Borgomago

 Alla Maestra d'Arte Urtica dall'apprendista Corsia.

 Come mi avete ordinato, confesso la mia colpa su questa pagina, per offrire con l'occasione la mia versione della storia. Non si tratta di una giustificazione, bensì del motivo per cui ho disobbedito all'accolito esperto Cesoia che supervisionava la nostra visita ad Aslevjal. Ero ben consapevole del nostro incarico. Dovevamo raccogliere i cubi d'Arte, annotare dove li avevamo rinvenuti, e portarli alla Rocca di Castelcervo per leggerli, catalogarli e archiviarli. Cesoia mi aveva più volte raccomandato di restare con gli altri e di non toccare niente che non attinesse al nostro compito.

 Tuttavia avevo sentito più volte parlare della sala della mappa di Aslevjal. Il desiderio di vederla ha travalicato il senso del dovere. Senza farmi notare, ho lasciato la confraternita e ho cercato la sala fino a scoprire un luogo meraviglioso, davvero all'altezza della leggenda che lo circonda. Mi sono trattenuta più di quanto avrei voluto e, invece di tornare al punto di riunione prestabilito, sono andata direttamente al pilastro che ci aveva portati lì.

 Questa è la parte più importante del mio racconto, anche se non giustifica affatto la mia insubordinazione. Gli altri non erano ancora arrivati. Io ero stanca, perché la mia sacca di cubi pesava molto. Mi sono seduta con la schiena appoggiata alla parete; non so se mi sono appisolata o se sono stata semplicemente influenzata dai ricordi di quella sala. Fatto sta che ho cominciato a vedere gli Antichi che entravano e uscivano dal pilastro. Alcuni indossavano abiti eleganti, altri camminavano quasi stessero passeggiando in un giardino. A ogni modo, dopo un po', mi sono resa conto che ciascuno di loro o entrava o usciva da una faccia del pilastro. Nessuno usava il medesimo lato per accedere o emergere.

 Sono convinta che dovremmo studiare a fondo le rune incise sulle facce di ciascun pilastro, perché credo che alcuni dei problemi riscontrati, riguardo al tempo perduto e al conseguente stato di prostrazione, siano dovuti all'utilizzo dei pilastri d'Arte per viaggiare a ritroso, ossia in senso contrario alla direzione originaria. Quando è giunto il momento di tornare alle Pietre Testimoni, ero in grande trepidazione. E imputo il nostro giorno di ritardo al fatto di essere entrati attraverso un lato del pilastro da cui io avevo visto le ombre degli Antichi uscire soltanto.

 Vi porgo le mie più umili scuse per aver lasciato la mia confraternita. È stato un atto sconsiderato e riprovevole. Mi rimetto al vostro giudizio e aspetto la punizione che riterrete più opportuna.

 Sinceramente devota,

 apprendista Corsia

 CON il passare dei giorni di navigazione, lentamente mi ridestai alla vita.

 Dwalia aveva lasciato il segno. Se il tempo era freddo e umido, lo zigomo sinistro mi faceva male e a volte mi colavano lacrime giallastre dall'occhio. L'orecchio sinistro era un grumo di carne informe e non potevo dormire con la testa appoggiata sul cuscino da quel lato. I lividi e le piaghe dovuti allo sfregamento della catena al collo erano lenti a guarire.

 Ma quello era il mio corpo. Il resto di me semplicemente non aveva voglia di fare nulla. Mi andava soltanto di restare sulla mia amaca al buio. Volevo che Amato e Ambra e il Matto la piantassero di assillarmi. Lo scrivevo sempre nel mio diario perché lo ricordasse, ma, nonostante i miei moniti, lui veniva a cercarmi più di una volta al giorno. Se ero sdraiata sull'amaca, Ambra si sedeva accanto a me a cucire. Talvolta mi lasciava degli animaletti intagliati di squisita fattura; sapevo che erano opera del Matto, perché mio padre ne aveva accennato nei suoi scritti. Mi sarebbe piaciuto tenerli, tuttavia li lasciavo sempre dove Ambra li aveva messi. In genere evitavo di guardarla, ma quando i nostri sguardi s'incontravano, i suoi occhi erano colmi di rimorso e supplica. Non perdeva mai la pazienza con me.

