Credere
Vorrei davvero poterti dire qualcosa di più. In realtà dovrei saperne di più, ma lui è sempre stato molto riservato in merito ai suoi primi anni di vita. Quello che so per certo posso riassumerlo in poche righe. Una nascita illegittima privò messer Umbra del potere e del rispetto, che andarono a suo fratello maggiore e alla sorella minore. Sagace divenne re. Alcuni sostengono che fu la sorella minore la causa della morte della madre, dacché il parto fu difficile e da allora la regina Costanza non si ristabilì mai del tutto. Cresciuta come una principessa, destino volle che a sua volta morisse anche lei dando alla luce il figlio Augusto. Della sua triste sorte già sei al corrente. Nel tentativo di comunicare tramite l'Arte con la sua futura regina, Veritas bruciò inavvertitamente la mente del cugino. Da quel giorno Augusto rimase invalido nel corpo e nella mente, e morì a un'età relativamente giovane nel misericordioso oblio del suo "ritiro" a Giuncheto. Pazienza, la moglie di mio padre e un tempo regina-in-attesa, si prese cura di lui fino al momento del trapasso, avvenuto nel sonno in un giorno d'inverno. La morte di mio padre per "incidente" e la successiva dipartita di Augusto furono, presumo, ciò che la spinse a tornare alla Rocca di Castelcervo per occuparsi della mia educazione.
A ogni modo, è di Umbra che vuoi sapere. Come dicevo, non è mai stato prodigo di dettagli sulla sua infanzia. Sua madre era un soldato di fanteria. Come finì incinta del bastardo del re, non lo sapremo mai. E altrettanto poco so della sua morte o di come Umbra arrivò alla Rocca di Castelcervo. Una volta mi accennò al fatto che sua madre aveva lasciato una lettera e che, poco dopo la sua morte, il marito gli consegnò quella pergamena e una bisaccia con delle provviste, lo mise su un mulo e lo mandò a Castelcervo. La lettera era indirizzata al re e, grazie a una serie di circostanze fortunate, gli fu recapitata. E così la famiglia reale scoprì la sua esistenza, forse per la prima volta, ma chi può saperlo con certezza? In ogni caso, fu accolto a corte.
Nonostante tutti gli anni che abbiamo passato insieme da allievo e maestro, so poco di come fu educato, tranne che il suo istruttore era severo. Sebbene non venne mai riconosciuto, nemmeno come bastardo, sono convinto che il fratello maggiore lo trattasse bene. Da quanto ho potuto osservare con i miei occhi, lui e Sagace nutrivano un profondo affetto reciproco, e Sagace contava su Umbra come consigliere, oltre che come assassino e capo dello spionaggio.
Dalle scarse informazioni in mio possesso, ho dedotto che Umbra passò un paio di anni felici e spensierati da giovane di bell'aspetto e spirito vivace, prima dell'incidente che lo sfigurò e lo costrinse a nascondersi tra le mura del castello. Secondo me ci sono altre motivazioni all'origine della sua volontaria scomparsa, ma è improbabile che le verremo a sapere.
So che desiderava con tutte le sue forze essere esaminato per l'Arte e addestrato nella magia di famiglia. Gli fu negato. Sospetto che avesse altre doti magiche, come per esempio la capacità di divinare nell'acqua, perché in più di un'occasione mi è parso alquanto strano che le sue "spie" lo avessero informato di eventi che si erano svolti lontano da Castelcervo con un tempismo improbabile. Tuttavia il divieto di abbracciare l'Arte lo tormentava e lo addolorava. Credo sia stato uno degli errori più sciocchi che abbiano commesso i nostri antenati.
Per questo, mia cara, ora che ha dimostrato di possedere una vaga abilità con l'Arte e ha accesso a quanto resta della biblioteca d'Arte, studia senza posa il modo di gestirla e usarla. È sempre stato amante degli esperimenti e il pericolo non lo dissuaderà dal rischiare la propria vita o quella dei suoi apprendisti.
Non so se queste informazioni ti aiuteranno a convincerlo a essere più prudente e a concederti il rispetto che meriti in qualità di Maestra d'Arte della regina. Ti prego, se potessi evitare di fargli sapere che sono io la fonte di tali informazioni, te ne sarei grato. Può anche avermi addestrato come spia, ma sarebbe il primo a risentirsi se sapesse di essere spiato dal suo apprendista di un tempo.
Lettera non firmata alla Maestra d'Arte Urtica
"CHE cosa vuole Tintaglia da te?" mi chiese Brashen. Data l'attuale situazione, avevamo rinunciato ai formalismi.
Mi detersi il sudore dalla fronte. "Le ho chiesto alcune informazioni quando eravamo a Kelsingra. Speravo di scoprire se i draghi covassero qualche rancore nei confronti dei Servi."
"Per farli combattere dalla vostra parte?"
"Chissà. O se non altro per sapere qualcosa che possa aiutarmi contro i Servi."
Brashen si asciugò le mani sui pantaloni e afferrò di nuovo il barile. "Potrebbe non essere una mossa saggia mandare un drago a salvare una bambina."
"All'epoca non ci pensavo. Il mio obiettivo era soltanto distruggere Clerres."
"Ma se tua figlia è lì…"
Appunto. Era il pensiero che volevo evitare. Ape coinvolta in un attacco dei draghi? Respinsi l'idea.
Brashen mi guardò negli occhi. "Non credi sia viva, vero?" mi chiese a bassa voce.
Io mi strinsi nelle spalle. Era l'ultima domanda su cui volevo riflettere. "Cerchiamo di finire il lavoro", gli dissi e lui annuì senza aggiungere altro.
Ci eravamo fermati a riprendere fiato. Stavamo trasportando un barile d'acqua. Avrebbe dovuto essere un compito facile, ma Paragon aveva deciso di metterci i bastoni fra le ruote. Quando la piccola barca con il barile si era accostata alla murata, la nave si era inclinata sul lato opposto, poi, mentre lo issavamo a bordo, aveva sbandato verso di noi.
Era il secondo giorno che lottavamo contro la nave. Paragon ci aveva impedito di sbarcare il carico e oggi ci stava facendo faticare il doppio per imbarcare acqua e viveri freschi. Presi com'erano da quelle difficoltà, Althea e Brashen avevano accolto la notizia dell'arrivo di Tintaglia con evidente disinteresse.
Brashen aveva commentato: "La presenza di un drago può forse peggiorare le cose?"
Althea aveva risposto: "Avviserò Wintrow e lui lo riferirà a Etta. Faranno del loro meglio per accoglierla come si deve". Poi aveva aggiunto amareggiata: "Immagino che la visita di un drago presenti diversi problemi, ma in questo momento posso soltanto dire che sono contenta che non siano miei".
E Brashen aveva convenuto scuro in volto: "Ne abbiamo già abbastanza di nostri". E con questo si era conclusa la nostra conversazione.
Paragon stava ritardando la partenza facendo le cose più impensate. Rollava, sbandava, bloccava i boccaporti. Althea e Brashen stringevano i denti e si davano da fare sul ponte insieme ai pochi membri dell'equipaggio rimasti. Il primo giorno Clef aveva reclutato Per e Fiamma, poi si era piazzato le mani sui fianchi e si era rivolto a me e Lante: "Magari non sarà il lavoro per cui siete nati, ma ho bisogno di voi. A partire da oggi, fintanto che siamo ancora in rada, farete anche voi i turni di guardia". E così era stato.
