Saliva di serpente
Mio re, mia regina, e stimata dama Kettricken,
ho raggiunto la mia destinazione e ho già avuto diversi incontri con re Reyn e la regina Malta dei Mercanti dei Draghi. Era presente anche la mercante Khuprus, madre di re Reyn, in rappresentanza dei Mercanti delle Giungle della Pioggia, un'inaspettata presenza al tavolo dei negoziati.
I due guaritori d'Arte che mi hanno accompagnata hanno effettuato alcuni risanamenti di lieve entità per le persone del posto. Li ho avvertiti di non operare guarigioni più complesse, perché entrambi sostengono che l'influenza dell'Arte scorre prepotente e potrebbe trascinare via le loro menti. Occorre anche considerare che un lavoro su ampia scala dovrebbe meritare favori più importanti, e temo che questo non accadrà.
Sia il re sia la regina asseriscono di avere scarso ascendente sui draghi e che non possono obbligarli a cessare le razzie delle nostre mandrie e delle nostre greggi. In verità, i sovrani mostrano di avere poca autorità anche sui propri sudditi, dacché gran parte delle decisioni vengono prese in base al consenso popolare. Non so bene come affrontare tale situazione. Per giunta, la mercante Khuprus parla soltanto a nome della propria famiglia, affermando che qualunque accordo che vogliamo sancire, ossia guarigioni in cambio di commerci, dev'essere votato dal Concilio dei Mercanti.
Ricordo che mi avete consigliato di essere il più generosa possibile durante la nostra prima visita, ma a mio avviso, se concedessimo con troppa munificenza ciò che questa gente desidera, perderemmo gran parte del nostro potere di contrattazione.
Gli adepti d'Arte che sono con me suggeriscono che forse sarebbe meglio fondare un centro di guarigione nei Sei Ducati e invitare gli abitanti delle Giungle della Pioggia a recarsi là, dove la corrente d'Arte è più gestibile. In questa città l'Arte è talmente forte che sono costretta a inviarvi questo messaggio tramite piccione viaggiatore.
Prenderemo la nave per tornare a casa fra tre giorni.
Al vostro servizio,
dama Mentuccia
NON era prudente sostare a Borgo Spauracchio troppo a lungo. Dwalia non poteva sapere quante persone ci avrebbero riconosciuti dopo quella notte sanguinosa. Non la smetteva di chiedere a Vindeliar quanto Kerf avrebbe ricordato e quanto avrebbe potuto spifferare. "Non se la scorderà", aveva piagnucolato lui. "Non ho avuto il tempo di dirgli di dimenticare. Tu ci hai costretti a fuggire. Avrà la mente confusa, ma ricorderà ciò che ha fatto. Lo racconterà. Se lo torturano abbastanza."
"E tu ti sei messo a frignare, pisciasotto che non sei altro", ribatté lei vendicativa. E così, quella notte, invece di ricorrere alla magia di Vindeliar per trovare una stanza in una locanda, Dwalia ci fece dormire tutti sotto un ponte, lontani da occhi indiscreti. Non appena i primi raggi di sole illuminarono il cielo, ci ordinò di entrare in acqua e di lavarci il sangue dai vestiti. Non restammo soli a lungo. Uomini e donne della città scesero sull'argine con ceste di biancheria e indumenti. Ogni lavandaio aveva una propria zona specifica per fare il bucato, che poi misero ad asciugare su appositi stendini, scoccandoci occhiate diffidenti dalla riva ghiaiosa.
Dwalia ci guidò di nuovo in città. Credo che conoscesse soltanto centri abitati e strade affollate. Per me, avrei cercato una foresta dove rintanarci, per dare tempo e modo alla gente di dimenticarci. Lei invece sibilò a Vindeliar: "Rendici insignificanti. Guariscimi la faccia, non lasciarmi nessuna cicatrice visibile. Fallo".
So che lui s'impegnò; percepii la sua magia che mi sfiorava i sensi, ma non fece un buon lavoro. Tuttavia, gli straccioni non sono una vista insolita in una città portuale, perciò non attirammo l'attenzione. Ci tenemmo alla larga dall'elegante locanda e dalla strada trafficata dov'era morta la mercante Akriel. Dwalia ci condusse nel quartiere più povero, dove le insegne delle pensioni erano scheggiate e ingrigite dagli agenti atmosferici e gli scarichi scorrevano verdastri e puzzolenti nei canali di scolo.
Io e Dwalia ce ne stavamo nascoste in un vicolo, oppure ogni tanto ci sedevamo sul ciglio della strada a chiedere l'elemosina con la mano tesa. Invano. Vindeliar batteva la via su e giù in cerca di prede facili. Alcune persone erano più semplici da persuadere di altre. Da ciascuno prese qualcosa, un paio di monete qua, un paio di monete là. La gente le donava volentieri, o almeno così avrebbe ricordato in seguito, anche se non avrebbe saputo dire perché. Verso sera, aveva raccolto una somma sufficiente ad assicurarci un pasto caldo e un tetto sulla testa in una delle bettole più squallide.
Non somigliava affatto alla locanda dove mi aveva portata la mercante Akriel. Si dormiva tutti insieme nel solaio sopra il locale. Trovammo uno spazio libero e ci sdraiammo con gli abiti indosso. Non potei fare a meno di paragonare quella notte con il futuro che mi era sfuggito. Una volta sicura che gli altri dormivano, mi abbandonai alle lacrime. Cercai di pensare a Giuncheto, a casa mia, a mio padre, ma quelle cose mi sembravano distanti e ancora più improbabili dei miei sogni.
Già, perché quella notte i sogni mi tormentarono come una grandinata. Ogni volta mi svegliavo di soprassalto, colta dalla smania di raccontarli, di scriverli, di cantarli. Era un'impellenza irrefrenabile come quando si deve vomitare, ma la ricacciai indietro. Dwalia ne sarebbe stata felice e perciò mi trattenni. E così il sogno della pigra coppia di buoi che calpestava un bambino in una strada fangosa, quello di una regina saggia che piantava semi d'argento e raccoglieva frumento d'oro, quello di un uomo che cavalcava un enorme destriero rosso attraversando una landa ghiacciata verso una nuova terra mi rimasero tutti conficcati in gola come una lisca di pesce. Se parlavano di futuri possibili, lei non avrebbe dovuto conoscerli. Lo sforzo di tenerli dentro mi faceva venire i conati di vomito, ma la soddisfazione di poter ostacolare in ogni modo la donna era superiore alla nausea.
Il giorno dopo stavo talmente male da non riuscire quasi a camminare. Vindeliar era preoccupato per me, mentre Dwalia pensava soltanto a come cavarsela. "Dobbiamo lasciare la città e proseguire", gli disse. "Scruta le loro menti. Vedi se qualcuno va a Clerres. O c'è stato." Lui aveva persuaso un fornaio a darci una pagnotta, che Dwalia aveva diviso in due, una metà per sé e l'altra per Vindeliar. Lui l'aveva guardata affamato, poi a malincuore me ne aveva data una metà della sua. Non era più grande del mio pugno, ma fu tutto quello che ebbi da mangiare quel giorno.
