Il "Tarman"
Ancora prima che re Sagace prendesse la decisione ben poco saggia di limitare l'insegnamento d'Arte ai soli membri della famiglia reale, la magia era caduta in disuso. Quando avevo ventidue anni, una terribile epidemia di tosse emorragica imperversò nelle regioni costiere dei Sei Ducati. Giovani e anziani caddero come mosche; molti vecchi adepti d'Arte morirono e con loro la conoscenza della magia.
Quando il principe Regal scoprì che le pergamene sull'Arte valevano una fortuna presso i mercanti stranieri, cominciò a saccheggiare le biblioteche di Castelcervo. Sapeva che quella preziosa sapienza sarebbe finita nelle mani della Donna Pallida e dei Pirati delle Navi Rosse? È una questione su cui si è a lungo discusso tra la nobiltà del Cervo, e dacché Regal è morto e sepolto da anni, temo che non sapremo mai la verità.
Declino della conoscenza d'Arte durante il regno di re Devoto,
Umbra Stella d'Autunno
SCENDEMMO tutti insieme al porto per assistere all'arrivo del Tarman a Kelsingra. Io ero cresciuto a Borgo Castelcervo, dove le banchine erano fatte di grosse tavole di legno scuro, odorose di catrame, che sembravano risalire all'epoca in cui El aveva portato il mare lungo le nostre coste. Questo molo invece era recente, costruito con assi chiare, cumuli di sassi e legno grezzo, e ancorato ai resti di una vecchia banchina degli Antichi. Non mi pareva l'ubicazione migliore per un molo: gli edifici semidiroccati lungo la riva indicavano che il letto del fiume cambiava spesso. I nuovi Antichi di Kelsingra avrebbero fatto meglio a distogliere lo sguardo dal passato e a considerare le condizioni attuali del fiume e della città.
Sulle colline elevate che dominavano le alture frastagliate alle spalle di Kelsingra, la neve si era ridotta a sottili tentacoli bianchi abbarbicati alla roccia. In lontananza vedevo le betulle tinte di rosa e le punte rosseggianti dei rami dei salici. Il vento che spirava dal fiume era freddo e umido, ma il rigore dell'inverno lo aveva abbandonato. Stava arrivando una nuova stagione e con essa una nuova direzione per la mia vita.
Una pioggerella sottile cominciò a cadere mentre il Tarman si avvicinava. Mimica, appollaiata sulla spalla di Perseverante, teneva la testa incassata tra le ali per ripararsi. Lante era al suo fianco, mentre Fiamma stava con Ambra. Ci spingemmo avanti per guardare, ma non troppo da intralciare le attività. Ambra teneva la mano guantata sul mio polso. Le parlai sotto voce. "Il fiume scorre rapido, ed è senza dubbio freddo e profondo. È grigio di limo, e puzza. Un tempo doveva esserci più terra, però con gli anni il fiume ha eroso le rive fino a Kelsingra. Ci sono altre due navi ormeggiate. Sembrano in disarmo", cominciai a descrivere. "Il Tarman è una chiatta fluviale. Lunga e bassa sull'acqua, con remi a uno o più vogatori. C'è una donna robusta alla barra. L'imbarcazione ha risalito la corrente lungo la riva opposta e adesso sta manovrando per tagliarla e navigare a favore. Niente polena." Ero deluso. Avevo sentito dire che le polene delle navi viventi potevano muoversi e parlare. "Ci sono due occhi dipinti sullo scafo. Sta procedendo in fretta con la corrente. Due marinai si sono uniti alla donna al timone. L'equipaggio sta contrastando la corrente per approdare."
I marinai lanciarono le gomene agli ormeggiatori sul molo, che le assicurarono alle bitte, mentre la chiatta andava indietro come un cavallo riottoso e l'acqua spumeggiava intorno alla poppa. C'era qualcosa di strano nel modo in cui la nave lottava contro la corrente, ma non riuscivo a definirlo. Gomene e assi di legno scricchiolarono nel sostenere il suo peso.
Alcune cime furono allentate, altre tese finché il comandante non fu soddisfatto che l'imbarcazione fosse ben ormeggiata. I portuali aspettavano con le carriole e un unico Antico svettava alto sul molo e sorrideva come soltanto un uomo che spera di vedere la sua bella sa fare. Alum. Era quello il suo nome. Scrutai il ponte della nave e la vidi. Si muoveva infaticabile, trasmettendo i comandi e aiutando ad assicurare il Tarman alla banchina, ma per due volte i suoi occhi osservarono la folla in attesa. Quando scorse il suo innamorato Antico, il volto di lei s'illuminò e parve muoversi con maggiore efficienza, quasi volesse sfoggiare la propria bravura.
Dalla chiatta fu calata una passerella e scesero una decina di passeggeri con sacche e fagotti. Gli immigrati si guardavano intorno insicuri, fissando stupiti, o forse delusi, la città in rovina. Mi chiesi che cosa avessero immaginato e se sarebbero rimasti. Lungo una seconda passerella, i portuali cominciarono a salire e scendere come una fila di formiche indaffarate per sbarcare il carico. "È questa la nave su cui viaggeremo?" domandò Fiamma perplessa.
"Esatto."
"Non sono mai stata su una nave prima d'ora."
"Io sono stato su una piccola barca. A remi, sul fiume Giunco. Niente del genere." Gli occhi di Perseverante studiavano il Tarman. Aveva la bocca leggermente socchiusa. Difficile capire se fosse preoccupato o impaziente di salire a bordo.
"Andrà tutto bene", li rassicurò Lante. "Guardate quant'è stabile la chiatta, e comunque navigheremo su un fiume, non in mare aperto."
Riflettei che Lante si era rivolto ai ragazzi più come se fossero fratelli minori che servitori.
"Riuscite a individuare il comandante?"
Risposi io alla domanda di Ambra. "Vedo un uomo di mezz'età che si avvicina a Reyn. Credo che un tempo fosse di corporatura massiccia, ma adesso è alquanto smagrito. Si stanno salutando con affetto. Immagino sia Leftrin e la donna con lui dev'essere Alise. Ha una folta massa di riccioli rossi." Ambra mi aveva raccontato della scandalosa condotta di Alise, che aveva abbandonato il legittimo ma infedele marito di Borgomago per mettersi con il comandante di una nave vivente. "Stanno guardando Phron e sembrano entusiasti."
Ambra mi strinse il braccio e si stampò in volto un sorriso cordiale.
"Arrivano", le sussurrai. Lante si affiancò a me, mentre alle nostre spalle Fiamma e Perseverante tacquero. Aspettammo.
Reyn ci presentò. "E qui ci sono i nostri ospiti dei Sei Ducati! Capitano Leftrin e Alise della nave vivente Tarman, posso presentarvi il principe FitzChevalier Lungavista, dama Ambra e messer Lante dei Sei Ducati?"
Io e Lante accennammo un inchino del capo, mentre Ambra si esibì in una graziosa riverenza. Leftrin, un po' sorpreso, si affrettò a ricambiare, come anche Alise che, dopo l'inchino, mi guardò costernata, poi sorrise nel ricordare le buone maniere. "Siamo lieti di offrivi un passaggio fino a Trehaug sul Tarman. Malta e Reyn ci hanno raccontato che, grazie alla vostra magia, Ephron ha recuperato la salute. Vi ringrazio. Dacché non abbiamo figli, gli abbiamo sempre voluto bene come se fossimo i suoi genitori."
Il capitano Leftrin annuì. "Già, come dice la mia signora", aggiunse imbarazzato. "Dateci un giorno o due per sbarcare il carico e concedere all'equipaggio un po' di tregua, e poi saremo pronti a salpare. Gli alloggi su Tarman non sono spaziosi. Faremo del nostro meglio per ospitarvi come si conviene, ma purtroppo sono sicuro che non sarà un viaggio degno di un principe, di una dama o di un messere."
