A vele spiegate

 Non lo sopporto quando i sogni non hanno senso, ma si gonfiano d'importanza. È difficile scrivere una storia che non ha né capo né coda, figuriamoci poi disegnarla. A ogni modo, ci provo.

 Un uomo fiammeggiante offre da bere a mio padre. Lui beve. Si scrolla come un cane bagnato e schegge di legno schizzano dappertutto. Poi si trasforma in due draghi che volano via.

 Sono quasi sicura che questo sogno si avvererà. Un sogno che non ha senso!

 Diario dei sogni di Ape Lungavista

 ERA una giornata fredda e piovosa. Indossavo il mio vecchio farsetto sopra i pantaloni e la camiciola da quattro soldi che malvolentieri Dwalia mi aveva comprato nel Chalced. Mi sentivo infagottata con tutti quegli strati, ma non avevo un cappotto. Io, Kerf e Vindeliar eravamo fuggiti dal fetore della minuscola cabina e ci eravamo rifugiati sotto la tettoia sporgente della tuga a osservare il grigio mare grosso, picchiettato dalla pioggia battente. Pochi mercanti avevano voglia di prendere una boccata d'aria quel giorno, ma quando due di loro ci passarono davanti assorti in una conversazione d'affari, il cuore mi si riempì di speranza.

 "Mancano sei giorni a Filana. Poi saluterò il mio brandy di Lungosabbia per un discreto profitto. Voglio acquistare il liquore di ribes locale. Ha un'asprezza che solletica la lingua; corroborante per gli uomini e un vero piacere per le signore." Era un ometto basso con la faccia da topo e i vestiti color grigio topo.

 La donna alta accanto a lui rise e scosse la testa. Le ciocche ricciolute le dondolarono ai lati del viso, mentre il resto dei capelli biondi era raccolto in due trecce che le coronavano il capo scoperto nonostante la pioggia. "Non ho niente da vendere là, ma spero di acquistare un paio di cosette. Non per niente si chiama Filana: ci sono i migliori tessitori di tappeti. Se ne compro uno per il mio intermediario sulle Isole delle Spezie, magari spenderà i soldi dei suoi clienti con maggiore facilità. A ogni modo, sono contenta di scendere da questa nave per un po'. Faremo una sosta prima di un'altra tratta di sette giorni fino a Calacarri, se il vento tiene."

 "Il vento va bene, ma è la pioggia che mi dà fastidio."

 "A me non dispiace." La donna alzò lo sguardo, lasciandosi scorrere le gocce sul viso. L'uomo le fissò la gola nuda. "Meno probabilità d'incrociare i pirati o la Flotta del Dazio. E comunque, non vedo l'ora di passare un paio di giorni sulla terraferma."

 Due giorni in porto. Due giorni per trovare la maniera di eludere la sorveglianza di Dwalia e scendere dalla nave. Sei giorni per conquistare la fiducia di Vindeliar. Se fosse fuggito con me e ci avesse nascosti entrambi, come avrebbe fatto Dwalia a rintracciarci? Sapevo che distoglierlo dal suo "Sentiero" sarebbe stato come cercare di distogliere un uccellino da un cespuglio di bacche: una parola o una mossa sbagliata, e lo avrei spaventato. Dovevo usare la massima prudenza e seguire uno schema preciso. Per tre giorni avrei coltivato la sua amicizia e soltanto il quarto avrei cominciato a convincerlo ad aiutarmi.

 Seduto di fianco a me, Kerf curvò le spalle per difendersi dalla pioggia, l'espressione assente per via dell'incantesimo di sottomissione di Vindeliar. Quasi quasi mi faceva pena. Sembrava un fiero stallone costretto a tirare un carretto di letame. Una notte, quando si era spogliato per andare a dormire, avevo notato che i muscoli delle braccia e del torace gli si erano inflacciditi. Soggiogato dalla nebbia di Vindeliar, si muoveva sempre meno come un guerriero e sempre più come un servitore. Ancora qualche tempo, e non sarebbe stato più in grado di difenderci. Possibile che Dwalia non se ne fosse accorta?

 Dall'altra parte, Vindeliar se ne stava accovacciato con quel suo strano volto che a volte era infantile e a volte sembrava quello di un vecchio disincantato. Quel giorno fissava le onde avvilito. "Così lontani da casa", mormorò.

 "Parlami della nostra meta, fratello." Sentirsi interpellato lo lusingava sempre; dal canto mio, ero diventata un'eccellente ascoltatrice, che non lo correggeva né l'interrompeva mai. "Cosa troveremo una volta arrivati?"

 "Oh", sospirò a lungo, quasi non sapesse da dove cominciare. "Dipende da dove sbarchiamo. Potremmo attraccare dall'altra parte dell'isola, dove ci sono gli alti fondali, magari a Sisal o a Crupton. Là conoscono Dwalia. Spero tanto di passare almeno una notte in una comoda locanda con un buon pasto. Agnello alla menta, magari. Mi piace l'agnello. E una stanza calda e asciutta." Fece una pausa quasi stesse già assaporando quei piaceri semplici. "Dwalia potrebbe noleggiare una carrozza per portarci a Clerres. Spero non le venga in mente di andarci a cavallo. Il dorso di un cavallo e il mio sedere non sono mai andati molto d'accordo."

 Io annuii comprensiva.