Udii Vindeliar parlare sotto voce a Dwalia. "Credo stia male."
Dwalia mi guardò e sorrise. "Sì. E sono contenta. Vuol dire che almeno in parte ho ragione."
Le sue parole per me non avevano senso. Con il passare delle ore il mio malessere peggiorò. Mi rannicchiavo il più lontano da lei, per quanto me lo permettesse la catena, e cercavo di dormire. Vindeliar rubacchiava quello che poteva dai passanti. Dwalia se ne stava accovacciata come un rospo a guardare la città che sfilava davanti a noi. Decisi di mettere alla prova la sua idea che nessuno mi avrebbe aiutato. Un paio di persone voltarono la testa quando strattonai con forza la catena. "Una schiava nuova", spiegò Dwalia disinvolta, e il mio sproloquio sul fatto che stava mentendo, che non ero una schiava ma ero stata rapita, passò inascoltato. Ero soltanto una delle tante schiave straniere.
Un uomo si fermò e si rivolse a lei in lingua comune, chiedendo se fossi in vendita. I suoi occhi scintillavano malevoli. Dwalia rispose che, se avesse pagato, avrebbe potuto passare qualche ora con me, ma non comprarmi. Terrorizzata dal suo sguardo lascivo, cominciai a emettere dei conati disgustosi e un rivolo di bile mi colò sul mento e sulla camicia. L'uomo scosse la testa, senza alcuna intenzione di beccarsi chissà quale malattia, e si allontanò in fretta.
La mattina dopo stavo malissimo. Nel piacevole tepore della giornata estiva, io me ne stavo rannicchiata a tremare di freddo. La luce del sole non riusciva a riscaldarmi; mi batteva sulle palpebre chiuse immergendomi in una tenebra rosa.
Sul pavimento scheggiato del solaio della locanda, ero scossa dai brividi di febbre; Vindeliar rotolò su un fianco e mi mise un braccio sopra. Il suo fetore era nauseabondo. Non era la sporcizia o il sudore a disgustarmi; era proprio il suo odore personale. L'istinto da lupo mi avvertì di stare in guardia. Cercai di liberarmi del suo braccio con una scrollata di spalle, ma ero troppo debole. "Fratello, lascia che ti riscaldi", sussurrò. "Non è stata colpa tua."
"C-colpa mia?" balbettai. Certo che non era mia. Niente di tutto quello che era successo era colpa mia.
"Sono stato io. Io ho creato la divergenza che ti ha permesso di fuggire. Dwalia me l'ha spiegato. Quando non ho fatto quello che sapevo di dover fare, ti ho aperto un'altra via. E tu l'hai seguita, portandoci sempre più lontano dal vero Sentiero. Perciò adesso dobbiamo sopportare tutti questi patimenti per farvi ritorno. Una volta che saremo diretti a Clerres, sarà tutto più facile."
Provai di nuovo a liberarmi del braccio, ma lui mi strinse più forte. Il suo lezzo mi circondava, mi nauseava a ogni respiro che facevo. "Dovresti imparare la lezione, fratello. Una volta accettato il Sentiero, la vita è più facile. Dwalia ci guiderà. So che può sembrarti crudele, ma è soltanto perché è arrabbiata per essere stata sviata dal vero Sentiero. Aiutaci a tornare sulla retta via, e sarà più semplice per tutti noi."
Quelle parole non suonavano sue, né di Dwalia. Forse stava ripetendo a pappagallo una lezione imparata chissà quanto tempo prima. Feci appello agli ultimi brandelli di energia che mi restavano per dire: "Il mio vero sentiero porta a casa!"
Lui mi diede una pacca sulla spalla. "Infatti, hai ragione. Il tuo vero Sentiero ti riporterà alla tua vera casa. Adesso che lo ammetti, tutto filerà liscio."
Lo odiavo. Mi raggomitolai sul pavimento, nauseata, furiosa e impotente.
Dwalia ci condusse in un'altra zona del porto e fermava i passanti per sapere se avessero notizie di navi dirette a Clerres. La maggior parte la liquidarono con una scrollata di spalle, altri la ignorarono e basta. Io me ne stavo rincantucciata a tremare, mentre Vindeliar si teneva a distanza camminando su e giù per chiedere l'"elemosina". Sceglieva con cura chi avvicinare e io sapevo che quella gente era inerme sotto la spinta della sua mente. Vidi la loro riluttanza a frugarsi in tasca o nella borsa, e la loro confusione mentre si allontanavano. Quella zona non era frequentata da persone abbienti. Sospettai una certa clemenza da parte di Vindeliar, che estorceva a quei poveracci soltanto piccole somme, mentre Dwalia lo rimproverava di non rubare di più alle sue vittime.
Un giorno non riuscì a procurarci abbastanza denaro per dormire al coperto. Credevo che non avrei potuto sentirmi peggio, ma con il calar della notte, cominciai a battere i denti dal freddo.
In genere Dwalia si disinteressava al mio stato di salute, però credo che quella sera fosse preoccupata che morissi sul serio. Non mi offrì alcun conforto, ma sfogò la sua rabbia su Vindeliar. "Che cosa ti prende?" sbraitò, quando le strade erano ormai deserte e nessuno poteva sentirla urlare. "Prima eri forte. Adesso sei inutile. Riuscivi a controllare una masnada di mercenari, a nasconderli alla vista. Adesso sai a malapena incantare un contadino per farti dare due spiccioli!"
Per la prima volta da giorni, colsi una nota piccata nella voce di Vindeliar. "Ho fame, sono stanco e lontano da casa. E non mi piace quello che ho visto. M'impegno, ma ho bisogno di…"
"No!" lo interruppe lei furibonda. "Non hai ‘bisogno'. Tu ‘vuoi'! E io so che cosa vuoi. Credi che non sappia quanto ti piace? Ho visto come sbavi e sospiri quando te la do. No. Ne è rimasta soltanto una e dobbiamo tenerla in caso di emergenza. E poi non ce ne sarà più. Mai più. Perché è diventata merce rara da quando il ragazzo schiavo con nove dita ha liberato il serpente!"
Quelle parole mi suonarono strane alle orecchie, come il ricordo di qualcosa che non avevo vissuto. Il ragazzo schiavo con nove dita. Mi pareva quasi di vederlo, capelli scuri, snello, forte soltanto nella volontà. La volontà di fare quello che era giusto. "Il serpente era in una vasca di pietra." Non era stato un sogno di un serpente in una scodella, no.
"Che cos'hai detto?" si voltò Dwalia di scatto.