"E io sono sicuro che andrà benissimo. Il nostro scopo non è la comodità, ma il viaggio stesso", replicai.
"Tarman ve lo garantisce. Su questo fiume un trasporto più rapido ed efficiente non potete trovarlo", disse lui con l'orgoglio di un comandante proprietario della sua nave. "Vorrei invitarvi a salire a bordo per mostrarvi le cabine che vi abbiamo assegnato."
"Con piacere", rispose Ambra entusiasta.
"Da questa parte, prego."
Salimmo sulla passerella, così stretta che temetti che Ambra inciampasse. Tuttavia, non appena misi piede sul ponte della chiatta, quel timore fu sostituito da un altro. La nave vivente riverberò sia contro il mio Spirito sia contro l'Arte. La percepii come una vera creatura vivente che respirava e si muoveva! Ero sicuro che il Tarman fosse consapevole della mia coscienza così come lo ero io della sua. Lante si guardava intorno felice come un bambino pronto per una nuova avventura e l'espressione di Perseverante era identica alla sua. Mimica si era levata in volo dalla spalla del ragazzo e sorvolava la chiatta sospettosa, battendo forte le ali per contrastare il vento che spirava dal fiume. Fiamma era più riservata, quasi circospetta. Ambra mi appoggiò di nuovo la mano sul braccio e lo strinse forte. Alise salì a bordo, seguita da Leftrin, ma entrambi si fermarono di colpo come se avessero incontrato un muro.
"Oh, no", mormorò Alise.
"Puoi dirlo forte", dichiarò Leftrin restando fermo impalato. La comunicazione tra lui e la sua nave vibrava come una corda pizzicata. Mi fissò accigliato. "La mia nave… devo chiedervelo. Siete legato a un drago?"
Io e Ambra ci irrigidimmo. La nave aveva avvertito il sangue di drago che lei aveva bevuto? Ambra mi lasciò il braccio, pronta ad assumersi tutta la responsabilità. "Credo che ciò che la vostra nave sente sia…"
"Vi chiedo scusa, madama, ma non siete voi a turbare la nave. È lui."
"Io?" La mia domanda risuonò sciocca persino alle mie orecchie.
"Voi", confermò Leftrin con le labbra serrate. Si girò verso Alise. "Mia cara, puoi occuparti delle signore, mentre io sistemo la faccenda?"
Alise spalancò gli occhi. "Volentieri", rispose, e io intuii che lo stava aiutando a separarmi dal resto del gruppo, anche se non ne capivo il motivo.
Mi rivolsi al mio piccolo seguito. "Fiamma, per favore, accompagna la tua signora mentre io scambio due parole con il comandante. Lante, Per, scusateci un attimo."
Fiamma colse al volo l'ammonimento implicito e prese Ambra sotto braccio. Lante e Perseverante s'incamminarono lungo il ponte per esaminare la chiatta. "Illustrami la nave, Fiamma", chiese Ambra imperturbabile. Si allontanarono senza fretta, seguendo Alise che parlava loro della chiatta, mentre la ragazza aggiungeva ulteriori dettagli alle descrizioni.
Mi voltai verso Leftrin. "La vostra nave non gradisce la mia presenza?" gli chiesi. Non era questa la mia percezione del Tarman, ma d'altro canto non ero mai stato a bordo di una nave vivente.
"No. La mia nave desidera parlare con voi." Leftrin incrociò le braccia sul torace possente, poi si rese conto che poteva sembrare un atteggiamento ostile e le abbandonò lungo i fianchi, pulendosi le mani sui pantaloni. "Andiamo a prua. Lì è meglio." Si avviò a grandi passi e io lo seguii lentamente. Poi si voltò nella mia direzione. "Tarman parla con me", spiegò. "A volte con Alise. Forse anche con Hennesey. Capita pure con gli altri, in sogno. Io non chiedo e lui non dice. Non è come le altre navi viventi. È più tipo… be', temo che non capireste. Voi non fate parte dei Mercanti, diciamo così. Tarman non ha mai chiesto di parlare con un estraneo. Non so che cosa voglia, ma sappiate che farò quello che dice lui. I custodi hanno stretto un accordo con voi, però se Tarman dice che non vi vuole sul suo ponte, così sarà." Sospirò. "Scusate", aggiunse.
"Capisco", risposi, però non era vero. Avvicinandomi alla prua, la mia percezione del Tarman divenne più acuta. E più sgradevole. Mi sembrava di essere annusato da un cane. Un cane enorme e imprevedibile. Con i denti snudati. Frenai l'impulso lupesco di ringhiare a mia volta e mi sforzai di non apparire aggressivo in alcun modo. La sua presenza premeva contro le mie barriere.
Ti consento l'accesso, gli dissi, e lui penetrò nella mia mente.
Come se potessi rifiutarti. Sei sul mio ponte e pretendo di conoscerti. Quale drago ti ha toccato?
Date le circostanze, mentire sarebbe stato stupido. Un drago si è spinto nei miei sogni. Credo fosse una dragonessa di nome Sintara, legata all'Antica Thymara. Sono stato vicino alle dragonesse Tintaglia e Heeby. Forse sono loro che percepisci.
No. Hai l'odore di un drago che non ho mai conosciuto. Avvicinati. Metti le mani sull'impavesata.
Guardai il parapetto. Lo sguardo del capitano Leftrin era fisso sul fiume; non sapevo se fosse cosciente delle parole che mi aveva rivolto la sua nave oppure no. "Vuole che metta le mani sull'impavesata."
"Allora vi suggerisco di farlo", rispose lui brusco.
Il legno era grigio, a grana fine, sconosciuto. Mi sfilai i guanti e appoggiai le mani sul parapetto.
Ecco. Ne ero sicuro. L'hai toccato con le mani, vero? L'hai strigliato?
Non ho mai strigliato un drago.
Invece sì. E lui ti rivendica come suo.
Veritas. Non era stata mia intenzione condividere quel pensiero. Avevo difficoltà a respingere la determinazione di quella nave a entrare nella mia mente. Rinforzai le barriere cercando di lavorare di fino per non dargli l'impressione che lo stessi bloccando, ma lo stupore mi faceva battere forte il cuore. I draghi di carne e sangue consideravano forse Veritas un loro simile legittimato a reclamarmi? Gli avevo spazzolato via le foglie dal dorso. Era quella specie di "strigliata" che la nave aveva percepito? E se i draghi ritenevano Veritas un drago, allora anche quella chiatta si considerava a sua volta un drago?
La nave restò in silenzio qualche istante, poi: Sì. Quel drago. Ti rivendica.
In alto, Mimica gracchiò forte.
La cosa più difficile al mondo è non pensare a niente. Mi concentrai sulle increspature che il vento disegnava sulla corrente del fiume. Provai uno struggimento per Veritas che quasi superò il mio bisogno di respirare. Avrei voluto toccare quella pietra fredda con la mente e con il cuore, assicurarmi che in qualche modo mi proteggesse. La nave irruppe nei miei pensieri.
Lui ti rivendica. Vuoi negarlo?
Io sono suo. Mi sorpresi nel capire che era ancora vero. Sono stato suo per lungo tempo.
Come se un umano sapesse cosa significa "lungo tempo". A ogni modo, ti accetto come suo. Giacché Leftrin e Alise lo desiderano, ti porterò a Trehaug. Ma sarà la tua volontà a farlo. Io non interferisco con un umano rivendicato da un drago.
Mi chiesi che cosa significasse che una nave vivente mi "accettava" e credeva che un drago di pietra mi avesse reclamato. Mi chiesi come avesse fatto Veritas a rivendicarmi. Sapeva di averlo fatto? Una decina di altre domande mi si affollarono nella mente, ma Tarman mi aveva congedato. Fu come chiudere la porta di una taverna affollata e rumorosa, restando nel buio e nel silenzio. Da una parte provai un immenso sollievo nel ritrovarmi da solo, ma dall'altra rimpiansi le risposte che avrebbe potuto darmi. Provai a contattarlo, però non lo trovai più. Il capitano Leftrin lo capì nello stesso momento. Mi guardò, squadrandomi da capo a piedi, poi sorrise. "Ha finito con voi. Gradite vedere dove alloggerete durante il viaggio?"
