Una principessa Lungavista
Un uomo grigio canta nel vento. È grigio come le nubi temporalesche, grigio come la pioggia che batte sui vetri. Sorride, mentre le raffiche di vento gli sfilacciano il mantello e i capelli, che volano via. Anche lui si sfilaccia e i suoi brandelli si perdono nel vento, finché resta soltanto la sua canzone.
Mi sono svegliata da questo sogno sorridendo. È una promessa, una bella promessa. Si realizzerà.
Diario dei sogni di Ape Lungavista
ADESSO ero un membro della famiglia reale. Non mi piaceva molto l'idea. Capivo perché mio padre avesse cercato di risparmiarmelo.
Il viaggio nel pilastro d'Arte filò liscio come l'olio. La vera agonia fu il corteo per raggiungerlo, e gli addii infiniti e i ruggiti di commiato dei draghi. Mi dolevano i muscoli a furia di sorridere e d'inchinarmi e di sperticarmi in ringraziamenti. Avevo pregato che Per venisse con me e me lo concessero. Con una mano stringevo la sua, con l'altra quella di Clansie, ed entrammo nella pietra come una collana di perline.
Soltanto per scoprire che, dall'altra parte, c'era un comitato di benvenuto ad aspettarci, con relativo corteo e successivo banchetto con musica e danze. Avevo stretto sempre di più la mano di Per quando ce l'avevano annunciato e fu solo quando lui mi disse: "Mi gira la testa", che mi resi conto di quello che gli stavo facendo. Rompicapo, che era al mio fianco dall'altro lato, s'intromise tra noi e appoggiò una mano sulla mia spalla e l'altra su quella di Per. Ci sentimmo meglio entrambi grazie a quel contatto.
Quante cose accaddero quel giorno! Conobbi mia nipote, in forma ufficiale, davanti a tutti, con una riverenza su un palco rialzato. Il faccino rosso spuntava da un tripudio di merletti ricamati di perline; strillò tutto il tempo delle presentazioni. Urtica aveva l'aria esausta. Dopo la cerimonia andammo a prendere il tè in una sala gremita di dame dall'abbigliamento stravagante che sembravano aver fatto il bagno nel profumo.
Quando mi lamentai che ero un po' stanca, mi condussero in una stanza e dissero che era mia. Trovai lo splendido guardaroba che Bagordo aveva fatto per me, con tutte le mie vecchie cose. Poi entrò Prudenza e mi rivolse un grazioso inchino. Io strillai e piansi e la tempestai di domande, se era proprio lei, se stava bene, perché ero sempre stata convinta che i predoni l'avessero uccisa. Anche lei cominciò a singhiozzare, finché la donna che mi aveva accompagnata minacciò di chiamare un guaritore per somministrarci un calmante per quell'"attacco isterico". Io persi la pazienza e le ordinai di andarsene. Prudenza chiuse a chiave la porta e finalmente piangemmo in santa pace fino a esaurire le lacrime.
Prudenza affermò di essersi ripresa bene, ma io sapevo che non era vero. Era arrivata appena il giorno prima; sarebbe stata la mia cameriera personale al castello, dacché mia sorella voleva che la mia vita alla Rocca di Castelcervo non subisse eccessivi stravolgimenti. Mi raccontò che il castello era enorme e pieno di gente, tanto che la notte lei aveva paura di uscire dalla sua stanza. In fondo era una semplice ragazza di campagna, che cosa ci faceva a corte?
Le risposi che anch'io mi chiedevo la stessa cosa riguardo a me. Lei mi abbracciò così forte che per poco non mi spezzò le costole.
Mi aiutò a spogliarmi degli indumenti degli Antichi, operazione rapida a cui seguì invece una lenta e noiosa vestizione. Mi fece indossare delle sottane rigide e fruscianti, che esaltò come l'ultima moda di Jamaillia. Non avevo i pidocchi, ma sostenne che era soltanto per pura fortuna, perché avevo i capelli aggrovigliati e annodati, nonostante gli sforzi di Fiamma per domarli. Ne lasciai una discreta quantità fra i denti del suo pettine. Incontrai gli altri in un salottino e marciammo tutti in una sala grandiosa piena d'invitati, dove avrei dovuto cenare a un tavolo sulla pedana rialzata. Sciò era seduta a tre sedie di distanza da me. Adesso era dama Scintilla e indossava abiti ancora più sfarzosi di quelli che aveva a Giuncheto. Mi domandai se continuasse a gettarli sul pavimento quando si spogliava. Ci scambiammo soltanto un'occhiata.