 Dentro di me ardeva un piccolo fuoco di disprezzo nei suoi riguardi e coglievo ogni occasione per alimentarlo. Pensavo spesso al fatto che lui era lì e mio padre no. Immaginavo che cos'avremmo fatto io e papà durante quel viaggio. Probabilmente avremmo chiacchierato con la nave e osservato gli uccelli marini. Lui mi avrebbe spiegato la storia e la geografia dei Sei Ducati, mi avrebbe parlato di Borgomago e delle Giungle della Pioggia. Sarebbe stato fermo e giusto con me, ma lui non c'era e ogni volta che guardavo quell'uomo mutevole che cercava di sostituirlo, fremevo di sdegno.

 Per era più schietto. Insisteva sempre perché mi sedessi a tavola ai pasti e, mentre mangiavo, m'insegnava a fare i nodi. Bimb-O si era alzato e lentamente si stava riprendendo. Una volta si unì a noi a tavola e la sua gratitudine mi imbarazzò così tanto che quasi non riuscivo a guardarlo in faccia. Sua madre mi sorrideva sempre. Il comandante Wintrow mi regalò una collana con una gemma che riluceva nel buio e una tazza che per magia riscaldava qualunque cosa contenesse.

 "Devi conoscere questa nave, fintanto che ne hai l'occasione!" mi rimproverò Per un giorno. "Quando ti ricapiterà più di navigare su un veliero vivente? Mai. Si trasformeranno tutti in draghi. Approfittane adesso che puoi!" Sapevo che aveva ragione, ma mi stancavo a fare qualsiasi cosa. Un giorno mi convinse ad arrampicarmi sulle sartie. "Coraggio, Ape. Soltanto cinque griselle, giusto per provare la sensazione della canapa sotto i piedi. Devi soltanto seguirmi. Metti i piedi e le mani dove li metto io."

 Non solo non mi permise di rifiutare, ma non mi chiese nemmeno se avessi paura; e proprio come la prima volta che ero montata in groppa a Preziosa, l'orgoglio m'impedì di dirgli che ero terrorizzata. E così cominciammo a salire. E a salire. Molto più di cinque griselle. In testa d'albero c'era una piccola piattaforma dai bordi rialzati. Per mi aiutò a infilarmici dentro e io mi accucciai, sentendomi più sicura.

 "Si chiama coffa, o nido di cornacchia", mi disse, poi scosse la testa rattristato. "Non ho più la mia cornacchia."

 "Lo so che ti manca."

 "Mimica. Non è più tornata dopo aver seguito la dragonessa rossa quel giorno. Forse adesso vive con i draghi. Si era molto affezionata a Heeby." Sospirò. "Mi auguro che stia bene. Le altre cornacchie la beccavano perché aveva qualche penna bianca. E adesso che ce le ha rosse?"

 "Mi dispiace che se ne sia andata. Mi sarebbe piaciuto conoscere una cornacchia."

 All'improvviso mi chiese: "Ape. Hai risanato Bimb-O dalle ustioni. Perché non guarisci anche te stessa?"

 Distolsi lo sguardo, umiliata e risentita del fatto che le mie cicatrici in qualche modo lo infastidissero. Sapevo che non possedeva alcuna magia, eppure parve leggermi nel pensiero.

 "Non si tratta del tuo aspetto, Ape. È che ti vedo soffrire. Quando cammini, zoppichi e ti premi la mano sulla guancia quando ti fa male. Perché non fai qualcosa per stare meglio?"

 "Non mi sembra giusto", risposi dopo un po'. Non potevo dirgli che non volevo farlo da sola. Avrebbe dovuto esserci mio padre con me, a preoccuparsi di quanto fossi sfigurata e a lisciarmi il volto con le mani. Dovevo guarirmi da sola, e perché? Perché c'era Ambra con me e non mio padre. No, non potevo esprimermi con quelle parole, così ne cercai altre. "Mio padre aveva cicatrici. Rompicapo anche. Mia madre portava i segni delle sue gravidanze. Papà mi ha detto addirittura che erano i marchi delle mie vittorie. Farle sparire…" Mi sfiorai la guancia martoriata e sotto le dita sentii l'osso ammaccato. "Non servirebbe a cancellare quello che mi hanno fatto, Per."

 Lui esitò un istante, poi cominciò a slacciarsi il colletto della camicia fino a mostrarmi il petto nudo e imberbe. Sgranai gli occhi, allibita. "Lo vedi il punto in cui mi sono beccato una freccia per te?" mi chiese.

 La sua pelle era liscia sopra i muscoli. "No."