"Ehm, sì, grazie." Il suo cambio di registro era stato repentino come il sole che spunta da dietro una nuvola in una giornata di libeccio.
Mi scortò verso poppa, oltre la tuga, dove due strutture massicce si ergevano dal ponte. "Adesso sono meglio di quando le abbiamo usate la prima volta. Non avrei mai pensato che Tarman avrebbe trasportato passeggeri oltre alle solite casse di merci. Ma i tempi cambiano, e noi con loro. Lentamente, e a volte senza troppa grazia, persino un abitante delle Giungle della Pioggia può cambiare. Questa è per voi, messer Lante e il ragazzo." Fece una breve pausa imbarazzata. "Sarebbe stato preferibile assegnare a voi e alla dama degli alloggi privati, ma allora dove avrei sistemato la cameriera? In genere le ragazze di terra non condividono volentieri gli alloggi dell'equipaggio, anche se sulla mia nave non corrono alcun pericolo. Solo che non c'è riservatezza. Per questo motivo abbiamo destinato l'altra cabina alle signore. Sono sicuro che non sarà quello che si aspetta un principe, ma è il meglio che abbiamo da offrirvi."
"Non desideriamo altro che un mezzo di trasporto e io sarò lieto di dormire qui sul ponte. Non sarebbe la prima volta che mi capita."
"Ah", esclamò l'uomo con visibile sollievo. "Bene. Alise ne sarà contenta. Da quando ha saputo che vi avremmo ospitati a bordo ha cominciato ad agitarsi. ‘Un principe dei Sei Ducati! Che cosa gli daremo da mangiare, dove lo faremo dormire?' e così via. È fatta così la mia Alise. Sempre preoccupata di dare il massimo."
Aprì la porta. "Un tempo queste cabine non erano altro che casse per le merci, solo più grosse. Ci abbiamo messo una ventina d'anni per renderle confortevoli. Gli altri non sono ancora arrivati, mi pare, perciò scegliete la branda che più vi aggrada."
Chi vive a bordo di una nave sa sfruttare al meglio i piccoli spazi. Mi aspettavo puzza di biancheria vecchia, amache di tela, un pagliolato scheggiato. Da due piccoli oblò filtrava la luce del giorno che illuminava il legno chiaro e lucido. C'erano quattro cuccette, due per ogni lato, a castello, e l'odore era quello piacevole dell'olio paglierino per lucidare il legno. Una paratia era interamente occupata da credenze, cassetti e scansie intorno a un oblò. Un paio di tendine azzurre erano state tirate di lato dall'altro oblò, aperto per far entrare aria e luce. "Non avrei mai potuto immaginare una casetta sull'acqua più confortevole!" dissi al comandante e mi girai. Alise era al suo fianco e sorrideva raggiante per le mie parole. Lante e Perseverante erano alle sue spalle. Le guance del ragazzo erano rosse per il vento e gli brillavano gli occhi. Sorrise estasiato nell'affacciarsi in cabina.
"Le signore hanno trovato altrettanto gradevole la loro sistemazione", osservò Alise compiaciuta. "Benvenuti a bordo, dunque. Potete imbarcare le vostre cose quando volete, oggi stesso magari, e sentitevi liberi di andare e venire come preferite. L'equipaggio avrà bisogno di almeno una giornata di riposo. So che siete ansiosi di mettervi in viaggio, ma…"
"Un giorno o due non sconvolgeranno certo i nostri piani", risposi. "La missione aspetterà il nostro arrivo."
"Paragon no, però", ribatté Leftrin, "perciò un giorno e mezzo è il massimo che posso concedere agli uomini." Scosse la testa rivolto ad Alise. "Dobbiamo raggiungere Trehaug in tempo per incontrare Paragon. Il tempo e le maree non aspettano nessuno, mia cara, ed entrambe le navi hanno una tabella di marcia da rispettare."
"Lo so, lo so", ammise lei, sebbene con un sorriso.
Lui tornò a rivolgersi a me. "Le altre imbarcazioni effettuano tratte regolari su e giù per il fiume, ma nessuna è in grado di affrontare la corrente, quando s'ingrossa per via dello scioglimento delle nevi, meglio di Tarman. Dopo che il flusso si stabilisce e il fiume torna calmo, Tarman e il suo equipaggio possono prendersi una pausa e viene il turno delle navi impervie. Se invece la corrente è tumultuosa o l'acido spumeggia bianco nel canale principale, lasciamo le belle navi ormeggiate al sicuro e Tarman si accolla tutto il carico", spiegò con orgoglio più che con rammarico.
"Saremo affollati di passeggeri?" s'informò Alise con una punta di malcelata ansia.
"No. Ho parlato con Harrikin. Se qualcuno dei nuovi non riesce a sopportare il mormorio della città, lo rispedirà al Villaggio dall'altro lato del fiume ad aspettare il nostro prossimo viaggio. Credo che speri che si sistemino e lavorino invece di fuggire là da dove sono venuti." Si girò verso di me. "Sono vent'anni che portiamo qui frotte di gente e ne riportiamo indietro la metà quando non ce la fanno. Il che significa una nave sovraffollata e turni al tavolo della cambusa. Ma stavolta trasporteremo soltanto voi, l'equipaggio e qualche cassa. Sarà una navigazione tranquilla, se il tempo regge."
* * *
La mattina dopo il cielo era limpido e azzurro. Il vento del fiume soffiava incessante e inclemente, ma ormai la primavera era arrivata. Fiutavo nell'aria l'odore denso delle foglie nuove che si schiudevano e della terra scura che si destava. C'era qualche fettina di scalogno fresco nella frittata e nelle patate fritte che ci servirono a colazione, consumata insieme ai custodi che si erano radunati per salutarci. Sylve ci annunciò compiaciuta che le galline che si era ostinata a tenere nelle serre avevano ricominciato a deporre le uova.
C'erano anche i figli e i compagni dei custodi tra la folla che venne a salutarci. Molti mi ringraziarono ancora con qualche regalo di commiato. Un uomo dai modi spicci di nome Carson ci consegnò un sacchetto di cuoio contenente strisce di carne essiccata. "Vi sosterrà a dovere, purché la teniate lontana dall'umidità." Lo ringraziai e in quel momento avvertii un forte senso di comunione con lui, la percezione di una profonda amicizia che avrebbe potuto essere.
Ambra e Fiamma ricevettero degli orecchini da parte di una donna di nome Jerd. "Non hanno niente di magico, ma sono graziosi e si possono vendere, all'occorrenza." Aveva partorito una bambina che avevo guarito, ma stranamente era un Antico di nome Sedric ad allevarla insieme a Carson. "Sono affezionata alla piccola, ma non sono tagliata per fare la madre", ci informò Jerd senza scomporsi. La bambina era seduta a cavalcioni sulle spalle di Sedric e si reggeva stringendogli due grosse ciocche di capelli, felice della sua bizzarra famiglia.
Sedric era entusiasta di lei. "Ha cominciato a emettere qualche suono. E adesso gira la testa quando le parliamo." La massa di capelli ramati della bambina le nascondeva le orecchie piccolissime. "E Relpda ha capito il problema e ha cominciato ad aiutarci. I nostri draghi non sono crudeli, ma non sempre comprendono i processi di crescita di un giovane umano."
La regina degli Antichi offrì ad Ambra una scatola di tè assortiti. "Un piccolo piacere può essere di grande conforto durante un lungo viaggio", disse, e Ambra l'accettò di buon grado.