Dormii nel grande letto della mia nuova camera e sognai che aprivo l'armadio e Bagordo mi guardava dallo specchio, ringraziandomi dei fazzoletti che gli avevo comprato. Mi svegliai piangendo. Prudenza si precipitò nella stanza e si sdraiò a dormire accanto a me, stringendomi la mano per tutta la notte.
Fu il giorno dopo che si tenne una cerimonia funebre per mio padre? Bruciai una sola ciocca di capelli, dacché Urtica mi disse che non potevo rasarmi. Fu quel giorno che venni presentata al re e alla regina? Non saprei dirlo con precisione, perché le giornate si susseguivano confuse e mescolate, come un cesto di matasse di lana ingarbugliate. Ogni giorno dovevo incontrare qualcuno, accettare le condoglianze di qualcun altro, presenziare a un pranzo o a una cena. Andai a un colloquio privato con dama Kettricken, che non appena aveva appreso la notizia della morte di mio padre, si era messa a letto e non si era più alzata. Era pallida e piuttosto vecchia. Con un sorriso triste, mormorò: "Che bei riccioli biondi. Chissà se Veritas avrebbe potuto darmi una bella bambina come te. Se solo avessimo avuto più tempo". Lo trovai alquanto imbarazzante.
Ci fu un incontro ufficiale con dama Scintilla. "Sono addolorata per la tua perdita", le dissi di fronte alle damigelle che l'accompagnavano e a dama Borbotta che mi seguiva sempre come un'ombra. "E io per la tua", rispose lei. Che cos'altro c'era da dire? Non osavamo nemmeno guardarci negli occhi. Nessuna delle due voleva ricordare, figuriamoci parlare, di quello che avevamo vissuto insieme. Dopo un po' domandai scusa, ma ero stanca e desideravo riposare. Anche quell'obbligo era stato adempiuto. Ai pasti, ci limitavamo a scambiarci un cenno di saluto.
Una volta chiesi di vedere Per e mi dissero che quel giorno non avevo il tempo, ma mi assicurarono che era trattato con tutti i riguardi e che gli avevano regalato una coppia di cavalli neri, del migliore allevamento di Castelcervo, e offerto un posto nelle scuderie reali. M'informai se gli avessero affidato anche Preziosa. Dama Borbotta rispose che non lo sapeva, ma che si sarebbe premurata di accontentarmi, se per me era importante. Lo era eccome.
Urtica e Rompicapo m'invitarono a una cena tranquilla tra noi, ma la neonata, la balia, due damigelle di Urtica, dama Borbotta e uno dei valletti di Rompicapo non potevano essere esclusi, così mi sedetti composta a tavola e chiacchierammo di cose futili, tipo quanto era squisita la crostata di more. Più tardi, quando rimase soltanto la balia, Urtica mi comunicò che presto sarei diventata una delle dame di compagnia della regina, ma che non dovevo temere, perché Elliania era molto gentile. Inoltre mia sorella desiderava che imparassi tutto quello che a lei, purtroppo, non era stato insegnato. Mi sarebbe stato affidato un precettore personale. "Lante?" chiesi, non sapendo se sperarlo o temerlo.
"Messer FitzVigilante ha altri doveri, purtroppo. Lo scrivano Rigore ha insegnato a molti figli di nobili e, oltre alle normali materie scolastiche, ti istruirà su etichetta e protocolli di corte."
Annuii e lanciai un'occhiata furtiva a Rompicapo. Il suo sguardo era un misto di preoccupazione e compassione.
A partire dal giorno seguente, il mio tempo fu scandito dalle ore di lezione con il tutore, e da quelle passate in compagnia della regina. Dovevo imparare i nomi di ogni duca e duchessa, dei loro figli, e i colori e gli stemmi delle diverse casate. Ogni sera dovevo cenare nella grande sala da pranzo, seduta a sinistra di Rompicapo e Urtica.
