conoscevo quella bramosia. Sapevo che cosa stava aspettando. Credevo fosse finita.
Mi ero distratta.
Invece no! Capra ne nascondeva quattro fiale! Ma non può più impedirci di usarla. E quando l'avrò bevuta, farò esplodere quella tua testolina con la mia magia. Farai qualunque cosa ti verrà detta! Sarò così forte che nessuno potrà resistermi! Ti dirò di morire come tu hai fatto con Dwalia! Anzi, no. C'è qualcosa di meglio che posso fare! Ti toccherà la Morte del Traditore! I vermi ti divoreranno dall'interno finché non ti sanguineranno gli occhi e m'implorerai di ucciderti!
L'aveva strombazzato con la mente, senza preoccuparsi dell'eventualità di svegliarmi. Sigillai le barriere e le sue minacce spavalde le artigliarono e le spinsero invano. Adesso mi odiava con tutte le sue forze. Odiava tutti! Tutti coloro che gli avevano fatto del male, che lo avevano tradito, ma presto si sarebbe preso la sua rivincita. Molto presto!
Caprifoglio e api. Api che ronzavano così forte tra i cespugli che quasi non udivo altro. Soltanto api. In un remoto angolino della mente, ero contenta di non essere più rinchiusa in quella cella. Avevo fatto la scelta giusta.
Coltro! Coltro, ascoltami! La lurida bastarda è evasa dalla cella! Cercala nei giardini e nelle casette. Crede di essere furba, ma sta annusando i fiori, lo sento! Svelto! Prepara la Morte del Traditore per lei! Rintracciala e dalle quello che si merita!
Vindeliar, sono con il guaritore e Capra nella sua torre. Mi ha dato la pozione di serpente. Te la porto subito.
Sì, perfetto, bravo! Però manda le guardie a cercare la piccola carogna. Di' loro che è evasa e io lo so! Falli cominciare dai giardini, ma trovatela, trovate Ape. È più pericolosa di quanto immagini!
Rimasi immobile e rinforzai le barriere. Se Vindeliar avesse bevuto la pozione, sarei più stata capace di resistergli? Non lo sapevo.
Il mio tempo stava scadendo e dovevo fare ancora tante cose.
In punta di piedi corsi lungo il corridoio e raggiunsi una seconda porta che immetteva in un'altra biblioteca, lo sapevo. Entrai con la stessa cautela di prima, ma anche questa sala era buia e deserta. Percorsi avanti e indietro le corsie tra i vari scaffali per far cadere le pergamene, ma stavolta fui più furba, perché non sprecai tempo e fatica a tirare giù i volumi pesanti, dacché sarebbero bruciati ugualmente quando le fiamme li avessero lambiti. Ammucchiai alcuni rotoli e fogli di carta sotto un tavolo massiccio che appoggiava su un folto tappeto. Spostai una sedia per raggiungere una lanterna spenta e lasciai che la fragranza di pino mi occupasse la mente, mentre tracciavo la solita scia di olio tra gli scaffali. Questa sala era più grande. Avrei dovuto occuparmi prima di questa. Con la seconda lanterna innaffiai tavoli e sedie, cercando di non rovesciarmi l'olio addosso, ma era pesante e qualche goccia mi cadde sui piedi.
Vindeliar si accorse di me. Pensai al sottile materasso della mia cella, all'imbottitura che scricchiolava sotto il mio corpo. Odorava di polvere e paglia. Mi riempii la mente di polvere e paglia. Attraverso la ruvida stoffa, la paglia m'irritava la pelle. Lasciai che il mio disagio filtrasse. Lui lo recepì gongolando e io glielo feci assaporare. Lo sentii gridare a Coltro di mandare altre guardie per controllare le celle sul tetto. Mi ritirai dalla sua mente.
La terza lanterna fu la più difficile da maneggiare. Siccome nello scendere dalla sedia avevo perso per un attimo l'equilibrio, l'olio mi era traboccato sui vestiti e sulle mani. E adesso con le mani viscide mi costava fatica trascinarla lungo le corsie tra gli scaffali e non riuscivo a pensare al caprifoglio o alla resina di pino. Comunque, dopo averla svuotata, tornai sui miei passi gettando sul pavimento rotoli, libri e documenti. Assorbirono in fretta l'olio. Vidi l'inchiostro scurirsi e poi spandersi sulle pagine.
Vindeliar sghignazzava all'esterno delle mie barriere. Non mi piaceva la nota di trionfo nei suoi ululati, ma non osai pensare a che cosa significasse. Una via d'uscita è anche una via d'ingresso. Non avrei permesso alla mia mente di concentrarmi su quel clamore. Pensai soltanto al caprifoglio e alle erbacce da estirpare fino alla radice. Bisognava distruggerle definitivamente affinché non ricrescessero più. Stavo strappando erbacce nel giardino di mia madre. Impugnavo gli steli e, con una trazione lenta, ma costante, li estirpavo con tutta la lunga radice gialla.