"Mi sento male", risposi, ripetendo la litania degli ultimi due giorni. Chiusi gli occhi e girai il viso, ma con le palpebre abbassate non riuscivo a controllare le immagini che mi sfilavano nella mente. Il ragazzo schiavo si avvicinava alla vasca di pietra e allargava le sbarre di ferro che la cingevano. Alla fine apriva un varco per il serpente deforme che strisciava fuori, nell'acqua. Sì, nell'acqua, una marea montante. Come facevo a ricordare qualcosa che non avevo mai visto? Eppure le onde lambivano e traboccavano nella vasca, riempiendola ma senza pulirla. Schiavo e serpente si dissolsero in un vago biancore e io non vidi più nulla.
Riaprii gli occhi che era l'alba. Avevamo dormito in strada, eppure non avevo più freddo. Mi sentivo il corpo indolenzito, come accade a chi dorme sulla nuda terra o è stato costretto all'immobilità per una lunga malattia. Mi alzai a sedere adagio, o meglio, ci provai. Nel sonno Dwalia era rotolata sulla catena; io l'afferrai con entrambe le mani e tirai forte. Lei spalancò gli occhi e m'incenerì con lo sguardo. Io snudai i denti.
Lei sbuffò con il naso come a dirmi che non aveva paura di me; allora decisi che la prossima volta che dormiva, le avrei dato un buon motivo per temermi di nuovo. I miei occhi sbirciarono soddisfatti la ferita purulenta causata dal mio morso, poi li riabbassai subito perché non intuisse il mio piano.
Si alzò e sferrò un calcio a Vindeliar. "In piedi!" gli ordinò. "È ora di muoverci. Prima che qualcuno si domandi perché ieri ha dato metà dei suoi soldi a un mendicante."
Io mi accovacciai per fare pipì in un canaletto di scolo, chiedendomi se avessi ormai perso ogni traccia di pudore e buone maniere. Mia madre non mi avrebbe riconosciuta con quei capelli aggrovigliati, la pelle sudicia e le unghie nere. Gli indumenti che mi aveva dato la mercante Akriel non avrebbero sopportato a lungo quel trattamento. Nel ripensare a lei mi si riempirono gli occhi di lacrime. Me le asciugai con le dita, lasciando senza dubbio una scia sporca sulle guance. Mi guardai le mani: avevo brandelli di pelle attaccati ai polpastrelli. Le scrollai, alzai gli occhi e vidi che Dwalia mi osservava ghignante.
"Il Sentiero la conosce anche se lei non conosce il Sentiero", disse a Vindeliar, che era rimasto a bocca aperta. Poi diede uno strattone alla catena e io fui costretta a seguirla al trotto, spesso inciampando. Mi prudevano le braccia e quando me le grattai, mi spellai, ma non come nel caso di una scottatura solare: la pelle veniva via a strati sottilissimi, quasi fossero ragnatele e, sotto, quella nuova non era rosa, ma diafana. Gessosa.
Tornati al porto, schivammo carriole, carretti trainati da muli e gente che portava sacchi in spalla. Dwalia ci guidò verso una serie di bancarelle. All'odore del cibo lo stomaco mi balzò in gola. Era qualche giorno che non avevo appetito, ma adesso la fame mi aggredì spietata fino a ridurmi a un mucchietto di stracci tremanti.
Dwalia rallentò. Sperai che anche lei fosse affamata quanto me e che le fosse rimasto qualche soldo per comprare da mangiare; invece mi tirò verso un gruppetto di gente che si stava radunando incuriosita intorno a un uomo alto e dalle spalle larghe, in piedi su un calesse. Indossava un cappello a cilindro a strisce multicolori e un mantello con il colletto inamidato che gli arrivava fino alle orecchie, anch'esso a strisce. Non avevo mai visto un abbigliamento del genere. Alle spalle dell'uomo c'era un mobile di legno con file e file di minuscoli cassetti, ciascuno di diverso colore e con un simbolo inciso sopra. In alto, da un'intelaiatura di legno pendevano campanelle e lunghe strisce di stoffa; il vento che spirava costante dal mare faceva tintinnare le campanelle e svolazzare le sciarpe. Persino il cavallo grigio che aspettava paziente tra le stanghe aveva la criniera ornata di nastri e campanelle. Uno spettacolo mai visto!
Per un breve istante dimenticai la fame. Chissà quali prodigi vendeva quel mercante. Sembrava la domanda che si stavano facendo tutti. Stava parlando in una lingua che non riconobbi, poi passò rapido a quella comune. "Il futuro per voi, per guidare i vostri passi su un sentiero fortunato! Venuto a voi da molto lontano! Vorreste forse lesinare su un pezzo d'argento e privarvi di tale conoscenza? Stolti! In quale altro banco di questo mercato potreste spendere un pezzo d'argento e in cambio ricevere fortuna e saggezza? State per sposarvi? Vostra moglie resterà incinta? Quest'anno dovete seminare tuberi o legumi? Coraggio, avvicinatevi, non siate timidi! Premetevi una moneta d'argento sulla fronte e poi passatemela insieme alla vostra domanda. La moneta mi dirà quale cassetto aprire! Allora, forza, chi vuole provare? Chi sarà il primo?"
Dwalia fece un verso di gola simile al ringhio di un gatto. Io mi voltai a guardare Vindeliar. Aveva gli occhi spalancati. Si accorse che lo stavo fissando incuriosita e mi sussurrò: "Imita i piccoli profeti di Clerres, quelli mandati dai Quattro. È proibito quello che sta facendo! È un impostore!"
Due persone si girarono accigliate. Vindeliar abbassò lo sguardo e tacque. L'uomo sul calesse continuava ad arringare la folla in tutte e due le lingue, e dopo un po' una donna sventolò una moneta. Lui annuì e lei se la premette forte sulla fronte, poi gliela offrì. L'uomo la prese, sorrise e se la spinse a sua volta sulla fronte; le fece una domanda e lei rispose. Dopodiché, rivolgendosi alla folla in lingua comune, annunciò: "La donna desidera sapere se sua madre e sua sorella l'accoglieranno con gioia se lei affronterà il lungo viaggio per andarle a trovare".
Si premette ancora la moneta sulla fronte, poi tese la mano e aprì il palmo. La mano cominciò a ondeggiare e a tracciare circoli in aria come se davvero fosse la moneta a guidarla verso il cassetto che lui aveva scelto. Lo aprì e tirò fuori una noce. Rimasi di stucco. Era d'oro oppure placcata d'oro; l'uomo se la batté con forza contro la fronte quasi stesse rompendo un uovo. La porse alla donna che, esitante, la prese e l'aprì. La noce si era divisa in due metà precise come tagliata da un coltello. Incantata, la donna estrasse una strisciolina di carta, bianca, ma dai bordi gialli, azzurri, rossi e verdi. La fissò, poi la passò di nuovo all'uomo, chiedendo qualcosa.
"Leggi! Leggi!" lo incitò la folla, ripetendo la richiesta di lei.