Quando ero con la regina e le sue dame, mi era stato raccomandato di sedere dritta, di ricamare, tessere o lavorare a maglia come facevano loro, e di ascoltare le chiacchiere senza intervenire. Mi avevano assegnato un posto accanto a dama Scintilla ed entrambe ci tenevamo occupate per non rivolgerci la parola. Il terzo giorno, però, la regina Elliania ci disse di continuare a lavorare, mentre lei andava a riposarsi. Nel momento stesso in cui la porta si chiuse alle sue spalle, mi parve di diventare una crosta di pane lanciata in mezzo a un branco di galline.
"Che bei riccioli biondi, dama Ape! Li lascerete crescere adesso?" esclamò una.
"È vero che siete stata ridotta in schiavitù nel Chalced?" sussurrò un'altra scandalizzata.
"Non conosco quel punto che avete usato per ricamare le violette. Vi spiace insegnarmelo?"
"Messer FitzVigilante ci ha detto che siete la fanciulla più coraggiosa che abbia mai conosciuto. Che uomo affascinante! Una sera di queste vi andrebbe di venire insieme a lui a giocare a carte con me e dama Clemente?"
"Abbiamo saputo così poco delle vostre avventure", sorrise dama Fertile, avida di notizie. "Mi vengono i brividi se penso a voi e a dama Scintilla nelle grinfie di quei mostri!"
Con un'occhiata eloquente a Sciò, dama Vermiglia aggiunse: "Dama Scintilla non ci ha raccontato quasi niente del giorno in cui hanno attaccato Giuncheto. Dovevate essere terrorizzate! I chalcediani, a quanto ne so, non hanno rispetto per le donne quando saccheggiano. E l'hanno tenuta prigioniera per molti giorni. E molte notti".
Guardai Sciò di sottecchi. Le tremava il mento, poi strinse i denti. "È stato un periodo difficile. Non ho voglia di parlarne", rispose rigida. Intuii che non era ben accetta in quella stanza e che dama Vermiglia l'avrebbe svergognata, se solo avesse potuto. Dama Vermiglia era una bella donna, però mai quanto Sciò con i suoi occhi verdi e i lunghi capelli ondulati, né aveva le sue forme aggraziate. Stavo cominciando a capire che questi dettagli a corte erano importanti.
Dama Vermiglia decise di stuzzicare me. "Allora potrà dirci qualcosa la piccola Ape! Come siete riuscite a sopravvivere, nelle mani di quei bruti spietati?" Impossibile non notare l'insinuazione insita nella domanda, quasi fosse un segreto risaputo.
La fissai dritta negli occhi. "Sono ‘dama' Ape!" le rammentai, e le altre ridacchiarono sommesse. Una mi rivolse una fugace occhiata di comprensione, poi riabbassò subito lo sguardo sul cucito. Mi sforzai di assumere il tono vibrante di Ticcio quando aggiunsi: "Sono sopravvissuta perché Scintilla mi ha protetta. Quando ero malata, mi curava. Quando avevo freddo, condivideva la sua coperta con me. Si assicurava che mangiassi. E ha tentato di aiutarmi a fuggire, a suo rischio e pericolo". Sì, pendevano tutte dalle mie labbra. Feci una pausa a effetto. "Lei ha ucciso per me. Ed è scappata per avvertire mio padre e metterlo sulle mie tracce. Ha il cuore di una leonessa." La guardai per un istante nei grandi occhi verdi, poi mi girai sorridendo verso dama Vermiglia. "Se qualcuno la ferisce, io sanguino. E se io sanguino, la principessa Urtica lo verrà a sapere."
"Santo cielo!" esclamò dama Vermiglia insuperbita. "La gattina ha sfoderato gli artigli!"
Le altre ridacchiarono starnazzanti come tante oche giulive.
"L'ape ha il pungiglione", la corressi. Lei mi guardò in cagnesco, ma io le sorrisi amabile. Mi accorsi che non aveva alcun tipo di barriera. "Invece delle nostre disavventure, a tutte noi piacerebbe molto di più sapere della vostra tresca di ieri notte. Con il gentiluomo che indossa un giustacuore verde e ha i capelli troppo impomatati."
Sciò si coprì la bocca con una mano, per trattenere non un'esclamazione scandalizzata, ma una risata di gusto.
"Non è vero!" Dama Vermiglia si alzò di scatto, le sottane fruscianti simili ad ali di uccello, e si avviò alla porta come un turbine. Sulla soglia, si voltò per sibilare: "Questo succede ad ammettere la plebaglia in un circolo ristretto di nobili dame!" E uscì.
