Fornica

 Tra i resti di ciò che è andato perduto nell'incendio (non molto, la tua protetta è stata molto scrupolosa!) ho trovato un frammento bruciacchiato che trascrivo di seguito.

 Appena non sono più in grado di combattere, dissanguateli. È fondamentale agire con prontezza, fintanto che il veleno è ancora nel loro ventre e non ha ancora contaminato carne, ossa, cervello e lingua. Raccogliete il sangue, poi gli organi interni e in ultimo la carne. Etichettate ogni provetta, dacché bisogna sottoporre ciascun campione ad analisi per capire se il veleno è stato troppo forte e l'ha reso letale. Somministratelo ad almeno due schiavi. Se anche uno solo muore, gettatelo via. Purtroppo non siamo in grado di controllare le quantità di esca che ogni drago mangerà, e di conseguenza quanto veleno assumerà.

 Gli occhi vanno conservati nell'aceto; sono gli organi più deperibili. Tagliate la carne a fettine sottili e mettetele sotto sale per asciugarle.

 Dell'intera creatura, soltanto lo stomaco va scartato. Ogni altra parte dovrà essere raccolta e conservata, poiché una volta eliminati tutti i draghi, queste saranno le ultime…

 Il resto è bruciato. Amico mio, avevi ragione. I nostri Servi hanno attuato un massacro sistematico dei draghi e dei serpenti sopravvissuti alla catastrofe su al Nord. Altri frammenti di documenti, con date e numero di casse e barili, suggeriscono che la strage sia avvenuta in diverse località.

 Ecco il motivo della vendetta dei draghi. E la ragione della longevità dei Quattro.

 In seguito all'assassinio di Capra, ho assunto la guida dei pochi Bianchi rimasti. Abbiamo lasciato Clerres per stabilirci in una piccola fattoria all'interno. Sto cercando d'insegnare ai giovani a coltivare la terra. Molti hanno smesso di sognare.

 Temo che questa lettera impiegherà parecchi mesi per raggiungerti. L'ultima volta che ho visto FitzChevalier Lungavista, ci siamo rivolti parole dure. Per favore, porgigli i miei rispetti. Non dubito che tornerà da te, così come un tempo tu hai cercato lui.

 Lettera di Prilkop ad Amato

 IL Matto mi aveva raccontato com'era tornato a Clerres la prima volta. Non dovevo fare altro che ripercorrere lo stesso tragitto, al contrario. Bisognava raggiungere l'altro lato dell'isola, quello con i porti più profondi, Sisal o Crupton. Da lì mi sarei procurato un passaggio su una nave diretta a Fornica. Sulle colline alle spalle del porto di Fornica, avrei trovato le rovine degli Antichi e un pilastro d'Arte fortemente inclinato.

 Sembrava facile a dirsi. Come la maggior parte delle cose, del resto.

 Per la notte mi rifugiai nell'imboccatura della galleria. Come Lante aveva detto ad Ape, era una posizione difendibile. All'alba m'inerpicai su quella che giudicai la collina più alta per cercare una strada. Attraversai un pascolo dove due mucche mi osservarono sospettose, scesi il pendio, oltrepassai le rovine di una fattoria distrutta di recente e raggiunsi la strada. Non era molto trafficata, ma sapevo che la situazione sarebbe cambiata non appena si fosse sparsa la notizia della caduta di Clerres. In men che non si dica sarebbero arrivati sciacalli, saccheggiatori e ogni sorta di opportunisti per sfruttare la debolezza della popolazione decimata. Lo spauracchio dei draghi sarebbe stato un deterrente di breve durata. Speravo che Prilkop assumesse presto il ruolo di guida lasciato vacante dai Quattro. Grazie ai suoi insegnamenti, i Bianchi e i loro Servi sopravvissuti avrebbero potuto tornare alle usanze di un tempo. In ogni caso, con loro io avevo finito.

 La gamba non era ancora guarita e mi faceva male. Avevo sempre fame. Le zanzare mi massacravano e probabilmente una zecca mi aveva morso la nuca. Non riuscivo a sentirla con le dita, ma mi prudeva in maniera atroce. Ero senza scarpe. Quel pomeriggio una piccola ombra mi sorvolò. Al passaggio successivo, Mimica mi atterrò sulla spalla. "Portami a casa", mi disse.

 "Hai perso la nave?" le chiesi. Non avrei ammesso che ero contento della sua compagnia.

 "Sì", ammise dopo qualche istante.

 "Cornacchia… Mimica… Come facevi a sapere che ero vivo? Come hai fatto a trovarmi?"

 "Uomo d'argento, ma sempre stupido", commentò lei. Si alzò dalla mia spalla e dall'alto gracchiò: "Albero di frutta! Albero di frutta!"

 Mi precedette lungo la strada. Il lupo dentro di me era tanto divertito quanto seccato. In mia assenza ti sei legato a una cornacchia? Be', almeno non è una preda. Ed è intelligente.

 Non siamo legati!