 "Oppure potremmo attraccare direttamente a Clerres. Dipende dal tipo di nave che troveremo. Sarà piena estate al nostro arrivo. Per te farà molto caldo, piccola creaturina del Nord, ma per me sarà un sollievo. Mi piace quando il sole mi asciuga i dolori alle ossa. Clerres risplende candida sotto i raggi estivi, dato che in parte è costruita con antiche ossa, in parte con pietra bianca."

 "Ossa? Non è spaventoso?"

 "Dici? Io non ci trovo niente di spaventoso. L'osso lavorato è affascinante. Quando saremo arrivati, aspetteremo che la bassa marea faccia emergere la strada rialzata che bisogna attraversare per raggiungere la nostra isola-santuario. Sono certo che ne avrai sentito parlare! Le sommità delle torri sono a forma di teschi di antichi mostri. Di notte le fiaccole all'interno fanno risplendere le orbite di bagliori arancioni, e sembra che gli occhi guardino in ogni direzione. Una vista impressionante e potente." Si grattò una guancia bagnata; la pioggia gli gocciolò dal mento. Poi avvicinò la testa alla mia e abbassò la voce come sul punto di condividere un segreto. "L'arredamento delle quattro torri è ricavato da ossa di drago! Symphe possiede un intero servizio di tazze fatte di denti di drago, bordate d'argento! Sono molto antiche, tramandate da Symphe a Symphe per generazioni."

 "Da Symphe a Symphe?"

 Lui inarcò le sopracciglia chiarissime. "La donna che occupa la torre nord si chiama sempre Symphe. Come fai a non sapere queste cose? A me le hanno insegnate da piccolo. Clerres è il cuore del mondo, e il battito del cuore del mondo dev'essere sempre costante." Recitò l'ultima frase come se fosse un motto conosciuto da chiunque.

 "Finché non mi avete rapita, non sapevo niente dei Servi o di Clerres." Non era una bugia vera e propria. Avevo letto qualcosa in proposito tra i documenti di mio padre, ma non abbastanza da prepararmi a quello che adesso stavo affrontando.

 "Forse perché sei ancora molto giovane", rifletté Vindeliar, scoccandomi un'occhiata indulgente.

 Io scossi la testa. Ormai i capelli mi erano cresciuti tanto da formare piccoli riccioli da cui volarono goccioline di pioggia. "Non credo che siano famosi come tu pensi. Kerf, avevi mai sentito parlare di Clerres prima che i Servi ti reclutassero?"

 Il chalcediano si girò adagio verso di me, gli occhi azzurri sgomenti e spalancati come quelli di una mucca confusa.

 "Ssh", mi ammonì Vindeliar. "Non fargli domande!"

 Aggrottò la fronte per concentrarsi e un istante dopo l'espressione di Kerf perse ogni traccia di agitazione per tornare alla consueta apatia. Mi alzai di scatto per stiracchiarmi, scegliendo proprio il momento in cui due giovani marinai passavano di corsa. Riuscirono a evitarmi, ma uno si girò a guardarmi sorpreso. Io ricambiai lo sguardo con un sorriso. Lui inciampò, si riprese, tornò a voltarsi, e credo che mi avrebbe parlato se qualcuno non gli avesse abbaiato un ordine, accompagnato da uno schiocco di frusta contro il parapetto della nave. I ragazzi si dileguarono come frecce. Io mi sedetti di nuovo, adagio. Vindeliar respirava forte con il naso come se avesse appena finito di correre. Il mondo si acquietò intorno a me, quasi fossi emersa per qualche istante dalla superficie del mare per poi risprofondare nell'immobilità sotto le onde. Evitai di guardarlo negli occhi mentre tentavo di ripetere quello che aveva detto poco prima. "Clerres è il cuore del mondo, e il battito del cuore del mondo dev'essere sempre costante."

 Lo scrutai con la coda dell'occhio attraverso un'improvvisa raffica di pioggia. Erano gocce d'acqua o lacrime quelle che gli scorrevano sul viso? Gli tremò il mento quando disse: "Noi che serviamo i Servi li aiutiamo a mantenere costante quel battito. Se obbediamo. Se restiamo sul Sentiero".

 "E tu?" gli chiesi. "Che male c'è se vai a una fiera e mangi le caldarroste e bevi sidro speziato? Non sono atti malvagi."

 I suoi occhietti rotondi erano colmi di tristezza. "Ma nemmeno buoni. Io devo fare soltanto quello che mantiene il mondo sul vero Sentiero. Il male è capace di scaturire dalle cose più banali. La torta che mangio, un'altra persona non la mangerà. Come minuscoli ciottoli che si muovono fino a innescare una frana che cancellerà un'intera strada."

 Non avevo forse sentito qualcosa del genere tanto tempo prima? Le sue parole mi avevano suscitato una strana sensazione, ma non mi piacevano. Se Vindeliar era convinto che Dwalia conoscesse il suo destino e si fosse ostinato a seguire i suoi ordini, non avrei avuto alcuna speranza di portarlo dalla mia parte.

 Quasi mi avesse letto nel pensiero, disse: "Ecco perché non posso aiutarti a sfidarla. Se tenti di fuggire, devo fermarti e riportarti indietro". Scosse la testa. "È andata su tutte le furie quando sei scappata in città. Le ho detto che non potevo costringerti a obbedire. Una volta l'ho fatto, quel primo giorno, quando il potere scorreva ancora nuovo e gagliardo in me. Lei mi aveva preparato al compito che mi attendeva, ma da allora non riesco più a farmi obbedire da te. Ha detto che ero un bugiardo e mi ha preso a schiaffi." Mosse la lingua all'interno della guancia, come in cerca dei punti ancora doloranti. Provai un impeto di compassione per lui.