Non avrei permesso che la frecciata mi colpisse, e tanto meno Sciò. "È scappata via come una gallina spaventata, non ti pare?" le dissi con un sogghigno forzato. Le altre emisero una risatina nervosa alla mia battuta. Dama Vermiglia era popolare, ma non simpatica. Ero sicura che avremmo incrociato di nuovo le spade.
Sciò drizzò le spalle. Appoggiò il cucito in un cestino ai suoi piedi e si alzò con molta più grazia di quanta ne avesse mostrata dama Vermiglia. Mi tese la mano. "Vieni, cuginetta. Facciamo una passeggiata nel Giardino delle Donne."
A mia volta posai il ricamo. "Mi hanno detto che lì i fiori vermigli sono incantevoli." Stavolta la risata delle dame fu più sfacciata.
Uscimmo dalla stanza e nessuna ci seguì. Ciononostante, Sciò si guardò alle spalle e m'incitò: "Presto!" Mi condusse non nel Giardino delle Donne, con i suoi fiori ed erbe aromatiche, bensì in cima a una torre con un ampio giardino pensile, fitto di piante in vaso, pieno di statue e di panchine. Usò una chiave per aprire la porta. Passeggiammo per un'oretta, parlando poco. Al momento di andarcene, mi consegnò la chiave. "Era la chiave di mio padre. È un bel posto per godersi un po' di solitudine."
"E tu?" le domandai, e lei mi sorrise.
"Finché era in vita, era lui a proteggermi a corte. Adesso non ho nessuno."
"Tuo fratello?"
"Mi accorgo che con me è a disagio", rispose rattristata. "E io lo stesso", ammise.
"Preferirei affrontare una banda di uomini armati di coltello piuttosto che quel branco di cagne armate di aghi", sbottai inviperita.
Lei scoppiò a ridere. Il vento le aveva riacceso un po' di colore sulle guance e nella smorfia delle sue labbra vidi riaffiorare una traccia della vecchia Sciò. "Quel ‘giustacuore verde' è un'arma più affilata di qualsiasi coltello abbia mai impugnato. Ti prometto che saprò come usarla." Alzò le mani e piegò le dita. "È ora che la leonessa tiri fuori gli artigli!" E se ne andò, lasciandomi nel giardino pensile, con il vento che soffiava il profumo del gelsomino e sospingeva i batuffoli di nuvole come tante pecorelle che si rincorrevano.
La mia vita cominciò ad avere una sua regolarità, sebbene alquanto articolata. Non vedevo mai Fiamma e Per. Com'era prevedibile, Amato aveva indossato i panni di un'altra persona: adesso era messer Fato. Veniva a trovarmi una volta al giorno, all'orario prestabilito, e parlavamo. Mi chiedeva sempre se stavo bene e io rispondevo di sì. Aveva imbastito una storia complicata per spiegare chi era e come si fosse unito a mio padre e a Lante per salvarmi, ma non me ne importava niente. Mi portò qualche regalino: una ghianda di legno intagliato con uno scompartimento segreto sotto la cupoletta, un pupazzetto vestito di bianco e nero, e uno zufolo migliore di quello che avevamo ricavato dalle canne di fiume. Una volta, mentre varcava la soglia per uscire, mi disse: "Andrà meglio, Ape. A qualcuno capiterà una disgrazia o una gioia, e allora non ti staranno più con il fiato sul collo. La bambina di Urtica si tranquillizzerà e tua sorella non sarà più tanto stanca. E quando nascerà il figlio della regina Elliania, tu ti ritroverai beatamente relegata sullo sfondo delle politiche di palazzo".
Non mi parve molto incoraggiante. Comunque sia, ogni mattina cominciava una nuova giornata e ogni sera mi mettevo un'altra giornata alle spalle.
Un giorno, però, Clansie venne a prendermi per accompagnarmi nella sala dove Urtica era solita riunirsi con la Confraternita della Regina. Era una delle sei che vivevano a Castelcervo o nelle immediate vicinanze. Una per ogni principe, una per il re, la confraternita di Urtica… troppe, pensai. M'irritai non poco quando Clansie riferì a mia sorella l'enorme potenza della mia Arte, aggiungendo che a Kelsingra era stata costretta a darmi l'efedra. Venni a sapere che, durante il sonno, i miei sogni, non quelli da Bianca ma quelli normali, traboccavano dalla mia mente e turbavano i membri delle confraternite. Scusandosi per l'ardire, Clansie suggerì di continuare a somministrarmi dosi quotidiane di efedra finché non fossi stata capace di controllare l'Arte oppure fino a estinguerla del tutto. Urtica le rispose che prendeva atto della sua proposta e che ci avrebbe riflettuto.
