La mercante Akriel

 La marionetta danza. Saltella e fa le capriole. Il sorriso rosso dà l'impressione che sia felice, invece sta strillando, perché si esibisce su un tappeto di braci ardenti. I piedi di legno cominciano a fumare. Arriva un uomo con un'ascia scintillante. La brandisce e io penso che taglierà i piedi in fiamme della marionetta; invece la lama recide i fili. Ma l'uomo con l'ascia cade nello stesso momento in cui la marionetta corre via, libera.

 Diario dei sogni di Ape Lungavista

 "PERCHÉ dovrei aiutare una stracciona come te?" La donna bevve un sorso di tè e mi squadrò. "Hai tutta l'aria di essere il genere di rogna che è una vita che cerco di evitare."

 Non stava sorridendo. Io non potevo dirle che l'avevo scelta perché era una donna e speravo avesse il cuore più tenero. Avevo la netta sensazione che si sarebbe offesa invece di sentirsi lusingata. Il mio stomaco era talmente vuoto che avevo i conati di bile. Mi sforzai di non tremare, ma avevo esaurito tutte le risorse. Non mi restava altro che la forza di volontà nel corpo privo di qualsiasi forza fisica. Mantenni un tono neutro. "I primi giorni di viaggio, vi ho vista vendere il vecchio che sapeva leggere e scrivere. Ha redatto lui stesso la ricevuta di vendita. Ho notato che avete ricavato una discreta somma, anche se è vecchio e probabilmente non gli restano molti anni da vivere."

 Lei annuì con un leggero cipiglio.

 Drizzai le spalle. "Sarò anche minuta e giovane, ma sono forte e sana. E so leggere e scrivere. So anche ricopiare le illustrazioni o disegnare qualunque cosa mi venga richiesta. Sono anche brava in aritmetica." Con i numeri non avevo la dimestichezza che avrei voluto, però ci sapevo fare abbastanza. Se avevo intenzione di vendermi a una mercante di schiavi, avrei fatto meglio a presentarmi come un buon affare.

 Lei appoggiò i gomiti sul tavolo della cambusa. Era stato difficile trovarla da sola. L'avevo osservata per un giorno intero, spostandomi da un nascondiglio all'altro per seguirla, e avevo notato quanto amasse restare a tavola quando gli altri mercanti avevano finito di rimpinzarsi. Sospettavo che preferisse mangiare tardi e in solitudine per evitare l'affollamento e il chiasso, e così mi ero avventurata nella cambusa dopo la ressa della colazione. Davanti a lei c'erano i resti del pasto. Malgrado i miei sforzi di non fissare il piatto, ne avevo memorizzato il contenuto. La crosta del pane con tracce di burro e una macchia di salsa che avrei voluto raccogliere con il pane o anche solo con le dita. Un rimasuglio di zuppa d'avena nella scodella. Deglutii.

 "E da chi dovrei comprarti?"

 "Da nessuno. Mi offro spontaneamente."

 Lei mi scrutò in silenzio per qualche istante. "Vuoi venderti a me. Sul serio? Dove sono i tuoi genitori? O il tuo padrone?"

 Mi ero preparata con cura la bugia; avevo avuto tre lunghi giorni di fame, freddo e sete per escogitarla. Tre giorni in cui mi ero aggirata furtiva per la nave, evitando di farmi vedere mentre cercavo cibo, acqua e un posticino dove svuotare i visceri. Era un grande veliero, ma qualunque nascondiglio avessi trovato era freddo e umido. Rannicchiata a tremare quasi tutto il giorno, avevo avuto molto tempo a disposizione per elaborare la mia strategia. Non era un granché. Mi sarei venduta come schiava a chiunque avesse apprezzato le mie piccole qualità. Sarei scesa dalla nave seminando Dwalia. Alla fine avrei trovato il modo di inviare un messaggio a mio padre o a mia sorella. Un buon piano, mi ero detta. E poi mi ero chiesta perché non progettare anche di costruire un castello o d'invadere il Chalced. Tanto le possibilità erano uguali. Scelsi con cautela le parole della mia menzogna.

 "Mia madre mi ha portata nel Chalced, nella casa del suo nuovo marito. Lui e i suoi figli maggiori mi maltrattavano. Un giorno che eravamo al mercato, uno dei suoi ragazzi ha cominciato a prendermi in giro e a inseguirmi. Io sono scappata e mi sono nascosta a bordo di questa nave. E adesso eccomi qui, lontana da mia madre e dal mio paese. Ho cercato di cavarmela da sola, ma non ci sono riuscita."

 Lei bevve un lungo sorso di tè. Ne sentivo l'aroma dolciastro, probabilmente miele di epilobio. Era bollente, squisito, invitante. Perché non avevo mai apprezzato a dovere la tazza di tè al mattino? Quel pensiero mi scatenò una ridda di ricordi. La cuoca Nocemoscata in cucina, le chiacchiere delle sguattere, l'acciottolio dei piatti intorno a me, mentre ero seduta a fare colazione con cibi semplici. Ah, il bacon. E il pane tostato con il burro che si scioglieva sopra. Le lacrime mi pizzicarono gli occhi. No, dovevo trattenerle. Deglutii e drizzai la schiena.

 "Mangia", mi disse lei all'improvviso, spingendo il piatto verso di me.

 Lo fissai, incapace di respirare. Era un tranello? Tuttavia nel Chalced avevo imparato a mangiare ogni volta che ne avevo l'occasione, persino con la faccia schiacciata a terra. Ricordai le buone maniere. Dovevo indurre la donna a pensare che fossi un soggetto prezioso da acquistare, non una monella maleducata. Mi sedetti e presi la crosta di pane con due dita. Ne staccai un morso e masticai lentamente a bocca chiusa sotto il suo sguardo attento.