Era passato mezzogiorno quando scendemmo al porto. I nostri bagagli erano già stati stivati e i regali riempirono una carriola spinta a mano da Perseverante. Tats gli aveva regalato una sciarpa degli Antichi che il ragazzo aveva piegato e riposto con cura, chiedendo timidamente se avrebbe potuto spedirla a sua madre da Borgomago. Gli promisi che l'avremmo fatto. Thymara aveva preso Ambra in disparte e le aveva regalato una borsa tessuta a mano. La sentii raccomandarle prudenza con l'Argento che aveva sulle dita.
Gli addii sulla banchina parvero durare un'eternità, ma alla fine Leftrin gridò che era ora di salpare, se volevamo approfittare di qualche ora di luce. Osservai Alum baciare la sua ragazza, che poi si affrettò a salire a bordo per impartire ordini ai marinai di coperta. Leftrin si accorse del mio sguardo. "Skelly è mia nipote. Diventerà il comandante di Tarman un giorno, dopo che sarò deposto sul ponte dove il legno assorbirà i miei ricordi."
Inarcai un sopracciglio.
Il capitano Leftrin esitò, poi scoppiò a ridere. "Le usanze delle navi viventi non sono più un segreto come una volta. I velieri e le loro famiglie sono molto intimi. I bambini vengono alla luce sulla nave di famiglia e crescono per diventare marinai e infine comandanti. Quando muoiono, la nave assimila i loro ricordi. I nostri antenati vivono nelle nostre navi." Mi rivolse un sorriso enigmatico. "Una sorta d'immortalità."
Come impregnare di memorie un drago di pietra, riflettei. Sempre uno strano genere d'immortalità.
Il capitano scosse la testa brizzolata, poi ci invitò a unirci a lui e ad Alise in cambusa per un caffè, mentre l'equipaggio si occupava della manovra. "Non dovreste essere in coperta anche voi?" domandò Perseverante, e Leftrin sorrise. "A questo punto, se non posso fidarmi di Skelly, tanto vale che mi tagli la gola. Il mio equipaggio adora la nave e Tarman ricambia l'affetto. C'è ben poco che i miei marinai non siano capaci di fare e mi piace passare del tempo con la mia signora."
Ci sedemmo stretti intorno al piccolo tavolo graffiato della cambusa. L'ambiente era stipato all'inverosimile, eppure accogliente, odoroso di cibo cucinato e di lana bagnata. L'aroma del caffè aleggiava nell'aria opprimente; io avevo già assaggiato quella roba, perciò sapevo che cosa aspettarmi, ma osservai divertito Per arricciare le labbra sorpreso. "Oh, suvvia, ragazzo, non devi berlo per forza! Posso prepararti un tè." E con un rapido movimento della mano Alise gli prese la tazza, ne rovesciò il contenuto nella caffettiera e cominciò a versare dell'acqua in un bollitore di rame ammaccato. La stufetta di ferro accesa portò la temperatura della cambusa a livelli insostenibili e ben presto il bollitore iniziò a sibilare.
Il mio sguardo spaziò lentamente sulla nostra piccola comitiva seduta intorno al tavolo. Fossimo stati alla Rocca di Castelcervo, Fiamma e Per sarebbero stati spediti a mangiare con la servitù, e probabilmente io e Lante avremmo cenato separati dal comandante di un'umile chiatta e dalla sua compagna. D'un tratto la stanza sobbalzò. Per sgranò gli occhi e Fiamma trasalì. La corrente impetuosa ci aveva trascinati nel fiume. Io allungai il collo per sbirciare fuori dal piccolo oblò. Scorsi soltanto una distesa d'acqua grigia.
Leftrin sospirò soddisfatto. "Bene, siamo partiti. Vado un attimo in coperta a vedere se Grande Eider ha bisogno di una mano con il timone. È un brav'uomo, sebbene un po' sempliciotto. Conosce a fondo il fiume, ma ancora ci manca Swarge. Per trent'anni ci ha guidati sicuri sulla corrente. Be', ormai si è unito a Tarman."
"Come accadrà a tutti noi, alla fine", commentò Alise con un sorriso. "Anch'io devo andare. Devo chiedere a Skelly dove ha messo l'ultimo barilotto di zucchero." Si rivolse a Fiamma. "Conto su di te per preparare il tè quando l'acqua bolle. È nella scatola sulla mensola accanto all'oblò."
"Grazie, dama Alise. Farò come dite."
"Oh, dama Alise!" La donna avvampò e si mise a ridere. "Non sono più una dama da anni ormai! Chiamami soltanto Alise. E se per caso dimentico di rivolgermi a voi nobili come si conviene, dovrete scusarmi. Temo che l'educazione che ho imparato a Borgomago si sia parecchio arrugginita a furia di vivere sull'acqua."
Ridemmo alla sua battuta e le garantimmo che avremmo fatto a meno dei convenevoli. Mi sentivo molto più a mio agio sulla chiatta di quanto non fossi stato nella città dei draghi.
La porta aperta lasciò entrare una folata di vento, ma la donna la richiuse in fretta dietro di sé. Restammo soltanto noi cinque e udii Ambra tirare un sonoro sospiro di sollievo.
"Pensate che darò fastidio se esco sul ponte e do un'occhiata in giro?" chiese Perseverante ansioso. "Mi piacerebbe vedere come funziona il timone."
"Va' pure", gli dissi. "Ti diranno loro se li intralci, e se ti ordinano di spostarti, sbrigati. Probabile che ti assegnino qualche lavoretto da fare."
Lante si alzò subito dopo il ragazzo. "Lo terrò d'occhio io. A ogni modo, fa piacere anche a me guardarmi intorno. Da ragazzo sono uscito a pesca con alcuni amici nella Baia di Castelcervo, però mai su un fiume, e meno che mai su un fiume così grande e rapido."
"Volete ancora il tè?" chiese Fiamma, perché il bollitore aveva cominciato a fumare.
"Direi di sì. Fa freddo fuori, con il vento e il resto."
Ancora una volta una folata d'aria gelida fece sbattere la porta con un tonfo alle loro spalle. "Che strana, piccola famiglia siamo diventati", osservò Ambra, mentre Fiamma prendeva una graziosa teiera verde mare dalla mensola. "Niente tè per me", aggiunse con un sorriso. "Mi basta il caffè. Sono anni che non bevo un buon caffè."
"Se questo lo chiami ‘buon caffè', non voglio pensare a come potrebbe essere quello cattivo", obiettai. E, imitando il gesto di Alise, rovesciai il disgustoso liquido scuro nella caffettiera sulla stufa. Aspettai che il tè fosse pronto.
Ci abituammo facilmente alla vita di bordo e scoprimmo un nuovo ritmo per le nostre giornate. L'equipaggio fu contento di prendere Perseverante sotto la sua ala e affidargli piccoli compiti. Quando il ragazzo non era impegnato a imparare i nodi da Bellin, un donnone silenzioso che sapeva manovrare un paranco come un uomo, veniva messo a lucidare, scartavetrare, oliare e ramazzare. Si trovò subito a proprio agio, come un anatroccolo nell'acqua, e un pomeriggio mi confessò che, se non fosse già stato legato a me dal giuramento di lealtà, gli sarebbe piaciuto fare il mozzo. Avvertii una fitta di gelosia, ma anche di sollievo nel vederlo felice e indaffarato.
Mimica si era unita a noi non appena Tarman si era staccato dal molo di Kelsingra. La cornacchia aveva superato in fretta la diffidenza iniziale e ci aveva sorpreso tutti quanti quando aveva scelto di appollaiarsi sul parapetto di prua. La prima volta che gracchiò: "Tarman! Tarman!" conquistò il cuore dei marinai, oltre a inorgoglire Perseverante.