Quando parlai a Urtica da sorella a sorella, le chiesi se non avessi il diritto di dire la mia in proposito, ma lei rispose: "A volte un adulto deve decidere che cos'è meglio per un giovane, Ape. Fidati di me".
Non ero persuasa.
Per fortuna mi capitò anche qualcosa di bello. Una sera tardi, Ticcio venne a trovarmi con Lante e messer Fato. Prudenza ne rimase scandalizzata, ma le rammentai che Ticcio era il mio fratello adottivo. Lui attaccò a suonare qualche canzoncina allegra e ben presto anche Prudenza si mise a ridacchiare. Poi messer Fato mi disse che, quando mi fossi sentita pronta, avrei dovuto raccontare a Ticcio per filo e per segno tutto quello che avevo vissuto, dacché era parte della storia del Cervo e avrebbe dovuto essere ricordato. Mi tornarono in mente le parole di mia sorella e gli risposi che "prendevo atto della sua proposta e che ci avrei riflettuto".
Ticcio esclamò sogghignando: "Ci avrei scommesso!" e attaccò le note iniziali di un'altra canzone.
I giorni passavano, con cene e presentazioni e ricevimenti con altri giovani nobili della mia età che avrei dovuto frequentare. Dama Borbotta organizzava la mia vita sociale. A turno, i miei fratelli vennero a farmi visita, alcuni con mogli e figli al seguito. Mi accorsi che quasi non li riconoscevo più. Li amavo, ma si trattava di una forma distaccata di affetto, lo stesso che mi riservavano loro. Li osservavo insieme a Urtica e alla bambina, ascoltavo le loro battute, i loro consigli, i loro "ti ricordi?", retaggio di una famiglia di cui non avevo mai fatto parte. Furono tutti gentili e mi portarono il genere di regali che si ritengono adatti a una giovane parente. Rompicapo sedeva accanto a me durante quelle visite perché avessi qualcuno con cui conversare e m'insegnò a sorridere a degli estranei che mi volevano bene e che non avevano la minima idea di ciò che avevo patito, e che ovviamente non avevo alcuna voglia di rivelare. In quelle circostanze ero contenta che Per mi avesse consigliato di cancellarmi le cicatrici. Le rare volte in cui aprii bocca, raccontai di aver visto navi trasformarsi in draghi, polene che si muovevano e parlavano, e le meraviglie di Kelsingra. Sono sicura che giudicarono almeno metà di quelle storie semplici fantasticherie infantili, e a me stava bene così.
Cominciavo a capire perché mio padre la notte scriveva e poi bruciava tutto.
Poi arrivò una mattina in cui mi ritrovai con del tempo libero, perché la regina incinta aveva congedato le dame per riposarsi. Allora chiesi il permesso di fare una passeggiata a cavallo e, quando me lo concessero, insistetti che avrei montato soltanto Preziosa. Mentre mi vestivo, mi arrivò la mazzata: altri quattro nobili, miei coetanei, tra cui due ragazze, mi avrebbero accompagnata, ciascuno scortato dal proprio staffiere. E per giunta sarebbero venuti anche alcuni genitori. FitzVigilante e messer Fato avrebbero cavalcato al mio fianco. Mi rincuorai quando vidi che era presente anche Perseverante, ma si limitò a tenere Preziosa per la capezza, mentre il "mio" staffiere si offriva di farmi montare in sella. Era troppo. "So salire a cavallo da sola", sbuffai, e risultai viziata e petulante persino alle mie orecchie.
Ma accadde di peggio. Eravamo costretti a un'andatura lenta per consentire agli adulti di conversare e ai giovani di annoiarmi con chiacchiere insulse e banali. Per cavalcava a debita distanza. Mi voltai sulla sella e per un attimo i nostri sguardi s'incontrarono. Mi protesi sul collo di Preziosa e le dissi: "Vai!"