 "Oh, fratello", dissi e gli presi la mano.

 Fu come infilarla in un corso d'acqua gelida che scorreva impetuoso. Come toccare mio padre quando non schermava la mente e io non avevo ancora imparato a proteggermi. Sentii che la sua corrente mi artigliava i pensieri. Avvertii il suo controllo su Kerf, come un cappio stretto intorno alla sua mente. Il chalcediano non era un debole. La fune era tesa e vibrante, il guinzaglio di un cane riottoso. Tirai indietro la mano di scatto e per mascherare quello che avevo percepito, gli diedi una pacca affettuosa sul braccio coperto dalla stoffa della manica. "Mi dispiace che ti abbia punito per questo."

 Lui mi fissò accigliato. "Stavi pensando a tuo padre."

 Il cuore mi balzò in gola. Barriere, su le barriere. "Mi manca tanto", mormorai.

 Lui fece per toccarmi, ma io mi alzai in fretta. "Sto gelando. Vado dentro. Kerf, tu non hai freddo?"

 I suoi occhi si rianimarono per un istante e Vindeliar si distrasse per tirare il guinzaglio del suo cane ribelle. Tempo che riprendeva il controllo del chalcediano e che lo faceva alzare per seguirmi, io mi ero già allontanata per tornare in cabina. Un marinaio intento ad abbisciare una cima si fermò per guardarmi sorpreso. E così Vindeliar nascondeva me e controllava Kerf allo stesso tempo, ma questo gli costava molta fatica. Una piccola informazione, però interessante.

 Tuttavia gli avevo fornito un'arma che avrei preferito non avesse. Aveva capito che se mi toccava, pelle a pelle, poteva entrarmi nei pensieri. Non mi girai a guardarlo né permisi alla mia mente di rifletterci troppo. Dovevo sforzarmi di migliorare le mie barriere. Ormai dubitavo di riuscire a convincere Vindeliar o Kerf ad aiutarmi. Un vecchio marinaio mi passò accanto, la camicia bagnata incollata alla schiena, i piedi scalzi che sciaguattavano sul ponte inondato di pioggia. Non mi degnò nemmeno di un'occhiata.

 Arrivai al boccaporto e scesi la scaletta che portava nelle viscere della nave, dove mi aspettava il nostro squallido alloggio. Mi feci largo tra le amache penzolanti e i bauli da viaggio, e nel mentre studiavo le persone che incrociavo. Alcuni mercanti chalcediani si erano seduti in circolo a parlare del tempo e dei pirati. Mi fermai alle loro spalle. Nessuno alzò lo sguardo su di me, ma dai loro discorsi venni a sapere che la nostra nave era la più veloce del Chalced. Non era mai stata abbordata dai pirati, sebbene fosse stata inseguita più di una volta. Aveva anche evitato incontri sgradevoli con la cosiddetta Flotta del Dazio ed era scivolata via inosservata tra le Isole dei Pirati senza pagare il pedaggio alla regina Etta e ai suoi tagliagole.

 "Le navi pirata che potrebbero inseguire il nostro vascello fanno parte della Flotta del Dazio?" domandai ad alta voce, ma nessuno si voltò verso di me.

 Tuttavia, un secondo dopo, un tizio più giovane ai margini del capannello di mercanti disse: "Non vi sembra ironico che una regina che governa un territorio chiamato Isole dei Pirati, adesso sia a sua volta infastidita dai pirati?"

 Un mercante dai baffoni grigi scoppiò a ridere. "Ironico e molto gratificante per chi come noi un tempo era costretto a infilarsi nello stretto delle Isole dei Pirati sperando di sfuggire alle attenzioni di re Kennit. Lui prendeva nave, equipaggio e carico e li sfruttava per i propri scopi. Chi non gli procurava un riscatto, finiva residente stabile delle Isole dei Pirati."

 "Kennit? O Igrot?" domandò il giovane.

 "Kennit", confermò l'anziano. "Igrot era prima dei miei tempi, e una bestia molto più crudele. Prendeva il carico, stuprava e massacrava l'equipaggio e poi sfregiava la nave. Lui aveva un veliero vivente, e nessuno sfugge a quel tipo di navi. Soffocò il commercio per anni. Poi un giorno svanì, semplicemente." Spalancò gli occhi, scimmiottando beffardo il giovane. "Certi dicono che nelle notti di tempesta, si può scorgere in lontananza la sua nave fantasma con le vele fiammeggianti e la polena che grida di dolore."

 Ci fu un attimo di silenzio mentre il giovane lo fissava ammutolito, poi tutti si sbellicarono dalle risate.

 "Credete che riusciremo a eludere la Flotta del Dazio della regina Etta?" chiese il giovane, recuperando un contegno.

 Il mercante anziano s'infilò le mani nella fusciacca riccamente ornata, arricciò le labbra e sentenziò filosofico: "Può darsi di sì, può darsi di no. L'accordo che ho stretto con il comandante è che se riusciremo a seminare la Flotta del Dazio, gli pagherò la metà della somma che mi avrebbero estorto. Tutto sommato è un buon accordo, e l'ho già fatto prima. Per tre viaggi su cinque li abbiamo evitati. Le probabilità a favore sono alte. La mia piccola offerta deve averlo stimolato a spiegare più vele, credo".