Divenne una presenza costante e allegra a bordo ogni volta che tirava troppo vento. In genere accompagnava Per mentre lavorava, ma come dama Ambra usciva sul ponte, Mimica si trasferiva sulla sua spalla. Aveva imparato a ridacchiare e lo faceva con un tempismo perfetto. La sua capacità d'imitazione era straordinaria, tuttavia ogni volta che tentavo di raggiungerla con lo Spirito trovavo soltanto la nebbia indistinta di una creatura orgogliosamente disinteressata a stringere un legame. "Quanto riesci a capire?" le domandai un pomeriggio. Lei piegò la testa da un lato, mi guardò negli occhi e ripeté: "Quanto riesci a capire tu?" E con una risatina gracchiante si levò in volo oltre la prua di Tarman.
Navigare può essere noioso o terrificante. Sul Tarman, ero contento di annoiarmi. Più ci allontanavamo da Kelsingra, meno avvertivo la pressione della corrente d'Arte sulle mie barriere. Ogni sera il nostromo ci guidava verso un ormeggio lungo la sponda del fiume. A volte c'era una spiaggia che ci permetteva di sbarcare; più spesso, però, attraccavamo a una parete di alberi dalle radici sinuose. Il terzo giorno il fiume si restrinse e divenne più profondo, e la corrente più forte. La foresta s'infittì trasformandosi in una sorta di galleria senza orizzonte, con le pareti di alberi protesi sull'acqua dove la sera ormeggiavamo. Cominciò a piovere e non smise più. Mimica si spostò nella cambusa. Io facevo la spola tra la nostra cabina stipata e la cambusa afosa. Gli indumenti e le coperte erano sempre un po' umidicci.
Cercai d'impiegare il tempo in maniera costruttiva. Ambra mi suggerì d'imparare il merceniano, l'antica lingua di Clerres. "La maggior parte delle persone si rivolgeranno a te in lingua comune, ma sarà utile sapere che cosa dicono quando pensano che tu non capisca." Con mia grande sorpresa, anche i nostri compagni di viaggio si unirono alle lezioni. Nelle lunghe giornate di pioggia, ci stringevamo a sedere sulle cuccette, mentre Ambra ci insegnava vocaboli e grammatica. Ero sempre stato portato per le lingue, ma scoprii che Perseverante era molto più bravo di me. Lante e Fiamma avevano qualche difficoltà, tuttavia non si arresero, e nel frattempo chiesi a Lante d'insegnare a Per a leggere e a far di conto. Nonostante lo scarso entusiasmo, fecero notevoli progressi.
La sera, dopo aver ormeggiato, Lante, Fiamma e Perseverante si univano all'equipaggio per qualche partita a dadi, a carte e a un gioco che prevedeva l'uso di certi bastoncini intagliati. Fortune immaginarie passavano di mano in mano sul tavolo.
Mentre loro giocavano, io e Ambra conversavamo nella sua cabina. Ignoravo di proposito le occhiate ammiccanti che Leftrin e Alise si scambiavano quando rientravo nella cambusa. Avrei voluto trovarci qualcosa di divertente, ma in cuor mio ero tormentato dal dolore che infliggevo al Matto durante le nostre sessioni private. Lui voleva aiutarmi, ma le torture subite a Clerres gli impedivano di dare ai ricordi un ordine coerente. Gli incresciosi episodi che riuscivo a strappargli non facevano che aumentare la mia riluttanza a scavare più a fondo. Eppure sapevo che era necessario. Imparai a conoscere i Quattro a spizzichi e bocconi. Era il meglio che il Matto avesse da offrirmi.
L'unico membro dei Quattro di cui riuscii a sapere qualcosa nel dettaglio fu Capra. Essere la più anziana del gruppo in qualche modo la inorgogliva; aveva lunghi capelli argentati e indossava sempre abiti azzurri tempestati di perle. Aveva modi gentili ed era saggia. Era stata il suo mentore quando il Matto era arrivato a Clerres. I primi tempi lo invitava sempre nella sua camera sulla torre dopo la fine delle lezioni. Lì sedevano insieme sul pavimento davanti al focolare, mentre lui annotava i propri sogni su fogli di carta morbida e spessa, gialla come il cuore di una margherita. Mangiavano dolcetti, frutti esotici e formaggi. Lei gli insegnò a distinguere i vini, sorseggiando da piccoli calici bordati d'oro, e lo educò sulle varietà di tè. A volte invitava acrobati e giocolieri per intrattenerlo e quando lui le disse che gli sarebbe piaciuto imparare qualche gioco di abilità, lei chiese agli artisti d'insegnarglieli. Quando lo chiamava per nome, Amato, lui sentiva di esserlo davvero. Mi raccontò di un'adolescenza invidiabile: coccolato, istruito, lodato… il sogno di ogni ragazzo. Tutti noi, però, prima o poi ci svegliamo dai sogni.
Il più delle volte sedevo sul tavolato di legno della cabina, mentre lui si rannicchiava su uno dei lettini bassi e parlava fissando nel vuoto. La pioggia batteva sui vetri dei piccoli oblò. Un'unica candela che lui non poteva vedere mi forniva la penombra adeguata a quei racconti oscuri. Durante quegli incontri era il Matto, con indosso una camicia morbida con un volant di pizzo sul petto e un paio di braghe nere, la gonna di Ambra abbandonata sul pavimento come una corolla avvizzita. La postura e l'abbigliamento erano quelli di quando eravamo ragazzi, con le ginocchia tirate fin sotto il mento e circondate da una mano nuda e una mano guantata. I suoi occhi ciechi contemplavano un remoto passato.
"Studiavo sodo per compiacerla. Lei mi dava sogni da leggere e ascoltava le mie oneste interpretazioni. Ero proprio seduto davanti al fuoco la prima volta che lessi del Figlio Inaspettato su una vecchia e fragile pergamena, che mi parlò come mai nessun'altra in precedenza. Mi vennero i brividi e la voce mi tremava quando le raccontai un mio sogno d'infanzia. Il mio e quello antico s'incastravano alla perfezione, come dita intrecciate. Le parlai con il cuore in mano, dicendole che mi dispiaceva lasciarla, ma che io ero il Profeta Bianco di quell'epoca. Sapevo di dover andare nel mondo, per prepararmi ai cambiamenti che avrei apportato. Ero davvero un matto, a temere di ferirla con la mia partenza."
Il Matto fece un verso di amaro sarcasmo. "Lei mi ascoltò, poi scosse la testa rattristata e mi disse con dolcezza: ‘Ti sbagli. Il Profeta Bianco di quest'epoca si è già manifestato. È una donna che abbiamo addestrato e presto si dedicherà al suo compito. Amato, ogni giovane Bianco desidera essere il Profeta Bianco. Ogni allievo di Clerres ha rivendicato quel ruolo come hai fatto tu. Non essere triste. Ci sono altre mansioni per te, da svolgere con umiltà e devozione per aiutare il vero Profeta Bianco'. Non riuscivo a credere alle mie orecchie. Mi girava la testa. Mi aveva respinto. Ma era così vecchia, saggia e dolce che doveva per forza avere ragione. Mi sforzai di accettare il mio errore, però i sogni continuavano a tormentarmi, anzi… dal giorno in cui mi sconfessò, cominciarono ad arrivare a ondate, persino due o tre per notte. Sapevo che non avrebbe approvato, eppure li annotavo con scrupolo, perché non riuscivo a trattenermi. Allora lei li leggeva e mi mostrava come non si riferissero a me, ma a qualcun altro."
Il Matto scosse la testa avvilito. "Fitz, non so spiegarti il mio malessere. Era come… guardare attraverso un vetro sporco, mangiare carne avariata. Le sue parole erano così sordide che mi facevano venire la nausea, così stonate che mi stridevano nelle orecchie. Eppure lei era il mio mentore, mi trattava con affetto. Come poteva sbagliarsi?"