 "Perché tuo padre ha cancellato la cicatrice. Mi ha guarito. L'ha fatto anche con Lante. Avresti dovuto vedere il Matto com'era prima che tuo padre lo risanasse! FitzChevalier ha addirittura preso su di sé le ferite del Matto perché guarisse più in fretta."

 Rimasi a lungo in silenzio, domandandomi come avesse fatto. Che il Matto avesse passato le sue cicatrici a mio padre non aumentava di certo la mia stima nei suoi confronti. Per mi sfiorò la guancia. Mi resi conto che tacevo da parecchi minuti.

 "Lo vedo che ti fa male. Dovresti sistemarla. Non puoi cancellare quello che ti hanno fatto, ma non sei costretta a portarne i segni. Non dargli ancora questo potere su di te."

 "Ci penserò", promisi. "Ora voglio scendere. Quassù si balla troppo."

 "Ti ci abituerai. Anzi, tra qualche tempo potrebbe persino piacerti salire a riva."

 "Ci penserò", gli promisi di nuovo.

 E mantenni la parola. Due giorni dopo, mentre le vele pendevano flosce per la calma di vento, ci arrampicammo di nuovo sulle sartie. Non ero sicura di divertirmi, ma se non altro mi convinsi di non avere paura. La bonaccia durò alcuni giorni, durante i quali la coffa divenne un rifugio familiare. Spesso era occupata da una marinaia, la ragazza di nome Pulce. Non parlava molto, ma adorava salire lassù in cima. Mi stava simpatica.

 A poco a poco, di notte, sulla mia amaca, cominciai a guarirmi. Non era facile e procedevo lentamente, perché non volevo che qualcuno lo notasse. Non volevo che qualcuno si complimentasse per quanto stavo meglio o mi lodasse per quello che avevo fatto. Non sapevo spiegarne il motivo nemmeno a me stessa. Tuttavia l'orecchio bitorzoluto, quello che mio padre aveva toccato definendolo una vittoria… quello lo lasciai com'era.

 Alla fine m'innamorai della nave. Credo perché ricambiavo quello che lei provava per me. Ogni volta che appoggiavo la mano sul parapetto di legno argenteo, la percepivo. Era la stessa sensazione di quando entravo nella stanza di mia madre e lei alzava gli occhi dal cucito e mi sorrideva, un piccolo ma grande gesto di affetto e di accoglienza. Non ero abbastanza coraggiosa da parlarle, anche se Vivacia mi trasmetteva gentilezza e benevolenza. Mi bastava quello per sentirmi in comunione con lei.

 Tuttavia mi capitava di ascoltare le conversazioni che sosteneva con il suo comandante. Mi ci volle qualche tempo, ma alla fine capii che il capitano Wintrow era il nipote di Althea Vestrit, che Vivacia era la nave della famiglia Vestrit e che Althea era cresciuta a bordo. A quanto pareva, i velieri viventi erano molto importanti per le famiglie che li possedevano. Che Paragon si fosse trasformato in due draghi che erano volati via significava che Althea, Brashen e Bimb-O non avevano più una nave. E Vivacia intendeva fare la stessa cosa. In conclusione, non sarebbe più rimasto alcun vascello vivente per nessuno. Per aveva ragione. Di lì a qualche anno, non sarebbe più esistito un solo esemplare di nave vivente.

 Era una prospettiva che rattristava tutti, ma c'era un altro conflitto più immediato che li turbava. Mi ero accoccolata in una cima abbisciata nei pressi del castello di prua e mi ero appisolata. Quando aprii gli occhi, vidi alcuni membri dell'equipaggio schierati in fila con il cappello in mano. Non avevo sentito che cos'avevano chiesto alla nave, ma udii la sua risposta. Vivacia si rifiutava di fermarsi nelle Isole dei Pirati. Il comandante la implorò, Bimb-O insistette, ma lei era irremovibile. Nonostante i suoi boccoli neri avessero la grana del legno, li vidi ondeggiare quando scosse la testa.

 "Indipendentemente da quando o come sapranno di Kennitsson, la sua morte non cambierà di una virgola. Sappiamo tutti quanto sarà terribile ricevere la notizia per la regina Etta, per Sorcor e per l'intera popolazione delle Isole dei Pirati. Credete forse che non m'importasse niente di Kennitsson? Non era sangue del mio sangue, ma gli volevo bene. Conoscevo suo padre e forse lo capivo persino più di quanto avrei voluto. Lo stimo per alcune cose che ha fatto. Ciononostante, non ho alcuna intenzione di restare intrappolata a Borgo Baratto, mentre Etta si dispera, si arrabbia e piange. Sapete benissimo che porrà mille domande, seguite da mille accuse e mille rimproveri. Ci tratterrà per settimane, se non per mesi."