 "Ottime probabilità, davvero", replicò il giovane.

 In quel momento udii una serie di passi goffi che scendevano la scaletta; alzai lo sguardo e vidi Kerf seguito da Vindeliar. "Eccovi finalmente", esclamai pimpante. "Sono corsa avanti perché non ne potevo più della pioggia."

 Kerf non disse niente, ma Vindeliar mi scoccò un'occhiata accigliata. "Meglio tornare in cabina", disse sospingendo avanti il chalcediano. Io rimasi dov'ero.

 "Che cosa ne sarà di me?" chiesi ad alta voce. "Quali sono le intenzioni di Dwalia? Perché ha fatto tanta strada, e seminato morte e distruzione? Ha venduto Alaria al mercato degli schiavi per comprarci un passaggio fuori dal Chalced, senza un briciolo di rimorso verso chi finora aveva viaggiato con lei. Perché non ha venduto me? Oppure te?"

 "Ssh!" sibilò Vindeliar a mezza bocca. "Non posso parlarti qui."

 "Perché gli altri non possono sentirmi? Né vedermi? E quindi potrebbero pensare che sei un mentecatto che parla da solo?" Avevo strillato e scandito ogni parola.

 Lo vidi per un attimo perdere il controllo di Kerf, mentre uno degli uomini si voltava come se avesse udito qualcosa. Un istante dopo negli occhi del chalcediano era tornato lo sguardo annebbiato. Vindeliar mi fissò, tremante per lo sforzo. Anche la voce gli s'incrinò quando mi disse: "Fratello, ti prego".

 Avrei dovuto odiarlo. Aveva collaborato alla mia cattura e mi aveva soggiogata mentre mi portavano via. Aveva nascosto me e Sciò alla vista di chiunque avrebbe potuto aiutarci, e ancora mi rendeva invisibile. Ero prigioniera di Dwalia, ma lui era il mio carceriere.

 Quindi era irrazionale da parte mia provare compassione per lui, però le cose stavano così. Mi sforzai di restare impassibile mentre le lacrime gli affioravano negli occhi pallidi. "Ti prego…" mormorò, e io cedetti.

 "Allora in cabina", dissi, con voce più calma stavolta.

 La gola di Vindeliar era talmente stretta per la paura che squittì: "Lei ci sentirà. No!"

 Uno dei mercanti si girò e gli scoccò un'occhiata d'accusa. "Signore! State forse origliando la nostra conversazione privata?"

 "No, no! Siamo entrati per ripararci dalla pioggia, per asciugarci un po'. Ecco tutto."

 "E non avete nessun altro posto dove andare se non qui alle nostre spalle?"

 "Io… ora ce ne andiamo." Vindeliar mi guardò implorante, poi incitò Kerf a incamminarsi. Probabilmente parve bizzarro ai mercanti che i due risalissero la scaletta da dov'erano scesi per tornare sotto la pioggia battente. Io li seguii più lentamente. Vindeliar tremava quando emergemmo sul ponte, ma il nostro riparo era stato occupato da un mozzo che fumava una pipa in santa pace. Guardò Vindeliar per un attimo, poi si girò dall'altra parte. Io feci un sonoro colpo di tosse. Il mozzo non batté ciglio.

 "Fratello!" mi rimproverò Vindeliar, e si avviò a malincuore lungo il ponte, seguito a ruota da Kerf. La pioggia era aumentata e scrosciava in diagonale, sospinta dal vento. Non c'era nessun altro posto dove ripararsi. Vindeliar si fermò appoggiandosi sconsolato al parapetto. "Lei mi ucciderà se scopre che ho risposto alle tue domande." Mi scoccò un'occhiata in tralice. "Ma se non ti rispondo, tu mi costringerai ad andare oltre le mie capacità. Mi è sempre più difficile nasconderti. Ho nascosto un contingente di soldati agli occhi di un'intera città! Perché con te è così dura?"

 Non lo sapevo e non m'importava. "Perché io?" gli domandai decisa. "Perché mi avete distrutto la casa e rovinato la vita?"

 Lui scosse la testa, affranto perché non riuscivo a comprendere. "Non rovinato la vita", obiettò. "Guidata sul vero Sentiero. Bisognava controllarti perché non creassi una falsa via e ci portassi tutti verso un futuro terribile."

 Lo fissai sbigottita.

 Lui sospirò. "Ape. È per questo che sei importante! Tu sei parte del vero Sentiero! Per lungo tempo ci sono stati i sogni sul Figlio Inaspettato. Centinaia di pergamene lo citano e alcune sono molto antiche. Lui è pieno di crocevia. La sua esistenza è un raccordo. Un nesso, dice Symphe. Tu crei ulteriori raccordi. Sei pericolosa." Si abbassò al livello del mio viso bagnato di pioggia. "Mi capisci?"

 "No."

 Vindeliar si schiacciò le tempie con le mani quasi volesse spremere via il dolore. Gocce gli colavano lungo le guance… lacrime, pioggia o sudore, chissà. Kerf contemplava il mare con passività bovina, senza ripararsi la faccia dalle raffiche di pioggia. La tempesta stava rinforzando. Le vele sbattevano al vento. Il violento beccheggio della nave mi dava il voltastomaco.