Il suo interrogativo era autentico. Si torse le mani, una nuda e una guantata, e girò il viso, come se avessi potuto leggere nei suoi occhi velati. "Un giorno mi portò in cima alla torre. Fitz, era una sala enorme, molto più grande del Giardino della Regina a Castelcervo. Ed era gremita di tesori, oggetti strabilianti che superavano ogni immaginazione, sparsi come giocattoli messi da parte. C'era un bastone che riluceva per l'intera lunghezza e un trono meraviglioso fatto di una miriade di fiori di giada intrecciati. Alcuni, adesso lo so, erano manufatti degli Antichi. Campanelle a vento che suonavano da sole, la statua di una pianta in vaso che cresceva, fioriva, avvizziva e poi tornava a sbocciare di nuovo. Io avevo gli occhi spalancati per lo stupore, ma lei mi disse in tono asciutto che proveniva tutto da una spiaggia remota dove gli oggetti si arenavano con le maree, e che gli amministratori di quel luogo le avevano promesso tutto ciò che il mare restituiva in cambio di un favore. Io volevo saperne di più, però lei mi prese per mano e mi portò alla finestra, dicendomi di guardare giù. Vidi una giovane donna in un giardino cinto da mura, pieno di fiori, alberi da frutto e viti. Era Bianca come me. Avevo conosciuto altri a Clerres pallidi quasi quanto me. Quasi. Erano tutti nati lì ed erano imparentati tra loro, sorelle e fratelli, zii e cugini. Però nessuno era Bianco come me. Finché non vidi lei. C'era anche un'altra donna, con i capelli rossi e una spada massiccia, che insegnava alla giovane pallida a tirare di scherma, mentre un'ancella osservava la scena e gridava incoraggiamenti. La donna Bianca danzava con quella spada e i capelli le fluttuavano intorno al viso mentre si muoveva. Era bellissima. Poi Capra disse: ‘È lei. Il vero Profeta Bianco. Il suo addestramento è quasi completato. Ora l'hai vista, perciò non parliamo più di certe sciocchezze'." Il Matto rabbrividì. "Quella fu la prima volta che vidi la Donna Pallida." Tacque.
"Mi hai raccontato abbastanza per questa sera."
Lui scosse la testa, serrando le labbra. Si strofinò le guance e per un istante le cicatrici sbiadite spiccarono in risalto sulla sua pelle. "E così non parlai più del mio destino", riprese. "Scrivevo i miei sogni, ma non cercavo più d'interpretarli. Lei li prendeva e li metteva da parte. Senza leggerli, presumo." Scosse di nuovo il capo. "Non ho idea di quanta conoscenza le abbia consegnato. Di giorno studiavo e cercavo di essere felice. La mia vita era una delizia, Fitz. Avevo tutto ciò che si poteva desiderare. Cibo squisito, servitori devoti, musica e intrattenimento la sera. Pensavo di essere utile, perché Capra mi mise a classificare le antiche pergamene. Era un lavoro da archivista, ma ero bravo." Si strinse le mani sfigurate. "Per la mia razza, tutto sommato ero ancora un bambino. Volevo compiacere. Essere amato. E m'impegnai. Tuttavia fallii. Nel corso del lavoro di archiviazione, m'imbattei in alcuni documenti riguardanti il Figlio Inaspettato. Sognai un giullare che cantava un allegro motivetto con le parole ‘metti burro'. Lo cantava a un cucciolo di lupo, Fitz. Che aveva delle corna di cervo."
Emise una risatina soffocata, ma a me si accapponò la pelle. Possibile che mi avesse visto in sogno tanti anni prima di conoscermi? No, non ero stato io. Soltanto un enigma del quale ero, forse, la soluzione.
"Oh, quanto mi dispiace riversarti addosso questo racconto orribile. Vorrei non aver mai cominciato. Ci sono così tante cose di cui non abbiamo mai parlato. Tante cose di cui mi vergogno di meno se sono l'unico a saperle. Ma a questo punto lo concluderò." Mi guardò con quei suoi occhi ciechi colmi di lacrime. Scivolai sul pavimento e gli strinsi la mano guantata con la mia. Gli scorsi sulle labbra un sorriso evanescente. "Non potevo negare per sempre quello che ero. La rabbia e il risentimento crescevano. Scrivevo i miei sogni e cominciavo a individuare dei collegamenti con altri sogni, alcuni vecchi, altri recenti. Costruii una fortezza di prove che Capra non avrebbe potuto negare. Non insistevo più di essere il Profeta Bianco, ma iniziai a farle delle domande… che non erano innocenti." Sorrise di nuovo. "Non lo immagineresti mai, Fitz, però so essere testardo quando voglio. Ero deciso a costringerla ad ammettere chi e cosa ero."
Fece una pausa, però io non dissi niente. Era come estrarre delle schegge da una ferita infetta. Lui ritrasse la mano dalla mia e si abbracciò il corpo quasi stesse gelando.
"Non ero mai stato picchiato dai miei genitori, nemmeno uno schiaffo. Non che fossi un bambino docile e remissivo. No. Sono sicuro di no. Ma loro mi avevano sempre corretto con pazienza ed era questo che mi aspettavo dagli adulti. Non mi avevano mai negato risposte quando facevo domande. Mi avevano sempre ascoltato e quando insegnavo loro qualcosa di nuovo, erano sempre tanto orgogliosi di me! Credevo di essere furbo nel fare domande a Capra sui miei sogni e sugli altri sogni che avevo letto. Le mie domande l'avrebbero condotta all'inevitabile risposta che, sì, io ero il vero Profeta Bianco. E così cominciai. Un paio di domande un giorno, un altro paio quello dopo. Ma la volta che feci a Capra sei domande di fila, tutte con l'obiettivo di farle ammettere la verità su di me, lei alzò la mano e disse: ‘Basta domande! Ti dirò io come dovrà essere la tua vita'. E io, senza riflettere com'è tipico di chi è giovane, le chiesi: ‘Perché?' Fu la fine. Senza aggiungere altro, Capra si alzò e tirò il cordone di un campanello. Arrivò un servitore e lei lo mandò a chiamare qualcun altro, un nome che non conoscevo all'epoca. Kestor. Un uomo imponente e muscoloso. Lui m'inchiodò al suolo con un piede sulla nuca e iniziò a frustarmi a casaccio con una cinghia di cuoio. Io urlai e implorai, ma nessuno dei due disse una parola. E bruscamente com'era cominciata, la mia punizione finì. Capra congedò Kestor, si sedette al tavolo e si versò una tazza di tè. Quando il dolore me lo permise, strisciai fuori dalla sua stanza. Ricordo ancora la sofferenza di scendere le scale della torre. La cinghia mi aveva colpito i muscoli dietro le ginocchia e si era attorcigliata intorno a una caviglia. L'estremità mi aveva sferzato l'addome più di una volta. Era un'agonia tentare di mettermi dritto. Scesi carponi, cercando di non appoggiare il peso sulle vesciche, strisciai nella mia casetta e rimasi lì due giorni. Non venne nessuno. Nessuno chiese di me, non mi portarono né acqua né cibo. Aspettai, pensando che alla fine qualcuno si sarebbe fatto vivo. Niente." Scosse la testa, quasi fosse ancora incredulo dopo tutto quel tempo. "Capra non mi invitò più e non mi rivolse mai più la parola." Sospirò.
Nel silenzio, domandai: "Che cosa avresti dovuto imparare da quella lezione?"