 "Hai un notevole autocontrollo", commentò. "E la tua storia non è male, anche se non credo a una sola parola. Non ti ho mai vista in giro sulla nave fino a oggi. Puzzi come se ti nascondessi da giorni. Perciò ti domando, se decido di comprarti, qualcuno scatenerà un pandemonio? Mi accuseranno di furto o rapimento?"

 "No, mia signora." Quella era la bugia più difficile. Non avevo idea di che cosa avrebbe detto o fatto Dwalia. Il mio era stato un brutto morso e speravo che restasse in cabina a curarsi la ferita. Kerf avrebbe preteso la mia restituzione soltanto se Vindeliar lo avesse persuaso a farlo. Non lo ritenevo probabile, ma la mia miglior difesa era restare nascosta più che potevo. Finii il pane in altri due piccoli bocconi. Avrei voluto leccare il piatto e raccogliere gli avanzi di zuppa d'avena con le dita; invece rimasi seduta composta con le mani in grembo.

 La donna prese il pentolone al centro del tavolo, lo inclinò e con un cucchiaio grattò il fondo e i lati per staccare i resti bruciacchiati di zuppa e versarseli nel piatto. Poi spinse la scodella verso di me e mi passò il cucchiaio.

 "Oh, vi ringrazio, mia signora!" Mi mancava il respiro per la fame, ma riuscii a non ingozzarmi e a restare con la schiena dritta.

 "Non sono la ‘tua signora'. E non sono nemmeno chalcediana di nascita, anche se i migliori affari li tratto lì. Sono cresciuta dalle parti di Borgomago, ma non appartengo alle vecchie famiglie di Mercanti, perciò è stato difficile per me avviare un commercio. E quando hanno eliminato la tratta degli schiavi, la mia attività ha rischiato di fallire. Non sono una mercante di schiavi come pensi. Io commercio in beni rari e preziosi. Li compro e li rivendo con un buon margine di profitto. Non sempre vendo al primo che capita; spesso preferisco aspettare un guadagno maggiore. A volte capita che il bene sia uno schiavo dalle qualità sottovalutate. Come lo scrivano che mi hai visto vendere. In un mercato può essere considerato vecchio e malandato, in un altro saggio e istruito. Alzati."

 Obbedii all'istante. Lei mi scrutò da capo a piedi quasi fossi una mucca da comprare. "Sporca. Un po' malconcia. Ma hai la schiena dritta, conosci le buone maniere e sei schietta. Sul mercato chalcediano quest'ultima caratteristica te la farebbero passare a suon di botte. Invece ti porterò dove la sapranno apprezzare come requisito per una brava cameriera. Dacché dubito che tu abbia pagato il passaggio, per il resto del viaggio resterai nei miei alloggi. Combina anche un solo guaio, e ti consegno al comandante. Mi occuperò io di farti mangiare. Quando arriveremo a Baia Coppiglia, ti venderò come bambinaia a una famiglia del posto che conosco. Il che significa che dovrai prenderti cura del loro piccolo. Gli farai il bagno, lo vestirai, lo aiuterai a mangiare; in pubblico ti mostrerai deferente con lui, ma in privato gli insegnerai le buone maniere che mi hai mostrato adesso. Sono una famiglia agiata e con ogni probabilità ti tratteranno bene."

 "Sì, mia signora. Grazie, mia signora. Spero di farvi guadagnare una bella somma."

 "Ne sono convinta, ma dovrò darti una ripulita. E tu dovrai dimostrarmi di saper scrivere e disegnare come sostieni."

 "Certo, mia signora. Non vedo l'ora di farlo." All'improvviso la prospettiva di diventare la schiava personale di un bambino mi parve allettante quanto essere la principessa scomparsa di Castelcervo. Mi avrebbero trattata bene. Avrei mangiato e dormito con un tetto sulla testa. Mi sarei comportata da brava istitutrice con il marmocchio. Sarei stata al sicuro, anche se non più libera.

 "Non sono la tua signora. Il titolo me lo sono guadagnato, non ci sono nata. Sono la mercante Akriel. E tu come ti chiami?"

 "A… be'…" Dovevo dirle il mio vero nome?

 "Abè. D'accordo. Finisci la zuppa mentre io finisco il tè."

 Non mi affrettai a ripulire il piatto come la fame mi suggeriva; ne avrei spazzolate altre tre scodelle, invece mangiai con calma e alla fine appoggiai il cucchiaio con garbo. Mi guardai intorno e cercai di pensare a che cosa ne avrebbero fatto i domestici di Giuncheto di quel tavolo ingombro e appiccicoso. "Volete che sparecchi e pulisca, mercante Akriel?"

 Lei scosse la testa e mi rivolse un sorriso divertito. "No, a questo ci penseranno gli sguatteri di cucina della nave. Vieni con me."

 Si alzò e io la seguii. Indossava un paio di pantaloni azzurri di lana, con una giacchetta corta dello stesso colore, ma più chiaro. Tutto in lei era lindo e ordinato, dai lucidi stivali neri alla treccia di capelli castani raccolta intorno al capo. I pendenti alle orecchie, gli anelli e il pettinino ingioiellato tra i capelli parlavano del suo successo negli affari. Scendemmo sotto coperta, passando tra le amache dondolanti e la nebbia di fumo; la sua camminata fiera e sicura di sé mi faceva pensare a una gatta domestica che incede altezzosa tra i cani del cortile. Non evitò gli sguardi dei mercanti meno facoltosi di lei che alloggiavano nell'area comune, né parve udire i commenti sussurrati al suo passaggio. La sua cabina si trovava a proravia; salimmo una piccola rampa di scale per raggiungerla. Akriel trasse dalla tasca una catena con una chiave e aprì la porta. "Entra", mi disse e io fui lieta di obbedire.