 "Tanti sogni significano che qualcosa è molto più probabile", proseguì Vindeliar. "Il Figlio Inaspettato porta cambiamento nel mondo. Se tu non vieni controllata, metterai il mondo su una rotta sbagliata. Tu rappresenti un pericolo per i Servi, per Clerres! In tutti i sogni lui cambia talmente le cose che nessuno riesce più a predire un futuro. Devi essere fermata!" Di colpo si tappò la bocca con la mano.

 "E quindi tu pensi che io sia lui!" esclamai incredula. Aprii le braccia per mostrare quanto fossi piccola e indifesa. "Se tu non mi fermi, io rovinerò il mondo? Io?" Una raffica di vento m'investì. "E come farai a fermarmi? Mi ucciderai?" Mi aggrappai al parapetto mentre la nave sobbalzava; il vento ruggiva e la pioggia ci sferzava implacabile.

 "Tu devi per forza essere lui", dichiarò quasi implorante. Pensai che si sarebbe messo a piangere. "Dwalia ha detto che se mi fossi sbagliato, lei mi avrebbe ucciso. Era così infuriata quando ha scoperto che eri una femmina. È stato allora che ha cominciato a dubitare di me. E di te. Ma per me è tutto chiaro. Se tu non sei lui, chi altri puoi essere? Ho sognato di trovarti nel mio unico vero sogno. Tu sei lui e, a meno che non ti portiamo a Clerres, tu cambierai il sentiero del mondo." D'un tratto assunse un tono deciso. "Quando arriveremo a Clerres, dovremo convincere tutti che tu sei il Figlio Inaspettato e che la nostra missione era giusta. Tu dovrai convincere tutti di essere lui. Altrimenti…"

 Stavolta si tappò la bocca con una tale foga da darsi uno schiaffo. Spalancò gli occhi fissando nel nulla oltre le mie spalle, poi riabbassò lo sguardo su di me, e io lessi rabbia e tradimento nella sua espressione. "Sei tu che lo stai facendo, vero? In questo preciso momento. Mi fai dire cose per poterne sapere di più e cambiarle. Perché tu sei lui. Tu mi resisti quando cerco di nasconderti. Tu aizzi Dwalia contro di me. Tu sei fuggita, e tante persone sono morte. Ti abbiamo ripresa, ma Spilla è morta e Alaria è stata venduta. E adesso restiamo soltanto io e Dwalia, e Kerf. Tutti gli altri… tu hai trasformato la loro vita in morte! È quello che farebbe il Figlio Inaspettato!" Era furioso.

 Mi prese il panico. Ero arrivata a tanto così dal farmelo amico. La delusione era cocente. "Fratello", lo implorai con voce tremante. "Quelle cose sono successe perché mi avete rapita!" Non volevo piangere, ma i singhiozzi mi squassarono il petto e gridai, malgrado la gola stretta. "Non sono stata io! È stata Dwalia! Lei è venuta e ha ucciso la mia gente. E ha causato la morte di tanti lurik. Non io! Non io!" Caddi in ginocchio. Non poteva avere ragione. Tutte quelle morti non potevano essere colpa mia. FitzVigilante. Il padre di Per. Bagordo. Non potevo essere io la causa!

 La tempesta montò insieme alla mia paura. Era come se scaturisse dal mio petto e infuriasse intorno a noi. Un'onda superò l'impavesata, s'infranse su di me e per istinto mi afferrai alla gamba di Kerf. Udii qualcuno gridare un ordine, e tre marinai ci passarono davanti correndo. La prua della nave cominciò a sollevarsi quasi stessimo risalendo un ripido pendio. Uno dei marinai gridò a Vindeliar: "Scendete sotto coperta, idioti!"

 Io mi rialzai puntellandomi sul ponte. Il vento soffiava impietoso da ogni direzione. Restammo in bilico sull'onda per un lunghissimo istante…

 Poi la nave sprofondò nell'avvallamento successivo e noi tutti scivolammo sul ponte bagnato. Io sfilai urlando accanto a Vindeliar. "Prendila!" gridò lui a Kerf. "Riportala in cabina."

 Kerf si chinò e mi afferrò per il dorso della camicia, trascinandomi come un sacco di patate mentre arrancava a fatica verso il boccaporto con la scaletta, con Vindeliar aggrappato alla sua spalla. I marinai imprecavano mentre ci schivavano correndo. Si muovevano con decisione, ma io non riuscivo a capire i comandi. Si arrampicarono sulle sartie e sugli alberi, mentre la tempesta li flagellava e le vele schioccavano a ogni raffica. Il ponte s'inclinò di nuovo. Raggiungemmo il boccaporto, ma era chiuso. Vindeliar si accovacciò e lo prese a pugni, gridando di farci entrare. Kerf mi lasciò la camicia e si piegò su un ginocchio, poi con un grugnito sollevò la copertura e la fece scivolare di lato. Scendemmo o, per meglio dire, capitombolammo giù per la scaletta, mentre qualcuno richiudeva il boccaporto sopra di noi. Piombammo nell'oscurità.

 Per un momento mi parve di essere al sicuro, poi però il ruvido pagliolato s'inclinò e nella penombra sentii uno strillo di paura. Qualcuno si mise a ridere. "Non sarai mai un mercante, ragazzo, se un po' di mare grosso ti fa starnazzare così."

 "Spegnete quella lanterna!" gridò qualcun altro, e un attimo dopo fu il buio assoluto.