La mano unta mi scivolò sul pomolo della porta; fu faticoso anche trascinare la sedia in corridoio. I piedi stridevano sul pavimento, ma non riuscivo a sollevarla, era troppo pesante. La metà avanzata di candela era più corta. Dovetti alzarmi in punta di piedi per avvicinare lo stoppino sfilacciato alla fiamma della lampada. Aspettai, con il braccio teso allo spasimo, finché la fiamma non attecchì.
Ti troveranno. Stanno venendo a prenderti! Avrai la Morte del Traditore! Gliel'ho inculcato nella mente, così come ho assoggettato la mente di Coltro! Non si fermeranno finché non ti troveranno!
Troppo tardi.
Non avrei dovuto lasciarmi sfuggire quel pensiero, ma… che dolce soddisfazione! Gli mostrai la candela accesa, gli feci sentire la fragranza del caprifoglio che io e mia madre avevamo raccolto per profumarla. Poi lo respinsi con tutte le mie forze, usando il ricordo del lezzo di bruciato della carne di Symphe.
Nello scendere, scivolai. La candela mi cadde e rotolò sul pavimento. Mi slanciai a prenderla e la fiamma guizzò al contatto con la mia mano unta. Per fortuna non attecchì. Avevo anche i piedi unti e slittai mentre cercavo di aprire la porta della biblioteca, ma stavolta strinsi forte la candela. Mi addentrai nella sala e mi accovacciai per dare fuoco alla carta ammucchiata sotto il tavolo. Oltrepassai quattro scaffali, mi chinai di nuovo e appiccai il fuoco a un cumulo di pergamene. Ne accesi un terzo e trasalii quando le fiamme guizzarono alte, seguendo la scia di rotoli disseminati sul pavimento. Mi precipitai verso la porta, correndo più veloce del fuoco che si stava propagando nella sala. Davanti all'uscio mi voltai. "Addio, mamma", mormorai, e gettai il mozzicone di candela su una pergamena impregnata d'olio.
Le fiamme guizzanti lambirono gli scaffali di legno e serpeggiarono fra le strette corsie. Erano talmente alte e ardenti che le pergamene del secondo, del terzo e persino del quarto ripiano cominciarono a scurirsi, ad arricciarsi e infine a bruciare. Sollevai lo sguardo e vidi le volute di fumo strisciare lungo il soffitto, come serpenti annegati trascinati dalla corrente.
Rimasi ancora qualche istante con le spalle alla porta a osservare la scena, a sentire l'odore del fumo e il calore che si diffondeva. Frammenti di carta incandescenti, trasportati dall'aria rovente, risalirono verso i ripiani più alti, dove si posarono come tanti piccioni che tornano a casa, e diedero fuoco ai documenti conservati là sopra.
Dovetti spingere per aprire la porta, dacché il legno aveva cominciato a dilatarsi con il calore. Lo spostamento d'aria raggiunse le fiamme, che balzarono in avanti con un potente ruggito. Scappai in corridoio, temendo che l'olio sulle mani e sui vestiti prendesse fuoco. La candela nella prima sala aveva svolto bene il suo compito. La porta tremava come se le fiamme la tempestassero di pugni per uscire, mentre sottili tentacoli di fumo risalivano dagli spiragli a ogni scossone. Mi ricordavano il fiato di un cane che forma nuvolette di condensa in una fredda giornata invernale.
Restai immobile, con la sensazione di trovarmi in bilico sull'apice di quel momento. Il mio momento perfetto. Mi trovavo dov'ero destinata a essere, e stavo svolgendo il compito per cui ero nata. Quando avessi ripreso a muovermi, i futuri avrebbero ricominciato a vorticare e a cambiare, però in quel momento perfetto stavo realizzando il mio destino. Forse sarei sopravvissuta. Volevo vivere, ma soltanto se il mio sentiero mi avesse portata lontano dai Servi. Se vivere significava essere catturata di nuovo, ricevere la Morte del Traditore, vedere ancora la faccia di Vindeliar… no. Sapevo qual era la Morte del Traditore. Avevo visto la povera messaggera che piangeva lacrime di sangue, mentre i parassiti la divoravano dall'interno. Se avessi dovuto scegliere tra la morte e la cattura, avrei scelto la prima. Il cuore cominciò a battermi all'impazzata a quel pensiero, e a ogni battito ero consapevole di essere sul punto di prendere una decisione. Muovermi, non muovermi. Tornare nella sala delle pergamene e lasciarmi avvolgere dalle fiamme. Sarebbe stata in ogni caso una morte più rapida rispetto a quella che mi avrebbero riservato i Servi. Piangere, non piangere. Correre a sinistra, correre a destra. Rifugiarmi nella mia cella e chiudermi dentro, nascondermi nei giardini. Tutte scelte che avrei potuto fare, e da ciascuna di esse scaturiva un numero infinito di futuri possibili.
