Lusinghe
I nostri informatori riferiscono di un importante carico di giade e turchesi di eccellente qualità, sia grezzi sia lavorati, in attesa di spedizione a Baia Kerl, sulla penisola di Reden. Un'altra nave sul posto sta imbarcando tavole di legno pregiato.
Negli ultimi sei mesi, tre lurik hanno sognato una violenta tempesta. Due hanno sognato navi naufragate sugli scogli, mentre le nuvole si aprivano e compariva un quarto di luna.
Sebbene il mese in cui si scatenerà la tempesta non sia certo, i tre lurik presagiscono che l'evento sia imminente nei sentieri futuri.
Il Comparatore qui presente è dell'avviso che se si ormeggiasse una nave a Cala Skalen, nei pressi degli scogli di Harke, dopo la tempesta si potrebbe recuperare un prezioso bottino. Sarebbe auspicabile imbarcare su detta nave marinai in grado di trattare con coloro che potrebbero rivendicare la proprietà del carico. Se anche la nave restasse ferma per sei mesi, il profitto sarebbe comunque sostanzioso.
Rapporto ai Quattro dal Comparatore Jens, del Settimo Rango
COME avevo fatto a dormire così profondamente? Mi svegliai quando una donna mi pungolò con la punta del sandalo che aveva infilato sotto le sbarre. "Spostati, per favore. Devo consegnarti la colazione." Aveva la voce bassa e senza intonazione. La luce del sole proiettava strane sagome sul pavimento. Fiori. Conchiglie.
Mi alzai a sedere e per un momento non mi raccapezzai. Poi, all'improvviso, mi si schiarì la mente. Dwalia frustata a sangue e io confinata in una cella. E durante la notte, un amico? Mi tirai in piedi e premetti il viso contro le sbarre nel tentativo di sbirciare nella cella accanto. Niente. Soltanto un tratto di corridoio.
La donna che mi aveva svegliata aveva i capelli castani e gli occhi nocciola. Indossava una semplice tunica celeste, senza maniche, lunga fino al ginocchio e con una fascia in vita. Ai piedi calzava sandali di cuoio. Si chinò, posò il vassoio sul pavimento, prese una scodella di zuppa d'avena e la fece scivolare sotto le sbarre. Un'anonima zuppa beige in una scodella bianca. Niente panna, niente miele, niente bacche. Niente Giuncheto, niente acciottolio di piatti in cucina mentre aspettavo mio padre. Soltanto una pappa scondita con un cucchiaio di legno infilato dentro. Mi sforzai di sentirmi grata mentre la mangiavo. Non sapeva di niente. Quando la donna tornò a prendere il piatto, le chiesi: "Potrei avere dell'acqua per lavarmi?"
Lei parve sorpresa dalla mia richiesta. "Non mi hanno detto di dartela."
"E non potresti chiedere il permesso di portarmela?"
Strabuzzò talmente gli occhi che per poco non le schizzarono dalle orbite. "Certo che no!"
La voce calda e profonda della notte prima parlò. "Non può fare niente che non le sia stato ordinato."
"Non è vero!" esclamò la donna, poi si tappò la bocca con le mani. Si chinò, mise la scodella sul vassoio e si allontanò in fretta, in un tintinnio di piatti impilati.
"L'hai spaventata", dissi.
"Si spaventa da sola. Lo fanno tutti."
Fui distratta dal rumore della porta che si apriva in fondo al corridoio. Premetti una guancia contro le sbarre e vidi i Quattro entrare uno alla volta, scortati da quattro soldati. Quel giorno non indossavano vesti sontuose e sgargianti, ma ciascuno conservava il suo colore. Symphe portava una lunga veste rossa senza maniche che le ricadeva morbida dalle spalle fino ai piedi, interrotta soltanto da una cintura scarlatta. Tinto aveva una tunica gialla e pantaloni corti al ginocchio. Sul farsetto verde di Coltro era piovuta la cipria con cui si truccava, sembrava fosse appena rientrato da una fitta nevicata. L'abbigliamento di Capra mi stupì. Indossava una camicia azzurra con lunghe maniche scampanate. Se portava anche i pantaloni, dovevano essere più corti della camicia. Le gambe nude erano robuste, ma pallide come il ventre di un pesce. Calzava sandali di cuoio marrone che le sbattevano contro i piedi mentre camminava. Non avevo mai visto nessuno vestito così e la fissai a bocca aperta quando si fermò davanti alla mia cella.
"Aprite", ordinò Symphe e offrì la catenella di gemme alla sua guardia. L'uomo la prese, fece un passo avanti e inserì la chiave elaborata nel paletto che bloccava la porta, poi diede volta. Si ripeté la stessa operazione della sera prima, con le altre tre guardie che a turno infilarono e girarono le chiavi dei loro padroni.
Alla fine fu Capra a farsi avanti per spostare il paletto. "Tu vieni con me", mi disse e io uscii dalla cella. Poi si rivolse agli altri, mentre le guardie recuperavano le chiavi e le restituivano ai rispettivi proprietari. "La riporterò all'inizio del terzo turno di sorveglianza. Ci rivediamo qui con le vostre guardie." Abbassò lo sguardo su di me. "Mi obbedirai e mi resterai vicina, oppure devo frustarti?"
La guardia alle sue spalle mi mostrò un collare con una catena. Recepito il messaggio, guardai Capra. "Obbedirò", mentii.
Dietro di noi, Symphe disse a Coltro e a Tinto: "Non approvo. È vero, la bambina potrebbe non significare niente. Forse non ha nemmeno sangue Bianco. Ho sentito dire che gli abitanti delle montagne su all'estremo nord a volte hanno capelli e carnagione chiari come veri Bianchi. Ma se Dwalia avesse detto la verità e lei fosse davvero il Figlio Inaspettato dei sogni? Perché Capra dev'essere la prima a parlare con lei, e per giunta da sola?"
"Perché tutti avete acconsentito!" ribatté Capra senza nemmeno voltarsi. "E tu, muoviti!" mi disse. Non è che fuggimmo a gambe levate, ma di sicuro ce ne andammo il più in fretta possibile. Un paio di celle che oltrepassammo erano occupate. I prigionieri sedevano tranquilli sui letti, senza fare niente. Nel percepire la mia domanda inespressa, Capra rispose: "Non sono cattivi. Soltanto ribelli. Li rinchiudiamo qui per correggerli. Quando si renderanno utili, potranno tornare dai loro compagni. Altrimenti… no". Non mi spiegò che cosa sarebbe capitato loro se non si fossero resi utili.
Per essere un'anziana donna dai capelli bianchi, si muoveva agile e svelta. Scendemmo le stesse scale che avevo salito il giorno prima e tornammo al pianterreno. Quando sbucammo nel corridoio principale, mi condusse però in una diversa direzione. Superammo alcune camere con la porta aperta e scorsi finestre che affacciavano su uno splendido giardino. Poco dopo entrammo in una stanza con delle statue e diverse panchine dalla seduta imbottita. Da lì attraversammo in fretta un cortile rigoglioso con una grande vasca al centro; il profumo intenso degli alberi in fiore mi stordì. Un porticato faceva ombra su un lato del cortile, intervallato da una serie di porte. Lei ne aprì una. Ne uscì una nuvola di vapore dalla fragranza pungente.