I tentativi dei comandanti d'ingaggiare nuovi marinai o di persuadere i vecchi a tornare andarono miseramente falliti. Dal canto mio, accettai volentieri il lavoro fisico, perché a volte riusciva a distrarmi dal pensiero che mia figlia fosse prigioniera di una setta di fanatici sanguinari. La furia mi faceva ribollire il sangue e così la placavo sfidando la nave, trascinando le casse sui suoi ponti inclinati e sgobbando per sistemarle nella stiva. Ogni minuto di ritardo era un minuto in più d'insopportabile impotenza. Ormai non m'importava più che cosa mi avrebbe detto Tintaglia; volevo soltanto riprendere il viaggio il prima possibile.
Tanto Ambra quanto il Matto ipotizzavano di continuo le terribili sofferenze che forse Ape stava patendo. Ogni parola pronunciata da Ambra era una pugnalata allo stomaco, e ogni parola del Matto non faceva che rigirare il coltello nella piaga. Quel giorno entrai in cabina e lo trovai appeso a testa in giù, con le ginocchia infilate sotto il materasso della cuccetta superiore. Rimasi di stucco.
"Lo sapevo che eri tu", commentò serafico. "Gli altri prima bussano."
"Che cosa stai facendo? Vuoi una mano a scendere?"
"No, grazie. Mi sto allenando. Mi hanno ridotto in pappa il cervello e lo stesso hanno fatto al mio corpo. Sto cercando di recuperare quello che hanno tentato di distruggere."
Fletté il busto in avanti, afferrò il bordo della cuccetta, liberò le gambe e fece una capriola all'indietro. Atterrò senza troppa grazia o leggerezza, ma con un'agilità comunque sorprendente per un uomo che fino a qualche mese prima era storpio.
"Non sarebbe meglio allenare le tue capacità di acrobata su in coperta?"
"Se Ambra potesse vedere, sarebbe ben felice di arrampicarsi sulle sartie e penzolare dai pennoni, recuperando le forze all'aria aperta. Purtroppo è cieca, perciò non posso. Mi arrangio qui." Si piegò in avanti fino a prendersi le caviglie ed espirò lentamente. "Notizie sulla partenza?"
"Niente che tu non sappia già." Mi preparai in attesa della solita solfa.
"Ogni giorno che passa è un altro giorno di prigionia per Ape."
Come se non lo sapessi! "Paragon non è l'unica nave in porto. Potremmo vendere i manufatti degli Antichi e comprarci un passaggio per Clerres."
Lui stava scuotendo la testa ancora prima che concludessi la frase. "Nelle mie visioni del futuro, Paragon è l'unico vascello che ci porterà a Clerres."
"Le tue visioni", ripetei spazientito e, a denti stretti, aggiunsi: "Allora dovremo aspettare".
"Dubiti di me", disse lui amareggiato. "Ti rifiuti di accettare che Ape sia viva."
"A volte ti credo." Abbassai lo sguardo. "In genere, però, no." La speranza era troppo dolorosa.
"Capisco", ribatté aspro. "Perciò ti va bene aspettare. Perché, se Ape è morta, il nostro ritardo non può peggiorare la situazione. Non potranno infliggerle le torture che ho patito io."
Risposi in termini altrettanto aspri. "Non ho scelto io di aspettare. Tu hai scelto di aspettare… che Paragon si decida a salpare."
Lui si strappò i capelli e contrasse i lineamenti. "Come fai a non capire il mio tormento? Dobbiamo navigare con Paragon. Dobbiamo! Anche se io so che Ape è viva e nelle loro mani."
"Come?" ruggii. "Com'è possibile? Quando Urtica ha mandato la sua confraternita attraverso il pilastro in cerca di Ape, non hanno trovato tracce. Nessuna impronta nella neve, niente! Matto, non sono mai emersi da quella pietra. Sono morti dentro."
I suoi occhi ciechi traboccavano di disperazione, il suo viso impallidì ancora di più. "No! Non è possibile. Fitz, tu stesso ti sei smarrito in un pilastro per giorni, eppure…"
"Già. Alla fine ne sono uscito, ottenebrato e mezzo morto. Se non fossi stato in grado di chiamare aiuto, sarei stato spacciato. Matto, se fossero emersi dal pilastro, ci sarebbero state delle tracce. Le braci spente di un falò, le loro ossa sparse, qualcosa. Invece non c'era niente. Ape è scomparsa. Se anche avessero ritardato qualche giorno a uscire, avremmo notato qualche segno del loro passaggio quando siamo arrivati là. Tu hai visto qualcosa?"
Lui scoppiò a ridere sarcastico. "Io non ho ‘visto' niente!"
Trattenni a stento l'ira. "Be', non c'era niente da vedere, se non le tracce dell'orso. Perciò forse sono passati, ma sono morti. Di sicuro non sono arrivati a Kelsingra, né a piedi né tramite il pilastro. Matto, ti prego. Lasciami credere che Ape sia morta." Un'implorazione. Desideravo risprofondare nella tenebra del lutto e della vendetta.
"No!"
La sua testardaggine mi fece montare il sangue alla testa, così attaccai. "A ogni modo, poco importa che sia viva o morta, perché senza dubbio verrò ucciso prima di trovarla, con le scarse informazioni che mi hai dato su Clerres e la sua gente!"
Il Matto spalancò la bocca, scioccato. Poi, rammaricato e offeso, strillò: "Ho fatto del mio meglio, Fitz! Non ho mai progettato un assassinio prima d'ora. I miei ricordi si confondono e sfumano quando m'interroghi. E le tue domande sono così stupide! Che importanza ha se Coltro gioca d'azzardo o se Symphe si alza presto o tardi?"
"Senza informazioni precise, la possibilità che li uccida si riduce a mera follia!"
"Follia?" esclamò. "Be', che cosa ti aspettavi da un matto?" Cercò a tentoni il vestito di Ambra, continuando a borbottare infuriato. "Non avrei mai dovuto chiedere il tuo aiuto. Dovevo cavarmela da solo!" S'infilò la gonna, allacciandosi nastri e bottoni in fretta, alla cieca.
"Magari! Sarebbe stato tutto molto diverso se non fossi venuto a cercarmi!" Parole scagliate come pugnali. "E non c'è bisogno che ti travesti da Ambra, tanto sto per uscire." Mi alzai mentre armeggiava con un polsino. "Come tutte le cose fatte in fretta e alla cieca, hai combinato un disastro. Fossi in te non uscirei sul ponte conciato così. Ma, a quanto pare, sei disposto a fare tante cose che io non farei, come tentare una strage senza informazioni."
Mi richiusi la porta alle spalle con un tonfo, il cuore che batteva a mille, combattuto tra la rabbia e il rimorso. Gli avevo detto cose terribili! Ma non era forse tutto vero?
Mi affacciai al parapetto a guardare Borgo Baratto per sbollire la collera, ma il vento che spirava dal mare non riusciva a raffreddarla.
Mi si avvicinò Brashen. "È venuto Wintrow. Chiede se sai quando dovrebbe arrivare Tintaglia."
"Non lo so. E tu sai quando possiamo salpare?"
La sua risposta secca echeggiò la mia. "Non lo so. Wintrow ha predisposto l'accoglienza per la dragonessa. Se possibile, vorrebbe che le dicessi che il recinto si trova nei pressi della banchina."
La collera non era passata, ma riuscii a dominarla. Drizzai le spalle e scacciai dalla mente le parole del Matto e la mia reazione tagliente. "Ci proverò, però non posso prometterti che mi ascolterà."
"Non chiedo altro", rispose.
Lo guardai allontanarsi, poi mi girai di nuovo verso l'acqua e provai a contattare la dragonessa. Tintaglia. Mi trovo a Borgo Baratto sulle Isole dei Pirati. Desiderano darti il benvenuto offrendoti del bestiame chiuso in un recinto giù al porto. Sarebbero onorati se tu lo divorassi.