 Io non sapevo da quale parte fosse la nostra squallida cabina; per fortuna Kerf sì. Vindeliar mi sussurrò all'orecchio: "Seguici", e io obbedii. Gli strinsi un lembo della camicia e m'incamminai a passettini, urtando travi, amache, un baule e infine varcai la soglia di quella che si rivelò essere la porta del nostro alloggio. Il pavimento mi sfuggì da sotto i piedi; allora mi accovacciai per poi sedermi, appiattendo i palmi sul legno nel tentativo di non rotolare. Quando Kerf cercò di chiudere l'uscio, scoprii di essere seduta in mezzo. Strisciai sul sedere verso il centro della cabina, non avendo il coraggio di alzarmi in piedi. Continuai a brancolare nel buio finché non trovai un angolino dove mi rincantucciai, stringendomi la mano dolorante in grembo. Ero fradicia fino al midollo, i capelli mi sgocciolavano nel colletto. Malgrado l'aria stantia della cabina, ero infreddolita. E disperata. Ero sicura che Dwalia si sarebbe arrabbiata, ma non m'importava: volevo una risposta!

 "Perché mi avete rapita? Che intenzioni avete con me?" Parlai forte e chiaro nel buio.

 Udii Dwalia muoversi nella cuccetta mentre la nave sbandava dall'altro lato. "Falla tacere!" ordinò a Vindeliar. "Falla dormire."

 "Non può! Perché io so tenerlo fuori dalla mia mente. Perciò non può controllarmi."

 "Be', io sì! Posso controllarti con un bastone, quindi farai meglio a stare zitta!" Era una minaccia, ma nel suo tono la sofferenza prevaleva sulla rabbia. E percepii inoltre una traccia di paura. Il movimento della nave mi spinse nell'angolo; mi sentivo un micino sballottato in una gabbia. Non mi piaceva quella situazione, però rammentai i marinai in coperta, dall'aria indaffarata e concentrata, e non mi erano parsi spaventati. Mi rifiutai di avere paura. "Tu non ce l'hai un bastone, e se anche l'avessi, non potresti vedermi per colpirmi. Hai paura di rispondermi? Perché mi avete rapita? Che cosa volete farne di me?"

 Lei si alzò a sedere di scatto. Lo intuii dal fruscio delle coperte e dal tonfo sonoro della sua testa quando urtò la cuccetta superiore. Cercai di frenare una risata, però mi esplose dalla gola irrefrenabile. Nel buio, nello sconquasso della tempesta, non so perché ma mi sentivo stranamente potente. Le lanciai le mie parole di sfida. "Questa nave potrebbe affondare. In quel caso, tutti i tuoi piani andrebbero in fumo. Immagina che affondi con noi bloccati dentro. Se anche riuscissimo a fuggire dalla cabina, non troveremmo mai la strada per arrivare alla scaletta e al boccaporto nel buio. Moriremmo tutti qui, quando l'acqua gelida ci verrà incontro. Chissà, potrebbe persino capovolgersi prima di affondare."

 Udii Vindeliar ansimò, terrorizzato. Provai un misto di compassione e di cupa soddisfazione. Sarei riuscita a fargli capire quanto ero stata male per la paura quando mi avevano rapita?

 La nave beccheggiò forte. Per un istante parve urtare qualcosa, poi lo superammo. E un attimo dopo Dwalia vomitò. C'era un secchio accanto alla sua cuccetta, ma sentii che il rigurgito di bile sgocciolava sul pagliolato, mentre lei era squassata da violenti conati. La puzza divenne insopportabile.

 "Credevi che fossi il Figlio Inaspettato. Poi hai cambiato idea! Be', sai, io credo di esserlo, invece! E sto cambiando il mondo, in questo preciso momento. Non saprai mai come l'ho cambiato, perché penso che morirai prima di arrivare in porto. Di sicuro sei dimagrita e ti sei indebolita. E se muori e Vindeliar resta solo con noi? In quel caso dubito che andrei a Clerres." Risi di nuovo.

 Seguì un lungo istante di silenzio assoluto, come se tanto la tempesta quanto la nave si fossero prese una pausa. Dwalia parlò in quella tregua. "Che cosa ne sarà di te? Ti farò quello che ho fatto a tuo padre. Ti farò a pezzi. Ti strapperò ogni segreto, dovessi scuoiarti viva. E quando avrò finito con te, ti consegnerò agli allevatori. È da tanto che aspettano qualcuno con il tuo sangue. Non importa se sarai sfregiata, sono sicura che troveranno qualcuno disposto a stuprarti finché non concepirai un figlio. Sei giovane. Immagino che riusciranno a cavarti una ventina di marmocchi dal ventre prima che il tuo corpo ceda." Fece uno strano verso gutturale.

 Non avevo mai sentito Dwalia ridere, ma riconobbi il suono. Fui pervasa da una paura gelida, più fredda dell'acqua di mare che schiaffeggiava la paratia della nostra cabina. Ero sconvolta. Che cosa stava dicendo? Mi sforzai di recuperare la calma. "Tu non hai fatto niente a mio padre. Se nemmeno lo conosci!"

 Una pausa mentre il pavimento s'inclinava in un'altra direzione, e in quel silenzio udii il fasciame scricchiolare, quasi che le tavole di legno mormorassero tra loro. Poi Dwalia parlò di nuovo, e fu come se la tenebra stessa prendesse voce. "Sei tu che non sai nemmeno chi era tuo padre!"

 "Io conosco mio padre!"