Lui tenne il pubblico con il fiato sospeso mentre con le mani eleganti svolgeva adagio il rotolino e scrutava con gli occhi socchiusi quanto c'era scritto. La lunga pausa indusse la folla ad avvicinarsi. "Ah, buone notizie per te, ottime direi! Hai chiesto consiglio su un viaggio, ed ecco la risposta! ‘Cammina con il sole e goditi il tragitto. Una tavola imbandita e lenzuola fresche di bucato ti aspettano a destinazione. Il tuo arrivo riempirà una casa di gioia.' Bene. Fa' i bagagli e parti! Adesso a chi tocca? Chi vuole sapere il futuro che lo attende? Non vale forse un pezzo d'argento?"
Un giovanotto agitò una moneta, il mercante la prese e rifece il trucchetto degno di un qualsiasi imbonitore, prima di porgere la noce con il foglietto all'uomo. Ricevette buone nuove in merito alla proposta di matrimonio che intendeva fare e si allontanò baldanzoso. A quel punto si scatenò una ridda di richieste, tutti che sventolavano monete sgomitando. Dwalia osservava la scena con gli occhi ridotti a due fessure, come un gatto che sorveglia la tana di un topo, mentre il mercante accettava i denari e prediceva i futuri. Non tutti erano positivi. Un uomo fece una domanda a proposito del suo campo agricolo e gli fu consigliato di risparmiare i soldi e non effettuare l'acquisto che stava valutando. Profondamente colpito, si rivolse alla folla. "Oggi sono venuto al mercato per comprare un cavallo da aratro! Vuol dire che aspetterò."
Una coppia che sperava in una gravidanza, un uomo che aveva intenzione di vendere il suo terreno, una donna che voleva sapere se il padre si sarebbe ripreso da una brutta ferita… quanta gente cercava risposte per il domani. Un paio di volte il mercante prese una moneta, se la premette sulla fronte, poi la tese davanti a sé e aggrottò la fronte. "Non mi dice niente", dichiarò. "Mi serve un pezzo d'argento più grande per trovare la risposta alla tua domanda."
E con mio sommo stupore, le persone interessate gli diedero una moneta di maggior valore. Era come se, una volta intrapresa la strada, non riuscissero più a tornare indietro. Alcuni leggevano il messaggio ai presenti; altri curvavano le spalle per farlo in privato. L'indovino leggeva le striscioline di carta ad alta voce per gli analfabeti e continuò ad aprire un cassetto dopo l'altro. Eppure la calca non diminuiva. Quasi che chi avesse già ricevuto una risposta volesse ascoltare anche quelle degli altri.
Dwalia ci fece cenno di spostarci ai margini della folla, poi si fermò e bisbigliò a Vindeliar: "Controllalo".
"Lui?" Vindeliar non aveva bisbigliato.
Mi resi conto che lei avrebbe voluto mollargli un ceffone, ma si trattenne. Non voleva distrarre i clienti del mercante.
"Sì, lui. Quello che vende falsi futuri", rispose a denti stretti.
"Oh." Vindeliar studiò l'uomo. Percepivo i tentacoli della sua magia che fluttuavano nel tentativo di raggiungerlo. E sentii che non ce la faceva. L'uomo era troppo concentrato su se stesso per lasciarsi catturare da quei deboli fili. Avvertii la forma che l'indovino proiettava nel mondo e mi sorpresi nel sentire che possedeva anche lui una sorta di potere. Non poteva espanderlo come faceva Vindeliar. La magia lo ricopriva come i colori sgargianti che indossava e, come quei colori, invitava la gente a guardarlo e ascoltarlo. Provai a dargli una leggera toccatina con la mente. Lui si fermò, perplesso; mi ritrassi alla svelta. Tutto ciò che riusciva a fare era attirare le persone: probabile che non sapesse nemmeno di avere quel dono.
Guardai Vindeliar e mi accorsi che mi stava scrutando accigliato. Distolsi lo sguardo e mi diedi una grattatina alla nuca. Non avevo avuto intenzione di sfiorare la sua magia; lo avevo fatto inconsapevolmente. In qualche modo Vindeliar l'aveva percepito e si era insospettito.
L'imbonitore stava agitando una moneta, fingendo che lo guidasse verso un cassetto con sopra inciso un uccello. Io simulai un profondo interesse per lo spettacolo.
"Non ci riesco", disse Vindeliar a Dwalia, l'espressione mortificata ancora prima che lei lo rimproverasse. "Non c'è modo di entrargli nella mente."
"Trovalo."
"Non posso", si lamentò lui.
Lei schiumò di collera per un istante, poi lo afferrò per la spalla della camicia e lo attirò così vicino a sé che pensai volesse morderlo. Invece, con voce velenosa, gli sibilò: "Lo so che cosa vuoi. Lo so benissimo. Ma adesso apri le orecchie, razza di patetica massa informe, né umano né Bianco! Mi resta soltanto una fiala di pozione. Una! Se la usiamo adesso, non ne avremo più per quando la tua forza sarà essenziale. Perciò trova il modo di penetrarlo. E fallo subito, altrimenti ti ammazzo. Semplice. Se non puoi svolgere il tuo lavoro, allora sei inutile. Ti lascerò qui a marcire". Lo allontanò con uno spintone.
Ogni parola colpì e affondò nella carne di Vindeliar come una freccia. Lui credeva a tutto quello che lei gli aveva detto. E anch'io. Se quel giorno l'avesse delusa, Dwalia lo avrebbe ucciso. Non sapevo come e quando, ma ero sicura che l'avrebbe fatto.
E a quel punto sarei rimasta sola con lei. Quel pensiero ebbe su di me l'effetto di una doccia gelata.
Le spalle di Vindeliar presero ad alzarsi e abbassarsi sempre più in fretta, mentre il panico lo attanagliava. Senza riflettere, gli presi la mano. "Provaci", lo implorai. I suoi occhi guizzarono su di me. "Provaci, fratello mio", aggiunsi con voce più dolce. Non volevo, non potevo sopportare di guardare Dwalia. Stava forse sogghignando nel vederci spaventati? Era felice di averci costretti a stringere un'alleanza? Non volevo saperlo.
La mano paffuta di Vindeliar strinse la mia. Era calda e umidiccia, come se avessi infilato le dita nella bocca di un animale. Avrei voluto ritirarle, ma non era il momento d'instillargli dubbi. Lui trasse un respiro tremante e lo sentii calmarsi. Non solo però. Sentii anche che raccoglieva le forze della magia e all'improvviso capii che, a prescindere da quello che poteva pensare Dwalia, quella era magia dei Lungavista. Per un attimo mi indignai all'idea che in qualche modo avesse rubato quell'abilità. Poi lo sentii espanderla verso il mercante.