 Rimasi di stucco. Questa cabina aveva un piccolo oblò rotondo ed era grande quanto quella che avevo condiviso con i miei rapitori. Il suo baule era aperto sulla cuccetta inferiore e gli indumenti erano piegati e disposti con cura come gli attrezzi di un artigiano. Dopo aver visto il guardaroba di Sciò, tutto quell'ordine per me era stupefacente. Era evidente che aveva pianificato con scrupolo l'occorrente per il viaggio: sulla cuccetta superiore c'era una trapunta bianca e blu orlata da una frangia e un tappeto abbinato sul pavimento. Una piccola lampada a olio, appesa a una trave, era schermata da un paralume rosa chiaro. Sacchetti profumati al cedro e al pino erano disseminati per la cabina, sebbene non riuscissero a coprire del tutto l'odore di catrame della nave. Sotto l'oblò c'era un tavolinetto dai bordi rialzati con catino e brocca incorporati, e un telo ripiegato sul portasciugamani.

 "Non toccare niente", mi ammonì nel chiudere la porta. Si fermò sulla soglia a studiarmi, poi indicò il catino. "Spogliati. Lavati. Sai cucire?"

 "Un po'", ammisi. Non era mai stata una delle mie attività preferite, ma mia madre aveva insistito che imparassi almeno gli orli e le basi del ricamo.

 "Dopo che ti sarai lavata, ammucchia gli abiti sporchi sul pavimento accanto alla porta." Si avvicinò al baule e le sue dita sollevarono con cautela le pile di indumenti piegati per estrarre una semplice camicia azzurra. Da uno scomparto tirò fuori un paio di forbici, ago e filo. "Taglia le maniche alla tua misura. Accorcia l'orlo, tanto dovrebbe comunque coprirti in maniera decente, e usa la striscia di tessuto avanzata per cucirti una cintura. Poi siediti in quell'angolo e aspetta che torno."

 Detto questo, uscì dalla cabina. Sentii che serrava la porta a chiave. Aspettai qualche minuto, poi provai ad aprirla. Come immaginavo: mi aveva chiusa dentro. L'ondata di sollievo che provai mi sorprese. Ero una schiava, segregata nell'alloggio della mia padrona, ed ero felice? Sì, lo ero, per la prima volta da quando mi avevano rapita. Eppure, mentre mi spogliavo, posando la candela spezzata di mia madre, mi venne da piangere. Tempo che trasformavo l'acqua limpida del catino in una brodaglia grigia, ero in singhiozzi. Abbracciai il mio farsetto sporco, strappato e puzzolente per dirgli addio. Era il mio ultimo legame con Giuncheto. No, non del tutto. Avevo sempre la candela della mamma.

 In quel momento non avrei voluto altro che rannicchiarmi e dormire, anche se ero nuda. Invece mi costrinsi a fare quello che la mercante Akriel mi aveva ordinato. La camicia era di lana pesante, a trama fitta, ma si era ristretta con i lavaggi. Era di un azzurro carico e mi chiesi se fosse il suo colore preferito. Feci un doppio orlo per assicurarmi che non si sfilacciasse, poi realizzai la cintura con la stessa cura. Accorciai le maniche e alla fine me la infilai. Per la prima volta dopo mesi indossavo qualcosa di caldo, morbido e pulito. Con gli avanzi delle maniche cucii una tasca sul davanti. A malincuore piegai la candela e ve la nascosi dentro. Riposi il telo da bagno, poi, come ordinato dalla mia padrona, mi sedetti in un angolo e ben presto mi addormentai.

 Mi svegliai al suo ritorno. L'oblò era buio. Scattai in piedi non appena entrò. Lei mi squadrò da capo a piedi, quindi si guardò intorno. "Ben fatto. Però avresti dovuto rimettere a posto le forbici e il resto. Dovevi pensarci da sola senza bisogno che te lo dicessi."

 "Sì, mercante Akriel." Avevo immaginato che volesse che obbedissi soltanto ai suoi ordini e non avevo osato mettere mano al suo baule da viaggio. Adesso avevo capito. "Volete che porti via l'acqua sporca?"

 "Metti il catino e la brocca vuota fuori dalla porta. È un altro tuo compito. Ti spiegherò per bene che cosa devi fare." Si sedette sul bordo della cuccetta e tese una gamba verso di me. "Ma prima sfilami gli stivali e massaggiami i piedi."

 Ero troppo aristocratica per un lavoro del genere. Giusto? Volevo vivere e sfuggire a Dwalia? Giusto. Pensai a mio padre. Avrebbe dovuto essere l'erede al trono dei Sei Ducati, ma per uno scherzo del destino era stato prima un garzone di stalla e poi un assassino. Io avrei potuto essere una principessa, e invece adesso era una schiava. Meglio rassegnarsi.

 Mi accovacciai e le tolsi gli stivali, che appoggiai di lato, poi cominciai a massaggiarle i piedi. Non l'avevo mai fatto prima, ma i suoi mugolii di sollievo mi guidarono le mani. Dopo un po' mi disse: "Basta così. Metti fuori il catino e riponi gli stivali. Nel baule ci sono un paio di pantofole morbide. Prendile".

 Quello fu l'inizio delle nostre giornate insieme. Quando entrammo in porto, lei mi chiuse a chiave in cabina, tuttavia si assicurò che avessi cibo e acqua a sufficienza, e per i miei bisogni potevo usare il vaso da notte. L'oblò non affacciava dal lato della banchina, perciò non vidi la città dov'eravamo attraccati e nessuno vide quando rovesciai il vaso fuori. Restammo in porto una decina di giorni, perché la tempesta aveva inflitto alla nave più danni di quanti ne avessi immaginati. Quando mi coglieva la smania di uscire e mi sentivo irrequieta, allora pensavo allo sconcerto di Dwalia per la mia improvvisa sparizione. Speravo diverse cose: che il mio morso si fosse infettato e l'avesse uccisa; che fosse sbarcata dalla nave per non tornare mai più; che magari pensasse che ero caduta fuori bordo ed ero morta annegata. Non avevo modo di sapere se uno dei miei desideri si fosse avverato, perciò restavo in cabina e facevo progetti per il futuro.