Usai l'Arte con lei? Non credo. Fatto sta che, con un agile scatto, balzò in testa al gruppo e io la incitai a proseguire. Per la prima volta da quando ero stata rapita, mi sentivo me stessa, libera e padrona della situazione, anche se ero in groppa a una cavalla al galoppo sfrenato. Udii qualcuno gridare alle mie spalle, un paio di strilli femminili, ma non vi badai. Abbandonammo il sentiero e ci addentrammo nella foresta che copriva il pendio di una collina. Superammo la vetta, scendemmo dall'altro lato, guadammo un torrente fangoso e risalimmo un'altra ripida scarpata. Al principio avevo udito uno scalpitio di zoccoli che m'inseguivano, poi più nulla. Aderivo al corpo di Preziosa come una seconda pelle; eravamo entrambe felici di quello stretto contatto. Emergemmo dalla boscaglia sulle pendici di una collina erbosa. Sotto di noi i campi si estendevano come un immenso tappeto verde, punteggiato di pecore simile a tanti bottoni d'avorio. Preziosa si fermò e tutte e due riprendemmo fiato.
D'un tratto udii un altro cavallo alle mie spalle. Mi voltai e vidi chi avevo sperato. Per galoppava su una splendida giumenta nera, proprio come quella che gli avevano promesso. Frenò la cavalla accanto a me e le diede qualche pacca sul collo.
"Come si chiama?" gli domandai.
"Bella-di-maggio", rispose con un sorriso. Che svanì dopo un istante. "Ape, dobbiamo tornare indietro. Gli altri saranno spaventati a morte."
"Dobbiamo proprio?"
"Sì."
"Ancora qualche minuto lontani da quella gente. Sono tutti così…" Esitai e lui aspettò. Non riuscivo a trovare una parola che esprimesse come mi osservavano e mi assillavano. "Non riesco mai a stare da sola."
Lui si accigliò. "Vuoi che ti lasci in pace?"
"No. Qui con te posso stare in pace. Tu non mi guardi mai come se fossi una mosca nella minestra."
Lui si mise a ridere e anch'io. "Come va la vita? Come ti trattano?" La sua ilarità si spense. "Sono soltanto uno dei tanti garzoni di stalla. Il capo stalliere mi dice spesso di ‘non montarmi la testa'. Ieri mi ha rimproverato perché mi ero trattenuto troppo nel box di Preziosa. Dice che non devo fare favoritismi con i cavalli." Si massaggiò la nuca. "Mi ha picchiato con il manico di una scopa quando gli ho detto che la giumenta di Lante aveva bisogno di altra biada. ‘Messer FitzVigilante per te, ragazzo! E non dirmi come fare il mio lavoro!'"
Lui si mise a ridere, ma io non ci trovai nulla di divertente.
"E tu?"
Sospirai. "Sempre lezioni. Continui cambi di abito, seguiti da lunghe ore seduta composta e immobile con le sottane che mi pizzicano da morire. Dama Borbotta mi sta appiccicata addosso, mi corregge, mi tiene ‘utilmente impegnata'. Ma sempre tra quattro mura."
"Vedi Fiamma qualche volta? Lante e…" esitò. "E messer Fato?"
"Fiamma non l'ho più incontrata. Lante e Amato sono bravi quasi quanto mio padre a piantarmi da sola."
Per inarcò un sopracciglio e io mi pentii di aver detto quella frase. Però era vero. Perché, nonostante tutte le moine di Amato, lo vedevo soltanto quando veniva a ficcare il naso nel mio diario dei sogni o a farmi domande.
"Mi mancano tutti", mormorò Per.
"Tu non li vedi?"
"Fiamma? Mai. Messer FitzVigilante e messer Fato? Gli sello i cavalli e Lante… messer FitzVigilante, mi allunga regolarmente una moneta. Ci guardiamo negli occhi e so che mi vogliono bene, ma c'è sempre qualcuno nei paraggi, e loro devono salvare le apparenze." Si batté il palmo sulla tasca, che tintinnò. "Mi domando se mi daranno mai il tempo di spenderle."
Udimmo altri rumori di zoccoli. Io e Per drizzammo la schiena e lui tirò le redini della sua cavalla per scostarsi da me. Prima Lante, poi Amato emersero dal bosco, entrambi con l'aria molto agitata. Amato si avvicinò a me e mi sussurrò in fretta: "Un tafano ha punto la tua cavalla, che è scappata via. Per vi ha rincorse ed è riuscito ad afferrarla per la capezza. Per, smonta subito e prendile le redini. Svelto!" E con piglio severo, aggiunse: "Ape, non mettere mai più Per in condizioni di essere rimproverato o punito. Devi sembrare sconvolta quando arriveranno gli altri".