Non percepii alcuna risposta, e in cuor mio sperai quasi che non riuscisse a trovarmi. Qualunque cosa volesse da me non prometteva nulla di buono.
Il terzo giorno, di buon mattino, Sorcor e la regina Etta chiamarono da un barchino che si era fermato sotto Paragon per chiedere il permesso di salire a bordo. C'era anche Wintrow con loro; aveva gli occhi annebbiati. Tutti e tre avevano l'aria di chi aveva passato una lunga notte insonne. Furono accolti con tazze di caffè bollente. Sorcor aveva avuto la brillante idea di portare un cesto di dolci fragranti di forno. Con mia sorpresa, Wintrow chiese ad Althea di convocare anche noi.
Quel giorno Etta aveva un aspetto più ruvido che regale. La giacca era sgualcita, segno che l'aveva indossata tutta la notte, e la luce del giorno non era clemente con le rughe che le circondavano le labbra; il vento le scompigliava i capelli già arruffati. Sorcor aveva l'espressione afflitta di un segugio tenuto alla catena, mentre il resto della muta si preparava alla caccia. Ci sedemmo intorno al tavolo e Althea versò il caffè. Per qualche minuto regnò il silenzio, mentre Etta giocherellava con il ciondolo che portava al collo; poi drizzò la schiena e guardò Althea dritto negli occhi, parlando in tono autoritario. "Paragon LaSuerte, principe delle Isole dei Pirati, viaggerà con voi fino a Clerres. So che non lo volete a bordo, e nemmeno io sono entusiasta all'idea. Tuttavia, deve venire con voi. Vi pagherò il passaggio e vi offro otto elementi esperti tanto di navigazione quanto di battaglia. Anche se spero con tutto il cuore che non siano costretti a combattere."
Althea rispose infuriata come un fiume in piena. "No! Quando ha cercato d'imbarcarsi, io l'ho respinto, come ci avevi pregato di fare! Di conseguenza la nostra nave si è fatta pericolosa, boicottando ogni nostro sforzo di partire! E adesso, dopo tutto quello che abbiamo passato, ci ordini di prenderlo a bordo?"
Brashen mise una mano su quella della moglie, che si era fermata per riprendere fiato. "Perché?" domandò a Etta con calma.
La regina dei pirati gli scoccò un'occhiata gelida e serrò le labbra.
Wintrow si schiarì la voce. "Perché suo padre lo vorrebbe. O almeno così ci è stato detto." Etta lasciò il ciondolo per sbattere la mano sul tavolo e incenerire il primo ministro con lo sguardo. Lui proseguì imperturbabile. "La regina Etta indossa un amuleto di legno magico intagliato con il volto di Kennit. Lui lo portava al polso, a contatto con la pelle. Il ciondolo ha assorbito il suo spirito tanto da animarsi. Questo è il suo consiglio."
Fissai sbalordito l'amuleto al collo di Etta, quasi aspettandomi che si muovesse o parlasse, ma non accadde nulla.
Althea si protese sul tavolo sempre più infervorata. "Kennit lo desidera? A maggior ragione lo proibisco!"
"Invece lo accoglierai", rispose la regina dei pirati. "La tua unica speranza di gestire il tuo bizzoso veliero è dargli ciò che vuole. Se ti rifiuti, ti ritroverai con una nave indocile e a corto di equipaggio. Tutta Borgo Baratto ha assistito alle sue sfuriate. Hai bisogno di ciò che ti offro. Altrimenti resterete qui all'ancora, con una nave che diventa più pericolosa ogni giorno che passa."
Althea strinse la tazza con una tale foga che pensai l'avrebbe frantumata. Intervenne di nuovo Brashen, più ragionevole. "Io e Althea abbiamo bisogno di consultarci in privato. Vi raggiungeremo a breve sul ponte." Indicò la porta, aspettò che uscissimo tutti, poi la richiuse.
Sorcor ed Etta si fermarono davanti al parapetto a guardare la città; Wintrow aspettava in disparte con le braccia conserte. Nessuno parlò finché non fu Paragon a chiamarci.
"Tutto sistemato? Avrò il figlio di Kennit?"
Nessuno rispose.
I comandanti uscirono dalla cabina. "D'accordo", dichiarò Brashen. "Accettiamo il denaro e gli otto marinai." Il volto di Althea era una maschera di granito. Brashen proseguì: "A patto che tuo figlio lavori come gli altri e si adegui alla disciplina di bordo".
Althea rimase in silenzio, mentre Brashen tendeva la mano. Etta emise un piccolo verso di esasperazione, Sorcor approvò con un cenno. Fu Wintrow a farsi avanti e a stringere la mano del comandante alla maniera dei Mercanti. "Metterò tutto per iscritto", promise Wintrow, e Brashen annuì.
Ambra mi sussurrò all'orecchio: "È lo stile dei Mercanti, un accordo che soddisfa tutte le parti. Althea non è contenta, ma riconosce che è necessario se vogliamo lasciare questo posto".
"Cominceremo subito a imbarcare le provviste", annunciò Wintrow dopo la stretta di mano. Alzò la voce. "Va bene per te, Paragon? L'hai spuntata, hai vinto. Kennitsson verrà con te. Adesso possiamo finire di sbarcare le merci e caricare i viveri?"
"Concesso!" La voce del veliero rimbombò nella baia. Le assi del ponte emanarono una profonda soddisfazione che ci contagiò tutti. Persino Althea parve sollevata.
Brashen mi diede una pacca sulla spalla. "Si torna a sgobbare!"
Ci mettemmo subito tutti all'opera. Barili d'acqua dolce, birra, pesce salato e una grossa forma di cacio arrivarono insieme a sacchi di radici, mele e prugne secche, e casse di gallette. Il nuovo equipaggio, sette marinai e un ufficiale di rotta, fu subito messo alla prova. Clef ordinò loro di salire a riva, di abbisciare le cime e di fare qualche nodo. Nemmeno all'ufficiale di rotta, una donna, furono risparmiate queste umili incombenze, ma lei le eseguì con una sdegnosa maestria che superò di gran lunga le aspettative di Clef.
Faceva talmente caldo che Lante si tolse la camicia e l'appoggiò sul parapetto. Io afferrai appena in tempo la manica, impedendo alla camicia e a Mimica, che nel frattempo era atterrata impigliandosi le zampe nella stoffa, di finire in acqua. "Attenta!" le gridai, tenendo fermo l'indumento. La cornacchia si dibatteva con le ali spiegate cercando di districarsi; quando finalmente si liberò, annunciò gracchiante: "Tintaglia! Tintaglia! Guarda su! Su! Su!"
In uno sfolgorio di topazio e zaffiro vidi arrivare la dragonessa, dapprima un puntino in lontananza, poi in un battito di ciglia un corvo e poi ancora un'aquila, più veloce di qualsiasi creatura volante. Ben presto metà equipaggio si mise a indicare il cielo e a gridare. Anche in città la gente si fermò per strada con il naso all'insù.
"Lo sa che il bestiame è vicino ai moli? Dove ha intenzione di atterrare?" chiesi alla cornacchia.
"Dove le pare", borbottò Per.
"Su! Su! Su!" strepitò Mimica.
Io ero concentrato su Tintaglia, ma Fiamma esclamò: "Guardate, ce n'è un altro rosso! È lontano, ma credo sia un altro drago!"
"Heeby! Gloriosa Heeby!" Mimica si alzò in volo in un frullo d'ali nere per andarle incontro. Con una certa apprensione seguii Tintaglia sorvolare in circolo il palazzo della regina Etta. Bestiame per te! In un recinto giù al porto! Cibo per darti il benvenuto! le gridai con il pensiero, ma la dragonessa non cambiò rotta.