 No? Non siete legati come lo eravamo io e te, questo è vero, ma esistono diversi livelli di legame spirituale. Lei ti percepisce, anche se non ti permette di usare i suoi sensi.

 All'improvviso mi si schiarirono le idee su parecchie cose. Mi sentivo offeso. Perché mi tiene a distanza?

 Lei sa che non le concederai mai il tipo di legame che condividevamo noi. Perciò si protegge.

 Quando non risposi, aggiunse: Mi piace. Camminassi ancora al tuo fianco, le darei il benvenuto.

 Fiutai le albicocche mature ancora prima di vedere l'albero. Un piccolo frutteto. Una stradina stretta portava a un'altra fattoria diroccata. I draghi erano stati meticolosi. I frutti non raccolti erano caduti e stavano fermentando sul terreno. L'odore dolciastro e il ronzio di api e vespe riempivano l'aria. Sull'albero erano rimaste ancora parecchie albicocche, che raccolsi e mangiai avidamente. I frutti succosi mi placarono la fame e spensero la sete.

 Una volta sazio, legai i lembi di quel che restava della mia camicia a mo' di tasca e la riempii di altra frutta. Tornai sulla strada principale e ripresi il cammino; mi auguravo di udire l'eventuale cigolio di un carro o lo scalpitio di zoccoli in tempo per nascondermi. Avevo i crampi allo stomaco per la frutta fresca, ma erano sempre meglio dei morsi della fame. Di tanto in tanto Mimica mi volava in circolo sopra la testa. Con estrema cautela provai a estendere il mio Spirito verso di lei. Sì. Se mi concentravo abbastanza, riuscivo a percepirla, ma al tempo stesso avvertivo una piccola, indignata spinta di repulsione. La lasciai stare.

 Il Matto non mi aveva mai detto quanti giorni era durato il suo viaggio. Ricordavo che aveva accennato a un tratto percorso su un carro. Io avevo soltanto i miei piedi. Di notte dormivo all'addiaccio, di giorno camminavo. Mi nutrivo di quello che trovavo e molte piante mi erano del tutto estranee. Quelle poche commestibili che riconoscevo non mi sfamavano. Le giornate erano torride, le notti piene d'insetti molesti.

 Quella sera cercai un posto comodo dove dormire senza essere divorato dalle zanzare. Impossibile. Mi sedetti con la schiena appoggiata a un albero, scacciandole a suon di schiaffi, e provai a contattare Devoto. Volevo fargli sapere che ero vivo e stavo tornando a casa. Magari gli avrei chiesto di finanziarmi in qualche modo. Il pilastro d'Arte mi avrebbe portato fino a Kelsingra, dove speravo mi avrebbero accolto e ospitato volentieri, ma avere denaro in tasca è sempre utile. La sciagura mi aveva lasciato soltanto gli indumenti laceri che indossavo, il coltello da cintura e qualche piccolo strumento del mestiere ancora nascosto. Mi concentrai, ignorando le punture d'insetto e un sasso che mi premeva su una natica, ed espansi la mia Arte verso Devoto. Fallii, come non mi capitava da anni.

 Mi schiaffeggiai la nuca per liberarmi delle malefiche succhiasangue, mi tirai la camicia sulla testa e mi sforzai di riflettere. Niente. Era come cercare di levare una mosca da una minestra che bolliva, ogni tentativo un fallimento. Mi arresi e accantonai la frustrazione. Calma. Che cosa c'era che non andava in me? Non avevo avuto tante difficoltà da anni… dalla volta in cui avevo cercato di contattare Veritas con l'Arte quando era sulle Montagne. Veritas. Anche lui con le mani intrise d'Argento.

 Forse all'epoca non era stata del tutto colpa mia. Forse qualcos'altro aveva ostacolato i miei sforzi, oltre alla mia dipendenza dall'efedra.

 Mi strofinai il pollice sulle altre dita argentate e mi focalizzai sullo strano potere che mi pervadeva. Dolore. No, piacere. No, era qualcosa di troppo intenso da definire. Mi concentrai su Castelcervo, su Devoto e, per un momento, mi ritrovai nella corrente d'Arte.

 Sprofondai in un abisso di cui non conoscevo l'esistenza, spintonato e trascinato dalle innumerevoli coscienze che si accalcavano nella corrente. "Dimenticato di dar da mangiare…" "È adorabile…" "Il mio ragazzo…!" "Non abbastanza denaro…" La sensazione era quella di trovarmi nella Sala Grande di Castelcervo, dove i musicisti suonavano e gli invitati cicalavano tutti insieme. Non riuscivo a distinguere una voce dall'altra. D'un tratto, un'immensa presenza, possente e disciplinata, fendette la calca come l'ordine di un generale che sovrasta il frastuono di una battaglia, o come un grosso pesce che attraversa un fitto banco di sardine. I presenti si dispersero per poi ricompattarsi dopo il suo passaggio.