Quante volte avevo percepito quella stessa magia scaturire da mio padre o mia sorella? La usavano come se fosse una lama affilatissima, diretta verso la persona che volevano raggiungere. Vindeliar invece spinse le labbra in fuori, poi le risucchiò, sforzandosi di toccare il mercante con un'onda pigra di magia. Mi domandai come fosse riuscito a controllare il duca Ellik e i suoi soldati con così scarsa potenza. Forse all'epoca era stato più forte, abbastanza da non aver bisogno di affinare la sua arte. Più o meno la differenza tra lo spiaccicare una formica con un mattone o schiacciarla con un dito.
La magia scorse lenta verso il mercante e lo lambì appena. L'uomo era talmente pieno di sé, così entusiasta di quello che stava facendo, che non se ne accorse neppure, e l'onda gli scivolò addosso. Avvertii tutto questo mentre la mano di Vindeliar stringeva la mia, poi mi accorsi di un brusco calo della sua fiducia. La magia si indeboliva a mano a mano che la sua disperazione cresceva.
"Puoi farcela", gli sussurrai, con il desiderio che riacquistasse sicurezza in se stesso e che ci provasse di nuovo.
Una volta, ero caduta da un albero ed ero corsa da mia madre con il gomito sbucciato, senza accorgermi che perdevo sangue anche dal naso. La magia che fluì da me attraverso Vindeliar mi diede la stessa sensazione. Non sentii che qualcosa di vitale mi stava abbandonando finché all'improvviso non mi resi conto degli effetti. Vindeliar aveva evocato quel poco di magia che era riuscito a recuperare e l'aveva diretta verso il mercante come un sasso lanciato male. Poi la mia magia, talmente simile a quella di mio padre e di mia sorella da darmi la certezza che mi appartenesse, lo guidò. E quel sasso colpì il bersaglio con estrema precisione.
Vidi l'uomo che, nel bel mezzo delle sue ciance affabulanti, spalancava gli occhi e smetteva di parlare. Sentii Vindeliar che gli ordinava: Farai quello che vuole Dwalia, trasmettendogli tanto un'immagine della donna, quanto la sensazione di chi fosse: una persona importante, saggia, da rispettare. Una donna da temere. Lo sguardo del mercante vagò sulla folla fino a trovare Dwalia. La fissò colmo di timore reverenziale e lei annuì, per poi sussurrare a mezza bocca a Vindeliar: "Sapevo che ce l'avresti fatta. Con il giusto sprone…"
Vindeliar mi lasciò la mano e si tappò la bocca, stupefatto per quanto era riuscito a fare. Quanto al mercante, riprese la sua sceneggiata, vendendo noci dorate e vaticini prodigiosi ai suoi clienti finché anche l'ultimo cassettino non restò aperto e vuoto. A quel punto annunciò alla folla che non aveva più futuri da vendere quel giorno e le persone se ne andarono alla spicciolata, chiacchierando tra loro o rileggendo la strisciolina di carta che gli era toccata in sorte.
Noi non ci muovemmo dal nostro posto. L'imbonitore guardò Dwalia più volte mentre richiudeva i cassettini e infine scese dal calesse. Il cavallo girò la testa e sbuffò interrogativo, ma l'uomo si diresse verso di noi con un'espressione confusa. Dwalia non sorrise. Vindeliar si rifugiò alle sue spalle, e io lo imitai, per quanto me lo permettesse la catena.
"Hai commesso un atto spregevole", furono le prime parole che lei gli rivolse. Il mercante si fermò a fissarla e deglutì come se gli fosse risalito un bolo acido in gola. "Hai contrabbandato le noci della fortuna da Clerres. Lo sai che è vietato. Chi compra là una predizione sa di doverla custodire in casa, in un posto d'onore. Sa che non si può cedere né vendere. Ma chissà come tu sei riuscito a procurartene a decine. La tua messinscena quando battevi le noci per aprirle non mi ha incantata. Erano già state aperte e le rivelazioni consegnate a chi ti ha pagato profumatamente. Dove le hai prese? Come le hai rubate?"
"No! No, sono un mercante onesto!" L'uomo parve inorridito all'idea del furto. "Io compro e vendo. Ho un amico marinaio che mi procura merci preziose. Non attracca spesso qui, ma quando viene, mi porta i gusci di noce e le striscioline di carta da inserirvi dentro. Sono famoso per le mie curiosità, come le predizioni della gente pallida. Sono anni che le vendo. Se qualcuno ha commesso un reato, non sono certo io! Io mi limito a comprarle e rivenderle a persone che sanno che una moneta d'argento è un prezzo equo per una merce così rara!"
Dwalia guardò Vindeliar. Lo vidi spalancare gli occhi e spingere verso il mercante la propria magia, che invece gli restò incollata addosso come un telo bagnato. Tuttavia rivolse alla donna un fievole cenno di assenso. Lei annuì soddisfatta, ma il segno del mio morso trasformò il sorriso in un'orrida smorfia. "Lo sai di avere sbagliato", accusò il mercante. "Dovresti consegnarmi tutti i soldi, perché io vengo dai Pallidi, i Bianchi e i Quattro. Dammi il denaro che hai guadagnato con la frode, e io chiederò loro di perdonarti. E dimmi il nome del tuo amico e della nave su cui è imbarcato, così chiederò perdono anche per lui."
L'uomo la fissò interdetto e soppesò il sacchetto di monete che portava alla cintura. Io avevo contato i cassetti del mobiletto: erano quarantotto. Quarantotto pezzi d'argento, quindi, e alcuni erano più grossi degli altri. Una somma considerevole, se una moneta d'argento qui valeva quanto nel Cervo. Il mercante riportò lo sguardo su Dwalia e scosse la testa. "Sei una strana accattona. Mi accusi di furto e poi cerchi di derubarmi. Non so nemmeno perché ti sto parlando. Però domani mi sposo e un vecchio adagio dice che se saldi un debito non dovuto prima delle nozze, non ne avrai mai uno che non sarai in grado di pagare. Perciò prendi questa moneta, un debito non dovuto." Si frugò nel sacchetto e con due dita pescò un singolo pezzo d'argento che all'improvviso lanciò in aria. Dwalia strinse il pugno per afferrarlo al volo, però la moneta le scivolò e cadde a terra. Vindeliar si chinò a raccoglierla, ma Dwalia ci mise sopra un piede.
L'indovino intanto si era voltato per incamminarsi verso il calesse. Senza girarsi, aggiunse: "Dovresti vergognarti, sai? Dai qualcosa da mangiare a quella bambina. E se avessi un cuore, le toglieresti quella catena e le troveresti una casa".
Dwalia sferrò un calcio a Vindeliar che, ancora accovacciato, perse l'equilibrio e cadde di lato, boccheggiando per il dolore. "Il nome della nave!" strillò lei a entrambi. Io avvertii lo sforzo immane di Vindeliar per spingere la magia.
L'uomo stava salendo a cassetta. Non si girò. "La Rosa di mare." Impugnò le redini e le schioccò. Il cavallo si mise in marcia rassegnato. Mi chiesi se il mercante si fosse reso conto di averle risposto.