Le lacrime che gli rigavano il volto schizzarono via quando scosse la testa. "Non l'ho mai capito. Nessuno parlò di quello che mi aveva fatto. Dopo due giorni mi recai zoppicando nello studio del guaritore e aspettai fino a sera. Altri pazienti arrivarono e se ne andarono, ma lui non mi convocò. Nessuno, nemmeno gli altri allievi, mi chiesero cosa fosse successo. Era come se non fosse mai accaduto nel loro mondo, però soltanto nel mio. Alla fine andai a lezione e a mensa, sempre zoppicando, ma gli istruttori mi trattarono con inconsueto disprezzo, mi rimproverarono per le lezioni saltate e mi punirono lasciandomi senza cibo. Mi fecero sedere a un tavolo a studiare mentre gli altri mangiavano. Fu in uno di quei giorni che rividi la Donna Pallida. Vestita di verde e marrone, come una cacciatrice, i lunghi capelli bianchi raccolti in una treccia con un filo d'oro. Era bellissima. Attraversò la mensa, con la sua ancella al seguito. A ripensarci, credo… credo che l'ancella fosse Dwalia, quella che ha rapito Ape. Uno degli addetti alla preparazione dei pasti le corse incontro e le diede un cestino. La Donna Pallida passò la cesta alla sua ancella e fece per andarsene. Nel passarmi accanto, si fermò. Mi sorrise, Fitz. Come se fossimo amici. Poi mi disse: ‘Io lo sono. Tu no'. E uscì. Tutti si misero a ridere. Il dolore dell'umiliazione fu peggio di quello delle vesciche che mi ricoprivano il corpo."
Tacque per un po' e io capii che aveva bisogno di silenzio. "Erano così furbi", riprese. "Le sofferenze inflitte al mio corpo erano soltanto un assaggio di quello che sarebbero stati capaci di fare alla mia mente. Capra deve morire, Fitz. I Quattro devono morire per porre fine alla corruzione dei Bianchi."
Io boccheggiai nauseato: "La sua ancella era… Dwalia? La stessa Dwalia che ha rapito Ape?"
"Mi pare di sì, ma potrei sbagliarmi."
Una domanda che non volevo fargli, che non era saggio fargli, riuscì a trovare la strada fino alla voce. "Però dopo tutto… tutto questo e il resto che mi hai raccontato… sei tornato lo stesso con Prilkop?"
Lui rise amaro. "Fitz, non ero in me. Tu mi avevi riportato in vita dalla morte. Prilkop era deciso e fiducioso, convinto che avrebbe ricondotto Clerres sulla retta via del servizio. Lui apparteneva a un'epoca in cui la parola del Profeta Bianco era legge per i Servi. Era sicuro di quello che avremmo dovuto compiere. E io non avevo idea di cosa farne della mia nuova vita inaspettata."
"Ricordo un periodo simile della mia vita. Era Burrich a prendere tutte le decisioni."
"Allora puoi capirmi. Non riuscivo a pensare a niente di mia iniziativa. Mi limitavo a eseguire quello che diceva lui." Strinse i denti e aggiunse: "E adesso tornerò per la terza volta. La cosa che temo di più è cadere di nuovo nelle loro grinfie". D'un tratto gli mancò il respiro. Trasse una profonda boccata d'aria, ma sembrava incapace di riprendere fiato. Cominciò ad ansimare come un corridore esausto. Non riusciva quasi a parlare. "Non esiste niente di peggio. Niente." Si abbracciò le ginocchia e cominciò a dondolare avanti e indietro sulla cuccetta. "Però… devo… tornare… devo…" La sua testa guizzò da una parte e dall'altra. "Ho bisogno di vedere!" gridò all'improvviso. "Fitz! Dove sei?" chiese sempre più affannato. "Non riesco a sentirmi… le mani!"
M'inginocchiai accanto al letto e gli cinsi la vita con un braccio. Lui strillò e si dibatté come un ossesso.
"Sono io, sei al sicuro. Sei qui con me. Respira, Matto. Respira." Non avevo alcuna intenzione di arrendermi. Non fui sgarbato, ma tenni duro. "Respira."
"Non… non posso!"
"Respira. Altrimenti perderai i sensi. Puoi farcela. Sono qui. Sei al sicuro."
Sentii che il suo corpo si afflosciava di colpo. Smise di dibattersi e lentamente il suo respiro tornò regolare. Quando mi spinse via, non mi opposi. Si chiuse a riccio stringendosi le ginocchia al petto. Infine parlò imbarazzato. "Non avrei mai voluto farti sapere quanta paura ho. Fitz, sono un codardo. Preferirei morire piuttosto che farmi catturare di nuovo."
"Non devi tornare a Clerres per forza. Posso farcela da solo."
"No!" esclamò su tutte le furie. "Devo farlo!"
"Va bene", risposi in tono sommesso, poi, a malincuore, aggiunsi: "Posso darti qualcosa da portare addosso. Una fine rapida, se pensi… se lo preferisci".
Il suo sguardo vagò su di me quasi riuscisse a vedermi. "Lo faresti, ma non approvi. Né ricorreresti a quest'ultima spiaggia."
Annuii. "È vero."
"Perché?"
"Qualcosa che ho sentito dire tanto tempo fa. Ero un ragazzino e non ne afferrai il senso, ma più invecchio, più mi sembra un'affermazione saggia. Il principe Regal stava parlando con re Veritas."
"Saggia una frase di Regal? Regal ti voleva morto. Dal momento in cui venne a sapere della tua esistenza."
"In realtà stava citando re Sagace, probabilmente quello che il re gli aveva risposto quando lui gli aveva suggerito che uccidermi sarebbe stata la soluzione migliore. Mio nonno gli disse: ‘Non fare quello che non puoi disfare, fino a quando non avrai considerato quello che non potrai fare se lo farai'."
Un sorriso nostalgico gli affiorò alle labbra. "Ah, sì. Proprio una cosa che il mio vecchio re avrebbe detto." Il sorriso si allargò, e io ebbi la sensazione che ci fosse un segreto che non mi avrebbe rivelato.
"Uccidermi eliminerebbe qualsiasi altra possibilità. Più di una volta nella vita, quando pensavo che la morte fosse l'unica via di scampo o che fosse inevitabile, ho capito che sbagliavo. E ogni volta, nonostante l'inferno che ero costretto ad attraversare, trovavo del buono nella vita dopo."
"Anche adesso che Molly e Ape sono morte?"
Malgrado fosse difficile ammetterlo, risposi: "Sì, anche adesso. Persino quando mi sento morto dentro, la vita irrompe di sua spontanea volontà. Una pietanza gustosa. Una battuta di Per che mi fa ridere. Una tazza di tè bollente quando sono bagnato e infreddolito. Ho pensato di togliermi la vita, Matto. Lo confesso. Eppure ogni volta, a prescindere dalle ferite, il corpo cerca di andare avanti. E se ci riesce, allora la mente lo segue. Per quanto mi sforzi di negarlo, ci sono ancora delle parti della mia vita che sono piacevoli. Tipo conversare con un vecchio amico. Insomma, cose che sono ancora felice di avere".
Lui mi cercò a tentoni con la mano guantata e io gliela strinsi. Spostò la presa in un saluto da guerriero, serrandomi il polso, e io lo ricambiai. "Vale anche per me. E hai ragione. Non avrei mai pensato di ammetterlo, nemmeno a me stesso." Mi lasciò il polso e appoggiò la schiena alla paratia, poi aggiunse: "A ogni modo, accetterò la tua via di fuga, se sarai così gentile da prepararmela. Perché se riescono a catturarmi, allora non potrò…" La voce cominciò a tremargli.
"D'accordo, ti preparerò qualcosa. Facile da nascondere nei polsini della camicia."
"Sarebbe l'ideale. Grazie."
Di questi ameni discorsi erano fatte le mie serate.
Non mi ero accorto che avevamo seguito un affluente finché non lo abbandonammo per navigare sulla corrente tumultuosa del fiume delle Giungle della Pioggia, grigio di acido e limo. Non si attingeva più acqua dal fiume, ma si ricorreva a quella contenuta nei barili.
Bellin avvertì Perseverante: "Se cadi fuori bordo, di te tiriamo su soltanto le ossa!" senza tuttavia riuscire a spegnere il suo entusiasmo. Trottava su e giù per il ponte malgrado la pioggia e il vento, e l'equipaggio lo accettava di buon grado. Fiamma sopportava peggio il brutto tempo, ma a volte lei e Lante salivano sulla tuga riparandosi sotto una tela cerata per osservare il panorama che ci sfilava intorno.