La folla radunata sul grande prato davanti al palazzo reale si sparpagliò terrorizzata in cerca di riparo. La poderosa creatura tracciò un ultimo arco e planò con gli artigli protesi. Malgrado la mole, l'atterraggio non fu privo di una certa grazia. Lo schiocco delle ali scrollate si propagò sulle acque della rada, simile a vele bagnate colpite da un'improvvisa raffica di vento tempestoso.
Tintaglia spazzò il prato con la coda, lasciando un ventaglio d'erba schiacciata. Alcuni presenti accorsero verso di lei, altri fuggirono, in una babele di grida che ricordava uno stormo di gabbiani spaventati. La dragonessa si appoggiò sulle zampe posteriori, come un cagnolino implorante, e si guardò intorno lentamente, finché, nonostante la distanza, i suoi occhi si posarono su di me. "FitzChevalier. Vieni. Devo parlarti."
Le sue parole risuonarono come un ruggito e come una voce imperiosa nella mia mente. Un ordine categorico, inappellabile quasi quanto un tempo era stata la chiamata d'Arte di Veritas. "Hai intenzione di andare?" mi chiese Lante sbigottito.
"Non ho altra scelta", risposi.
"Andare dove?" domandò Per.
"La dragonessa l'ha convocato, Per. Io vado con lui."
"Anch'io!" esclamò il ragazzo.
Non volevo portarmi appresso nessuno dei due. Mi rivolsi a Per con severità. "Ricorda che adesso sei un membro dell'equipaggio. Dipende dal comandante se…"
"I comandanti acconsentono", intervenne Althea, marciando a grandi passi verso di noi. Aveva una macchia di catrame su una guancia e i capelli impastati di sudore. "Portate anche Ambra con voi. Brashen ha già fatto approntare la scialuppa. Non vi attardate. Non voglio che un drago s'innervosisca con qualcuno che si trova sul mio ponte, e meno che mai quella dragonessa."
Fiamma scattò ad avvertire Ambra in cabina. Ci calammo in fretta sulla scialuppa e fummo scortati a terra. Il porto era deserto, ma nell'avvicinarci al palazzo, la folla di curiosi che si era radunata per ammirare la magnifica creatura azzurra ci costrinse a farci strada a spintoni. La regina Etta aspettava sul portico, con il figlio al fianco. Erano circondati da soldati armati; non si rendevano conto che scimitarre e armature sarebbero state del tutto inutili se la dragonessa avesse deciso di colpirli con l'acido? Sopraggiunse anche un drappello della guardia cittadina, che cominciò a respingere la ressa ai margini del prato. Mi augurai di arrivare a Tintaglia prima che cominciasse a innervosirsi sul serio.
Lo sguardo della creatura mi scovò mentre fendevamo la folla. "Dividetevi!" ordinò. "Fate passare quell'uomo!" La gente si spingeva confusa, senza sapere bene dove andare. "Ho volato senza sosta un giorno, una notte e un giorno per raggiungere questo posto. Lungavista! Devo parlarti. Non rallentare. La mia fame non ha pazienza!"
"Fuori dai piedi!" sbraitai e iniziai a sgomitare senza tante cerimonie, con il mio piccolo corteo al seguito. "State indietro", li avvertii ed entrai nello spazio vuoto che si era creato intorno alla dragonessa, con la sensazione di essere nudo.
"Sono qui", le dissi e azzardai un altro passo verso di lei.
Tintaglia allungò il collo sinuoso verso di me, la bocca socchiusa, le narici dilatate. Per un istante intravidi il guizzo della sua lunga lingua scarlatta. Il calore emanato dal suo corpo affaticato mi dava l'impressione di trovarmi davanti a un caminetto acceso, con l'aggiunta del fetore di rettile e dell'alito pestilenziale. "Non sono cieca e comunque, se lo fossi, ti riconoscerei dall'odore."
"Sta parlando?" chiese Per alle mie spalle.
"Ssh", lo ammonì Lante.
"Ho fame e sono stanca, con poco tempo prezioso da perdere", disse come se fosse colpa mia.
Io m'inchinai. "Il bestiame ti attende in un recinto giù al porto."
Una violenta sferzata della coda. "Lo so. Me l'hai già detto due volte", ribatté quasi fosse stata un'offesa mortale, poi aggiunse sprezzante: "Sulla banchina non c'è spazio sufficiente per atterrare per un drago della mia mole".
Presi in considerazione, e subito dopo scartai, l'idea di toccarla con la mente. Non avevo alcun desiderio di permettere a un drago di bruciarmi accidentalmente le riserve di Arte. Intanto lei stava ancora parlando. "Per prima cosa, sappi che Ardighiaccio è un codardo. Un drago che, invece di reclamare la propria vendetta, sceglie di seppellirsi nel ghiaccio perché ha paura, non può definirsi drago!"
Ritenni che non fosse saggio commentare. Rimasi in attesa, in silenzio.
Tintaglia emise un lungo sbuffo dalle narici, accompagnato da un cupo brontolio di gola. Increspò la pelle squamosa, si sistemò le ali e mi ordinò: "Conducimi al porto. Ti parlerò durante il tragitto. Poi mangerò. È difficile rivolgersi a un umano con parole semplici, e quasi impossibile quando ho fame".
Molto rassicurante. Alzai la voce per farmi sentire da tutti. "Credo sia passato molto tempo da quando un drago della tua magnificenza sia disceso in queste terre. La regina Etta delle Isole dei Pirati ha provveduto a fornirti un lauto banchetto."
"E noi siamo onorati, bellissima regina, splendore azzurro senza pari!" Wintrow oltrepassò la barriera formata dai soldati reali e scese la scalinata verso il prato deturpato dai solchi, per poi esibirsi in un inchino stravagante al cospetto di Tintaglia. "Forse ti ricordi di me, gloriosa? Mia sorella è la regina Malta dei Mercanti dei Draghi di Kelsingra. Mio fratello minore, Selden, mi ha spesso cantato le tue lodi."
"Selden", ripeté Tintaglia e i suoi occhi rotearono di piacere. "Sì, ricordo bene quel nome. Un raffinato cantore di draghi! È qui?"
"Mi addolora dirti che è morto. E sono ancora più mortificato nel sentire che la zona indicata per accoglierti è inadeguata!"
La regina Etta colse l'imbeccata del suo primo ministro e si affrettò a farsi avanti. "Soldati! Sgomberate la strada per la nostra straordinaria ospite e offritele una scorta d'onore fino al recinto. Assicuratevi che i trogoli siano pieni d'acqua!" Uno schiocco delle dita e la sua guardia personale scattò verso il prato. Rinfoderando le spade, cominciarono ad aprire un ampio varco tra la folla ammutolita.
La serie di onde iridescenti che incresparono il collo di Tintaglia e il fremito dei bargigli lungo la mascella manifestavano, o almeno speravo, il suo gradimento. "Una bella accoglienza", sentenziò. "Mi compiaccio."
Wintrow le rivolse un altro inchino elegante e, lanciandomi un'ultima occhiata, si ritirò camminando all'indietro.
Tintaglia riportò la sua attenzione su di me; era come se mi fosse calata addosso all'improvviso una coperta pesante. Rafforzai le barriere contro il suo incanto, e la dragonessa cominciò ad avanzare lungo il corridoio che i soldati le avevano aperto tra la folla.
Camminare al suo fianco era un'impresa. La sua andatura non era né una falcata umana né un galoppo. Era passato parecchio tempo da quando ero stato costretto a trottare in quel modo. Girai la testa e vidi Lante e Per che ci seguivano a debita distanza. Fiamma stava accompagnando Ambra sulla scalinata del portico.