Dwalia si chinò a raccogliere la moneta e si rialzò. Anche Vindeliar tentò di rimettersi in piedi, ma lei lo spinse a terra con un altro calcio. "Non credere che questo ripaghi la tua inettitudine", lo ammonì, poi mi strattonò la catena con cattiveria e io, mio malgrado, strillai. Con mia grande vergogna cominciai a piangere. Singhiozzante, la seguii trascinando i piedi, mentre Vindeliar si alzava e arrancava dietro di noi come un cane bastonato.
Dwalia si fermò a comprarci qualcosa da mangiare. Pane secco per me e Vindeliar, e un grosso cannolo di pasta sfoglia farcito di carne e verdure per sé. Con occhi da aquila osservò il venditore contare il resto, e se lo ficcò in una piega del vestito. Mangiammo mentre camminavamo. Avrei voluto un po' d'acqua da bere per mandare giù i tozzi di pane secco, ma quando passammo davanti a una fontana pubblica, lei non si fermò. Ci condusse giù al porto, un ampio semicerchio da cui partivano lunghi moli. Le navi più grandi erano ancorate nella placida baia, con nugoli di barchini che facevano la spola come tanti insetti per trasportare merci e persone. Le imbarcazioni più piccole erano ormeggiate ai moli, creando un muro di scafi e una foresta di alberi tra noi e il mare aperto. Con l'aspetto di tre mendicanti, entrammo in quel mondo rutilante di carri e scaricatori e mercanti facoltosi che s'invitavano a vicenda per una tazza di tè o un bicchiere di vino o discutevano delle ultime compravendite.
Ci aggiravamo esitanti tra la folla, passando inosservati oppure venendo insultati per aver intralciato il traffico o spintonati per esserci fermati in mezzo alla fiumana di gente che andava e veniva. Dwalia mi sembrava una venditrice ambulante con la sua cantilena incessante. "La Rosa di mare? Dov'è ormeggiata? La Rosa di mare? Sto cercando la Rosa di mare!"
Nessuno le rispose. Il massimo che ottenne fu una scrollata di spalle per dire che non conoscevano la nave. Alla fine Vindeliar le tirò una manica e indicò senza parlare un varco tra due vascelli, da dove s'intravedeva un tratto di baia. Scorgemmo un elegante veliero senza polena, ma con a prua un sontuoso mazzo di fiori con al centro una rosa rossa. Era lungo e dalle fiancate rotonde, di sicuro il veliero più grande del porto. "Potrebbe essere quella?" domandò lui timido. Dwalia si fermò di colpo, nonostante gli spintoni della folla, e studiò la nave. Gli alberi svettavano contro il cielo e galleggiava alta sull'acqua. I ponti brulicavano di attività, i marinai impegnati in manovre nautiche che non conoscevo. Una lancia con sei uomini ai remi si accostò alla nave. Una cassa voluminosa venne calata a bordo, poi un uomo la seguì sulla scialuppa.
Qualcuno mi urtò e, sebbene non capissi la lingua, intuii che mi stava prendendo a parolacce. Mi strinsi alle spalle di Vindeliar, che a sua volta si rintanò al riparo di Dwalia. Lei non si mosse, né sembrava accorgersi che stavamo ostacolando il traffico. "Dobbiamo vedere dove vanno", annunciò a bassa voce, e mentre la lancia si staccava dalla nave, lei cominciò a trottare veloce, costringendomi a correre per tenere il passo. Era difficile scorgere dove fosse diretta la scialuppa, perché la visuale era spesso ostruita dalle imbarcazioni ormeggiate e dalle pile di casse e sacchi. I miei piedi cominciarono a protestare per le pietre sconnesse e le tavole scheggiate della banchina. Mi saltò l'unghia dell'alluce, che iniziò a sanguinare. Dwalia sfrecciò davanti a una coppia di cavalli che tiravano un carro, trascinandomi dietro, e io sentii l'alito caldo degli animali che recalcitrarono impauriti e le grida infuriate dell'uomo a cassetta.
Alla fine ci fermammo all'estremità di un solido pontile. Il cielo azzurro era punteggiato di gabbiani striduli. Il vento mi agitava la camicia e i capelli. Alzai una mano per lisciarmeli e ancora una volta mi sorpresi di quanto fossero cresciuti. Era passato davvero così tanto tempo da quando io e mio padre ce li eravamo tagliati in segno di lutto per la morte della mamma? Non sembravano giorni, ma anni.
Io e Vindeliar aspettavamo fianco a fianco, mentre Dwalia camminava su e giù, ogni passo un piccolo strattone alla mia catena. Non appena la barca si avvicinò, cominciò a gridare: "Siete della Rosa di mare? Siete voi il comandante?"
Un uomo elegante che non era ai remi, ma se ne stava impettito accanto alla cassa di legno, la guardò sprezzante e arricciò il naso quasi potesse già sentire il nostro fetore. Quando i marinai si arrampicarono sul pontile per legare le cime alle bitte, la barca ondeggiò, però l'uomo non si scompose. Il braccio di una gru ruotò sull'acqua e, soltanto dopo aver supervisionato il trasferimento della cassa sulla banchina, l'uomo s'inerpicò sulla scaletta per salire sul pontile. Ignorò le domande frenetiche di Dwalia, quasi non fossero altro che strida di gabbiani, e non ci degnò di un'occhiata mentre si sistemava i pantaloni neri e la giacca verde scuro, con due file di bottoni d'argento sul davanti e sui larghi polsini. La camicia che indossava sotto la giacca era di un verde più chiaro e il colletto scintillava di lustrini. Era un bell'uomo, appariscente come un pavone. Trasse una scatolina dalla tasca, ci infilò dentro l'indice e si spalmò qualcosa sulle labbra, continuando a scrutare la banchina affollata oltre le nostre teste, come se noi non esistessimo.
I membri del suo equipaggio non furono altrettanto riservati. Le esclamazioni beffarde e inorridite che suscitò il nostro gruppetto erano incomprensibili, ma chiare nel loro intento. Una donna si spostò alle spalle di Dwalia e la prese in giro imitandone i gesti esagitati e il volto sfregiato. Un marinaio più anziano l'allontanò con una gomitata di biasimo, poi si frugò in tasca per offrire a Vindeliar una manciata di spiccioli di rame. Vindeliar rivolse a Dwalia un'occhiata interrogativa, ma dal momento che lei continuò a berciare le sue domande assillanti, accettò le monete nelle mani a coppa. I marinai s'incamminarono ridacchiando tra loro, l'andatura fiera e baldanzosa di chi si sente padrone del luogo, tutti tranne uno, che rimase di guardia sulla lancia.
Dwalia li investì con una sfilza d'insulti, poi si voltò di scatto e diede a Vindeliar un ceffone talmente forte che alcune monete gli volarono di mano. Rimbalzarono sul pontile e caddero in acqua attraverso le fessure tra le tavole. Incurante della catena, mi lanciai ad afferrarne un paio e le tenni strette. In qualche modo le avrei trasformate in cibo. In qualche modo.