 "E allora che intenzioni hai?" le domandò Navigatore.

 "Oltrepassare le Isole dei Pirati. Lo so che avete bisogno di rifornimenti. Non sono il veliero pazzo, che non si curava del suo equipaggio. Posso scendere a un compromesso. Ci fermeremo per una breve sosta a Borgomago. Poi risalirò il fiume delle Giungle della Pioggia fino a Trehaug. Per l'Argento. Per diventare il drago che sono sempre stata."

 "E io?" chiese Wintrow sconsolato. "Che cosa penserà Etta di me? Come potrò tornare a Borgo Baratto se non riferisco alla regina Etta della morte di suo figlio?" Scosse la testa. "Sarà la fine della mia carriera. Forse addirittura della mia vita."

 Althea, Brashen e Bimb-O si avvicinarono. Temevano un ammutinamento?

 Vivacia restò in silenzio qualche istante. Poi, con risolutezza e con rammarico, disse: "So soltanto che sono una nave da troppo tempo. Wintrow, sono intrappolata. Devo liberarmi e lo farò. E dovresti farlo anche tu. Sono passati anni ormai. Etta non ti amerà mai come ha amato Kennit. Il suo cuore è diventato freddo e indifferente. È stato sufficiente che un uomo non la picchiasse per innamorarsi di lui. E Kennit? Non ha mai voluto ammettere neppure con se stesso che in fondo la considerava soltanto una comodità, una puttana sempre a sua disposizione. Voleva più bene a te che a lei. Wintrow, torna a casa. Portami a casa. È ora che entrambi ci riprendiamo la nostra libertà".

 Il silenzio che seguì le parole della nave durò talmente tanto che pensai che se ne fossero andati tutti. Sbirciai da sotto le ciglia abbassate e vidi Althea cingere con un braccio le spalle del nipote. Imbarazzati per lui, i marinai distolsero lo sguardo.

 "Vivacia ha ragione", mormorò Bimb-O. "E tu lo sai." A quelle parole, però, Wintrow si liberò della zia con una scrollata di spalle e si allontanò dai famigliari e dalla polena. Dal canto mio, decisi che era meglio continuare a fingere di dormire e di non parlare mai di quello che avevo origliato.

 La maggior parte dell'equipaggio di Vivacia veniva dalle Isole dei Pirati. Il rifiuto della nave di fare tappa a Borgo Baratto indignò e innervosì i marinai. Io sentivo crescere la tensione a bordo, ma non capivo. L'equipaggio sapeva che non era stata una decisione di Wintrow, ma della nave, perciò che cosa si aspettavano che facesse? Tuttavia, quando avvistammo le Isole dei Pirati, il comandante propose il suo di compromesso. Avrebbe ceduto le scialuppe della nave a chiunque avesse voluto sbarcare per tornare a Borgo Baratto. Ne avrebbe tenuta una soltanto, pur sapendo che non avrebbe potuto ospitarci tutti in caso di emergenza.

 Eppure, nonostante la generosa offerta, soltanto una decina di marinai scelsero di partire. Alcuni che avevano navigato a lungo su Vivacia decisero di restare per vederla diventare un drago. "Sarà una storia da raccontare per anni e uno spettacolo che non mi perderei per niente al mondo", dichiarò un uomo. A queste parole, altri due in procinto di salire sulle scialuppe, tornarono indietro. Wintrow augurò buona fortuna agli altri e garantì loro che sarebbero stati pagati dal contabile della flotta.

 Bimb-O si rivolse al più anziano. "Te l'affido, consegnala nelle mani della regina Etta. Mi raccomando a tutti: non perdetela!" Io però vidi soltanto una collanina insignificante con un ciondolo grigio e non capii come mai le espressioni dei presenti fossero così serie. I marinai gli promisero che si sarebbero diretti subito dalla regina. Le scialuppe vennero calate e tutti noi a bordo ci affacciamo al parapetto per guardarli mettere mano ai remi e allontanarsi. Poi riprendemmo il viaggio.