Per eseguì gli ordini di Amato senza fiatare. Quanto a me, data la rabbia che mi ribolliva in corpo, non avevo difficoltà ad apparire "sconvolta". Ogni volta che Amato cominciava a piacermi, faceva qualcosa che riattizzava il fuoco del mio risentimento. Sentirlo trattare Per in quel modo mi fece venire voglia di sputargli addosso. Aprii la bocca per vomitargli tutto il mio disprezzo, ma a quel punto sopraggiunsero due staffieri e il padre di qualcuno.
Tutti a informarsi come stavo, se ero caduta, e uno degli staffieri suggerì sommessamente di affidarmi una cavalcatura più mansueta, "almeno finché madamigella non avrà affinato le sue arti equestri".
Prendemmo una strada più lunga e meno scoscesa per tornare sul sentiero battuto; due delle madri insistettero per rincasare perché erano rimaste molto turbate e non volevano assistere a un altro incidente con quella "cavalla indocile". Tutti i ragazzi mi fissavano con gli occhi sgranati. Per restò in coda al corteo come prima.
Più tardi, Urtica mi convocò per dirmi "una parola". Fu ben più di una parola e, mentre lei cullava la neonata che frignava camminando avanti e indietro nella stanza, mia sorella mi rammentò che ormai dovevo comportarmi con un certo decoro. Non le chiesi se avesse deciso qualcosa in merito alla mia Arte. Non mi sembrava il caso di sottolineare che ero caparbia e ribelle per molti altri versi.
Rompicapo mi riaccompagnò in camera mia e, sulla soglia, mi disse: "Se ti può consolare, anche a tuo padre non piaceva questo aspetto della sua vita. Ma ci si è adattato, e devi farlo anche tu".
Quella sera mi coricai prima del solito, pensando che certi schiaffoni di Dwalia erano stati più facili da sopportare delle parole aspre e dell'espressione delusa di Urtica. Com'ero ormai abituata a fare, innalzai le barriere prima di addormentarmi, per tenere a bada i miei incubi e non lasciar entrare nessuno nella mia mente. La finestra era buia e il castello silenzioso, quando mi svegliai per una musica distante. Per un po' rimasi immobile, in ascolto, chiedendomi chi fosse alzato a quell'ora a suonare e per chi. Non riuscivo a identificare lo strumento, ma la melodia si adattava perfettamente al mio stato d'animo. Era malinconica, eppure non triste, come se la solitudine non fosse una brutta cosa.
Scesi dal letto e indossai una vestaglia. La porta della cameretta di Prudenza era chiusa; la ragazza aveva il sonno pesante. Uscii in corridoio ed esitai. Però nessuno mi aveva proibito di muovermi per il castello da sola di notte. Mi richiusi adagio la porta alle spalle. Aguzzai le orecchie, ma non capivo da dove provenisse la musica. Chiusi gli occhi per concentrarmi meglio e m'incamminai lungo il corridoio, lontano dalla mia camera e dai sontuosi appartamenti di Urtica e Rompicapo. Passai davanti a un certo numero di porte chiuse. Di tanto in tanto mi fermavo ad ascoltare per orientarmi, poi proseguivo.
La musica si fece più sonora. Mi avvicinai a un uscio e premetti l'orecchio sul legno. Niente. Quando feci un passo indietro, la musica tornò. Ero combattuta, ma la curiosità ebbe la meglio. Bussai.
Nessuno rispose.
Bussai ancora, più forte, e aspettai. Niente.
Provai a girare la maniglia. La porta non era chiusa a chiave e si aprì su una stanza accogliente, un po' più piccola della mia. C'era un fuoco basso che ardeva nel caminetto; persino d'estate le mura di pietra di Castelcervo emanavano una sensazione di freddo. Davanti al fuoco, sprofondato in una sedia a dondolo imbottita, con le gambe tozze sistemate su un poggiapiedi, c'era un ometto dalla faccia rotonda che stava emanando con l'Arte la musica che sognava.
Rimasi affascinata da quel prodigio e in qualche modo mi sentii sollevata, quasi fossi entrata in un mondo di fiaba. Un gatto grigio gli sonnecchiava in grembo. Alzò la testa. Stiamo comodi, m'informò.