"Entra e lavati. I capelli, i piedi, tutto. Troverai un cambio di abiti su una panca. Dopo che ti sarai asciugata, indossali ed esci. Non perdere tempo, ma sii accurata. Puzzi."
Pronunciò l'ordine e la critica in tono impersonale. La prospettiva dell'acqua calda mi indusse a obbedirle senza indugi. Entrai e fui lieta di sentire l'uscio che si chiudeva alle mie spalle. La stanza era illuminata da alte vetrate. La mia speranza che avrei trovato un'altra via d'uscita si spense miseramente. C'era una panca con sopra gli indumenti puliti che mi erano stati promessi e un telo di spugna e, sotto, un paio di sandali. Notai un vasetto che conteneva una sostanza cremosa, simile alla zuppa d'avena. Ci infilai le dita dentro e le strofinai: sapone, aromatizzato con chissà quale spezia. Una bassa vasca di pietra levigata era piena d'acqua fumante. Non c'era altro.
Mi spogliai in fretta, lanciando continue occhiate alla porta. Appallottolai i vestiti sporchi con dentro la mia preziosa candela e li posai sulla panca, prima di entrare nella vasca. Era più profonda di quanto avessi immaginato. L'acqua bollente mi arrivava al mento quando mi sedetti sul fondo. Per un momento rimasi a mollo, per abituarmi al calore, poi mi lasciai scivolare sott'acqua. Quando riemersi, notai i rivoletti marroni che mi colavano dai capelli. Non ero sorpresa, ma provai un certo imbarazzo. Presi una manciata di sapone morbido e cominciai a sfregarmi la pelle. Dopo un attimo di esitazione, m'insaponai anche i capelli e me li sciacquai nell'acqua ormai grigiastra.
Non mi vedevo nuda da quando ero stata ospitata dalla mercante Akriel: sui fianchi e sugli stinchi avevo ancora le macchie verdi e marroni dei lividi che stavano guarendo. Avevo le unghie dei piedi spezzate. Le strofinai con vigore, ma non riuscii a eliminare del tutto la sporcizia. La pelle delle mani era screpolata e avevo i calli sui palmi, per via di tutte le faccende che avevo sbrigato per Dwalia. Erano le mani di una sguattera, non quelle di un'aristocratica ragazza del Cervo. Mi vergognai di non essermi resa conto prima che le mani ruvide delle sguattere di cucina erano la prova di un duro lavoro che a me non sarebbe mai toccato. Ripensai a tutte le volte che avevo maledetto gli eventi che mi avevano strappata alle comodità e ai privilegi della mia condizione, ma adesso mi domandavo come sarebbe stato nascere serva o schiava, sapere che gli abusi che avevo subito facevano parte della mia routine quotidiana.
Indossai gli indumenti puliti e mi sentii stranamente nuda. Erano troppo larghi; i pantaloni mi coprivano a stento le ginocchia, mentre le maniche della camicia mi ricadevano oltre i polsi. La stoffa era molto leggera, color rosa pallido. Non c'era modo di nascondere la mia candela sotto la camicia. I sandali erano complicati, ma alla fine riuscii ad allacciarmeli ai piedi. Sotto gli abiti avevo trovato un pettine. L'acqua mi aveva arricciato i capelli, ma con un po' di sforzo li districai. Ripiegai il telo di spugna e cercai un modo per svuotare la vasca, ma non lo trovai. Mi vergognai al pensiero che qualcuno avrebbe visto quell'acqua lurida. Mi feci forza, m'infilai sotto il braccio il fagotto d'indumenti vecchi con dentro la candela e uscii dal bagno.
La luce del sole era più intensa e la mattina più calda di tanti mezzogiorni al Cervo. Capra mi squadrò da capo a piedi, lo sguardo che indugiò qualche secondo di più sui lividi delle gambe. "Lascia qui quegli stracci. Gettali sul pavimento. Se ne occuperà un servo."
Restai impietrita. Poi, senza dire una parola, frugai nel fagotto, trassi le due metà della candela e gettai il resto.
Capra corrugò la fronte. "Che cos'hai lì?"
"Una candela fatta da mia madre." Non gliela mostrai.
"Lasciala qui."
"No." Alzai il mento e sostenni il suo sguardo. Aveva gli occhi strani. Quel giorno non erano celesti, né grigio ghiaccio, ma quasi biancastri. Malgrado il disagio nel fissarli, non abbassai i miei.
Lei piegò la testa da un lato. "Quante candele hai?"
Non volevo dirglielo, anche se non sapevo perché. "Era una. Si è spezzata in due."
"Una candela", ripeté sotto voce. "Interessante. Ma soltanto una. Non come le candele del sogno." Credo che lo disse per suscitare una mia reazione.
Io rimasi impassibile. Poi, di colpo, il mondo fu inondato di luce. Guardai Capra ed ebbi l'impressione che fosse lei a emanare una miriade di raggi luccicanti. Da lei partivano un'infinità di possibili sentieri. Da quel momento, sì, ma anche oltre. Era come il mendicante, che in realtà era stato il Matto. L'Amato di mio padre. Non avevo parole per descrivere quello che sentivo. Come un crocevia, pensai, dove uno può prendere diverse direzioni. Distolsi lo sguardo, chiedendomi quanto tempo fosse passato da quel momento rivelatore. A quanto pareva, un battito di ciglia, perché lei continuò a parlare.
"D'accordo", disse. "Tienila pure. Una seccatura per te." Eppure dal suo tono intuii che non era tanto una concessione, quanto un'altra voce da aggiungere all'elenco dei miei misfatti. L'espressione della guardia che l'accompagnava suggeriva che ero stata cocciuta e avventata. L'uomo era uno dei due che avevano frustato a sangue Dwalia. Strinsi la mascella per non tremare al ricordo.
"Seguimi", disse Capra. "Giacché resterai con noi, ti farò fare un giro per il castello. Più tardi decideremo cosa farne di te. Forse un'allieva? O una studiosa? Magari soltanto una serva." Mi sorrise a labbra strette. "O una riproduttrice. O una schiava da vendere. Esistono tanti modi per renderti utile."
Non trovavo allettante nessuna delle ipotesi, ma tenni la bocca chiusa. M'incamminai dietro di lei, con la guardia al mio fianco. Le strisce di cuoio dei sandali mi segavano i piedi, però strinsi i denti. Capra mi ricondusse dentro; fu un sollievo non avere più il sole che mi picchiava in testa. Non mi ero resa conto di quanto avessi strizzato gli occhi per difenderli dalla luce abbacinante che si rifletteva sui muri bianchi finché non rientrammo.