 Una volta, tanto tempo prima, avevo incontrato una di queste enormi entità nella corrente d'Arte, nella quale mi ero quasi smarrito. In quell'abisso ce n'erano una moltitudine e, quando mi sfioravano, percepivo altre coscienze collegate che contribuivano ad ampliarla. Volevo… desideravo… mi ritrassi a fatica e mi morsi il labbro a sangue per tornare in me.

 Mi sforzai di capire che cosa mi stesse succedendo. L'Argento aveva aumentato il potere della mia Arte, portandomi a un livello che non ero in grado di gestire. Innalzai le barriere e riflettei sul da farsi. Prudenza, decisi. Avrei aspettato di arrivare a Kelsingra per inviare un messaggio a Devoto tramite piccione viaggiatore. Non c'era motivo di correre rischi.

 Quando giungevo a un incrocio o a un bivio, sceglievo la strada più battuta. Spesso, però, ero costretto ad ampie deviazioni per evitare i villaggi. Tutto sommato, ero contento che i draghi non avessero sterminato l'intera popolazione dell'isola, ma non avevo alcun desiderio d'incontrare qualcuno, visto com'ero conciato. A volte era la cornacchia a indicarmi la strada; in sua assenza, dovevo addentrarmi nella boscaglia, seguire le piste lasciate dagli animali e sperare per il meglio. Rubacchiai senza ritegno nelle fattorie sparse per il territorio, saccheggiando orti, pollai e affumicatoi. Presi un lenzuolo steso ad asciugare. Mi erano rimaste in tasca un paio di monete: le infilai nella manica di una camicia appesa al filo da bucato e feci un nodo. Persino gli assassini hanno un briciolo di onore. Le galline avrebbero deposto altre uova e gli ortaggi sarebbero ricresciuti, ma prendere un lenzuolo era un furto vero e proprio. Me lo legai al collo a mo' di mantello, per ripararmi dai raggi cocenti del sole e dalle punture d'insetto. Ripresi il cammino.

 Nonostante il bel tempo, il viaggio fu terribile. Continuavo ad angosciarmi per Ape, il Matto e gli altri miei compagni. Ero triste per Lante. Mi rammaricavo, inutilmente, di non aver visto Paragon trasformarsi in draghi. Mi chiedevo quanto ci avrei messo a tornare a casa. Mi preoccupavo di come avrebbe reagito la regina Etta alla notizia della morte del principe. Ci aveva affidato il figlio e noi lo avevamo perso. Si sarebbe disperata, si sarebbe infuriata? O entrambe le cose?

 La fame era una costante. La sete andava e veniva a seconda dei corsi d'acqua che incontravo.

 Mi faceva male tutto ed ero sempre stanco.

 Il mio corpo continuava a guarirsi e a sottrarmi energie per farlo. Non mi nutrivo con regolarità e camminavo scalzo. La notte dormivo all'aperto, come non facevo da anni. I livelli di letargia toccarono l'apice una mattina, quando mi svegliai senza la voglia di muovere un muscolo. Desideravo tornare a casa, eppure la pigrizia era più forte. Rimasi sdraiato sulla nuda terra all'ombra di un albero dalle fronde cadenti. Le formiche cominciarono a strisciarmi sulla mano. Mi alzai a sedere, le scacciai con uno schiaffo, poi mi grattai la nuca. Il morso di zecca ci metteva parecchio a guarire. Mi tolsi la crosticina e provai un certo sollievo.

 "Casa!" mi gracchiò Mimica dall'alto di un ramo. "Casa, casa, casa!"

 "Sì", bofonchiai e piegai le ginocchia per sollevarmi. Mi facevano male e mi doleva la pancia.

 Fratello mio, hai i vermi.

 Considerai quell'eventualità. Mi era già capitato prima. Quale uomo, vissuto di espedienti, non li aveva avuti? Conoscevo diversi rimedi, nessuno dei quali, purtroppo, a mia disposizione in quel momento.

 Mi hai fatto inghiottire una moneta di rame quand'ero un lupacchiotto.

 Il rame uccide i vermi, ma non il cucciolo. L'ho imparato da Burrich.

 Cuore del Branco sapeva un sacco di cose.

 Non mi è rimasto un soldo. Dovrò aspettare di essere a casa e usare certe erbe medicinali che conosco.

 Allora meglio che ti dai una mossa.

 Occhi-di-notte aveva ragione. Dovevo sbrigarmi a tornare a casa. Mi figurai mentre abbracciavo Ape. Con le mani argentate e la faccia luccicante… Ah, no.

 Scacciai quell'ultima immagine. Ormai era diventata un'abitudine selezionare i pensieri. Una volta a casa, si sarebbe sistemato tutto. Avrei visto Urtica e la mia nipotina. Avrei trovato il modo di controllare gli effetti dell'Argento. Umbra conosce senz'altro qualche metodo… No, Umbra era morto e così suo figlio. Come avrebbe reagito Scintilla a quella notizia? La donna Antica aveva avuto ragione in merito all'Argento? Mi stava uccidendo? Mi sarebbe penetrato fino alle ossa, aveva detto.