"Tu", brontolò Tintaglia, quasi in tono sommesso. Trascinava la coda a terra come una gatta indolente. "A Kelsingra hai avuto l'insolenza di chiedermi informazioni. Sappi che ho messo alle strette Ardighiaccio e gli ho estorto, minacciandolo e svergognandolo, quello che avrebbe dovuto dirci tanti anni fa. Persino Heeby è più coraggiosa di lui! A ogni modo, la tua supposizione era corretta. I Bianchi e i loro Servi hanno arrecato gravi danni alla nostra razza. Brucio di collera al pensiero che per generazioni hanno creduto di poterci nuocere senza conseguenze! E questa vergogna è imputabile soltanto alla vigliaccheria di Ardighiaccio. Non credo che prenderà delle contromisure, ma io sì."
Intanto avevamo raggiunto la zona dei magazzini, un vecchio quartiere di Borgo Baratto, dove le strade erano più strette. Con sommo disagio dovetti avvicinarmi alla dragonessa e udii diversi schianti alle nostre spalle, mentre la sua coda colpiva le facciate degli edifici. Se c'era stata gente incuriosita dal nostro passaggio, i soldati in testa l'avevano fatta sgomberare in fretta.
"Ascoltami bene, Lungavista, questa vendetta appartiene a me. Nessun umano può riservare a Clerres la punizione che merita. Quando caleremo sulla città, la ridurremo a un cumulo di macerie e sbraneremo coloro che hanno osato uccidere i draghi, come abbiamo fatto nel Chalced. La soddisfazione di quelle uccisioni spetta a me!"
"Non se arrivo prima io", borbottai.
Tintaglia si arrestò di colpo. Per un attimo mi pentii amaramente di quelle parole avventate, poi però la dragonessa alzò la testa e annusò l'aria. Anch'io lo sentivo. L'odore del recinto, dove il bestiame veniva confinato durante le operazioni di carico e scarico delle navi. Eravamo vicini.
Ero in preda a un conflitto di emozioni. Fremevo al pensiero di vendicarmi. E se il Matto aveva ragione e mia figlia era ancora viva, non volevo certo che restasse coinvolta nel furioso attacco dei draghi a Clerres. Sarei riuscito a persuadere Tintaglia? C'era una remota possibilità che Paragon fosse più veloce di un drago assetato di vendetta? I dubbi sulla sopravvivenza di Ape furono spazzati via dal timore che non l'avrei mai saputo. "Ti vendicherai dei Servi?"
"Non te l'ho appena detto? Umani! Bisogna sempre ripetervi le cose!" esclamò sprezzante. "Ascolta bene, prima che vada a mangiare. Te lo dirò con parole semplici adatte alla tua mente semplice. Sì. Ti permetto di andare a Clerres. E come hai scortesemente commentato, se arrivi prima di me, hai il permesso di massacrare come più ti aggrada. Non lo considererò un furto di legittime uccisioni. Hai capito il favore che ti concedo?"
"Sì, sì, capisco. Ma adesso abbiamo ragione di credere che mia figlia sia ancora viva. Che potrebbe essere tenuta prigioniera a Clerres."
Fossi stato una mosca che ronzava sulla pila di letame del recinto, mi avrebbe degnato di più attenzione. Le mucche, avvertito il suo odore, avevano cominciato ad ammassarsi contro la palizzata, muggendo terrorizzate. Tintaglia emise un potente verso di gola, simile a uno squillo di tromba: non esprimeva parole, soltanto fame e ferocia. Si avventò sulle bestie. La fortuna, non l'agilità, mi salvò da un colpo della sua coda sferzante.
La dragonessa imperversava nel recinto, calpestando le mucche sotto le zampe poderose e sbranandole con le zanne aguzze. Ne afferrò una tra le fauci e la scaraventò in aria. Lante mi tirò per la manica e mi trascinò via; il corpo smembrato della bestia ricadde dove fino a un istante prima c'ero io. Il volto di Per era una maschera di orrore e di meraviglia. I soldati corsi avanti a sgomberare la via gridavano ed esultavano come spesso fanno certi uomini di fronte a una carneficina. Erano più vicini al recinto di quanto io avrei ritenuto prudente, affascinati dalla barbarie della scena.
"Dovremmo lasciarla in pace mentre mangia", dissi a Lante e a Per.
Ripercorremmo la strada a ritroso. Diversi edifici avevano subito danni dai colpi di coda di Tintaglia. Aggirammo una gru abbattuta. Adesso camminavo più lentamente di prima, dovevo ancora riprendere fiato.
"Signore, vi spiace raccontarmi che cos'ha detto?" mi chiese Per.
Avevo la gola secca per la corsa fino al recinto. La feci breve. "Dice che abbiamo il suo permesso di andare a Clerres e uccidere chi vogliamo. Anche lei intende vendicarsi, quando arriverà."
Per annuì, ma era chiaro che non aveva capito. "Vendicarsi di cosa? Perché?"
"Non è entrata nei dettagli. A quanto pare, gli abitanti di Clerres un tempo fecero del male ad alcuni draghi. Lei rimprovera Ardighiaccio di non averli mai puniti. Mi ha avvertito che le uccisioni le spettano di diritto, ma che ci lascerà consumare la nostra vendetta. Se arriviamo per primi."
"Forse il drago nero pensa che distruggere mezza Aslevjal sia stato sufficiente", suggerì Lante.
Scossi la testa. "Tintaglia non è d'accordo."
"Signore!" Perseverante mi afferrò per la manica. "E se i draghi arrivano prima di noi? Ambra dice che Ape è a Clerres! Potrebbe restare ferita o uccisa! I draghi non sembrano vedere differenze tra noi. L'avete avvertita che Ape potrebbe trovarsi lì, le avete detto di stare attenta?"
"Sì, gliene ho accennato."
Lante saltò di lato quando all'improvviso Mimica piombò su di noi atterrando sulla spalla di Per.
"Heeby!" annunciò trionfante. "Gloriosa Heeby! Venite, venite, venite! Presto!" Così com'era arrivata, si levò in volo e si diresse verso il palazzo reale.
"Mi ero dimenticato che stava arrivando anche lei", ammisi.
"Soltanto voi potevate dimenticarvi di un drago", bofonchiò Per, poi a voce più alta aggiunse: "Possiamo sbrigarci?"
L'orgoglio mi costrinse a farlo. Una folla numerosa era tornata a radunarsi sul prato davanti al palazzo. Per marciava avanti impettito strillando: "Fate largo al principe FitzChevalier Lungavista! Fate largo!" Io non avevo né la forza né il fiato per obiettare. L'ampia distesa verdeggiante adesso sembrava un campo arato; al centro troneggiava Heeby. Portava una scintillante armatura di cuoio rosso e borchie di ottone, sormontata da una specie di baracchino: il posto per il cavaliere. Fame e stanchezza irradiavano dal suo corpo come se fosse una stufa. I suoi respiri affannati ricordavano il borbottio di un bollitore.
Schierati sul portico c'erano la regina Etta, Kennitsson e Wintrow, con Ambra e Fiamma di lato, a rispettosa distanza. Un drappello di soldati, armati di picche, si era frapposto tra i reali e l'ospite indesiderato. Qualche gradino più in basso, ma talmente alto da poterli guardare negli occhi, vestito di cuoio rosso sotto l'armatura scarlatta, c'era un Antico. "Rapskal è qui!" esclamò Per in un misto di stupore e paura. L'Antico stava parlando accompagnandosi con ampi gesti delle mani e, quando con cautela aggirammo Heeby per avvicinarci, colsi le sue parole.
"…e una notte e un giorno per arrivare. Veniamo da Kelsingra, nelle Giungle della Pioggia. Io e Heeby abbiamo importanti notizie per FitzChevalier Lungavista. Se si potesse trovare della carne viva per la mia dragonessa, ve ne sarei immensamente grato. Per favore."