 Quella notte il capitano Wintrow si prese una sbronza colossale, imitato da Althea e Brashen. Bimb-O restò di guardia e assunse il comando della nave. Clef e Per gli fecero compagnia. Seduti sul ponte di prua, accanto alla polena, si misero a berciare canzoni sconce. L'indomani ripresero tutti a lavorare con le facce gonfie e le mani tremanti. Ambra e Fiamma si unirono all'equipaggio per colmare i posti vacanti lasciati dai marinai sbarcati, anche se la nave sembrava veleggiare senza bisogno di guida, nella sua smania di raggiungere in fretta il fiume delle Giungle della Pioggia.

 Un giorno mi ammalai. Avevo la febbre e mi sentivo debole. Quando Ambra cercò di rassicurarmi che sarebbe andato tutto bene, le dissi che non era la prima volta e che volevo essere lasciata in pace. Lì per lì rimase sorpresa, ma accettò la mia decisione. Fu Per a portarmi acqua e minestra, e quando la febbre passò, chiese a mio nome al comandante il permesso di fare un bagno nei suoi alloggi. Mi furono concessi una tinozza, un asciugamano e un secchio d'acqua calda. Avrei preferito una vasca piena d'acqua bollente, ma Per mi spiegò che a causa del rifiuto di Vivacia di fermarsi nelle Isole dei Pirati, le nostre scorte d'acqua erano razionate. Io mi arrangiai con quello che avevo a disposizione e riuscii a togliermi gran parte della pelle che si era squamata. Sotto, avevo un colore molto più simile alla carnagione di Per, e mi sentii molto meglio.

 Curioso come la noia di quel viaggio privo di eventi significativi cominciò a infastidirmi. Dopo mesi trascorsi a escogitare ogni giorno il modo di sopravvivere, all'improvviso non avevo niente da fare. Nessuno si aspettava che lavorassi a bordo. Continuavano a dirmi che dovevo riposare. In quelle lunghe ore d'inattività, mi soffermavo a ricordare ogni dettaglio di quanto mi era successo, sforzandomi di dargli un senso. Mio padre era morto. La gente che mi aveva rapita era morta, almeno quasi tutti. Io stavo tornando a "casa" alla Rocca di Castelcervo, da una sorella che conoscevo a malapena e da una nipotina appena nata.

 Ripensai alle cose che mi avevano fatto, e alle cose che io avevo fatto per sopravvivere. A volte non riuscivo ancora a crederci. Avevo azzannato la guancia di Dwalia. Avevo visto morire la mercante Akriel. Ero diventata il Distruttore e avevo ucciso Dwalia e dato fuoco a Symphe e a tutte le biblioteche. Possibile che fossi stata proprio io, Ape Lungavista?

 Continuavo a sognare, sia cose banali sia eventi prodigiosi. A volte era difficile cogliere la differenza. Vagavo dietro le pareti di Giuncheto chiamando mio padre, ma arrivava un lupo. La mercante Akriel strisciava verso di me, strillando che era tutta colpa mia; cercavo di scappare, però le gambe non mi rispondevano. Un cervo azzurro balzava in un lago d'argento e ne emergeva un lupo nero. Una decina di draghi si levavano in volo trionfanti. Dwalia torreggiava sul mio letto e rideva della mia ingenuità per aver creduto di averla uccisa. Sognai una donna che arava un campo immenso; crescevano spighe dorate che qualcuno mieteva e ammassava su carri cigolanti. Sognai mia madre che diceva: "Può dare l'impressione che non ti voglia bene, ma te ne vuole tantissimo". Sognai di osservare una festa da ballo che si svolgeva in una sala sfarzosa attraverso una fenditura nel muro.

 Alcuni li scrivevo sulla carta che mi aveva dato Amato, altri li tenevo per me. Una sera venne e mi disse: "Perché non ci sediamo un po' insieme? Tu mi leggi i tuoi sogni e magari ne discutiamo".

 Non volevo parlarne. Già metterli per iscritto dava loro importanza. Leggerli ad alta voce sarebbe stato anche peggio. Non risposi.

 Lui si sedette accanto a me sul castello di prua. Era diventato il mio posticino preferito la sera. Si appoggiò in grembo le mani intrecciate, una nuda e una guantata. "Ape, ti prego, permettimi di conoscerti e d'insegnarti le cose che devi comprendere su te stessa. Il significato dei tuoi sogni e quello che la vita potrebbe esigere da te. Un giorno dovrai trovare il tuo Catalizzatore e cominciare ad apportare i cambiamenti…"

 Notai che non aveva detto che desiderava che io lo conoscessi. Ambra-Matto-Amato che fosse. Coprii con la mano il mio disegno della mercante Akriel. Mi costrinsi a sorridergli. "L'ho già trovato il mio Catalizzatore. E ho fatto i cambiamenti. Il mio compito è finito." Pensai a che cosa mio padre avrebbe voluto che facessi. Trassi un respiro profondo e tentai di non ferire i suoi sentimenti. "Non voglio essere un Profeta Bianco come lo sei stato tu."