 Alzati. Il sole si muove e tu sei ancora sdraiato lì. A meno che non hai deciso di dormire di giorno e viaggiare di notte.

 Quella notte ci sarebbe stata la luna piena. Sarei stato in grado di vedere. Sì. Viaggerò stanotte. Stavo mentendo a me stesso.

 Al calar delle tenebre mi costrinsi ad alzarmi. La cornacchia si era appollaiata su un ramo. Sollevai lo sguardo e mi sorpresi di riuscirne a individuare la sua sagoma dal calore che emanava il suo corpo. Il Matto aveva accennato a una cosa del genere, quando aveva bevuto sangue di drago.

 "Mi metto in marcia. Vuoi che ti porti io?" Le cornacchie non volano nel buio.

 Lei mi liquidò con un gracchio indifferente. Mi avrebbe trovato a tempo debito. Mi aveva già dimostrato di saperlo fare.

 Negli ultimi giorni la strada si era fatta sempre più trafficata, ma di notte giravano pochi carri e cavalli, e il lenzuolo mi copriva gran parte del corpo chiazzato d'Argento. Non fui costretto a rallentare per nascondermi. Le pietre riscaldate dal sole emanavano una luminosità diversa rispetto ai piccoli mammiferi in cerca di cibo lungo la strada. Un'altra salita su un'altra collina. La strada tagliava campi coltivati e pascoli. Dove mi sarei rintanato di giorno? Preoccupati quando arriva l'alba.

 Una volta giunto in cima, scrutai il vasto panorama di una popolosa città portuale. Le lanterne delle navi all'ancora splendevano numerose, e le luci dell'abitato ammiccavano sparpagliate lungo l'arco del porto. Era grande almeno quanto Borgo Castelcervo, ma si estendeva piatta come olio in una padella. Come avrei fatto ad attraversarla passando inosservato, a raggiungere il porto e a trovare una nave disposta a condurmi a Fornica? Il tutto senza un soldo in tasca? Potevo rubare una barca. Per andare dove? Non avevo carte nautiche. No. Mi servivano una nave e un equipaggio che obbedissero ai miei ordini.

 Perché non c'era mai niente di facile? Perché mi sentivo così esausto?

 Quella notte razziai un pollaio e rubai una gallina e tre uova. Presi anche qualche manciata di granaglie dalla mangiatoia per il bestiame. Un cane da guardia mi venne incontro ringhiando. Gli dissi che ero un lupo e sentii che l'Argento si fondeva con lo Spirito per rispedire il cane uggiolante sui gradini di casa. Fu una sensazione alquanto singolare.

 Fuggii con il bottino. I denti umani non sono fatti per masticare la carne cruda, ma insistetti e spolpai la gallina fino all'osso. Proseguii il pasto con le uova crude e le granaglie, il tutto innaffiato dall'acqua di un torrente. Mi sistemai su un affioramento roccioso tra due campi di grano per passare la giornata.

 Aspettai la notte. Prima che la luna sorgesse rotonda e splendente, mi avventurai verso il porto. Ciocco aveva usato l'Arte per nascondersi, ma era sempre stato più forte di me nella magia. Mi tirai il lenzuolo sulla testa per coprirmi la faccia e mi mescolai furtivo alle ombre, anche se continuavo a ripetere: Non mi vedi, non mi vedi, a chiunque mi capitasse d'incrociare per le vie silenziose e deserte. Soltanto un paio di persone mi lanciarono un'occhiata di sfuggita. La forza di persuasione che ero in grado di esercitare con le mie magie combinate era inquietante, ma al contempo rassicurante. Potevo fidarmi? Sarei stato in grado di camminare per le vie cittadine in pieno giorno e passare inosservato? Fare la prova e fallire sarebbero stato fatale.

 Conoscevo la destinazione e non mi fermai. Ero diretto ai moli.

 Un porto non dorme mai. Le navi caricano o scaricano la merce di notte per salpare con la marea mattutina. Scelsi un molo dove i portuali spingevano carretti e carriole verso le barche ormeggiate, come un viavai di formiche. Restai rintanato nell'ombra a studiare le operazioni. Avevo fame di nuovo, ed ero sempre stanco e indolenzito, ma non potevo permettermi d'indugiare.

 Notai un veliero che scaricava pelli conciate. Il Matto aveva parlato di Fornica come di una città dove si lavorava la pelle. Intercettai uno dei marinai. "Mi serve un passaggio per Fornica." Lo avvolsi di cordialità. "Desideri tanto compiacermi", sussurrai. Lui si fermò, sbirciando accigliato il mio volto seminascosto dal lenzuolo. All'improvviso la sua espressione cambiò e mi sorrise come se fossimo vecchi amici.

 "Veniamo giusto da quel porto", mi disse e scosse la testa. "Non è un bel posto. Se proprio devi andarci, ti compatisco."

 "Già, infatti devo andarci. Tra le navi in porto, ce n'è qualcuna diretta là?"