Capra non andava di fretta, ma non fece mai una sosta. Al pianterreno mi mostrò una stanza dove cinque bambini pallidi stavano imparando a scrivere, ciascuno assistito da uno scrivano in tunica verde che gli sedeva accanto per insegnargli a muovere la penna. Dimostravano al massimo tre anni, ma se erano come me, allora dovevano essere più grandi.
Percorremmo un lungo corridoio curvo e salimmo uno scalone di marmo fino al primo piano. "Qui ospitiamo chi viene a condividere le nostre conoscenze", mi disse Capra, aprendo una porta che dava su un'ampia sala con pannelli di legno alle pareti e tappeti sul pavimento. Al centro troneggiava un grande tavolo circondato da poltroncine intagliate, con sopra una bottiglia di liquore e dei piccoli bicchieri.
Nella sala adiacente c'erano sei giovani Bianchi seduti a un tavolo, con alle spalle dei Servi. "La notte scorsa hanno sognato", mormorò Capra. "Adesso scriveranno i loro sogni, poi gli scrivani redigeranno delle copie e ciascuna copia verrà classificata e archiviata a seconda dell'argomento. Forse hanno sognato delle candele. O una ghianda trasportata dalla corrente. O magari qualcuno che cattura un'ape e viene circondato da uno sciame di api inferocite." Abbassò la voce. "Oppure il Figlio Inaspettato." Si girò e mi rivolse quel sorriso a labbra strette. "O un Distruttore. Quest'ultimo anno la frequenza dei sogni sul Distruttore è aumentata notevolmente. Ci dicono che qualcosa è accaduto, qualcosa che non ci aspettavamo. Un evento ha reso più probabile l'esistenza e l'arrivo di un Distruttore." Ancora quel sorriso mellifluo. "Hai mai sognato il Distruttore?"
Un silenzio assoluto sarebbe stato poco convincente. "Ho spesso incubi di quando la mia casa è stata distrutta da Dwalia e dai suoi lurik. È questo che intendete?"
"No." L'avevo di nuovo delusa. Mi scortò fuori dalla stanza, imboccammo un altro lungo corridoio e salimmo al secondo piano. Qui il legno che rivestiva le pareti era più scuro e caldo. Travi massicce sostenevano un soffitto affrescato con fiori stravaganti. "Questo è il nostro cuore", mi annunciò solenne Capra, prima di aprire un'altra porta.
L'enorme sala che ci accolse era gremita di libri e rotoli antichi, conservati sulle mensole che tappezzavano tutte le pareti, dal pavimento al soffitto. Ulteriori file di scaffalature, sempre stracolme di pergamene e grossi volumi, correvano intorno a uno spazio centrale dove c'erano almeno una decina di lunghi tavoli. Scrivani che non presentavano alcuna caratteristica dei Bianchi sedevano con penne e inchiostro, confrontando diverse pergamene per poi annotare qualcosa con solerzia.
"Qui vengono studiati i sogni. Conosciamo tutti quelli che parlano di candele. Sappiamo per quanto tempo ci sono stati sogni di serpenti che brandiscono una spada. Sogni di Figli Inaspettati, Distruttori e cavalli bianchi, conchiglie e tazze da tè, burattini e lupi e cervi blu." Sorrise compiaciuta. "Alcune di queste pergamene sono state redatte tanto tempo fa. Possediamo un'enorme quantità d'informazioni, rotoli che risalgono a decine e decine di anni addietro, giacché un evento catastrofico può generare una moltitudine di sogni in netto anticipo rispetto all'epoca in cui si verifica. Sapevamo della Peste di Sangue molto prima che mietesse la prima vittima. E prima ancora? La montagna che eruttò fuoco e fiamme, i terremoti che rasero al suolo le città degli Antichi, e le grandi onde che distrussero il loro predominio sul mondo. Oh, sì, sapevamo che sarebbe successo. Se fossero stati più disponibili verso di noi, forse anche loro lo avrebbero saputo. Ma preferirono i draghi alla razza umana. Peggio per loro." Impossibile non notare la gelida soddisfazione nella sua voce e parve quasi che mi dicesse quelle cose pensando che ne avrei sofferto. Poi si chinò e mi sussurrò all'orecchio: "Ma non tutti i sogni si trovano qui. I miei li custodisco nella mia torre. Li conosco soltanto io. Ieri notte ho sognato di sradicare un fiorellino bianco, ma le radici sono venute fuori con fiamme e spade". Sorrise. "Sarebbe stato meglio tagliare lo stelo alla base del fiorellino, non trovi?" Si rialzò di scatto. "Vieni", e uscì a passo svelto dalla sala.
Io le trottai dietro zoppicando, perché i sandali mi facevano un male cane. La sala dopo era identica alla prima: pergamene, studiosi al lavoro, servitori che andavano e venivano con le braccia cariche di carta o di grossi registri. E poi ancora una terza, sempre uguale. Non ce la facevo più. Mi sedetti sul pavimento e mi slacciai i sandali. Adesso camminavo con le scarpe e la candela in mano.
"Come preferisci", commentò Capra sprezzante. "Forse con il tempo ti abituerai a portare le scarpe e a comportarti in maniera più civile." Fece spallucce. "Oppure sarai venduta a una famiglia che non spreca soldi per fornire scarpe agli schiavi."
Sentivo di essere calata nella sua stima. Ero combattuta: dovevo dirle che sognavo e aspirare a un posto tra i suoi allievi? Fingere di essere stupida, con appena un minimo di educazione, e sperare di diventare una sguattera in attesa di un'occasione per fuggire? Fuggire dove? C'era un oceano tra me e la mia casa. Non sarebbe stato più saggio accontentarmi di trovare lì il mio posto?
Un piano diverso mi affiorò alla mente, quello che avevo tenuto nascosto sulla nave durante il viaggio. Lo ricacciai giù con una spinta decisa. Potevo anche non aver più visto Vindeliar, ma non avevo idea di dove fosse o se ce ne fossero altri come lui. Pensa a renderti utile. Pensa a rifarti una vita qui. Sorridi. Fingi di voler restare qui per sempre, parte della ragnatela che hanno tessuto.
Quasi avesse percepito la mia debolezza, Capra mi condusse per un lungo corridoio e giù per una grande scala a chiocciola che sembrava non finire mai. Varcata una porta, emergemmo in un cortile recintato, ma immenso: al contrario dell'isola brulla fuori dalle mura esterne, era rigoglioso di alberi che riparavano dal sole. Qua e là gorgogliava una fontana e un ruscello scorreva in alcuni piccoli canali bordati di pietre. Lungo il muro di cinta c'erano delle graziose casette. Davanti a ogni porta c'era un'aiuola fiorita, e da un albero dai rami potati pendevano frutti arancioni tra le foglie verdeggianti. Graticci di vite dai ricchi grappoli viola si levavano dal suolo argilloso che rasentava le mura, ma i tralci rampicanti non arrivavano in cima. Se anche Rompicapo si fosse messo sulle spalle di mio padre, non avrebbe potuto guardare dall'altra parte. In cima camminava una sentinella dalla pelle abbronzata e i lunghi capelli dorati. Portava un piccolo arco incoccato. Sorvegliava lo splendido giardino, ma non sorrideva.