 Decisi che sarei stata gentile con il mio nuovo padroncino, a prescindere da quanto fosse viziato. Non avrei dato alcun motivo ai miei proprietari di maltrattarmi o di non fidarsi di me. Alla fine avrei potuto raccontare loro la mia storia e dirgli che mio padre e mia sorella sarebbero stati ben felici di ricomprarmi o di pagare un riscatto. Poi, un giorno, sarei tornata a casa dalla mia gente. A Giuncheto? Non ero tanto sicura di volerlo fare e affrontare tutti coloro che erano stati feriti e maltrattati per colpa mia. Avevo troppe morti sulla coscienza.

 Quando mi affliggevano questi foschi pensieri, prendevo la candela di mia madre e me la portavo al viso per aspirare la sua fragranza, dicendomi che in qualche modo mio padre era passato per quella piazza nella foresta. Non capivo come ci fosse arrivato prima di noi e dove fosse andato dopo, ma mi aggrappavo all'idea che quella candela significasse che era venuto a cercarmi. Che gli mancavo e che avrebbe fatto di tutto per riportarmi a casa sana e salva.

 Le giornate trascorrevano lente. A volte la mercante Akriel mi raccontava qualcosa. Alcune pezze di tessuto conservate nei bauli da lavoro si erano rovinate durante la tempesta, quando l'acqua era risalita dalla sentina e aveva invaso il ponte inferiore. Lei sosteneva che il proprietario della nave dovesse risarcirle il danno, ma lui non era d'accordo. Un peccato, disse, perché quello era il suo sesto viaggio con lui, tuttavia se non l'avesse rimborsata, sarebbe stato anche l'ultimo.

 Era stata sposata una volta, però il marito le era stato infedele; così lei aveva preso la sua quota di ricchezze accumulate con il commercio e se n'era andata. Aveva comprato delle merci e un passaggio su una nave il giorno stesso in cui aveva scoperto il tradimento e non si era mai guardata indietro. Lei aveva avuto successo; lui no, almeno questa era la voce che circolava. Non le importava niente di lui, dacché era sempre stata lei a mandare avanti la baracca. Era stato difficile essere donna e fare affari nei mercati del Chalced: una volta era stata costretta a pugnalare un uomo per insegnargli le buone maniere. Non lo aveva ucciso, ma sanguinava parecchio, e quando lui si era scusato, Akriel aveva mandato a chiamare subito un guaritore. Non aveva mai saputo che fine avesse fatto. Un altro uomo di cui non le importava un fico secco.

 Quando tornò sulla nave prima che salpassimo per il porto successivo, mi diede due paia di pantaloni larghi, delle scarpe basse e una morbida camicia azzurra della mia taglia. Quella sera mi consegnò del sapone e mi ordinò di lavarmi i capelli, poi mi prestò il suo pettine per sbrogliare i nodi. Rimasi sorpresa nel notare quanto mi fossero ricresciuti. "Quei riccioli biondi rivelano il tuo sangue chalcediano", mi disse con l'intenzione di farmi un complimento. Io annuii e abbozzai un sorriso.

 "Sei stanca di restare sempre chiusa in cabina a oziare?" mi chiese.

 Io formulai la risposta con attenzione. "La mia stanchezza è di gran lunga inferiore alla gratitudine per il cibo e il riparo."

 Lei sollevò un angolo della bocca in un sorrisetto. "Bene. Allora mettiamo alla prova le tue capacità. Mentre ero a terra, ti ho comprato un libro da leggere a voce alta, e anche carta, penna e inchiostri. Ora fammi vedere che cosa sei in grado di fare con i numeri e come sai disegnare."

 Cominciai subito, con sua evidente soddisfazione, e quando passai alle illustrazioni fu ancora più contenta. Mi chiese prima di disegnare una sua scarpa, poi di ricopiare esattamente un fiore ricamato su uno scialle che si era comprata. Annuì compiaciuta e mormorò: "Forse riuscirò a strappare un prezzo maggiore se ti vendo come scrivana invece che bambinaia".

 Io mi limitai a chinare il capo.

 Ripartimmo, io sempre chiusa nel mio piccolo mondo. Facemmo tappa in altri due porti. Ero sicura che Dwalia e gli altri avessero rinunciato a cercarmi e che ormai fossero sbarcati. Speravo tanto che, dopo la seconda sosta, la mercante Akriel cominciasse a farmi uscire dalla cabina, ma non fu così e io non chiesi niente. Invece mi mostrò un registro dove teneva i conti. Una pezza di tessuto comprata per una certa somma e rivenduta a un'altra. C'era una colonna di cifre separata per quanto sborsava per ogni viaggio. Mi fece vedere anche un elenco delle spese per il mio abbigliamento, la carta, il libro, gli inchiostri e persino la penna con cui mi fece addizionare le cifre per dimostrare quanto valessi. Per lei era stato un investimento, mi spiegò, e avrebbe dovuto vendermi ad almeno il doppio di quella somma per ritenersi soddisfatta dell'affare. Guardai il risultato finale. Ecco quanto valevo in quella nuova parte della mia vita. Trassi un respiro profondo e decisi di valere molto di più.

 Poi arrivò il giorno in cui mi ordinò di preparare il baule con i suoi effetti personali, perché saremmo entrati in porto prima di sera e lì saremmo sbarcate. La città si chiamava Borgo Spauracchio perché si trovava alla foce del fiume Spauracchio, a Scisto. Non feci domande. Sapevo di avere oltrepassato i confini di qualunque mappa avessi mai visto. Lei canticchiava soddisfatta mentre io preparavo i bagagli, attenta a mettere ogni cosa nello scomparto apposito, e dopo mi diede una sacca dove infilare la mia roba. Mentre si acconciava i capelli e sceglieva un paio di orecchini, mi disse di aver risparmiato una discreta sommetta, dacché la nave era riuscita a eludere la Flotta del Dazio delle Isole dei Pirati. Da questo arguii che avevamo superato quelle isole, ma non mi fu dato di sapere altro.