 "La Ballerina. La seconda laggiù. Il suo comandante si chiama Rasri, piuttosto in gamba, ma bara sempre al gioco."

 "Me ne ricorderò. Buona serata."

 Nel congedarci, mi rivolse un sorriso civettuolo quasi fossi il suo amante.

 Provai un certo disagio per quello che gli avevo fatto; a ogni modo, mi affrettai lungo il molo verso la Ballerina. Era un piccolo vascello con lo scafo alto e la tuga centrale, di quelli che non avevano bisogno di molti marinai per navigare. Una giovane donna era affacciata al parapetto. Le trasmisi un'ondata di amicizia e di fiducia, mentre le domandavo del comandante Rasri. Lei spalancò gli occhi e mi sorrise, nonostante il mio bizzarro abbigliamento. "Sono io il comandante Rasri. Che cosa volete da me?" Vide il mio volto macchiato d'Argento e scattò all'indietro.

 Io le sorrisi e le offrii l'immagine di una brutta cicatrice, nient'altro. Lei abbassò lo sguardo discreta. "Ho bisogno di un passaggio per Fornica."

 "Non accettiamo passeggeri, mi dispiace."

 "Ma per me potreste fare un'eccezione."

 Lei mi fissò e io percepii il suo dilemma. Aumentai la pressione sulla sua mente. "Potrei", confessò, anche se stava scuotendo la testa.

 "Potrebbe farvi comodo una mano in più a bordo. Ho esperienza di navi."

 "Potrebbe farci comodo una mano in più a bordo", convenne lei, aggrottando la fronte.

 "Quanti giorni ci vogliono per raggiungere Fornica?"

 "Meno di due settimane, se il tempo tiene. Prima dobbiamo fare altri due scali."

 Avrei voluto dirle di dirigersi direttamente a Fornica, ma non me la sentii. Già mi pesava quello che le stavo facendo. "Quando salpiamo?"

 "Con la prima marea. Presto."

 Non appena misi piede a bordo, Mimica piombò dal cielo e mi atterrò sulla spalla. La perplessità sul volto del comandante in un attimo si trasformò in spasso. "Grazie, grazie", le disse Mimica, e ripeté la stessa cosa ai membri dell'equipaggio che si avvicinavano. Mi presentai come Tom lo Striato, mentre i marinai erano distratti e affascinati dalla cornacchia, e distesi su tutti una coltre di ospitalità e benevolenza. L'indomani all'alba, partimmo.

 Fu il viaggio per mare più brutto della mia vita. La nave si chiamava Ballerina per una buona ragione. Ballava sulle onde tra un rollio e un beccheggio e una sbandata. Non avevo mai sofferto tanto il mal di mare.

 A ogni modo, malgrado mi sentissi uno straccio, feci del mio meglio per rendermi utile come avevo promesso. Scoprii che riuscivo a rimuovere le macchie di corrosione dall'ottone semplicemente passandoci sopra le dita, e in breve tempo sulla nave tutto scintillò come nuovo. Riparai le funi sfilacciate perché scorressero meglio nei bozzelli e irrobustii le vele logore e strappate. E non pretesi mai più di quello che mi veniva servito a tavola, nonostante la fame perenne.

 Il viaggio sembrava interminabile. Tenere sotto controllo l'equipaggio richiedeva forza e concentrazione proprio quando le mie riserve si andavano esaurendo in fretta. Temevo le soste nei porti, perché significavano giorni persi nelle operazioni di carico e scarico. Tuttavia, quando attraccavamo, la notte scendevo a terra di nascosto e, grazie all'Arte, mi procuravo un pasto abbondante in una taverna. Satollo, me ne tornavo a bordo e dormivo della grossa. Quando mi svegliavo, mi sentivo abbastanza in forze per affrontare la giornata; però alla fine la fiacca mi assaliva di nuovo.

 Nelle lunghe notti ballerine pensavo a Veritas e a come aveva usato l'Arte per difendere i Sei Ducati. Persino da grande distanza era riuscito a scovare le navi delle Isole Esterne e a influenzare i loro comandanti e ufficiali di rotta. Quante ne aveva spedite nelle fauci di una tempesta o a sbattere contro gli scogli? Che cos'aveva provato nell'usare la potenza della sua magia per uccidere tanta gente? Ne era rimasto turbato? Per questo si era appigliato a una vecchia leggenda ed era partito per le Montagne in cerca di alleati tra gli Antichi?

 La sera in cui giungemmo a Fornica, convinsi il comandante e il suo equipaggio che avevano svolto un'opera di bene, qualcosa di cui andare fieri. Li lasciai che si guardavano perplessi, anche se compiaciuti. Mimica si piazzò sulla mia spalla. "Casa", mi rammentò, e io attinsi forza da quella parola.