Vindeliar si raggomitolò sotto la gragnuola di pugni e calci di Dwalia, coprendosi la testa con le braccia e lanciando gridolini di dolore ogni volta che lei gli assestava un colpo. Io afferrai la catena con tutte e due le mani, la tirai forte e quella le sgusciò dalla stretta. Con l'estremità libera la frustai due volte; Dwalia barcollò, ma non finì in acqua come avevo sperato. Mi misi a correre con il guinzaglio di ferro che rimbalzava alle mie spalle sul pontile di legno.
Mi aspettavo che accadesse, eppure fu lo stesso frustrante quando qualcuno mise un piede sulla catena, facendomi inciampare. Artigliai singhiozzante la catena che mi strozzava e mi voltai, pronta ad aggredire Dwalia. Invece era stato Vindeliar a calpestarla. Aveva ancora le guance rosse per gli schiaffi, eppure aveva eseguito senza fiatare gli ordini di Dwalia, che sbuffava trafelata a pochi passi da noi. La guardò con una patetica espressione di lealtà e le porse la catena. "No!" strillai, ma lei si chinò a prenderla e la strattonò più volte, scrollandomi la testa come un pupazzo. Vidi lampi di luce e rovinai sul pontile. Lei mi prese a calci, ansimante di collera. "Alzati!" mi ordinò. Mi avrebbe uccisa. Non subito, ma a furia di botte. Lo sapevo con la certezza di un sogno. Sarei morta per mano sua, e con me sarebbe morto il futuro che avrei dovuto rappresentare. Io ero il futuro che cercavano di distruggere catturando il Figlio Inaspettato. La rivelazione mi colpì come un maglio. Era sempre stata nascosta dentro di me e adesso la violenza di Dwalia l'aveva portata alla luce? La folgorazione mi accecò, ma non come se avessi fissato troppo a lungo il sole. Era una visione del futuro. Dovevo trovare il sentiero per quel futuro, o morire nell'impresa.
"Alzati!" ripeté lei. Mi puntellai sulle mani e sulle ginocchia, poi mi sollevai barcollante sulle gambe malferme. Dwalia si ficcò ghignante una mano nella veste e la tirò fuori stringendo qualcosa. Vindeliar tremò, la sua attenzione completamente concentrata sul pugno chiuso. Dwalia lo fissò con un sorriso crudele e aprì lentamente le dita. Nel palmo aveva una fialetta di vetro contenente un liquido opaco. "Sei debole", disse a Vindeliar scuotendo la testa. "Troppo debole. Ma quando una vanga rotta è l'unico attrezzo che ti resta per spalare la terra, tocca che la ripari e la usi. Perciò, per l'ultima volta, ti ridarò le forze. E sarà la tua ultima occasione per redimerti. Se mi deludi, anche per una minima cosa, per te sarà finita. No. Non te la metto in mano. Faccio io. Siediti, piega indietro la testa e apri la bocca."
Non avevo mai visto qualcuno obbedire tanto in fretta. Vindeliar si sedette sul pontile e inarcò la schiena, chiudendo gli occhi e spalancando la bocca come non avrei pensato fosse possibile. Restò immobile e in attesa, mentre lei svitava il tappo di vetro. Poi lentamente, molto lentamente, Dwalia rovesciò la fiala, da cui colò un liquido viscoso, giallastro, con venature d'argento. Alla sola vista di quella sostanza provai repulsione; l'odore era quello del vomito. Mi vennero i conati mentre il liquido colava nella bocca di Vindeliar e lui inghiottiva estasiato. Dopo un istante, come le onde che lambiscono la riva di uno stagno quando qualcuno vi ha gettato un sasso, il suo rinnovato potere mi toccò. Un tempo avevo pensato che mio padre fosse un pentolone ribollente di magia, ma quello che percepii da Vindeliar non somigliava a uno sbuffo di vapore caldo, bensì a una vampa fiammeggiante di potere. Mi rannicchiai sia con il corpo sia con la mente per non essere investita da quel fuoco ustionante, chiusa come una noce contro una corrente impetuosa.
Le palpebre di Vindeliar sfarfallarono e il suo corpo tremò di sublime piacere. Continuò a inghiottire quel fluido colloso e repellente e la sua magia si rafforzò contro le mie barriere. Non potei fare altro che rinchiudermi sempre di più in me stessa. Dwalia controllò quanto gliene avesse già somministrato e raddrizzò la fiala quando ne restava appena un quarto. Rimise il tappo.
Io chiusi gli occhi, sforzandomi di non sentire alcun suono, alcun odore, alcun sapore, perché qualunque senso avessi lasciato sguarnito, gli avrebbe aperto un varco nella mia mente. Per un po' non percepii nulla, nemmeno il mio corpo. Esistevo a malapena.
Non so dire quanto tempo passò, ma alla fine mi accorsi che la pressione si affievoliva o forse lui aveva rivolto la sua attenzione su qualcos'altro. Osai aprire i sensi. Fiutai odore di legno incatramato e di alghe, e udii le strida lontane degli uccelli marini. Poi la voce di Dwalia, altrettanto stridula e petulante. "Quando torna il comandante, ci vedrà come persone altolocate e rispettabili. Vorrà farci buona impressione. Desidererà compiacermi, si farà in quattro per avere il mio rispetto. E così tutto il suo equipaggio. Lui accetterà questi pezzi di rame come se fossero monete d'oro e non vedrà l'ora di salpare per Clerres, offrendoci la migliore sistemazione possibile. Puoi farcela?"
Nonostante mi si fossero annebbiati gli occhi, vidi Vindeliar sorridere beato. "Certo che posso farcela", rispose trasognato. "Posso fare tutto adesso."
La mia paura era che fosse vero.
E la mia paura gli arrivò. Si girò verso di me, con un sorriso insopportabilmente radioso come se stessi guardando il sole. "Fratello!" annunciò soddisfatto, quasi mi avesse scoperta dietro una poltrona giocando a nascondino. "Adesso ti vedo!"
Mi ritirai sempre più piccola nel mio guscio, ma lui mi seguì senza sforzo. "Non credo che potrai più nasconderti da me ormai!" mi canzonò bonario. Era vero. Strato dopo strato, i miei segreti si rivelarono come pelle che si sfalda da una vescica, mettendo a nudo la carne viva della mia essenza. Adesso sapeva di quando io e Sciò eravamo fuggite, della giornata passata in città con mio padre, della cagna massacrata a sangue, e dell'alterco con il mio tutore.
Era passato tanto tempo da quando Padre Lupo mi aveva parlato, ma all'improvviso ebbi la certezza di che cosa mi avrebbe detto. Intrappolata? Combatti!
Emersi dal guscio. "No!" ringhiai. "Sei tu che non puoi nasconderti da me!"