 Quando arrivammo all'imboccatura del porto, i marinai ammainarono le vele e alcune lance ci vennero incontro per agguantare le cime lanciate da bordo. Gli schiavi ai remi ci rimorchiarono alla banchina. Fu un tragitto lento e noioso, ma Akriel mi lasciò in cabina, senz'altro da fare se non alzarmi in punta di piedi e sbirciare dall'oblò. Una volta ormeggiati, la mercante tornò e mi ordinò di seguirla. Mi girava un po' la testa al pensiero di uscire dopo tanti giorni d'isolamento.

 All'inizio mi tremarono le gambe nel camminare e nel salire la scaletta per emergere in coperta, ma mi ripresi nel sentire il vento fresco sul viso, con i raggi del sole estivo che mi scaldavano il capo scoperto e si riflettevano sull'acqua. Oh, che bello l'odore del mare, della nave, della città! Fiutai fumo di comignoli e sudore di cavalli e un lezzo di urina vecchia come se la gente avesse vissuto troppo a lungo su quel fazzoletto di terra.

 "Seguimi", mi ordinò brusca la mercante. "Alloggio sempre nella stessa locanda. Il mio baule verrà portato direttamente sul posto, mentre le merci saranno scaricate nei miei magazzini. Devo incontrare alcune persone e organizzare le consegne, perciò per adesso starai con me, finché non deciderò dove collocarti."

 Mi piacque l'uso del termine "collocarti" invece di "venderti". Era una differenza sottile, ma mi dissi che intendeva trattarmi bene quanto guadagnare bene. Sebbene non avesse pagato niente per comprarmi e avesse investito pochi spiccioli per qualche indumento e l'occorrente per scrivere, mi auguravo che ricavasse un buon profitto per la gentilezza che mi aveva mostrato.

 Akriel camminava sicura e spedita nelle strade lastricate. "Muoviti!" m'ingiunse e, senza alcun preavviso, svoltò in un viale trafficato che attraversò decisa, schivando carri e cavalli senza battere ciglio. Quando raggiungemmo l'altra parte, io ero senza fiato, mentre lei sembrava fresca come una rosa. La sua andatura veloce mi costringeva a trottarle dietro; ben presto i capelli mi s'incollarono alla testa e un rivoletto di sudore mi corse lungo la schiena. D'un tratto si fermò, salì tre gradini di pietra e varcò un portone di legno ad arco. Era talmente pesante che faticai non poco per evitare di farlo sbattere quando lo richiusi.

 La locanda era molto diversa dall'unica altra che avessi mai visto, quella di Querceto d'Acqua. Il pavimento era di pietra bianca con venature dorate. Non faceva caldo e non aleggiava odore di cibo, come avevo sempre pensato fossero tutte le locande. La sala era tranquilla e spaziosa, con tavolini e comode poltroncine. Dopo l'afa delle strade, dentro regnava un delizioso freschetto e le pareti spesse lasciavano fuori i rumori e gli odori della città. Avvertii una strana brezza profumata di fiori; alzai gli occhi e mi stupii nel vedere un enorme ventaglio andare avanti e indietro per rinfrescare l'aria. Il mio sguardo seguì la cordicella che lo azionava fino a una donna in piedi in un angolo che la tirava ritmicamente. Non avevo mai visto né immaginato una cosa del genere e rimasi impalata a fissarla a bocca aperta finché Akriel non m'incitò a seguirla.

 Fummo accolte da un uomo vestito tutto di bianco. Aveva i capelli raccolti in sei treccine, ciascuna legata da un nastro di colore diverso. La sua pelle era color miele invecchiato e i capelli erano appena più scuri. "È tutto pronto. Aspettavo il tuo arrivo come ho visto attraccare la nave", disse con un sorriso più da amico che da albergatore.

 Lei gli mise qualche moneta sul palmo aperto e rispose che era bello rivederlo. Lui le porse una chiave. Mi sforzai di non fissarlo imbambolata e seguii la mercante su per una rampa di scale e lungo un corridoio con il medesimo pavimento di pietra bianca. Si fermò davanti a una porta, l'aprì con la grossa chiave di ottone ed entrammo in una camera molto elegante. In fondo troneggiava un letto enorme con soffici cuscini e una sovraccoperta bianca trapuntata. Sul tavolo al centro c'erano una ciotola di frutta e fiori e una caraffa di vetro con del liquido giallo chiaro. C'era anche una porta finestra aperta che dava su un piccolo balcone affacciato sulla città e sul porto.

 "Chiudila!" mi ordinò Akriel e io mi affrettai a obbedire per tenere fuori i rumori e gli odori della strada. Quando mi voltai, vidi che si era versata un calice di vino dorato. Si sedette su una poltroncina e sospirò, assaporandone un sorso.

 "A breve arriverà il mio baule. Aprilo. Tira fuori i sandali bianchi, la gonna rossa lunga e la blusa bianca con i bordi e i polsini rossi. Metti le spazzole e i gioielli su quella mensola con lo specchio e i profumi. Dopo potrai mangiare la frutta sul tavolo. Immagino ci sia una stanzetta per la servitù dietro quella porta. Non ho mai viaggiato con una cameriera, ma puoi riposarti un po' finché non torno." Esalò un altro sonoro sospiro. "Temo che mi toccherà uscire subito per controllare che le merci siano state recapitate in magazzino; poi dovrò avvertire tre miei clienti che sono tornata con quanto mi avevano ordinato." Prese il calice e scolò il resto del vino. "Non uscire da qui", mi ammonì e si avviò alla porta. Appena se la richiuse alle spalle, scese il silenzio. Io trassi un lungo respiro tremante. Ero salva.