Non avevo mai sentito parlare il generale Rapskal con tanta cortesia, ma evidentemente per Heeby era disposto a umiliarsi e chiedere con garbo. Wintrow si avvicinò all'orecchio della regina Etta e le sussurrò qualcosa.
Lei non parve contenta, ma impartì l'ordine. "Portatele tre capre. Che mangi pure qui; ormai il prato è distrutto."
"Siete molto saggia, regina Etta, a farla mangiare lontano da Tintaglia. Vi sono riconoscente." Rapskal si girò a guardare la sua creatura impaziente e il suo volto s'illuminò di affetto. "È stanca e affamata. Ho preteso molto da lei, chiedendole di portarmi qui a Borgo Baratto. E ci aspetta ancora un lungo viaggio, fino all'Isola degli Altri. E poi fino a Clerres." In quel momento mi vide ed esclamò: "FitzChevalier, siete qui! Vi porto importanti notizie!"
Mi avvicinai in fretta. "Tintaglia mi ha già detto tutto, generale Rapskal. Sono sorpreso di vedervi qui."
"Lo siamo tutti", intervenne Etta glaciale. "Specie perché non mi avete ancora spiegato il motivo di questa… visita." Impossibile equivocare il suo disappunto. Dal canto mio, m'innervosiva di più vedere come Kennitsson fissava Heeby. D'un tratto si staccò dal gruppo, oltrepassò le guardie, superò persino Rapskal e si diresse spedito verso di lei.
Trattenni il fiato. La dragonessa era affamata e lui era un estraneo. Heeby però si limitò a girare piano la testa e a fissarlo.
"Portate a quest'essere prodigioso un catino d'acqua!" ordinò lui corrucciato. "Non vedete che muore di sete? Nessuna creatura di siffatta bellezza dovrebbe patire un tale tormento! E le capre che fine hanno fatto? A quest'ora dovevano già essere qui. E portatele anche uno dei torelli marroni! Deve mangiare a sazietà!" E l'idiota si avvicinò alla dragonessa affamata con la mano tesa.
Un mormorio sgomento e costernato si levò dalla folla. Etta aveva la bocca socchiusa in un'espressione di muto terrore.
"No!" gridò Wintrow, slanciandosi verso il prato. Mi aspettavo che Rapskal intervenisse a salvare il principe, ma sebbene l'Antico si fosse incamminato a grandi passi, stava venendo verso di me. Notai che Sorcor si era spostato in fretta, ma troppo tardi, per seguire i movimenti di Kennitsson. Heeby si sarebbe divorata il principe.
Invece allungò il collo finché il muso squamoso non toccò la mano di Kennitsson. Esalai il respiro trattenuto e mi chiesi se il suo gesto spavaldo fosse stato frutto di vero coraggio o se per caso il giovane non fosse caduto preda dell'incanto dei draghi.
Kennitsson alzò l'altra mano per accarezzarle il muso. "Sei adorabile!" esclamò, e la dragonessa abbassò la testa per permettergli di grattarle la fronte.
Un sospiro di sollievo collettivo e un mormorio di approvazione mi rivelarono ciò che fino a quel momento non avevo capito: il popolo delle Isole dei Pirati amava il principe. Laddove io vedevo soltanto un giovanotto viziato, la folla era ammaliata dalla sua eleganza e dal suo sfoggio di audacia. Quando da dietro il palazzo arrivarono le capre belanti, Heeby girò la testa.
"Vai!" le disse il principe. "Soddisfa la tua fame, splendida creatura!" E osservò impavido la dragonessa che si voltava per slanciarsi sulle povere bestie. Per la seconda volta, quel giorno, guardai un drago uccidere e udii la folla ruggire entusiasta.
"Attento!" mormorò Lante, schierandosi al mio fianco, mentre Per mi si accostava dall'altro lato.
Rapskal si stava avvicinando con la mano tesa per salutarmi, il volto coperto di squame scarlatte in netto contrasto con il sorriso di denti bianchissimi. Gli strinsi brevemente il polso alla maniera dei guerrieri, ma lui non mi lasciò, anzi, mi diede una piccola scrollata al braccio come se mi fossi dimenticato le buone maniere. "Non restate lì impalato, FitzChevalier! Devo presentarmi alla regina." Alzò la voce per gridare: "Buon appetito, mia gloriosa Heeby! Principe, vi ringrazio della calorosa accoglienza! Ora che la mia dragonessa è sistemata, devo parlare con FitzChevalier".
Mi prese sotto braccio e io mi lasciai guidare. Attraversammo le zolle d'erba smosse, con Lante e Per che ci seguivano come ombre. Un torello mugghiò allarmato; mi girai e vidi la povera creatura terrorizzata che veniva trascinata a forza verso la dragonessa.
"Liberatelo!" ordinò Kennitsson, e i giovani bovari eseguirono, evitando per un soffio la carica di Heeby, mentre preda e predatore devastavano un'altra ampia porzione di giardino. Il torello era un combattente e non gli erano state segate le corna, con cui tentò più volte di trafiggere Heeby. La dragonessa spiccò un salto in aria e riatterrò su tutte e quattro le zampe, come un gatto che balza su un topo. Il muggito si concluse con un terribile schianto liquido. Per trasalì di disgusto, ma la folla esultò divertita. Rapskal non avrebbe potuto organizzare un intrattenimento migliore di una corrida sul prato della regina.
Il principe alzò le braccia in segno di trionfo e gridò: "Non temete, gente! Questa bellezza scarlatta è venuta in amicizia!"
Il boato di acclamazioni della folla fu assordante.
La regina Etta e la sua scorta erano arretrati di qualche passo dal ciglio della scalinata, mentre Wintrow, rimasto sul portico, ci incitava a gesti a unirci a loro. Io e Rapskal salimmo gli ampi gradini bianchi.
La regina Etta era rapita dallo spettacolo del figlio e la udii mormorare: "Ha il talento di suo padre per rapire i cuori. Bene".
Raggiungemmo Wintrow, che ci aspettava con un sorriso di circostanza. Ambra e Fiamma avevano il volto impietrito dall'incertezza.
"Che cosa significa?" mi chiese Wintrow a mezza bocca, mentre mi salutava con un gesto platealmente affabile. "Vi rendete conto del caos che avete scatenato, FitzChevalier? Prima un veliero impazzito che ci sottrae il nostro principe per la vostra missione di vendetta, e adesso draghi nei nostri giardini!"
Senza staccare gli occhi dal figlio, Etta intervenne. "Calma, Wintrow. A quanto pare, stiamo per stabilire dei rapporti diplomatici con le Giungle della Pioggia." Ammiccò al suo primo ministro. "Ritengo che un principe amico dei draghi possa aspirare a una sposa con una dote più ricca." Tolse la mano dall'elsa della spada ed elargì un sorriso di benvenuto a Rapskal, parlando con una punta d'ilarità nella voce. "Salve. Sono la regina Etta delle Isole dei Pirati. Costui è il mio primo ministro e grandammiraglio Wintrow Vestrit."
"Nomi che conosco bene", rispose Rapskal con un inchino. "Io sono il generale Rapskal dei Mercanti dei Draghi di Kelsingra. Purtroppo non un diplomatico, Vostra Grazia, ma un leale messaggero dei draghi." Mi teneva ancora stretto a sé e mi diede una pacca sul braccio. "Dopo la visita del principe FitzChevalier, ho voluto indagare se la storia dei draghi s'intrecciasse con quella dei Servi della gente pallida. Abbiamo ottenuto le informazioni da Ardighiaccio ed è fondamentale che il principe sappia che comprendiamo le sue motivazioni, ma che la sua sola vendetta non potrà mai bastarci." Si girò verso di me e aggiunse: "Vi assicuro che so riferire le notizie in maniera molto più stringata e meno impaziente di Tintaglia".