Fisicamente mi ero alzata, ma non fu così che lo affrontai. Come descriverlo? Mi si era avvicinato troppo. Era entrato in me a forza e a quel punto lo avvolsi. Non sapevo che cosa stavo facendo o come. Ricordavo un episodio passato? Lo avevo visto fare a mio padre o a mia sorella? Fatto sta che lo intrappolai nella mia coscienza. Lui rimase troppo sorpreso per reagire. Non credo potesse immaginare che qualcuno fosse capace di tanto. Strinsi forte come se avessi in mano un uovo sodo, e all'improvviso il guscio si ruppe. Era fragile; dubito che avesse mai preso precauzioni contro l'invasione di un'altra mente.
E lo conobbi. La conoscenza non arrivò secondo una sequenza di immagini, no. Era mia. Sapevo che era nato con una testa dalla forma strana e che era bastato questo a separarlo dagli altri. Ai loro occhi non era quasi nemmeno un Bianco, soltanto un bambino deforme e inutile, consegnato a Dwalia come parecchi altri neonati venuti alla luce meno che perfetti in quella stagione.
E nel sapere che cosa gli era successo, conobbi anche Dwalia. Dacché era stata lei ad allevarlo fin dai primissimi giorni.
Un tempo era stata una donna rispettata, la dama di compagnia di una Bianca apprezzata e stimata da tutti, che in seguito era stata mandata nel mondo per compiere grandi gesta. Quando però la sua padrona aveva fallito ed era morta, la fortuna di Dwalia era morta con lei. Caduta in disgrazia e relegata a mansioni umili, era diventata la serva delle ostetriche e dei guaritori di Clerres. Dato che a Clerres si allevavano bambini Bianchi per raccogliere i loro sogni profetici, lei aveva sperato che le affidassero un Bianco promettente di sangue puro. Ma ormai non godeva più di alcuna fiducia. Le avevano consegnato una coppia di gemelli imperfetti da eliminare e invece lei li aveva fatti allattare da una scrofa per tenerli in vita, nella speranza che i corpi difettosi potessero celare menti brillanti.
Ogni giorno si premurava di ricordare ai due che le dovevano la vita. Vistosi negato l'affidamento di bambini perfetti che altri allevavano e crescevano, le erano rimasti soltanto quei due gemelli reietti da coltivare. E lo aveva fatto con il massimo impegno. Vindeliar rammentava regimi alimentari particolari, erbe sedative, volte in cui non gli era concesso dormire, e volte in cui per settimane doveva bere pozioni soporifere che lo inducessero a sognare. Tuttavia, crescendo, tanto lui quanto la sorella Odessa non avevano mostrato alcuna particolare capacità.
In una frazione di secondo scoprii tutto questo e molti altri dettagli più tristi. Vindeliar non era stato capace di sognare per lei, a parte quell'unico sogno patetico che mi aveva raccontato. Odessa sognava, ma le immagini erano talmente informi e confuse da essere inutili. Eppure Dwalia era stata spietata nel costringere i suoi protetti a produrre sogni per lei. Vindeliar sapeva che Dwalia aveva cominciato a fare da assistente a Tinto durante le dissezioni e le inquisizioni, perché poi chiamava lui per ripulire tutto. Però non sapeva come mai Symphe le avesse donato un raro elisir ricavato dai fluidi corporei di un serpente marino. Si vociferava che garantisse sogni vividi e profetici a chiunque lo assumesse, seguiti da una morte lenta e atroce. Questo lo aveva origliato.
La prima volta che Dwalia glielo aveva dato, lo aveva incatenato a un tavolo. Il liquido gli aveva bruciato la lingua, tanto che da allora non era più stato in grado di sentire i sapori. Eppure il dolore era stato seguito da un'estasi indescrivibile e dalla capacità di espandere la mente per toccare quella degli altri. Quando alcuni prigionieri lì accanto erano stramazzati al suolo urlando e contorcendosi con le mani sulla bocca, Dwalia aveva capito che condividevano la sua sofferenza. Da quel giorno, effettuando una serie di accurati esperimenti, aveva scoperto che Vindeliar poteva far credere agli altri qualunque cosa trasmettesse loro con il pensiero, anche se chi era di sangue Bianco raramente si mostrava vulnerabile alle sue manipolazioni. Per anni, mentre sviluppava in segreto il proprio talento sotto la guida di Dwalia, Vindeliar aveva creduto che lei fosse immune a quel potere e non aveva mai nemmeno osato provare a usarlo contro di lei. Gli era sempre stato vietato di parlare dell'elisir, mentre Dwalia insisteva con gli altri che il giovane era dotato della straordinaria capacità di trovare piccoli sentieri dove la gente gli credeva e gli obbediva.
Quante cose appresi dal nostro scontro di menti! La mia invasione lo lasciò stordito. Continuai a tenerlo stretto, mentre lui tentava di capire che cosa gli fosse successo; poi agii, usando la magia ereditaria dei Lungavista quasi per istinto. "Non puoi controllarmi", gli sibilai, imprimendo al pensiero ogni residuo di energia che mi era rimasta. "Non puoi infrangere le mie barriere."
E sbarrai di colpo i miei cancelli.
Poi so soltanto che tornai in me quando Dwalia mi pungolò, senza tante cerimonie, con la punta del piede. "Alzati", mi disse con una voce falsamente gentile. "Forza. Dobbiamo salire a bordo."
Il mondo ondeggiò davanti ai miei occhi. Vidi il suo abito elegante, la bordura di merletto intorno alla scollatura profonda, i fiori sgargianti sul cappellino. Era giovane, non più grande di Sciò, con i boccoli neri che rilucevano profumati di oli essenziali. I suoi occhi, di un azzurro intenso, erano orlati da lunghe ciglia scure; la sua pelle era immacolata. Al suo fianco aveva un valletto vestito di tutto punto.
Battei le palpebre, e davanti a me tornò Dwalia con la sua guancia morsicata e gli abiti logori e sporchi. Vindeliar era Vindeliar. Mi chiesi come mi vedessero i marinai. Mi alzai a fatica, in preda alle vertigini. La fame mi attanagliava le viscere come un animale feroce; la chiusi in gabbia con un profondo respiro. I marinai non mi stavano osservando, perciò dedussi che ero soltanto una sguattera o una schiava, e nemmeno attraente. Dwalia accolse i loro sguardi ammirati con un sorriso lezioso. Il comandante della Rosa di mare era tornato e le stava parlando affascinato. Ordinò d'improvvisare una specie d'imbracatura perché la dama non si sciupasse l'abito e la guidò personalmente mentre la gru la calava sulla lancia in attesa. Lei alzò lo sguardo su di noi. "Svelti, su! Non appena c'imbarcheremo sulla nave, partiremo per Clerres."
Io mi portai una mano alla gola, ma Vindeliar mi strattonò la catena. "Spicciati!" mi ordinò in tono gelido, senza sorridere. Cominciò a scendere la scaletta; la catena si tese e mi trascinò giù dal pontile sulla barca, verso un futuro che non potevo evitare.