 "Ma davvero? Conosci i suoi capelli chiari, gli occhi pallidi? Conosci il suo sorriso beffardo e le sue dita affusolate? Non credo proprio. Ma io sì. Sono stata io ad accecare quegli occhi, a cancellargli per sempre quella smorfia sarcastica. Ho scorticato io i polpastrelli di quelle dita eleganti. Questo dopo avergli strappato le unghie a una a una. Non potrà più fare il giocoliere, né far comparire una mela dal nulla. E mi sono assicurata che non possa più nemmeno danzare o saltare. Gli ho strappato la pelle dalle piante dei piedi, lentamente, oh, sì, molto lentamente. E gli ho infilato il piede sinistro tra le due ganasce di una morsa e poi, piano piano, l'ho serrata, meno di un quarto di giro per ogni domanda. Non importava che mi rispondesse oppure no! Io lo interrogavo e lui lanciava un grido inarticolato, oppure strillava qualche parola, ma in ogni caso io giravo la vite. Sempre più stretta, con il dorso del piede che si gonfiava finché… non gliel'ho stritolato!" Un'altra risata gracchiante.

 Sentivo Vindeliar che ansimava nel buio. Stava cercando di non ridere? O era sull'orlo del pianto?

 "Le ossa cedettero. Un osso schizzò fuori dalla carne come una piccola torre d'avorio. Quanto urlava! Io alzai lo sguardo verso gli spettatori e aspettai, aspettai finché lui non perse la voce. E allora feci fare alla vite un altro quarto di giro!"

 Per un lungo istante il mondo si fermò intorno a me; persino la nave parve fermarsi, sospesa, immobile. Un padre che non conoscevo? Un padre che Dwalia aveva torturato? Qualcuno aveva torturato di certo, ne parlava come se fosse il pasto più squisito che avesse mai assaggiato, o la musica più melodiosa che avesse mai udito. Ma mio padre? Io conoscevo mio padre. Era anche il padre di Urtica, ed era stato il marito di mia madre per tanti anni. Sicuro che era mio padre.

 Eppure, mentre il mio mondo oscillava in bilico come la nave, la domanda sorse spontanea. E se non fosse stato mio padre? Se non lo fosse mai stato? Burrich non era stato il vero padre di Urtica. Non sarei stata né la prima né l'ultima bambina a essere affidata a dei genitori adottivi. Molly però era mia madre. Di questo ero più che certa. A meno che… Mi sovvenne un dubbio atroce su mia madre. Quell'idea assurda non avrebbe forse spiegato perché non somigliavo a lui? Non avrebbe spiegato la facilità con cui quel giorno mi aveva abbandonata? Mi aveva detto che doveva partire, che doveva salvare quel vecchio mendicante malconcio. Il mendicante cieco, con la mano deforme e il piede zoppo…

 E in quel momento la nave s'inclinò lentamente a prua; mi parve quasi che si fosse messa in verticale. Ci eravamo mossi? Non lo capii finché non avvertii l'impatto nauseante contro il muro d'acqua, tanto solido quanto liquido. Qualcosa urtò la paratia alle mie spalle per poi cadere sul ponte di coperta, mentre la nave cercava di raddrizzarsi. Mi parve di sprofondare e riemergere di colpo come un turacciolo di sughero. Si udì uno schianto secco, seguito dalle grida dei marinai. Mi domandai che cosa fosse successo.

 "Probabile che abbiamo perso qualche sartia, forse persino un albero." La voce di Kerf risuonò cupa e profonda nell'oscurità; poi si fece più stridula quando chiese: "Dove stiamo andando? Quando ci siamo imbarcati su una nave? Stavo portando il mio bottino di guerra, la mia donna, a casa da mia madre! Che fine ha fatto? Come siamo arrivati fin qui?"

 "Controllalo!" sbraitò Dwalia a Vindeliar, ma lui non rispose. Feci scivolare un piede sul pavimento e nel buio urtai un fagotto inerte.

 "Credo che Vindeliar abbia sbattuto la testa", dissi, poi mi rimproverai per la mia stupidità. Era svenuto e non poteva fermarmi. Non pensavo che a Kerf importasse qualcosa. Quella era la mia occasione per ucciderla e liberarci tutti. La nave fu scossa da una violenta vibrazione e ricominciò a salire. Sentii il corpo di Vindeliar rotolare sul pavimento.

 Un'arma. Mi serviva un'arma. Non c'era niente in quella cabina da poter usare. Non avevo niente per ucciderla.

 Tranne Kerf.

 "Sei prigioniero. Come me." Mi sforzai di usare un tono calmo e razionale, da adulta e non da ragazzina terrorizzata. "Ti hanno preso Alaria e l'hanno venduta come schiava. E prima ancora ti hanno privato di dama Sciò per sempre, convincendoti a restituirla ai suoi carcerieri invece di portarla sana e salva a casa. Ricordi, Kerf? Ricordi che ti hanno trascinato in una pietra magica e che hai rischiato di perdere il senno? L'hanno fatto di nuovo. E adesso ti hanno convinto a lasciarti alle spalle la tua casa nel Chalced." Malgrado i miei sforzi, la mia voce aveva assunto un tono infantile e petulante mentre cercavo d'istigarlo con i torti che gli avevano inflitto.

 Lui non reagì alle mie parole. Decisi di tentare il tutto per tutto. "Dobbiamo ucciderla. Dobbiamo sbarazzarci di Dwalia. È l'unico modo per tornare liberi!"