Gli uccelli cinguettavano, minuscole creaturine rosa chiuse in gabbie appese ad aste decorate, e altri appollaiati sui rami degli alberi. Seguii Capra, abbandonando il vialetto ghiaioso per attraversare un prato verde dove, all'ombra di un pergolato carico di grappoli d'uva e tralci frondosi, c'erano alcuni tavoli con delle panche. Da una porta diversa dalla nostra arrivarono due donne in grembiule bianco con vassoi di frutta e fette di pane. Nel sentire la fragranza del pane fresco, mi si strinse lo stomaco dal desiderio. Disposero i vassoi sui tavoli e suonarono una campanella d'argento che pendeva da un ramo. Le porte delle casette si spalancarono e uscirono dei Bianchi. "Ho una fame tremenda!" esclamò una, e l'amica rise e la prese sotto braccio. A mano a mano che sedevano ai tavoli, il mio sguardo vagò sui volti lisci e pallidi e sui capelli chiarissimi. Erano tutti vestiti alla stessa maniera, con camiciole larghe simili a quella che indossavo io. D'un tratto mi accorsi che era difficile distinguere i maschi dalle femmine.
"Se ti dimostrassi utile, se cominciassi a fare sogni e imparassi a scriverli, è qui che staresti. Avresti la tua casetta e un servitore per tenerla pulita e in ordine. Consumeresti i pasti in giardino oppure, nei giorni di pioggia, nella Sala dei Cristalli. È splendida. I cristalli appesi al soffitto scintillano e formano tanti arcobaleni sul pavimento. Il tuo compito sarebbe soltanto quello di pensare e sognare. Forse, un giorno, avere un figlio se lo desideri, e quindi trovarti un compagno tra i tuoi amici. Vedi quanto sono felici?"
I Bianchi mangiavano, chiacchieravano, ridevano. Nessuno era pensieroso, imbronciato o isolato dagli altri. Erano una quindicina e non riuscivo a dargli un'età, proprio come non sapevo attribuirgli un sesso. Mi sforzai di non fissare il cibo. Le donne con il grembiule tornarono con delle brocche di vetro colme di un liquido marroncino. Lo versarono nei bicchieri in attesa, mentre i commensali lo pregustavano con esclamazioni gioiose. Mi sentivo rodere dall'invidia.
"Potresti esserci anche tu fra loro. Oh, non domani, si capisce, ma non appena avrai imparato a scrivere. Se fossi una sognatrice, voglio dire. Purtroppo, come tu stessa hai detto, non lo sei. A ogni modo, immagino tu abbia fame. Vieni."
Tornammo sul vialetto ghiaioso, dove, giacché ero scalza, dovetti camminare saltellando e zoppicando sui ciottoli. Varcammo un cancello e attraversammo un chiostro dove, lungo i fili da bucato, indumenti color pastello erano stesi ad asciugare ai caldi raggi del sole. Oltrepassammo un altro cancello e ci ritrovammo in un giardino di erbe officinali con pergolati e panchine. Il sole picchiava inesorabile mentre seguivamo un percorso tortuoso per tornare all'edificio principale. Tagliammo sotto un portico e imboccammo l'ennesima porta. Cercavo di prestare la massima attenzione per memorizzare ogni svolta e ogni porta. Entrammo in un corridoio buio dove l'aria era pesante dopo quella fresca e luminosa dell'esterno. Capra andava a passo svelto, le suole che ticchettavano sul pavimento di pietra levigata. La testa aveva preso a martellarmi di dolore. Le lunghe giornate di navigazione, i magri pasti che avevo consumato e i drammatici eventi degli ultimi giorni all'improvviso mi stavano presentando il conto. Avrei voluto soltanto sedermi di schianto e scoppiare in lacrime. Se l'avessi fatto, con ogni probabilità la guardia di scorta mi avrebbe frustata a morte.
Capra svoltò un angolo e aprì una porta. Si spostò da parte e mi fece cenno di entrare.
Obbedii circospetta. Tre passi nella stanza e mi bloccai stupefatta. Le pareti erano una giungla. Gli uccelli cinguettavano e svolazzavano nel denso fogliame. Vidi la sagoma di un predatore dalla pelliccia dorata aggirarsi furtiva tra gli alberi. In alto, i rami s'intrecciavano fitti; scorsi un lungo e grosso serpente scivolare lungo un ramo che si piegò sotto il suo peso. Il pavimento era un tappeto d'erba verde, disseminato di fiori e piccoli cespugli dalle foglie frastagliate. C'era una farfalla posata su un fiore. Si alzò in volo e la seguii con lo sguardo finché non si fermò su un altro.
Niente era reale. Vedevo e udivo, ma non percepivo alcun odore e, quando ripresi a camminare, sotto i piedi sentii la durezza della pietra, non la morbidezza del prato. "È una magia?" mormorai.
"Una specie", minimizzò Capra. "Un tempo eravamo soci in affari con gli Antichi. Uno dei loro artisti venne qui per rivestire le pareti, il pavimento e persino il soffitto con questa pietra speciale. Creò questa stanza giorno dopo giorno. Ci mise quasi un anno."
Mi guardai intorno, incapace di mascherare la mia meraviglia. "Quindi è magia degli Antichi."
"Non hai mai visto niente del genere prima d'ora?"
Il mantello di farfalla! "No. Mai. È uno spettacolo mozzafiato." Lei socchiuse gli occhi per scrutare la mia espressione, ma io rimasi a bocca aperta con l'aria ebete. Mi chinai a toccare un fiore. Pietra fredda e un lieve formicolio di magia su per il dito. Ritrassi la mano.
"Oh, be'", osservò lei indifferente, "immagino sia impressionante la prima volta che la si vede. Erano un popolo interessante, ma per questi trucchetti non valeva la pena di sopportare la loro supponenza o i loro draghi. Hanno esaurito la nostra pazienza. Vieni. Adesso mangiamo."
C'era un tavolo con una tovaglia bianca e due sedie, apparecchiato con due piatti, posate e bicchieri. Con la schiena appoggiata a una parete due uomini aspettavano con dei vassoi in mano. Avevano occhi e capelli scuri, e per un attimo ebbi la sensazione di essere a casa. "Prego, accomodati", disse Capra. "Oggi sei mia ospite. Pranziamo insieme."
Mi accostai lentamente al tavolo. La mia guardia chiuse la porta e piantonò la soglia. Capra si sedette con grazia. Io sistemai i sandali sotto la sedia, poi presi posto appoggiando la candela di lato. Incrociai le mani sul bordo del tavolo e aspettai.
"A quanto pare, non sei del tutto priva di buone maniere." Rivolse un lieve cenno del dito ai camerieri in attesa, che lesti si avvicinarono al tavolo. Mi servirono il cibo e mi riempirono il bicchiere. Io osservai Capra prima di fare qualunque mossa. Mi sentivo investita della rappresentanza non soltanto di Giuncheto, ma di tutti i Sei Ducati. Non mi sarei comportata da zotica maleducata.