"Suona sempre la musica d'Arte mentre dorme?" gli chiesi.
Il gatto si limitò a fissarmi. Poi l'uomo sollevò le palpebre grassocce e mi guardò. Non mostrò né sorpresa né spavento. Aveva gli occhi velati, un po' come un vecchio cane con la cataratta. I lineamenti erano alquanto singolari, con quegli occhietti piccoli e le orecchie attaccate alla testa. Si leccò le labbra e lasciò penzolare la punta della lingua. "Stavo sognando una canzone per la figlia di Fitz. Se mai potrò conoscerla", mi disse.
"Veramente sarei io", risposi, e mi avvicinai.
Lui m'indicò un cuscino sul pavimento accanto alla sedia. "Ti puoi sedere, se ti va. È il cuscino di Fumoso, ma lui è seduto in braccio a me adesso. Non gli darà fastidio."
Invece sì.
Mi sedetti allora sulle pietre del focolare e alzai lo sguardo sull'ometto. "Sei Ciocco?" gli domandai.
"Mi chiamano così. Sì."
"Mio padre scriveva di te. Nei suoi diari."
Il sorriso enorme gli illuminò il viso. Era un sempliciotto, intuii. "Mi manca tanto", mormorò. "Mi portava sempre le caramelle. E i pasticcini con la glassa rosa."
"Mmm, sembrano deliziosi."
"Erano deliziosi. E carini. Mi piaceva metterli in fila per guardarli."
"A me piaceva mettere in fila le candele di mia madre e annusarle. Ma non le accendevo mai."
"Ho quattro bottoni di ottone. E due di legno e uno fatto di conchiglia. Ti va di vederli?"
Certo che mi andava. Avevo voglia di cose semplici, fosse pure una misera collezione di bottoni. Il gatto brontolò, saltò giù dalle sue gambe e si acciambellò sul cuscino. Notai che Ciocco faticò ad alzarsi per andare a prendere la sua scatola di bottoni in una credenza. Era vecchio, mi resi conto. Gli dolevano le giunture, ma i suoi bottoni erano più importanti. Si sedette di nuovo con la scatola. Io gli rimisi sulle gambe la coperta che gli era scivolata sul pavimento. Cominciò a mostrarmi ogni bottone, raccontandomi la storia di dove lo aveva trovato. Alla fine gli chiesi: "Puoi insegnarmi a fare la musica d'Arte?"
Lui si accigliò. "La mia musica?" mormorò. Era incerto. Circospetto.
Rimasi in silenzio. Avevo forse rovinato tutto con quella domanda?
Lui mi porse la mano. Io esitai, poi gli misi la mia nel palmo aperto e lui chiuse le dita. Il suo tocco vibrava di energia. "Dobbiamo stare zitti zitti", bisbigliò. "Non mi è permesso emanare musica troppo forte." Poi fece qualcosa alle mie barriere e un istante dopo mi ritrovai dietro le sue. "Adesso", proseguì con un sorriso, "ti insegno a fare la musica. Cominciamo con le fusa del gatto."
Quella notte, mi conquistai un amico e un maestro.
Tornai in camera mia prima dell'alba. Ciocco mi aveva insegnato una musica composta dalle fusa di gatto, dal cigolio di una sedia a dondolo e dal crepitio del fuoco. Prima che uscissi dalla sua stanza, mi aveva avvolta in una potente magia per passare inosservata. Il giorno dopo ero imbambolata di sonno, ma non m'importava. Tornai di nuovo da lui quella notte. Mi aspettava. Lo aiutai a costruire la "tenda", come la chiamava lui, più robusta di qualsiasi barriera d'Arte avessi mai innalzato. Aveva conservato dei biscotti di pan di zenzero del pomeriggio, perché ormai gli servivano i pasti in camera. Ci spartimmo i biscotti e condividemmo la musica fatta di fusa con l'aggiunta di nuovi elementi. Mi sentii onorata quando ridemmo insieme del gatto che saltellava appresso a un rocchetto di filo caduto. Fu uno dei momenti più spensierati della mia vita.
Persino meglio del giorno in cui mio padre mi portò al mercato di Querceto d'Acqua, perché almeno qui non c'erano cani massacrati o mendicanti pugnalati. Giocammo e basta.
E per una che non aveva mai avuto un compagno di giochi fu entusiasmante.