 Mi aggirai per la camera, ammirando la raffinata mobilia. Sbirciai nella stanzetta: semplice ma pulita, con un basso pagliericcio e una coperta, un trespolo con catino e brocca, un vaso da notte e due ganci appendiabiti. Dopo aver dormito tante notti sul pavimento o sulla nuda terra, quel pagliericcio mi parve un lusso.

 Qualcuno bussò alla porta e io andai ad aprire a due robusti inservienti, che portarono dentro il baule da viaggio della mercante. Lo appoggiarono contro una parete e se ne andarono con un inchino del capo. Richiusi la porta e mi accinsi a eseguire gli ordini di Akriel. Un paio di oggetti erano caduti dagli scomparti durante il trasporto. Li raddrizzai, poi disposi le spazzole, i cosmetici e i profumi come mi aveva detto.

 Soltanto quando ebbi finito di sistemare tutto, mi avvicinai al tavolo con i diversi tipi di frutta. Alcuni non li conoscevo. Ne annusai uno verde chiaro e mi chiesi se dovevo morderlo così com'era, sbucciarlo o tagliarlo. Accanto alla ciotola c'erano un piatto e un coltellino. Decisi di mangiare quelli che mi erano familiari, alcune bacche succose dal sapore asprigno; dopo tanti giorni passati a pane e zuppa d'avena, e qualche pezzetto di carne quando mi andava bene, quel gusto fresco e prelibato mi fece venire le lacrime agli occhi. Poi scelsi un piccolo frutto rotondo simile a una prugna, ma di colore arancione, e me lo portai sul balcone. Mi sedetti per terra a gambe incrociate e lo mangiai adagio, mentre contemplavo il panorama attraverso la ringhiera. Il sole era caldo. Il porto brulicava di attività e nella lieve brezza spiravano gli strani odori di un luogo sconosciuto. Sbadigliai assonnata e dopo un po' rientrai e mi sdraiai sul pagliericcio. Mi addormentai.

 Mi svegliai quando un fascio di fievole luce mi colpì il viso. Mi resi conto che avevo sentito aprirsi la porta e mi affrettai a rotolare giù dal letto. Ero ancora intontita dal sonno, ma mi stampai sul viso il mio sorriso migliore e uscii dalla stanzetta, dicendo: "Spero che la giornata sia andata bene, mercante Akriel".

 Lei mi guardò perplessa. Aveva gli occhi vitrei.

 "Trovata!" esclamò Dwalia.

 "No!" strillai. Figure da incubo sciamarono nella stanza spingendo da parte la mercante. Kerf era sporco e trasandato, con la barba incolta e i capelli incollati al cranio. Si fermò con le spalle curve, la bocca socchiusa, gli occhi annebbiati. Le condizioni di Vindeliar non erano migliori. Era ovvio che il viaggio in mare era stato molto più disagevole per loro che non per me. L'uomo magico aveva le guance scavate, gli occhi infossati. Non si era mai pettinato e adesso i capelli gli pendevano in lunghe ciocche unte. Ma chi stava peggio era Dwalia: sembrava un mostro uscito da un racconto dell'orrore. Aveva la guancia viola, rossa e nera. La ferita si era richiusa, ma sopra non vi era ricresciuta la pelle. Vidi i fasci di muscoli facciali tendersi e contrarsi quando si mise a ridere. In mano aveva una lunga catena nera e capii che era per me.

 Urlai. Urlai e urlai, senza parole, il verso disperato di un animale in trappola.

 "Chiudi la porta, stupido!" gridò Dwalia a Vindeliar. Quando lui si voltò, una fievole scintilla si accese negli occhi della mercante.

 "Correte!" le urlai. "Sono ladri e assassini! Fuggite!"

 Lei reagì con uno scatto fulmineo e urtò lo stipite della porta proprio mentre Vindeliar la stava chiudendo. Lui spinse forte, puntellando i piedi, ma lei aveva già la testa e una spalla fuori dalla stanza e aveva recuperato la voce. Akriel gridò aiuto e io urlai mentre Dwalia ordinava invano a Kerf: "Uccidi la donna! Afferra la ragazzina! Chiudi quella porta, Vindeliar, idiota che non sei altro! Prendi il controllo di tutti!"

 Dal corridoio provenne un'esclamazione, "Oh, dolce Sa!" e poi rumore di passi affrettati; ma l'uomo stava fuggendo, non correndo verso di noi. Udii delle grida in lontananza, come se il tizio avesse allertato il personale della locanda, tuttavia gli ordini furibondi di Dwalia coprirono il senso di quelle parole.

 "Vindeliar! Convinci Kerf a ucciderla!" sbraitò.

 "No!" strillai io. Dwalia sembrava avere paura di mettermi le mani addosso. Io corsi all'uscio, sfrecciando accanto a Kerf che vagolava per la stanza come un automa, e cercai di aprirlo. Nel rendermi conto che non potevo contrastare la forza di Vindeliar, cominciai a prenderlo a calci sugli stinchi, anche se avevo le scarpette morbide, e a tempestarlo di pugni. Lo spiraglio si allargò e la mercante capitombolò sul pavimento del corridoio. Vindeliar richiuse di scatto la porta e le schiacciò la caviglia. Il rumore di ossa spezzate e l'urlo della donna mi ferirono le orecchie.

 "Lasciala perdere! Controlla il chalcediano! Kerf! Prendi Ape e facci uscire di qui!"

 Vindeliar scrollò la testa come un cane in un nido di vespe, e subito dopo Kerf entrò in azione. Senza più nessuno a tenerla pigiata, la porta si aprì e la mercante strisciò lungo il corridoio chiamando aiuto. Kerf mi afferrò con la mano sinistra ed estrasse la spada con la destra.

 "Portaci via!" gli ordinò Dwalia.

 Lui obbedì, trascinandomi per il braccio mentre io urlavo e mi divincolavo.