La vecchia sollevò il coperchio di un vassoio e prese un tovagliolo inumidito con cui si pulì le mani, prestando particolare attenzione alle dita. Io la imitai e rimisi a posto il panno sul vassoio come vidi fare a lei. Poi impugnò una strana posata che non conoscevo e infilzò un pezzo di carne bianchiccia che aveva nel piatto. La copiai e cominciai a masticare un boccone adagio come lei, anche se era freddo e aveva un forte sapore di pesce. "Raccontami di te", mi invitò dopo il terzo boccone. "Non sei la figlia di una serva. Chi sei?"
Io avevo appena inghiottito una roba gialla e appiccicosa, dolce da nauseare. Bevvi un sorso d'acqua per sciacquarmi la bocca e vagai con lo sguardo sulla sala prodigiosa. Decisi di dire la verità. Be', più o meno. "Sono Ape dello Striato, di Giuncheto. Mia madre era dama Molly Candelaia, moglie di Tom lo Striato. Eravamo una famiglia di nobili di campagna. Mia madre è morta qualche tempo fa. Ho vissuto con mio padre e con la servitù. La mia vita era piacevole, tranquilla."
Lei ascoltava. Addentò un pezzo di qualcosa e mi fece cenno di proseguire.
"Un giorno che mio padre era via, mentre ci preparavamo per una festa, arrivò Dwalia con i suoi lurik e un contingente di mercenari chalcediani. Ha ucciso i miei servitori, dato fuoco alle stalle e mi ha rapita. E poi mi ha portata qui." Misi in bocca un altro trancio di pesce disgustoso, masticai adagio e deglutii, prima di aggiungere: "Se manderete un messaggio a mio padre, pagherà volentieri un riscatto per riavermi".
Lei appoggiò la posata e mi rivolse un'occhiata penetrante. "Sicura? Tuo padre verrebbe di persona a riprenderti?"
Non era il momento di farmi cogliere dai dubbi. "È mio padre. Certo."
"Quindi tuo padre non è FitzChevalier?"
Risposi sincera: "L'ho sempre sentito chiamare Tom lo Striato".
"E tuo padre non è Amato?"
Aggrottai la fronte, come se fossi sconcertata. "Io amo mio padre."
"E il suo nome era Amato."
Scossi la testa. "Non ho mai conosciuto nessuno con quel nome. Amato? Nel mio Paese, a volte, i principi e le principesse ricevono nomi tipo Leale o Benevolenza. Io no però." Nemmeno mia sorella, riflettei. Urtica e Ape. Mai destinate a essere principesse. Per un istante il pensiero mi turbò, poi: Non farti distrarre dall'autocommiserazione. Sei in pericolo, nelle ganasce di una tagliola. Attenta al nemico!
Nel sentire le parole di Padre Lupo mi tornò il coraggio. Drizzai la schiena.
Capra annuì. "Purtroppo, è improbabile che chiederemo un riscatto a tuo padre. Inviare un messaggero così lontano, per una missione tanto incerta, ci costerebbe molto più di quanto potremmo ottenere. La scorsa notte, dopo un interrogatorio approfondito, Dwalia ha ammesso di sapere da mesi che sei una femmina. Tuttavia, invece di riconoscere l'errore, ha scelto di portarti qui, incurante della grave perdita di lurik e cavalli! Ha inoltre confessato che, sebbene per un certo periodo abbia creduto di aver trovato il Figlio Inaspettato a Giuncheto, adesso non ne è più convinta. Condivide pertanto l'opinione che io coltivo da tempo, ossia che il Figlio Inaspettato sia il Catalizzatore di Amato. Un uomo di nome FitzChevalier. Per contro, Vindeliar ci ha fornito una versione diversa. Lui crede ancora che tu sia il Figlio Inaspettato. E sostiene che sei scaltra, bugiarda e capace di evocare magie."
Sul muro scorsi di nuovo la sagoma del predatore. Era un gatto. Guizzò come un fulmine, però mancò la preda, un uccello che si levò in volo. Scelsi con cura le parole. "Vindeliar ha parecchie idee strane. Quando ha contribuito alla mia cattura, mi chiamava ‘fratello'. Ma anche dopo aver saputo che sono una ragazza, ha continuato a chiamarmi così." Finsi un'espressione perplessa. "È un uomo davvero curioso."
"Uhm. Quindi si sbaglia a proposito della tua magia?"
Abbassai lo sguardo sul piatto, poi lo rialzai su di lei. Avevo ancora molta fame, ma il cibo che mi avevano servito era troppo inconsueto per me.
Padre Lupo mi rimproverò. Mangia. Riempiti la pancia con quello che hai. In questo posto, non sai quando ti ricapiterà di mangiare. Rimpinzati finché puoi.
Trangugiai altri due bocconi, sforzandomi di non fare smorfie. Speravo di avere l'aria meditabonda. Infine risposi: "Se avessi un qualche potere magico, sarei qui? Prigioniera, lontana da casa?"
"Può darsi. Se fossi un vero Profeta Bianco e sapessi di dover svolgere qui il tuo compito, magari avresti permesso al destino di spingerti verso di noi. Se i tuoi sogni ti avessero detto che dovevi venire…"
Scossi la testa. "Voglio andare a casa. Se ancora mi resta una casa. Non sono il Figlio Inaspettato. Non sono nemmeno un maschio!" Gli occhi e la gola mi si riempirono di lacrime. "Ci stavamo preparando per una magnifica festa. La nostra Festa d'Inverno, in cui celebriamo la notte più lunga e il ritorno della luce. Ci sarebbero stati banchetti, musica, danze. Invece è arrivata Dwalia e ha trasformato tutto in grida e sangue. Hanno ucciso Bagordo. Volevo bene a Bagordo. Non sapevo quanto, finché non l'ho visto trascinarsi verso di noi con una lama nel petto per avvertirci. Il suo ultimo pensiero è stato quello di dirmi di fuggire! E poi hanno ucciso il padre e il nonno di Perseverante. E hanno bruciato i nostri bei cavalli e la vecchia stalla! Hanno ammazzato FitzVigilante, il mio nuovo tutore, che era venuto a insegnarmi a leggere. Non mi stava simpatico, ma di certo non lo volevo morto! Se fossi un profeta, se avessi sognato il futuro, non l'avrei previsto? Non sarei scappata per chiamare aiuto? Sono soltanto la figlia di mio padre, e Dwalia ci ha rovinato la vita e ha ucciso tanti innocenti! L'avete fatta frustare, ma non per le cose terribili che ha fatto! Le cose che voi l'avete mandata a fare! Lei ha detto a Vindeliar di persuadere quell'orribile duca Ellik ad ammazzare la mia gente. E non le importava nemmeno dei suoi compagni! Ha consegnato Odessa al duca perché lui e i suoi soldati la stuprassero! Poi ha abbandonato Spilla nella pietra, e ha venduto Alaria come schiava, e ha lasciato che il chalcediano venisse accusato di omicidio. Vi ha raccontato quello che ha fatto? Vi rendete conto di che essere immondo sia?" Trassi un respiro tremante. Ops, forse avevo detto troppo, senza avere in mente un piano preciso. Una volta iniziato lo sfogo, non ero riuscita a fermarmi.