 Fornica era una città orrenda, di gente inospitale e fetore immondo. Trasformare il bestiame in carne e cuoio è un lavoro sporco, ma non necessariamente squallido e disgustoso com'era a Fornica. La città era sporca, avvolta da un'atmosfera lugubre e desolata, ed era costituita da un ammasso di edifici bassi e fatiscenti che cingevano la baia. Sulla collina che la sovrastava scorsi le rovine di quella che doveva essere stata una città degli Antichi. Era evidente che era stata distrutta di proposito. Mi augurai che il pilastro d'Arte usato da Prilkop e il Matto non avesse subito ulteriori danni. Il Matto lo aveva descritto come una pietra quasi del tutto rovesciata, ma se avessi trovato spazio a sufficienza per infilarmici sotto, avrei approfittato dell'occasione, nella speranza che mi riportasse a Kelsingra.

 È pericoloso usare le pietre.

 Lupo, è pericoloso anche ritardare il mio ritorno, e temo sia pure peggio.

 Percepii i suoi dubbi e cercai di non farmi influenzare. Nell'attraversare la città ero tormentato dalla fame, ma non vidi nessuna locanda che m'ispirasse. Sembravano tutte bettole malfamate ed equivoche. Decisi che mi sarei recato direttamente alla città degli Antichi, avrei trovato il pilastro d'Arte e mi sarei lasciato quel posto infame alle spalle. L'atmosfera sordida pesava come una cappa di nebbia fetida sulla città. A Kelsingra mi avrebbero accolto con gentilezza, offrendomi vitto e alloggio. Fornica non sapeva che cosa significasse la gentilezza.

 Mi fermai a riprendere fiato, appoggiato alla parete di una stalla. La disperazione era un vento che mi sferzava; la sua intensità aveva un che di familiare, come il brusio che mi ronzava nelle orecchie.

 In questo posto ci hanno traditi. Per anni ci hanno ingannati, fingendo di essere nostri amici; poi, nel momento del bisogno, quando ci siamo rifugiati qui, ci hanno uccisi. Ci hanno sterminati come i draghi e persino i serpenti marini.

 Per un attimo li vidi. Gli Antichi correvano per le strade, in cerca di una salvezza che non avrebbero trovato. Erano fuggiti dal crollo delle loro città per trovare riparo in quel remoto insediamento dove l'aria non era avvelenata e densa di cenere. Tuttavia, com'erano emersi dal portale, avevano trovato dei soldati mercenari che li aspettavano per ucciderli. Infatti i Servi avevano saputo in anticipo della catastrofe che si sarebbe abbattuta sulle loro città, ed erano sicuri che Antichi e draghi avrebbero cercato riparo lì. Per annientare i draghi, dovevano annientare anche gli Antichi.

 E lo avevano fatto.

 I ricordi di quel sanguinoso tradimento avevano impregnato le pietre di memoria di quella città. Quando le generazioni successive avevano usato le macerie per edificare Fornica, avevano saccheggiato anche l'orrore e il tradimento annidati in quelle pietre. Non c'era da stupirsi se gli abitanti di Fornica odiassero quelle nere rovine. Più mi avvicinavo alle ville diroccate sulle pendici della collina, più oscuri e macabri scorrevano i ricordi. Arte e Argento si contorcevano dentro di me; barcollai travolto da un flusso di spettri. Uomini e donne che gridavano terrorizzati; bambini riversi per le strade, morti o sanguinanti. Alzai le barriere per smorzare l'orrore.

 Kelsingra era un tripudio di ricordi felici, di feste, di giornate di mercato. Qui invece le pietre avevano assorbito il sangue e la morte degli Antichi che le avevano innalzate. E quella terribile eredità di paura e disperazione era stata tramandata di generazione in generazione. Qualunque ricordo gioioso o pacifico era stato annegato nel sangue.

 Non conoscevo il nome di quella città. L'erba tentava di crescere tra i basoli spezzati, ma era stata usata troppa pietra di memoria. Le strade ricordavano di essere state strade e non permettevano all'erba di attecchire. Ovunque posassi lo sguardo, vedevo segni di mazze e picconi, statue rovesciate e fatte a pezzi, fontane distrutte, mura demolite.

 Dove avevano collocato i pilastri? Al centro della città come a Kelsingra? In cima a una torre? Nella piazza di un mercato?

 Girovagai tra le vie deserte della città collinare, fendendo una marea di fantasmi urlanti. Di tanto in tanto Mimica si levava in volo, tracciava un cerchio in aria e poi riatterrava sulla mia spalla. Una volta quello era stato un luogo di palazzi magnifici e giardini lussureggianti; adesso sembrava una carcassa di cervo infestata di larve, ogni traccia di opulenza e di bellezza contaminata dalla morte, dall'odio e dal tradimento. Soltanto lo Spirito mi suggeriva che i fantasmi non erano reali.

 Tuttavia lo Spirito mi avvertì che, non troppo lontano da me, c'erano anche delle persone reali che mi seguivano di nascosto. Nello sforzo di tenere sigillate le barriere per preservare la mente, mi ero dimenticato di usare l'Arte per mimetizzarmi. Forse erano soltanto dei ragazzi incuriositi da uno straniero ammantato da un lenzuolo. Avevano visto la mia faccia macchiata d'Argento?