 "Uccidila!" berciò Dwalia, e io strillai per paura che intendesse me. Invece fu la mercante il bersaglio della sua lama. Kerf torreggiò su di lei a gambe divaricate e la colpì più volte, senza fermarsi nemmeno quando Dwalia ruggì: "Basta! Portaci via di qui! Fermati!"

 Il volto di Vindeliar era bianco come il ghiaccio e agitava le mani impotente. Non sapevo se fosse la vista di tutto quel sangue a indebolire la sua concentrazione o se Kerf stesse dando sfogo alla furia repressa nel sentirsi manipolato. Qualcuno si affacciò in fondo al corridoio, gridò inorridito e fuggì. Sentii qualcun altro invocare la guardia cittadina, ma nessuno arrivò in soccorso di Akriel o me. Mi torcevo, graffiavo, scalciavo come un'ossessa, però non credo che Kerf si accorgesse di me, pur tenendomi stretta per il braccio con una morsa d'acciaio. Con la mano libera continuò a colpire la mercante e capii quanto mi fossi affezionata ad Akriel soltanto quando la vidi ridotta a un ammasso di carne sanguinolenta.

 "Dobbiamo fuggire!" strillò Dwalia, mollando un ceffone a Vindeliar.

 Kerf si avviò a grandi passi, una mano che impugnava la spada gocciolante e l'altra che mi trascinava lungo il corridoio, mentre Dwalia e Vindeliar si stringevano dietro di noi. Se un feroce felino di montagna avesse sceso i gradini, la reazione dei presenti sarebbe stata la stessa. Quelli che si erano radunati in fondo alle scale attirati dalle urla, si separarono in due ali per farci passare. Attraversammo la sala elegante, dove Kerf lasciò una serie d'impronte insanguinate, e uscimmo in strada nella luce del crepuscolo.

 Uno scalpiccio di passi affrettati ed esclamazioni furiose raggiunsero le nostre orecchie. "Le guardie!" gridò Dwalia disperata. "Vindeliar, fa' qualcosa. Nascondici!"

 "Non posso!" rispose lui tra gli ansiti e i singhiozzi, sforzandosi di tenere il passo con la falcata marziale di Kerf. "Non ci riesco!"

 "Devi!" ringhiò Dwalia. Alzò il braccio e colpì ripetutamente Vindeliar con la catena che aveva in mano. Lo udii gridare e, quando mi voltai, vidi che dalla bocca gli usciva un fiotto di sangue. "Fallo!" ordinò lei.

 Lui emise un verso stridulo di dolore, paura e frustrazione. E nello stesso istante, le persone che ci fissavano sgomente stramazzarono al suolo. Alcune si contorcevano come se avessero un attacco di convulsioni, altre restarono immobili. Kerf si accasciò sulle ginocchia, poi rotolò su un fianco, schiacciandomi con il suo peso; persino Dwalia cadde carponi. Io sgusciai da sotto il chalcediano e mi alzai barcollante. Feci per scappare, ma Dwalia mi afferrò una caviglia e io finii a faccia in giù sul selciato. Il dolore delle ginocchia sbucciate mi strappò un ultimo grido dalla gola infiammata.

 "Incatenala!" ordinò Dwalia. Vindeliar si avvicinò, mi piantò un ginocchio sulla schiena e mi avvolse la catena intorno al collo, stringendola con un moschettone. Io la tirai con entrambe le mani, però Dwalia impugnava l'altro capo e mi strattonò. "Alzati!" ringhiò. "Alzati e corri! Ora."

 Senza guardarsi indietro, cominciò a caracollare per le vie cittadine. Io la seguivo inciampando, continuando a tirare la catena nel tentativo di strappargliela di mano. Dwalia scavalcava o aggirava i corpi caduti, mentre io ero costretta a saltarli o a calpestarli. Sembravano tutti tramortiti; qualcuno era scosso da un lieve tremore, altri giacevano inerti sul selciato. All'improvviso Dwalia imboccò un vicoletto buio che correva tra due alti edifici. A metà strada si fermò nell'oscurità e nel frattempo sopraggiunse Vindeliar singhiozzante. "Silenzio!" sibilò lei. Quando io aprii la bocca per strillare, lei tirò forte la catena e mi fece sbattere la testa contro il muro. Vidi le stelle e mi accasciai a terra.

 Doveva essere passato qualche minuto, perché mi resi conto che Dwalia scuoteva la catena e Vindeliar stava cercando di rimettermi in piedi. Mi appoggiai alla parete e mi alzai barcollante e stordita. In fondo al vicolo vidi balenare delle lanterne; qualcuno gridava di orrore, confusione e rabbia.

 "Da questa parte", ci ordinò Dwalia sotto voce, poi diede l'ennesimo strattone alla catena facendomi cadere di nuovo in ginocchio. Vindeliar singhiozzava sommesso. Lei si girò di scatto e gli diede uno schiaffo, come se volesse schiacciare una zanzara, quindi s'incamminò spedita. Io mi rialzai in tempo per evitare un'altra caduta. Mi sentivo debole, avevo la nausea.

 Vindeliar abbassò una delle mani con cui si tappava la bocca per soffocare i singhiozzi e osò chiedere: "E Kerf?"

 "Inutile", ribatté lei aspra. E con una punta di perfidia aggiunse: "Che se lo prendano pure. Li terrà occupati mentre noi troviamo un posto migliore dove nasconderci". Si voltò a fissare Vindeliar a occhi stretti. "E tu sei inutile quasi quanto lui. La prossima volta lascerò te in balia della folla."

 Accelerò il passo, seccata che io riuscissi a seguirla senza obbligarla a tirare la catena. Io cercai a tentoni il moschettone che Vindeliar aveva usato per chiuderla; lo trovai, ma non potei aprirlo. Lei ne approfittò per strattonare il guinzaglio di ferro e io le trottai dietro senza poter fare altro.