Lei mi fissò a lungo, il suo volto pallido ancora più esangue. "La Festa d'Inverno. La notte più lunga." Poi, come se le mie parole le avessero finalmente raggiunto le orecchie, mormorò: "Alaria venduta come schiava? Era viva?" Quasi fosse il più terribile dei crimini di Dwalia.
Si poteva vendere qualcuno come schiavo da morto?
Mangia! Prima che la vecchia cambi idea e ti porti via il cibo.
Mi sforzai. Infilai quella strana posata che pareva uno spiedo in un pezzo di roba viola e me lo misi in bocca. Era talmente amaro che mi lacrimarono gli occhi. Lo cacciai giù e lo innaffiai con un bicchiere d'acqua. Un altro sapore sconosciuto. Provai a infilzare qualcos'altro nel piatto, ma mi scivolò dallo spiedo.
Quando alzai gli occhi, Capra stava facendo un cenno alla guardia. "Chiama una scrivana e porta carta, inchiostro e un tavolino. E intendo subito!" La guardia si volatilizzò dalla stanza. Lei si rivolse di nuovo a me con voce grave. "Dov'è successo? In quale città è stata venduta Alaria? Che cosa vuol dire che Spilla è stata abbandonata in una pietra?"
Capii che le avevo regalato informazioni che avrei potuto usare come merce di scambio. Avevo il cibo in bocca e stavolta masticai a lungo. Quando alla fine deglutii, risposi sotto voce: "Non ricordo il nome della città. Credo di non averlo mai saputo. Dwalia dovrebbe conoscerlo, oppure Vindeliar". Mi affrettai a prendere un altro boccone. Era di nuovo quella roba che sapeva di pesce; mi venne da vomitare, ma masticare piano era l'unico modo per guadagnare tempo.
Lei parlò in tono gentile. "Sta arrivando una scrivana. Siederete insieme e tu le racconterai tutto quello che ricordi, dalla prima volta che hai visto Dwalia fino al giorno in cui sei arrivata qui."
Mandai giù il grumo viscido con un sorso d'acqua e chiesi con aria innocente: "E poi mi rimanderete a casa?"
La vecchia s'irrigidì. "Può darsi. Molto dipende dalla tua storia. Forse per noi sei importante e ancora non lo sai."
"Io voglio andare a casa!"
"Lo so. Senti. Questa piccola torta è la mia preferita. Provala. È dolce e speziata." Era su un piatto al centro del tavolo. Invece di tagliarne una fetta, lei spinse direttamente il piatto verso di me. La torta era grande quanto la mia testa e sarebbe bastata per parecchie persone. "Assaggiala", m'invitò.
Scelsi una posata a caso, staccai un pezzo di torta e me lo infilai in bocca. Era deliziosa, ma stavo cominciando a capire che a quel tavolo tutto aveva un prezzo. Mio malgrado, ne mangiai un altro boccone e vidi Capra trattenere le domande che voleva farmi. Che cosa mi era rimasto da barattare? Probabilmente non sapeva che altri lurik di Dwalia mancavano all'appello, catturati o fuggiti nel Cervo. Sapeva della pozione di saliva di serpente? Che cosa ne avrebbe pensato della relazione di Dwalia con il comandante? Mi chiesi se sapesse qualcosa della magia di Vindeliar o se anche quello fosse un segreto. Se le avessi raccontato tutto, lei avrebbe mantenuto la parola?
"Mi promettete di rimandarmi a casa se dirò alla scrivana tutto quanto?" Cercai di assumere un tono infantile e non diffidente come in realtà mi sentivo.
"Tu le racconterai tutto e poi decideremo. Immagino che ci vorrà più di un giorno, perché dopo che avrai finito, avremo altre domande per te. Per adesso, mentre chiacchieri con la scrivana, ti troverò una bella casetta e una Serva che si occupi di te. Qual è il tuo colore preferito? Voglio essere sicura che ti piaccia la tua nuova casa."
Palesai il mio sconforto. "Non credo m'importi tanto. Voglio solo tornare a casa mia."
"D'accordo, allora diciamo azzurro. Sono lieta che tu abbia gradito il pranzo."
Tutto il contrario, e non avevo nemmeno finito di mangiare. Mi costrinsi a lasciare la posata, invece di servirmi un altro boccone di torta. Intanto erano entrati dei servitori che avevano piazzato in fretta un tavolino, due sedie, una boccetta d'inchiostro, una penna e della carta. Con la stessa rapidità, sparecchiarono il tavolo da pranzo. Capra si alzò, e io la imitai. Nel giro di pochi secondi, quel tavolo e le nostre sedie furono portati via.
"Ecco la nostra scrivana. Pelia, dico bene?"
La scrivana – scrivano? – s'inginocchiò al suo cospetto. "Nopet, se non vi dispiace, Altissima." La sua voce gracchiante assomigliava a quella di un rospo.
"Nopet, certo. Questa bambina ha un lungo racconto da farti. Mi raccomando di scrivere per filo e per segno tutto quello che dice. Non fare domande e non tralasciare nemmeno una virgola. È di fondamentale importanza. Ripetimi gli ordini."
Lo scrivano eseguì, strabuzzando gli occhi bulbosi. Era terrorizzato? No. Più lo guardavo, più mi ricordava Odessa. Anche lei aveva quell'aspetto incompleto, come se qualcuno avesse cominciato a modellare un umano e poi a metà dell'opera avesse commesso qualche errore. Gli occhi di Nopet erano talmente sporgenti che mi domandai se riuscisse a chiudere le palpebre. Aveva denti da neonato in una bocca da adulto. Sistemò l'occorrente sul tavolino e mi fece cenno di sedermi. Quando prese la penna, cercai di non fissargli le dita corte e scheletriche. Sfilò il primo foglio di carta dalla risma, lo collocò davanti a sé, studiò la penna, l'appuntì, la intinse nell'inchiostro e la tenne sospesa sul foglio. "Prego, comincia pure", mi disse con quella sua voce da rospo.
Era l'ultima cosa che volevo fare. Capra mi stava osservando. Attraversai la stanza e mi sedetti di fronte allo scrivano. "Che cosa devo fare?" gli chiesi.
Lui alzò gli occhi bulbosi su di me. "Tu parli. Io scrivo. Prego, inizia."
Non gli avrei raccontato del giorno in città, quando avevo scorto per la prima volta Vindeliar. Non gli avrei detto niente della cagna massacrata, né di mio padre e del mendicante che entravano in una pietra. Di mio padre che mi aveva abbandonata per occuparsi di un estraneo.
Solo che Amato non era un estraneo per lui. Scacciai quei pensieri pericolosi.
"Ero a lezione nell'aula studio di Giuncheto."
Lo scrivano mi guardò accigliato, poi scoccò un'occhiata interrogativa a Capra. Infine la penna che stringeva tra le piccole dita iniziò a scorrere fluida sulla pagina. Ma Capra si era accorta della sua esitazione. Si avvicinò.