"Ne sono lieto", risposi e, con mia sorpresa, la mia frase suscitò una risatina sommessa da parte della regina Etta.
"Quindi, senza ombra di dubbio, saprete spiegarmi in poche parole che cos'ha a che fare un'invasione di draghi con la missione di salvataggio di quest'uomo."
"Una pura coincidenza!" la rassicurò Rapskal. "Per cortesia, potrei avere qualcosa da mangiare e da bere prima di iniziare il mio racconto?"
Wintrow decise di sorridere. "Prego, andate pure. Io sarò da voi a breve. Devo parlare con le guardie. Non hanno dimestichezza con i draghi, mentre io so bene che una parola o un gesto di troppo possono avere conseguenze mortali."
"Chiedi a mio figlio di venire", disse Etta.
"Oh, non vorrà lasciare Heeby", la informò Rapskal con un sorriso sicuro di sé. "Ho visto come la guardava e ho percepito l'approvazione di lei. Resterà al suo fianco mentre mangia e forse anche mentre dormirà."
Wintrow annuì. "Probabile che sia come dice. Si sono piaciuti subito. Tintaglia ebbe più o meno lo stesso effetto su mio fratello Selden. Non credo che gli farà del male. E i cittadini si stanno divertendo un mondo a vedere il loro principe fare amicizia con un drago." L'espressione della regina restò immutata. "A ogni modo, certo, glielo dirò."
Wintrow se ne andò e Rapskal mi prese di nuovo sotto braccio, un gesto familiare che proprio non sopportavo. Seguimmo la regina Etta, scortati da un drappello di soldati di cui non vedevo la necessità, ma tenni a freno la lingua. Le regine erano come i draghi: una parola o un gesto di troppo potevano avere gravi conseguenze.
L'interno del palazzo reale era in penombra e più fresco. Ovunque si posasse il mio sguardo vedevo tracce delle razzie dei pirati: arazzi, statue, tendaggi esotici, tesori stranieri. Abbandonando le formalità, la regina stessa ci guidò in un salottino privato. "Porta cibo e bevande", ordinò a una cameriera.
"Oh, non sapete quanto ve ne sono grato", disse Rapskal, per poi rivolgersi a me. "Heeby non sarebbe riuscita a tenere il passo con Tintaglia, per quanto ci avesse provato. Sapevamo che Tintaglia non ci avrebbe aspettati. La nostra missione è urgente e non possiamo perdere troppo tempo, nemmeno per recapitarvi questo messaggio."
La regina aveva preso posto a capotavola. C'erano molte più sedie di quante ce ne occorressero; io manovrai Rapskal perché si sedesse alla sua sinistra, poi mi accomodai accanto a lui, lasciando che Ambra occupasse la sedia subito dopo la mia. Lante si sistemò vicino a lei. Dopo un momento d'incertezza, Per e Fiamma presero posto scambiandosi un'occhiata complice: seduti al tavolo della regina dei pirati!
Etta fece scorrere lo sguardo su di noi. "Benvenuti, miei cari invitati!" esordì.
Il suo sarcasmo andò sprecato con l'Antico.
"Siete di una gentilezza squisita", rispose Rapskal candidamente. "E molto più bella di quanto mi aspettassi. Oh, ecco il rinfresco che avete ordinato. Ho la gola secca e lo stomaco vuoto." Non appena la cameriera gli riempì il bicchiere, lui se lo scolò d'un fiato.
Etta lo fissò accigliata per un momento; pensai che lo avrebbe rimproverato per la sua maleducazione, invece si appoggiò rilassata a un bracciolo della sedia. Vidi in lei la pirata che era diventata regina quando disse: "E voi siete molto più schietto e informale di quanto mi sarei aspettata da un ambasciatore".
"Già, sono fatto così", rispose lui, alzando il bicchiere per farselo rabboccare. "Tuttavia non sono un ambasciatore. Sarò anche generale e comandante in capo dell'esercito quando mi trovo a Kelsingra, ma per questa missione sono al servizio del mio drago e della sua specie! Mi assicurerò che i draghi di Kelsingra vengano a sapere della vostra ospitalità!"
"Gentile da parte vostra! Come devo sentirmi? Lieta o terrorizzata?" Ci guardò tutti per un istante, poi scoppiò a ridere: evidentemente riteneva Rapskal più uno spasso che una minaccia. In quel mentre arrivò Wintrow, che prese posto alla destra della regina. "E mio figlio?" s'informò lei.
"È rimasto con la dragonessa rossa e ha mandato a prendere altre tre mucche." Wintrow si voltò verso di me. "La vostra cornacchia si è unita a loro."
"Le piace la compagnia di Heeby", risposi. Domande e crucci mi ribollivano dentro, ma quella era la tavola della regina.
"Dunque, mio figlio verrà con voi per salvare vostra figlia. E in qualche modo questo lo esporrà alla compagnia dei draghi?" mi domandò Etta, ma fu Rapskal a rispondere. Aveva già ripulito il piatto e guardava avido la cameriera che si stava avvicinando con un vassoio di fette di arrosto.
"Facciamo chiarezza per tutti. Siamo venuti a informare FitzChevalier e dama Ambra che i draghi approvano e permettono la loro missione di vendetta. È chiaro che, una volta recapitato il messaggio, seguiremo gli altri fino a Clerres per completare l'opera di distruzione che avranno iniziato. Intendiamo radere al suolo la città e bruciare la campagna circostante." Bevve un lungo sorso di vino, inconsapevole dell'espressione sbigottita della regina. Posò il bicchiere con un sonoro sospiro. "FitzChevalier non è l'unico ad aver subito un grave torto da parte di questi Servi. Molto più dolorose e infami sono le sofferenze che hanno inflitto a noi! In combutta con gli Abomini, hanno saccheggiato la spiaggia della schiusa, rubato uova di drago e ucciso o imprigionato i serpenti appena nati! Domani voleremo sull'Isola degli Altri per proteggere le uova fino alla schiusa estiva. Tintaglia resterà a guardia dei nidi e accompagnerà i serpenti appena nati al mare, mentre io e Heeby daremo la caccia agli Abomini che infestano quella terra."
"Abomini?" mormorò Ambra, che fino a quel momento era rimasta in silenzio.
"Così li chiamiamo. Nascono quando un drago che ha vissuto troppo a lungo tra gli umani depone le uova, da cui non escono serpenti, ma creature grottesche e malvagie che non sono né serpenti, né umani, né Antichi. Li stermineremo tutti. Ardighiaccio soltanto era a conoscenza di quello che ci avevano fatto! Sterravano le uova dai tumuli di cova o rapivano i serpenti neonati che cercavano di raggiungere il mare! Alcuni li uccidevano, per mangiarli o vendere i loro corpi ai Servi dei Bianchi! Oppure, peggio ancora, li imprigionavano per decenni, raccogliendo le secrezioni dei loro corpi per produrre pozioni e medicamenti!" Storse le labbra squamose in una smorfia di disgusto. "Gli Abomini fanno largo uso di quelle secrezioni, sostenendo che li aiutano a prevedere il futuro e a ricordare remoti passati!"
Wintrow posò il bicchiere con un tonfo secco. "Etta", mormorò, "noi ci siamo stati. Sulla Spiaggia del Tesoro. Quelle creature. Il serpente che ho liberato…"
"Mi ricordo", disse lei con un filo di voce.