 "Piccola carogna schifosa!" strillò lei. Sentii che annaspava tra le coperte per scendere dalla cuccetta, ma l'inclinazione della nave giocava a mio favore. Lei si trovava più in basso rispetto a me. Non potevo aspettare Kerf, era ancora troppo inebetito. Cercai di muovermi in silenzio nel buio; per metà strisciai e per metà scivolai verso di lei. Avevo appena qualche secondo per raggiungerla, prima che la nave si raddrizzasse sulla cresta dell'onda.

 Tastai il bordo della cuccetta, mi alzai a fatica e cercai Dwalia a tentoni. Lei continuava a lottare per mettersi in piedi. Non volevo toccarla per non metterla in guardia sulle mie intenzioni. Dovevo indovinare dove fosse il suo collo; allungai le mani alla cieca verso il suo viso. Con una mano le trovai il naso e il mento e subito dopo la tirai verso il basso, alzando l'altra per serrarle la gola. Affondai le dita nella carne e strinsi.

 Lei mi diede uno schiaffo potente sul lato della testa. Mi fischiò l'orecchio, ma non mollai la presa. Purtroppo le mie mani erano troppo piccole. Al massimo potevo artigliarle i lati del collo, non soffocarla come avevo sperato. Lei strillò una sfilza di parole che non capii, ma sentivo che traboccavano di odio. Mi slanciai in avanti con la bocca spalancata, nel tentativo di azzannarle la gola, però trovai la faccia. Non l'avrei uccisa, ma la morsi comunque, serrando i denti sulla sua guancia paffuta. Lei gridò e quando cominciò a tempestarmi di pugni, capii che mi stava picchiando per farmi staccare. Temeva che se avesse tentato di allontanarmi con una spinta, le avrei strappato un brano di carne. La carne viva è molto più coriacea di quella cotta. Digrignavo i denti affondandoli sempre di più con gioia selvaggia. Lei mi stava facendo del male e io gliel'avrei fatta pagare. Strinsi la mascella e le straziai la carne come un lupo che scrolla un coniglio.

 Poi Kerf ci capitombolò addosso. Mi si accese una scintilla di speranza. Con il suo intervento, l'avremmo uccisa. La nave si stava stabilizzando. Lui avrebbe potuto estrarre la spada e trapassarla da parte a parte. Volevo gridargli di sbrigarsi, ma non volevo aprire la bocca. Invece, con mio sommo orrore, sentii che mi afferrava per le spalle. "Lasciala andare", mi disse con la voce trasognata di un sonnambulo.

 "Tirala via", gli ordinò Vindeliar. Era rimasto stordito soltanto per pochi istanti.

 "No! No, no, no!" urlò Dwalia. Mi prese la testa tra le mani e se la tenne vicina al viso, ma Kerf era più forte. Nel momento in cui sentii che i miei denti s'incontravano, il chalcediano mi tirò indietro con uno strattone. Un brano di carne si lacerò e venne via con me. Kerf mi gettò di lato come una palata di letame. Colpii il pavimento, sputai il pezzo di guancia di Dwalia, poi cominciai a scivolare mentre la nave tornava a sprofondare. Mi raggomitolai in un angolo e mi feci forza. Dwalia strillava come un'ossessa mentre Vindeliar blaterava disorientato, chiedendole se fosse ferita, che cosa era successo, che cosa doveva fare adesso. Intanto io avevo i conati di vomito per quello che avevo fatto. Il suo sangue m'imbrattava il mento. Mi grattai la lingua con i denti e sputai i residui di Dwalia sul pagliolato.

 Vindeliar era impegnato con Dwalia. Non avevo idea di dove fosse Kerf o di che cosa stesse facendo. Vattene. Non appena si fosse ripresa dallo choc, mi avrebbe picchiata. Adesso sapevo che ci avrebbe provato un gusto immenso a massacrarmi di botte. Niente le avrebbe impedito di uccidermi.

 Nel buio della nave imbizzarrita, avevo perso l'orientamento. Quando l'ennesima sbandata mi fece ruzzolare lungo una paratia, la seguii a tentoni, ma non trovai nessuna porta. La nave incontrò il muro d'acqua e si piegò di lato. Grida di disperazione provennero dai marinai in coperta. Quindi adesso era il momento di temere qualcosa di più grande di Dwalia. Decisi che avrei avuto paura che la nave affondasse soltanto quando fossi uscita dalla cabina e mi fossi allontanata da lei.

 La nave rollò dall'altro lato e io seguii il movimento verso la parete opposta. Per un attimo incontrai l'ostacolo di uno stivale, di Kerf probabilmente, poi urtai la parete. Trovai la porta a tentoni, mi alzai, la spalancai e rotolai fuori. La porta si richiuse di colpo alle mie spalle. Dwalia stava ancora imprecando contro di me. Mi chiesi quanto tempo avessi prima che si rendessero conto che non ero più in cabina con loro.

 Arrancai nel buio sul pagliolato inclinato, sotto le amache dondolanti. Udii maledizioni, preghiere, uomini adulti che piangevano. Andai a sbattere contro un palo di sostegno e l'abbracciai per qualche istante, mentre cercavo di ricordare quello che avevo visto negli scompartimenti sotto coperta. Poi, quando la nave risalì un'altra onda, caracollai verso il palo successivo. Mi aggrappai al legno, aspettai, quindi scattai di nuovo, urtando un uomo stavolta. Dovevo salire a tutti i costi. Se ero destinata ad annegare mentre la nave affondava, l'avrei fatto lontana da Dwalia.