"Ape, devi cominciare con i dettagli. Dove si trova Giuncheto? Parla della lezione e del maestro. Chi c'era con te? Com'era la giornata? Insomma, ogni dettaglio. Ogni istante."
Annuii lentamente. "Ci proverò."
"Impegnati", mi ammonì severa, poi aggiunse: "Vi lascio soli per un po'. Voglio parlare con Dwalia e Vindeliar. Sappi che se scopro che mi stai mentendo, ci saranno gravi conseguenze. Lavora con lo scrivano fino al mio ritorno".
E così iniziai a parlare. Accorta. A volte sincera. Raccontai le cose che pensavo li avrebbero coperti di vergogna nei minimi dettagli. Descrissi come Bagordo si stringeva la ferita con il sangue che gli colava tra le dita; gli abiti strappati delle donne, di cui adesso conoscevo il significato. Su altre cose mentii. Dissi che Perseverante era morto. Subito dopo mi sarei morsa la lingua, nel timore che fosse vero. Lo scrivano non mi fece domande, perciò continuai a parlare, a volte divagando, magari riallacciandomi a un evento accaduto in precedenza. Piansi nel raccontare di quando Per aveva scavalcato i cadaveri nella stalla. Dissi di aver nascosto gli altri bambini in un magazzino, invece che nel passaggio segreto. La luce che filtrava dalle alte finestre virò dal bianco al giallo intenso e io ancora dovevo arrivare al punto in cui avevano devastato la mia casa. Sapevo che la mia storia era l'unica cosa che volevano. Dovevo trovare il modo di usarla a mio favore.
A un certo punto mi mancò la voce per le lacrime e il troppo parlare. Lo scrivano chiamò la guardia che era rimasta con noi e le chiese di portarmi dell'acqua. E un panno umido per il viso. Mi parve un gesto carino da parte sua.
Se però hai l'occasione di ucciderlo e fuggire, non devi esitare.
Trattenni il fiato. Non dovevo tentare di farmi rimandare a casa prima di iniziare a uccidere la gente e fuggire?
Potresti aspettare a lungo prima che ti concedano la libertà. Se te la prendessi da sola, faresti più in fretta.
L'acqua e il panno arrivarono. Approfittai di entrambi, poi ricominciai a parlare. Fui costretta a raccontare della magia di Vindeliar, altrimenti la mia storia non avrebbe avuto senso. Al sentir pronunciare il nome di Vindeliar, Nopet arricciò il labbro superiore mostrando i dentini bianchi, ma continuò ad annotare ogni parola che dicevo. C'era ancora luce, però si stava affievolendo. Mi chiesi quante ore fossero passate.
Quando Capra tornò, c'era Symphe con lei. Un secondo dopo arrivarono anche Tinto e Coltro. Il cerone di Coltro sembrava quasi vera carnagione bianca, segno che doveva esserselo applicato di recente.
Con l'aria torva, Symphe esordì: "Hai chiamato uno scrivano per registrare la sua storia senza chiederci il permesso. Avremmo dovuto esserne informati per poter ascoltare con le nostre orecchie".
Capra si girò lentamente verso di lei, sorridendo. "Come voi avete informato me prima di permettere a Dwalia di organizzare la fuga di Amato? Se non ricordo male, non mi avete inclusa nel vostro progetto."
"E io mi sono già scusata per questa mancanza. Più volte." Symphe scandì ogni parola come se volesse sputarla addosso alla vecchia.
"Oh, certo. Una cortesia che dovrei emulare. Cara Symphe, ti chiedo scusa per non averti detto che questa ragazza è un'affidabile fonte d'informazioni sui crimini di Dwalia. Scegliamone uno a caso. Vediamo… Ah. Ricordi Alaria? Che io stessa ho addestrato nell'interpretazione dei sogni? Alaria, se non sbaglio, era anche una delle tue favorite, Tinto. Lo sapevi che lingstra Dwalia l'ha venduta come schiava? Nella città di Chalced, capitale dello stato omonimo. Alaria è stata venduta per comprare un passaggio su una nave. Così mi ha detto la piccola Ape, e quindi sono andata subito a estorcere una conferma a Vindeliar. E non vedo l'ora di ottenere altre conferme alla sua storia."
Indicò allo scrivano di spostarsi e prese il primo foglio scritto dalla pila ordinata sul tavolino. Lo scorse in fretta, poi mi guardò. "Ape, dov'era tuo padre il giorno in cui Dwalia è arrivata a casa vostra?"
Non avevo tempo di pensare. Non avevo tempo di considerare che cosa sapesse Dwalia e che cos'avesse già detto. "Era andato nella grande città", risposi.
"E questo dopo aver ucciso l'uomo con la cagna? E aver pugnalato al ventre Amato?"
Quel giorno l'uomo della nebbia era stato a Querceto d'Acqua. Lo avevo visto tra i negozi, in un vicolo dove nessuno voleva entrare. L'uomo della nebbia che ormai conoscevo con il nome di Vindeliar. Non riuscivo a parlare.
Li guardai. Loro guardarono me. Poi spostarono gli occhi sullo scrivano e sulla pila di fogli sul tavolino. Gli uomini si girarono verso Capra, ma Symphe continuò a fissarmi. Le sue labbra erano più rosse, o forse era il resto del viso a essere più pallido. Dopo un po' si accorse che anch'io la stavo guardando. Mi rivolse un sorriso maligno e io abbassai gli occhi, pentita di averla fissata. "Che cos'altro hai raccontato al nostro scrivano, piccola Ape?" mi chiese.
Scoccai un'occhiata a Capra, non sapendo se dovevo rispondere.
"Parlo con te!" mi sgridò Symphe.
Li guardai uno per uno, ma non trovai alcun sostegno. Il viso di Capra era una gelida maschera di trionfo. Presi fiato. "Ho raccontato della notte in cui Dwalia e il duca Ellik sono piombati a casa mia e mi hanno rovinato la vita. Gli ho descritto come hanno ucciso la mia gente, bruciato le stalle e poi mi hanno rapita."
"Sì, certo", commentò Tinto, come se non credesse a una sola parola.
Con voce acida, Symphe ordinò: "Voglio quelle pagine entro stanotte, scrivano".
"No", intervenne Capra decisa. "Le leggerò prima io. Io l'ho portata qui e ho organizzato tutto. Ho il diritto di leggerle per prima."
Symphe proseguì sempre rivolta allo scrivano: "Allora fammene una copia. No, tre copie, affinché ciascuno di noi possa leggerle stanotte".
Stavolta toccò allo scrivano guardare i Quattro stralunato, gli occhi sempre più sporgenti. Con la mano tremante indicò il mucchio di pagine. "Ma…"
"Non essere ridicola. Lo sai bene che non può ricopiare tutti quei fogli in così poco tempo. Li avrete domani. Stanotte questi sono miei", dichiarò Capra con un sorriso beffardo. "E stanotte mi prenderò cura anche della piccola."