 Mimica gracchiò dall'alto. All'improvviso piombò in picchiata verso di me e mi atterrò sulla spalla. "Attento", mi sussurrò rauca. "Attento, Fitz."

 Si stavano avvicinando.

 Rimasi immobile, respirando piano. Espansi lo Spirito per capire quanti fossero e dove. Che cosa pensavano di potermi rubare? Erano i soliti teppistelli che si divertivano a picchiare uno straniero? Già non avevo la forza di fuggire, figuriamoci di combattere. Lasciatemi in pace! invocai nella notte, ma le pietre intrise d'Arte diluirono e smorzarono il mio messaggio. Avevo bisogno di guardarli in faccia per incanalare i miei pensieri nelle loro menti. Invece si tenevano a distanza; senza dubbio conoscevano molto bene le rovine. Probabilmente avevano respirato quelle esalazioni di paura e di odio fin da bambini. Sapevano come e dove rintanarsi. A un tratto scorsi una sagoma che sfrecciava da un nascondiglio all'altro. Quanti erano?

 Quattro. No, cinque. Due erano molto vicini. Dilatai le narici per fiutare il loro odore, un gesto del tutto inutile con il mio penoso olfatto umano.

 Sono vicini. Scegli il posto.

 Era il mio unico vantaggio. Estrassi il coltello e trovai un tratto di muro ancora in piedi dove appoggiare la schiena. Mi liberai del lenzuolo. Forse il mio aspetto li avrebbe intimoriti, ma nel buio incombente avrebbero visto quanto ero strano? Avvilito, mi domandai che razza di gente era disposta a immergersi di proposito in quell'atmosfera di sangue e di odio. Non brava gente. Udii una risatina sommessa, subito zittita da qualcun altro. Era stata una risata di donna. Ne dedussi che doveva essere più un modo per divertirsi che non un tentativo di rapina, e che probabilmente non ero la loro prima vittima.

 Un sasso colpì il muro alle mie spalle. Trasalii e la cornacchia spiccò il volo. Come darle torto? Un unico lancio ben mirato avrebbe potuto ucciderla. Un altro sasso rimbalzò a un soffio dalla mia testa. Restai immobile, le orecchie tese all'ascolto. Il terzo mi centrò la coscia, e stavolta nessuno zittì la risata che seguì. Non riuscivo ancora a vederli. Udii il lieve sibilo di una fionda e il proiettile mi prese in pieno petto. Alzai un braccio per coprirmi il volto, ma non feci in tempo, e la sassata mi colpì la bocca con uno schianto secco. Sentii il sapore del sangue e le orecchie mi ronzarono.

 Vigliacchi! ringhiò Occhi-di-notte. Uccidili tutti!

 Quando Occhi-di-notte era in vita, il nostro legame di Spirito era stato così intenso che a volte mi sentivo tanto lupo quanto umano. Il suo corpo era morto, ma qualcosa di lui era sopravvissuto dentro di me in quegli anni. Faceva parte di me, anche se non ero io.

 Fin dai primissimi tempi in cui avevo imparato a controllare la magia dell'Arte, lo Spirito, la mia magia animale, vi era mescolato. Galen aveva tentato di sradicarlo con i suoi metodi crudeli, e gli altri maestri, che mi avevano addestrato nello Spirito o nell'Arte, erano arrivati alla conclusione che ero incapace di separare le due magie. Quando Occhi-di-notte, infuriato per il mio dolore, reagì con un'impennata di Spirito, la mia Arte potenziata dall'Argento vi confluì.

 Scorsi la donna che sgattaiolava da dietro un muretto verso un cespuglio di rovi. Concentrai la mia attenzione su di lei. "Muori", sussurrai, e lei fu la prima a cadere. Si accasciò di colpo, afflosciandosi come svenuta, ma lo Spirito mi disse che era morta. Il cuore si era fermato; il respiro era cessato.

 Per stupidità o lealtà, o forse entrambe le cose, due compagni accorsero in suo aiuto. In fin dei conti, perché non uscire allo scoperto? Quale minaccia poteva rappresentare un poveraccio, solo e indifeso?

 Alzai una mano d'argento e puntai un dito tremante verso uno dei giovani. "Muori", gli dissi. Il compagno atterrito lo vide cadere di schianto. "Muori!" gli suggerii e il terzo fece altrettanto.

 Facile. Troppo facile.

 "È stato lui!" gridò qualcuno. "Non so come faccia, ma li sta falciando! Saha, Bar, alzatevi! Siete feriti?" Un ragazzo macilento con una zazzera di capelli neri sbucò da dietro un muro e cominciò a spostarsi lentamente verso gli amici caduti, senza staccarmi gli occhi di dosso.

 "Sono morti", gli comunicai.

 Speravo che fuggisse. Speravo addirittura che combattesse.