Il primo ministro si rivolse a Rapskal. "Kennit mi portò là per farmi predire il futuro dagli Altri. C'era già stato, suppongo. Con Igrot. Secondo la tradizione, se trovi qualcosa arenato sulla Spiaggia del Tesoro e lo consegni alle creature che vi abitano, loro ti predicono il futuro. Ma non trovai niente. Soltanto un enorme serpente, tenuto prigioniero in una pozza scavata nella roccia, cinta di sbarre, che si riempiva d'acqua a ogni alta marea. La creatura, però, era striminzita e deforme a causa della prolungata cattività. Mi parlò… riuscii a liberarla. Anche se il contatto mi ustionò la pelle e per poco non annegai nell'impresa."
"Ricordo bene", ripeté Etta. "Anche Sorcor ha parlato di una visita precedente di Kennit sull'isola." Un fievole sorriso le increspò le labbra. "Preferì distruggere quello che aveva trovato piuttosto che consegnarlo."
"Kennit era fatto così", convenne Wintrow, e non seppi decidere se fosse affetto o biasimo ciò che gli trapelava nella voce.
Per qualche istante regnò uno strano silenzio.
"Eroico!" esclamò Rapskal, picchiando il pugno sul tavolo. Tutti noi trasalimmo. I suoi occhi brillavano di lacrime. "Lo racconterò a Heeby e a tutti i draghi!" La sua espressione si fece concentrata e distante.
Wintrow ed Etta si scambiarono uno sguardo perplesso. Possibile che fossi l'unico a percepire il flusso di comunicazioni tra il generale e la dragonessa? Dal porto, riecheggiò il ruggito squillante di Tintaglia.
Rapskal si alzò di scatto e si sfilò gli anelli dalle dita. Li appoggiò sul tavolo e spinse il mucchietto di gioielli verso Wintrow. Aveva le lacrime agli occhi. "Un piccolo dono di artigianato Antico, insufficiente per l'uomo che ha liberato un serpente dalla prigionia degli Abomini! La gratitudine di un drago è cosa rara! E avete anche quella di tutti gli Antichi." Si rivolse a Etta. "Heeby mi dice che manderete vostro figlio con FitzChevalier per aiutarlo nella sua vendetta. Ne è molto compiaciuta e lo rispetta enormemente. Promette che quando arriverà a Clerres, lo troveremo. E lui cavalcherà sul suo dorso per sterminarli tutti!" concluse con un grido di trionfo.
Restammo tutti in un silenzio attonito.
Fu Ambra a spezzarlo. "Questo significa che i draghi verranno con noi a Clerres per vendicarsi a loro volta?" C'era speranza o paura nella sua voce?
Rapskal posò il bicchiere e scosse la testa. "Non subito. La nostra missione di proteggere le uova è più urgente. Al termine della stagione della schiusa, e quando saremo sicuri di avere eliminato ogni Abominio, allora verremo."
"Quando abbiamo parlato l'ultima volta, eravamo convinti che mia figlia fosse morta. Ora invece abbiamo ragione di credere che sia ancora viva. Che Ape sia prigioniera a Clerres…"
Ambra concluse il mio intervento. "Se si trova in città e i draghi attaccano, potrebbe restare ferita. O uccisa."
Rapskal annuì. "Uccisa è più probabile", osservò. "Quando abbiamo colpito il Chalced, la nostra opera è stata devastante. Edifici crollati. Uomini e bestie sterminati dall'alito acido dei draghi", elencò soddisfatto. "Dubito che nel palazzo del duca ci siano stati dei sopravvissuti." Poi, nel notare le nostre espressioni inorridite, si affrettò ad aggiungere: "Certo, mi rendo conto dei vostri timori".
"Potete parlare con Heeby e Tintaglia? Potete chiedere loro di aiutarci? O almeno di permetterci di tentare il salvataggio prima di distruggere la città?" mormorò Ambra sopraffatta dall'angoscia.
L'Antico congiunse i polpastrelli delle dita affusolate e si contemplò pensieroso le unghie scarlatte. L'attesa snervante si concluse quando rispose in tono sommesso: "Glielo dirò. Ma…" alzò la testa e mi guardò dritto negli occhi "…non posso promettervi niente. Credo che già lo sappiate. I draghi non… non considerano gli umani…" Lasciò la frase in sospeso.
"Non ci considerano importanti", conclusi lapidario.
"Esatto. Mi dispiace." Giocherellò con la forchetta e aggiunse: "L'unica speranza è che ci precediate. Per tentare di salvare vostra figlia prima che i draghi sferrino l'attacco alla città. Mi dispiace davvero".
Mi chiesi se fosse sincero o se non la pensasse anche lui come i draghi, incapace di comprendere l'importanza di una bambina umana.
D'un tratto drizzò la testa come se stesse ascoltando qualcosa. "Heeby è sazia. Le avete fornito cibo a sufficienza e io ve ne sono grato." Ancora quell'espressione assente e al tempo stesso concentrata, poi sorrise. "Anche Tintaglia è soddisfatta. Adesso dormiranno. Il volo è stato stancante per entrambe, e Heeby è sfinita." Mi guardò inarcando un sopracciglio squamoso, come a ricordarmi il segreto che condividevamo. "Per fortuna nella sella ho una scorta di… corroborante. Domattina glielo darò. Ma per il resto della giornata e per tutta la notte deve dormire. Anch'io, se è per questo." Si girò verso Wintrow ed Etta. "Potete prepararmi una camera da letto e un bagno? Confesso che sono stanco e mi fanno male le ossa. Fa sempre freddo in alta quota! Potrei dormire nella sella, ma non sarebbe un vero riposo."
La regina Etta fremette nel sentire il generale rivolgersi a lei come a una cameriera. Mi aspettavo che scattasse in piedi con la mano alla spada, ma Wintrow l'anticipò scostando indietro la sedia per alzarsi. Conosceva bene il limite di sopportazione della sua regina. "Se volete seguirmi, generale Rapskal, sarà un piacere offrirvi la mia camera. Sono sicuro che sia il modo più rapido per trovarvi un posto dove riposare. Signore, signori, con permesso."
E uscirono dalla sala, lasciando noialtri ancora a tavola. La regina si alzò di colpo. "Dovete partire appena possibile. Per raggiungere Clerres prima dei draghi e avere l'opportunità di salvare vostra figlia."
"Infatti", risposi sforzandomi di restare calmo. Non riuscivo ancora ad accettare il fatalismo che avevo colto nelle parole di Rapskal. Gli alleati su cui avevo fatto affidamento si stavano rivelando un altro genere di minaccia.
"Ed esporrete mio figlio a un pericolo maggiore di quanto avessi intuito all'inizio."
"Lo considero probabile."
Lei annuì lentamente. "È figlio di suo padre. Questa faccenda dei draghi e della loro vendetta… servirà soltanto ad alimentare il fuoco della sua determinazione." Mi fissò accigliata. "Bene, principe FitzChevalier, avete portato più eccitazione, disastri e turbamento a Borgo Baratto di quanti ne avessimo da parecchi anni."
Un rimbombo di passi decisi annunciò l'ingresso di Kennitsson nella stanza. Negli occhi gli ardeva un fuoco che prima non avevo visto. "Madre. Sono venuto a dirti che ho intenzione di partire domani, con la prima marea. Prima raggiungeremo Clerres, prima avremo la vendetta troppo a lungo rimandata." Ci guardò uno per uno, poi, senza aggiungere altro, girò sui tacchi e se ne andò.
Etta fissò a lungo la porta. "Identico a suo padre." Si voltò verso di me. "Avevo sperato di ritardare la vostra partenza, ma adesso darò ordine di terminare le operazioni di approvvigionamento della nave entro stanotte." E nello scostare la sedia per congedarsi, aggiunse in tono gelido: "Lungavista. Avete perso vostra figlia. Non perdete anche il mio".