"No", dissero gli altri all'unisono. Tinto scosse la testa, Coltro sembrava allarmato, ma fu Symphe a parlare. "Lei torna in cella, sotto la Serratura dei Quattro. Eravamo d'accordo. Nessuno poteva vederla senza il consenso degli altri. Questo interrogatorio ha già violato quell'accordo."
"Bambina, lo scrivano ti ha fatto qualche domanda?"
"Gli avete detto di non farlo."
"Bene. Avete sentito? Non c'è stato alcun interrogatorio. Le ho soltanto offerto l'opportunità di raccontare la sua storia." Si voltò verso di me, il sorriso gentile e gli occhi freddi. "Piccola mia, temo che dovrai tornare in cella stanotte, invece che nella bella casetta che ti avevo promesso. Mi dispiace tanto. Ma come vedi, loro tre sono la maggioranza, perciò dobbiamo cedere." Si girò verso gli altri continuando a sorridere e io vidi Symphe contrarre le labbra in un ringhio muto. Pensava che Capra mi avesse persuasa a stare dalla sua parte? Forse, se non avessi passato tutti quei mesi orribili con Dwalia e imparato a non fidarmi di nessuno, avrei potuto.
Mi alzai, presi la candela rotta e mi chinai a raccogliere gli odiati sandali.
"Che cos'hai lì?" domandò Coltro all'improvviso.
"Sandali", risposi sommessa. "Mi facevano male ai piedi, così li ho tolti."
"No. In quell'altra mano."
"Una candela fatta da mia madre." D'istinto mi strinsi le due metà al petto come a proteggerle.
"Una candela", sottolineò Capra con aria scaltra. "La bambina arriva con una candela."
Scese il silenzio. Mi domandai che cosa significasse quella pausa, perché era pregna di qualcosa. Rispetto? Paura?
"Una candela in due pezzi", disse Tinto alla fine. "Non tre, non quattro?"
"Stai pensando ai sogni sul Distruttore?" Coltro era scioccato.
"Taci!" lo rampognò Symphe.
"Un po' tardi per tacere", disse Capra. "E probabilmente era già tardi la scorsa primavera, quando i sogni sul Distruttore hanno cominciato a fioccare come neve tardiva. Subito dopo che lingstra Dwalia ha stuzzicato un nido di calabroni provocando un Catalizzatore che ha concluso il suo compito. Quando ha cambiato i futuri mettendolo di nuovo in contatto con il suo profeta. E strappandogli la figlia." Fece scorrere lo sguardo sugli altri. "Perché ha avuto il potere di apportare questi cambiamenti? Perché voi gli avete restituito Amato. Voi avete spinto Amato fino alla soglia di FitzChevalier. Voi avete riunito il Profeta Bianco con un potente Catalizzatore. Voi avete ridato forza al Figlio Inaspettato. Forse creando il Distruttore che senza ombra di dubbio ci scaglierà contro."
"Ma di che stai parlando?" squittì Tinto.
"Perché parli di queste cose davanti alla bambina?" esplose Symphe.
"Pensi che stia dicendo cose che lei ancora non sa?"
Non solo non sapevo niente, ma non capivo una parola di quello che stava dicendo. Tenni gli occhi bassi, per evitare che mi leggessero dentro.
"Siete stati voi tre a innescare la valanga!" Capra scandì ogni parola come una precisa accusa. "Con la vostra stupidità, la vostra avidità, la vostra sete di vendetta! Come se la vendetta non potesse produrre altro che frutti amari. E adesso sarà meglio rimetterla nella sua cella, dato che siete convinti che soltanto così sarete al sicuro. Per quanto mi riguarda, resterò sveglia tutta la notte con un esercito di scrivani, a leggere quello che ha dettato, a studiare i sogni e a cercare un sentiero che non conduca alla distruzione di tutti noi!" Sogghignò come una gatta satolla. "E a ripassare i miei sogni. Quelli che tengo nei miei archivi personali."
"È decisamente inopportuno", sentenziò Symphe.
"No. Quello che avete fatto voi è stato estremamente pericoloso, e come al solito sono io che devo intervenire a metterci una pezza!" Capra si frugò nella scollatura e tirò fuori una chiave. La strappò dalla catenina d'argento cui era appesa e la lanciò alla sua guardia. "Rinchiudi la bambina e poi riportami la chiave. Non ho tempo da perdere per mettere in isolamento colei che annuncia la tempesta. Devo prepararmi per la vera tempesta. Quella che ‘io' ho presagito da tempo!"
La guardia sembrava interdetta. Aveva preso la chiave al volo e adesso la fissava come se la padrona gli avesse lanciato uno scorpione. "Così s'infrange la tradizione!" strillò Symphe. "Nessuno dei Quattro può cedere la chiave a un altro!"
"La tradizione è stata infranta quando mi avete mentito e avete aiutato Dwalia a liberare Amato. Per anni vi ho avvisati che era pericoloso. Be', adesso, vivo o morto che sia, ci minaccia ancora!"
Girò sui tacchi, raccolse le pagine dello scrivano e marciò fuori dalla stanza, furiosa come la tempesta di cui aveva parlato. Io continuai a tenere gli occhi bassi, osservando la scena da sotto le ciglia. Coltro si frugò in una tasca nascosta dei pantaloni larghi e trasse una catena di ottone da cui sganciò una chiave. La porse alla guardia, adesso doppiamente stupita. "Vado ad aiutare Capra, perché temo abbia ragione. Non avrei mai dovuto darvi ascolto. Questa potrebbe essere la fine per tutti noi."
Non uscì furibondo dalla stanza come Capra, piuttosto come un cane con la coda tra le gambe.
Tinto e Symphe si scambiarono un'occhiata, poi lei ordinò secca alla guardia: "Forza, andiamo! Pensi che ti affiderei la mia chiave? Chiudiamo in cella la bambina, quindi immagino che mi unirò a Capra e Coltro per assicurarmi di sapere tutta la verità. Ragazzina! Muoviti!"
Non potei non obbedire, dato che la grossa mano della guardia mi artigliò la spalla, spingendomi avanti. Era alto, con le gambe lunghe, e più di una volta inciampai mentre percorrevamo nuovi passaggi e salivamo diverse rampe di scale. Stavolta entrammo nel corridoio delle celle dalla parte opposta. Ebbi così l'occasione di dare un'occhiata fugace all'uomo con la mano nera e la voce profonda. Era seduto sul letto, con le mani ciondoloni tra le ginocchia. La sua cella era più accogliente della mia: c'erano un tavolino, un piccolo tappeto e un vero letto con delle coperte. Mentre passavo, lui alzò la testa e mi sorrise. Gli occhi erano neri, di un nero scintillante come il resto del corpo. Incrociò il mio sguardo come se stesse aspettando di vedermi, ma non disse una parola.
Mi chiusero dentro, la guardia un po' in difficoltà con le due chiavi, poi mi lasciarono da sola. Mi sedetti sul letto, chiedendomi che cosa mi sarebbe successo ancora.