 Sbucammo in una strada buia, illuminata soltanto dalla luce che filtrava dalle finestre delle case. Non erano dimore sontuose. Dagli spiragli tra le assi di legno piovevano sottili raggi dorati e la strada era piena di fango e di buche. Dwalia ne scelse una a caso. "Bussa alla porta", ordinò a Vindeliar. "Convincili a farci entrare."

 Lui represse un singhiozzo. "Non credo di potercela fare. Mi fa male la testa. Ho i brividi. Ho bisogno di…"

 Lei lo colpì con l'estremità libera della catena, facendomi cadere di nuovo in ginocchio. "Non hai bisogno di niente tu! Fallo! Ora!"

 Io parlai a bassa voce, ma chiara. "Scappa, Vindeliar. Fuggi! Lei non può fermarti. Non può costringerti a fare niente se non vuoi."

 Lui mi guardò e per un istante i suoi occhietti rotondi si spalancarono. Poi Dwalia mi frustò due volte con la catena e Vindeliar volò su per i gradini sgangherati della casupola, bussando forsennato come qualcuno che avvisa che c'è un incendio o un'inondazione.

 Un giovane spalancò la porta di colpo e sbraitò: "Che c'è?" Un attimo dopo il suo volto si rilassò e disse: "Prego, amico! Entra pure!"

 A quelle parole Dwalia sfrecciò verso l'uscio aperto e io fui costretta a seguirla. L'uomo si spostò di lato per farci passare e, mentre stavo per varcare la soglia alle spalle di Dwalia, mi accorsi del suo tragico errore. Il giovanotto che ci aveva aperto e annuiva sorridente non era solo. C'erano due uomini anziani seduti al tavolo, che fissavano accigliati sia lui, sia noi. Una vecchia che rimestava un pentolone sul focolare gli chiese: "Ma che ti è saltato in mente di far entrare degli estranei in casa nostra nel cuore della notte?" Un ragazzino pressappoco della mia età ci guardò allarmato e corse a prendere un ciocco di legno dal focolare, brandendolo come un manganello. Lo sguardo della vecchia si posò sul volto di Dwalia. "Un demone? Sei un demone!"

 Vindeliar si girò verso Dwalia con un'espressione mortificata. "Non posso controllare tutte queste persone insieme. Non più. Non ce la faccio!" E scoppiò in singhiozzi.

 "Invece sì!" ribatté lei implacabile. "Fallo!"

 Io ero ancora sulla soglia; impugnai salda la catena sotto il mento e indietreggiai. "Io non c'entro niente!" gridai disperata. Tutti ci stavano fissando impietriti dalla paura. Il mio grido li riscosse.

 "Assassini! Demoni! Ladri!" strillò la vecchia. Il ragazzino si slanciò contro Vindeliar mulinando il ciocco di legno. Vindeliar alzò le braccia per proteggersi la testa, ma gli piovve addosso ugualmente una gragnuola di colpi. Dwalia arretrò verso la porta, ma non fece in tempo a evitare il pesante boccale che le scagliò contro uno degli uomini. La prese in pieno viso e la birra le si rovesciò dappertutto. Lei ululò infuriata, poi fuggì trascinandomi appresso. Vindeliar ci seguì, uggiolando come un cane bastonato mentre il ragazzino continuava a picchiarlo sulle spalle e sulla schiena, incitato dal padre e dagli zii.

 Continuammo a correre anche dopo che la famiglia aveva smesso d'inseguirci, perché le grida e il baccano avevano allarmato i vicini, usciti sulle verande a guardare che cosa stesse accadendo. Ben presto, però, Dwalia cominciò a stancarsi e rallentò l'andatura fino a una camminata veloce, dandosi ripetute occhiate alle spalle.

 Vindeliar ci raggiunse; si teneva la testa tra le mani e frignava disperato. "Non ce la faccio, non ce la faccio, non ce la faccio", continuava a ripetere, finché persino a me venne voglia di prenderlo a sberle.

 Dwalia ci stava riportando in città. Aspettai di arrivare nelle strade dove le case erano solide, con vetri alle finestre e porticati di legno, poi afferrai la catena, piantai i talloni a terra e tirai con tutte le forze. Dwalia non mollò la presa, ma si fermò e m'incenerì con lo sguardo. Vindeliar, tremante al mio fianco, si teneva ancora la testa contusa tra le mani.

 "Lasciami andare", dichiarai risoluta. "Altrimenti strillerò finché questa strada non si riempirà di gente. Dirò a tutti che siete rapitori e assassini!"

 Per un attimo Dwalia sgranò gli occhi, e io pensai di aver vinto. Invece si protese su di me. "Fallo!" mi sfidò. "Coraggio. Ci saranno dei testimoni che ci riconosceranno, non ne dubito. E la gente penserà che sei stata nostra complice, la cameriera che ci ha fatti entrare per derubare e uccidere quella donna. Perché questa è la storia che racconteremo e Vindeliar indurrà Kerf a confermarla. Ci impiccheranno tutti insieme. Forza, marmocchia, strilla!"

 La fissai a bocca aperta. Sarebbe andata così? Non avevo nessuno ad avvalorare la mia versione. La mercante Akriel era morta, massacrata dalla spada di Kerf. Di colpo quel lutto mi colpì come un pugno allo stomaco. Era morta a causa mia, come Vindeliar mi aveva avvertita sarebbe successo. Avevo di nuovo abbandonato il Sentiero e di nuovo qualcuno era morto. Non volevo credere alle superstizioni di Vindeliar sul Sentiero. Era stupido e ridicolo credere che ci fosse un unico modo per vivere la mia vita. Eppure ero ripiombata nella stessa situazione, viva, mentre chi aveva tentato di aiutarmi era morto. Avrei voluto piangere per Akriel, ma il dolore era troppo forte persino per le lacrime.

 "Come immaginavo!" esclamò Dwalia trionfante. Si girò e diede uno strattone alla catena, che mi sfuggì dalle mani escoriate. Ancora una volta mi ritrovai a seguirla nel buio.