L'incendio divampava con violenza. Sentivo l'odore delle porte di legno che bruciavano e le vidi persino annerirsi. Il corridoio era già più caldo. Quanti altri danni potevo causare?
Le sedie che avevo spinto fuori aspettavano ancora sotto le mensole con le lampade dove avevo acceso le mie candele. Le mie due mezze candele, che dalle mani di mia madre avevano viaggiato così lontano per aiutarmi a estirpare il male dal mondo fino alle radici, ormai non c'erano più. Però potevo fare ancora qualcosa, pensai. Non avevo tempo per rifletterci su. Mi arrampicai sulla sedia più vicina.
La base della lampada di terracotta era larga e pesante. E leggermente calda al tatto. Avevo già la camicia e i pantaloni impregnati d'olio. Sarebbe bastato toccare la fiamma e avrei danzato e urlato come Symphe. Fallo. Ma sta' attenta. E poi scappa, mi suggerì Padre Lupo, la sua voce poco più di un fievole sussurro. Mi resi conto di non essere stata abbastanza attenta con le barriere. Percepii il sapore disgustoso della pozione di serpente nella bocca di Vindeliar.
Non pensare a lui. Su le barriere!
Riuscivo a toccare la lampada con una mano sola, e soltanto se mi alzavo in punta di piedi. La spinsi. Niente. Riprova. Udii lo stridio della base di terracotta sulla mensola di legno. Continuai a spingere, ma non si mosse. Mi venne un improvviso attacco di vertigini e distolsi lo sguardo dalla mensola per controllare il corridoio. Era immerso in una densa nebbia. Per poco non caddi, invece di saltare giù.
Gli incendi nelle due sale rumoreggiavano dietro le porte chiuse, che vibravano forte nelle intelaiature. Il legno si stava scurendo. Presto le fiamme si sarebbero aperte un varco. Forse avrei potuto scagliare la sedia contro la lampada, per romperla o farla cadere. In quel momento, però, una lingua di fuoco guizzò dalla sommità della porta della prima sala, tracciando una striscia marrone sul rivestimento di legno della parete.
Mi allontanai dagli incendi. M'imbattei in una terza porta e l'aprii. Rimasi impietrita. Altre pergamene. Altri libri, altri documenti. Altri sogni raccolti e custoditi, da sfruttare per i loro sordidi scopi. Non avrei permesso che accadesse.
Non c'è più tempo!
"È questo il motivo per cui sono qui. Questo è il futuro che ero destinata a creare. Questo è il mio tempo ed è tutto il tempo che mi occorre. Il mio Sentiero parte da qui! Devo farlo!" proclamai a gran voce.
Stavolta fui meno precisa. Rovesciai a casaccio rotoli e libri. Trovai una lanterna che qualcuno aveva dimenticato su un tavolo. Era piena soltanto per metà e la svuotai camminando. Ne scovai un'altra su una mensola e la spinsi finché non si fracassò sul pavimento. L'olio schizzò su un arazzo e sul lato di un'alta scaffalatura di rotoli. Bene. Molto bene. Adesso mi serviva soltanto una fiamma. Arrotolai alcuni fogli di carta e tornai in corridoio.
Fumo e nebbia. Tossii. Mi girava la testa.
Scappa. Subito! Devi uscire all'aperto. Padre Lupo travolse le mie barriere in un comprensibile moto di panico. Udii uno schianto e il fuoco ruggì più forte. Ma certo. C'erano altre lampade nelle sale. Avrebbero alimentato le fiamme. Mollai i fogli accartocciati, pervasa da un'improvvisa voglia di restare viva. Volevo cogliere l'occasione di fuggire e di vivere. Mi diressi in fretta verso le scale. Mi girai a guardare. Il fumo si gonfiava e strisciava lungo il soffitto dipinto. I pannelli di legno sopra la prima porta stavano bruciando.
Poi, di colpo, la porta della seconda sala saltò dai cardini e le fiamme guizzarono dal varco. La lampada sulla mensola davanti alla terza sala ondeggiò e cadde. L'olio si riversò lungo la parete e sul pavimento. Le lingue di fuoco lo lambirono, propagandosi ai rivestimenti di legno.
L'incendio divampò con violenza e lo spostamento d'aria bollente m'investì. Volai sul pavimento, sbattendo gomiti, ginocchia e mento. Mi morsi la lingua. Boccheggiai per il dolore, ma l'aria era ormai irrespirabile e mi lacrimavano gli occhi. Provai ad alzarmi, ma ricaddi subito, schiacciata da una pesante cappa di fumo rovente. Rimasi bocconi sul pavimento, ansimando a fatica.
Cammina a quattro zampe. Raggiungi le scale. Devi uscire!
Gli obbedii.