Dal canto mio, mi chiedevo che cosa ci trovassero di tanto affascinante, dacché lo scenario si era fatto alquanto monotono. Alberi. E poi alberi, alcuni di dimensioni inimmaginabili, larghi quanto una torre; alberi fatti di centinaia di tronchi sottilissimi, alberi che sporgevano sull'acqua con altri tronchi che partivano dai rami e finivano nelle acque melmose che lambivano le sponde. Alberi con fitte liane che si arrampicavano verso l'alto, e altri con grovigli di liane che penzolavano verso il basso. Non avevo mai visto una foresta così fitta e impenetrabile, né un fogliame tanto capace di resistere a quell'umidità. La riva più lontana era immersa in una nebbiolina che ne sfumava i contorni. Durante il giorno sentivamo cantare gli uccelli e una volta scorsi un gruppo di scimmie urlanti davvero singolari.
Era tutto molto diverso dai paesaggi del Cervo. Sebbene provassi anch'io una certa attrazione e la smania di esplorare, avevo una struggente nostalgia di casa. I miei pensieri volavano spesso a Urtica, incinta del suo primo figlio. L'avevo abbandonata quando era ancora nella pancia di Molly, per obbedire agli ordini superiori del mio re. E adesso l'avevo lasciata di nuovo, incinta del mio primo nipote, per assecondare il Matto. Chissà come stava Umbra. Era stato sconfitto dalla vecchiaia e dalla demenza senile? A volte mi sembrava che abbandonare i vivi fosse un prezzo troppo alto da pagare per vendicare i morti.
Ero combattuto. Avevo ancora timore a usare l'Arte. La pressione che avevo avvertito a Kelsingra era diminuita, ma la nave vivente sotto i miei piedi era un costante mormorio di coscienza che premeva contro le mie barriere. Presto, mi ripromisi. Sarebbe bastato un brevissimo contatto d'Arte per trasmettere molte più informazioni rispetto a un biglietto con un piccione viaggiatore. Presto.
Un giorno, ormeggiati lungo la riva in attesa di passare la notte, Skelly si alzò da tavola, prese arco e frecce dagli alloggi dell'equipaggio e salì silenziosa sul ponte. Nessuno si mosse finché non la sentimmo gridare. "Ho preso un maiale d'acqua! Carne fresca!" A quel punto corremmo tutti in coperta per aiutarla a recuperare l'animale, che poi fu macellato sulla stretta spiaggetta fangosa.
Quella sera banchettammo. I marinai accesero un fuoco, vi gettarono sopra dei ramoscelli verdi e arrostirono le strisce di carne di maiale tra le fiamme e il fumo. La carne mise tutti di buon umore; Perseverante era contento di essere preso di mira dagli scherzi degli altri, perché lo facevano sentire uno di loro. Dopo mangiato, il fuoco per l'arrosto divenne un accogliente falò che teneva lontani il buio e gli insetti molesti. Lante si allontanò in cerca di altra legna e tornò con una manciata di rampicanti carichi di fiori appena sbocciati. Fiamma ne mise qualcuno in mano ad Ambra e poi intrecciò una ghirlanda, che si appoggiò sui capelli. Hennesey intonò una canzonetta sconcia e subito gli altri marinai si unirono al coro. Io sorrisi e mi sforzai di non pensare che ero un assassino e un padre in lutto per la figlia, ma condividere quel semplice, rozzo piacere con il resto dell'equipaggio mi sembrava un tradimento nei confronti di Ape e della sua piccola vita perduta.
Quando Ambra annunciò di sentirsi esausta, dissi a Fiamma che poteva continuare a godersi la serata con Lante e Per perché mi sarei occupato io di lei. Scortai Ambra lungo la riva melmosa verso la biscaglina che pendeva dalla fiancata della chiatta. Non fu facile per lei inerpicarsi sulla scaletta di corda con la lunga sottana che indossava.
"Non sarebbe meglio se smettessi i panni di Ambra?"
Intanto era arrivata sul ponte e si stava lisciando la gonna. "E quale maschera dovrei assumere allora?" chiese.
Come sempre, quelle parole mi procurarono una fitta di rammarico. Il Matto era forse un'altra delle tante finzioni, un compagno immaginario creato apposta per me? Quasi mi avesse letto nel pensiero, aggiunse: "Tu mi conosci più di chiunque altro, Fitz. Ti ho rivelato il massimo che ho potuto del mio vero io".
"Andiamo." Lo presi sotto braccio e lo sostenni mentre ci toglievamo gli stivali infangati. Il capitano Leftrin era a buon diritto molto esigente in merito alla pulizia. Scrollai le calzature fuori bordo e le portai in mano mentre accompagnavo il Matto in cabina. Dalla riva arrivò uno scroscio di risa e una nuvoletta di scintille si levò nel buio quando qualcuno gettò un altro ciocco sul falò.
"È bello che si divertano un po'."
"Già", risposi. Sia Fiamma sia Perseverante erano stati privati di un'infanzia normale e serena. Persino a Lante avrebbe fatto bene una piccola tregua di allegria nel suo eterno stato malinconico.
Andai nella cambusa per accendere una piccola lanterna. Quando tornai, il Matto si era già liberato degli abiti ingombranti e vezzosi di Ambra per indossare indumenti più semplici. Si era tolto il trucco con una spugnetta e quando si girò verso di me, mi rivolse il suo vecchio sorriso di sempre. Tuttavia, alla luce della lanterna, i segni delle sevizie spiccavano ancora come sottili fili d'argento sul suo viso pallido e sulle mani. Le unghie gli erano ricresciute spesse e tozze. Grazie ai miei tentativi di guarigione e al sangue di drago assunto, la sua salute era migliorata oltre le mie più rosee aspettative, ma non sarebbe mai più tornato lo stesso.
D'altro canto quello valeva per tutti noi.
"Perché stai sospirando?"
"Penso a quanto è cambiata la nostra vita. Ero… ero sul punto di diventare un buon padre, Matto. Almeno credo." Certo, assistere nel cuore della notte alla cremazione del corpo di una messaggera uccisa era un'eccellente esperienza formativa per una bambina…
"Già." Si sedette sulla cuccetta più bassa. Quella superiore era in perfetto ordine, mentre le altre due fungevano da armadio improvvisato per l'eccessivo guardaroba che lui e Fiamma si erano portati dietro. Il Matto sospirò. "Ho fatto altri sogni."
"Sì?"
"Sogni significativi. Sogni che pretendono di essere raccontati a voce o per iscritto."
Aspettai. "E dunque?"
"È difficile spiegare la necessità impellente di condividere i sogni importanti."
Cercai di essere comprensivo. "Vuoi raccontarli a me? Può darsi che Leftrin o Alise abbiano carta, penne e inchiostro. Potrei scriverli per te."
"No!" Si coprì la bocca con una mano, come se il brusco diniego avesse rivelato qualcosa. "Li ho già raccontati a Fiamma. Lei era qui quando mi sono svegliato in uno stato spaventoso, e glieli ho detti."
"Riguardavano il Distruttore?"
Lui tacque per qualche istante. "Sì, il Distruttore", ammise.
"E ti senti in colpa per questo?"
Lui annuì. "È un fardello terribile da caricare sulle spalle di una persona così giovane. Ha già fatto tanto per me."
"Matto, non devi preoccuparti. Lei sa che sono io il Distruttore. Che siamo in viaggio per annientare Clerres. I tuoi sogni ribadiscono soltanto quello che già sappiamo."
Lui si asciugò le mani sui pantaloni e poi se le intrecciò in grembo. "Quello che sappiamo", ripeté. "Già." Poi di colpo concluse: "Buonanotte, Fitz. Ho bisogno di dormire".
"Buonanotte, allora. Ti auguro sogni tranquilli."
"Io mi auguro di non sognare affatto."
Mi procurò un certo turbamento alzarmi e andarmene, portandomi via la lanterna. Lasciare il Matto al buio. Anche se ormai viveva in un'eterna tenebra.