 Una giovane donna, cauta come una colomba, si alzò dall'erba alta. Era graziosa, con una massa fluente di riccioli neri che le ricadevano sulle spalle. "Saha?" chiamò, senza più alcuna traccia di divertimento nella voce esitante.

 "Li ha uccisi lui!" strillò il compagno e si avventò contro di me. La ragazza lo imitò lanciando un grido strozzato. Io fendetti l'aria davanti a loro con la mano argentata di taglio.

 Stramazzarono al suolo come se li avessi decapitati con l'ascia. Lo Spirito mi disse che erano morti sul colpo. Non avevo mai usato la mia magia in quel modo; non era mai stata così potente. Mi pareva di essere tornato ai tempi in cui cercavo d'imparare a gestire l'Arte e i miei tentativi erano ondivaghi e imprecisi. In preda al panico e alla rabbia, avevo scagliato la morte contro persone che non riuscivo nemmeno a distinguere.

 Non sapevo che potessimo farlo. Occhi-di-notte sembrava intimorito da quanto era appena successo.

 Nemmeno io. Mi ero vergognato di aver piegato le menti dell'equipaggio della Ballerina? Be', adesso ero stordito dallo choc, paralizzato da una calma irreale simile a quella che avevo visto in un uomo con una gamba tranciata di netto. Sputai un grumo di sangue e mi toccai i denti con la lingua. Due dondolavano. I miei nemici erano morti e io ero vivo. Bando ai rimorsi.

 Depredai i cadaveri. Un giovane calzava dei sandali della mia misura. La ragazza bella aveva un mantello. Presi tutti i soldi dalle tasche. Un coltello e un otre di vino. L'altra donna aveva un sacchetto di carta con dentro dei dolcetti gommosi al sapore di menta. Ne feci un sol boccone che innaffiai con il vino scadente. Distolsi lo sguardo quando Mimica cominciò a strappare brani di carne dai morti. Era poi così diverso dal mio saccheggio? In fondo anche lei si stava procurando ciò che le serviva.

 Calarono le tenebre e spuntò la luna. Le grida del massacro avvenuto tra quelle strade ormai distrutte crebbero di volume. Mimica si rannicchiò sulla mia spalla. Coloro che avevano ucciso gli Antichi erano forse gli antenati di chi adesso viveva in quella patetica cittadella ai piedi della collina? L'orrore e l'odio latenti costituivano forse un inatteso castigo che puniva figli ignari di quanto avevano commesso i progenitori? I lugubri miasmi di quel luogo contaminavano ancora i giovani discendenti di quegli assassini?

 Trovai il pilastro d'Arte seguendo la carneficina fantasma a ritroso. Camminai tra cadaveri inconsistenti e spiriti urlanti finché non raggiunsi un punto dove gli spettri degli Antichi si ammassavano gli uni agli altri come pecore circondate dai lupi. Erano emersi dal pilastro, avevano visto il massacro e tentato di rientrare nella pietra verso una dubbia salvezza. Nel vortice di quella fuga impazzita c'era il pilastro.

 Era come lo aveva descritto il Matto. Qualcuno si era impegnato con tutte le forze per abbatterlo. Era fortemente inclinato e i raggi di luna ne illuminavano la superficie graffiata. Le altre due facce laterali erano incise da profondi solchi e intorno aleggiava un forte odore di urina e di feci. Dopo tanti anni, esisteva ancora un odio così profondo da esprimerlo in quel modo puerile?

 Gli umani pisciano quando hanno paura.

 Il pilastro era circondato da ciuffi d'erba alta. Antichi spettrali ne emergevano stringendo tra le braccia i bambini o i fagotti di miseri averi. Mi misi carponi e avanzai nel groviglio di erbacce e convolvolo. Avrei tanto voluto avere con me la mappa che mi aveva dato Umbra, quella con tutti i pilastri conosciuti e le loro destinazioni. Pazienza. Mi augurai che l'orso l'avesse trovata di suo gusto. Il Matto aveva detto che erano usciti dalla faccia inferiore della pietra. Non dovevo fare altro che rientrare da dove era emerso. Sbirciai nella fitta vegetazione e vidi lo spazio nero sotto il pilastro inclinato. Mimica mi si aggrappò al mantello e al colletto della camicia, graffiandomi con gli artigli.

 Sei pronto?

 Non sono mai pronto per questo. Facciamolo e basta.

 "Casa. Casa, adesso."

 D'accordo. Scostai alcuni rametti spinosi e feci una smorfia nel sentirmi trafiggere il palmo. Avrei dovuto strisciare per infilarmi sotto il pilastro. Bastò quella frazione di secondo di stupidità dovuta alla stanchezza per provocare l'irreparabile. Nell'abbassarmi sul ventre, mi appoggiai con la mano argentata sulla faccia del pilastro più vicina a me. Ebbi appena il tempo di notare una runa sfregiata che non riconobbi. Mimica gracchiò terrorizzata, e la pietra ci risucchiò all'interno.