 "Vorrei che fosse possibile, ma temo che per te sia inevitabile. A ogni modo, per il momento sorvoliamo. Parlami del tuo Catalizzatore." Il suo sguardo si addolcì. "È Perseverante?"

 Mi sforzai di nascondere lo choc per quell'ipotesi. Per era mio amico! "Te l'ho già detto! Il mio Catalizzatore era Dwalia. È stata lei a trasformarmi nel Distruttore. Mi ha cambiato la vita. Mi ha portata da Giuncheto a Clerres. E lì ho realizzato i cambiamenti che tutti temevano. Poi l'ho uccisa. Io sono il Distruttore, e ho distrutto i Servi."

 Lui rimase a lungo in silenzio, giocherellando con i polpastrelli delle dita nude e di quelle guantate. "Sei proprio sicura che Dwalia fosse il tuo Catalizzatore?"

 "Prilkop ha detto che era lei." Poi mi corressi. "Prilkop ha detto che pensava fosse lei."

 "Mmm. Si sa che Prilkop ha sbagliato in diverse occasioni." Sospirò. "Ape, credevo che sarebbe stato più facile per noi. Ma credevo anche che ci sarebbe stato tuo padre ad aiutarci a diventare amici. A convincerti che potevi fidarti di me."

 "Già, però è morto."

 "Lo so." Drizzò le spalle di colpo e si voltò a studiarmi il viso. Quegli occhi… abbassai lo sguardo. Lui mi parlò lo stesso. "Ape. Incolpi me della sua morte?"

 "No. Incolpo lui." Non avevo previsto di dirlo, ma adesso che lo avevo fatto, mi sentii legittimata a pensarlo. Era stata colpa sua se era morto, ed era più che giusto che fossi arrabbiata con lui.

 Amato mi prese la mano con la sua guantata. Non guardava più me, ma la vastità dell'oceano. "Anch'io, sai? E credo di essere infuriato con lui almeno quanto te."

 Tirai indietro la mano di scatto. Come se lui fosse innocente!

 Veleggiavamo lungo le coste mutevoli di quelle che erano chiamate le Rive Maledette. Ogni giorno che passava ci avvicinavamo sempre di più a Borgomago, finché una sera scorgemmo le sue luci in lontananza. Amato ci radunò per esporre il suo piano. Saremmo sbarcati in città, avremmo mandato un piccione viaggiatore alla Rocca di Castelcervo con la richiesta di fondi per proseguire il viaggio e avremmo aspettato la risposta. Althea ci aveva invitati a soggiornare a casa della sua famiglia fino alla partenza e "Ambra" aveva graziosamente accettato. In buona sostanza, finché non fossero arrivati i soldi da Castelcervo, saremmo stati dei poveri squattrinati dipendenti dalla sua carità.

 In una bella mattina di sole entrammo nella Baia dei Mercanti e proseguimmo fino al porto di Borgomago. Vivacia si diresse spedita verso i moli riservati alle navi viventi. Il nostro arrivo destò un certo scalpore e ben presto gli altri velieri viventi cominciarono a chiamarla a gran voce. Era strano sentire le navi che gridavano tra loro, scambiandosi informazioni. A quanto pareva, i due piccoli draghi che un tempo erano stati Paragon si erano fermati a Borgomago per esortare gli altri vascelli a seguirli fino a Kelsingra. E adesso volevano sapere se fosse tutto vero, se quei draghi fossero stati proprio Paragon. Un veliero di nome Kendry era il più scalmanato e aizzava gli altri, sostenendo che era tempo che le navi si trasformassero in draghi liberi. La sua polena raffigurava un giovane di bell'aspetto, con il torace nudo. Era ormeggiato a una certa distanza dagli altri vascelli, e i suoi alberi erano privi di vele. La maggior parte delle navi erano curiose, ma la collera di Kendry era terrificante.

 Non erano soltanto i velieri a essere in agitazione. Non appena attraccammo, lungo la banchina scorgemmo alcuni individui abbigliati in modo strano accorrere trafelati. Mentre scendevo dalla passerella dietro Amato, insieme a Fiamma e Per, i nuovi arrivati chiesero il permesso di salire a bordo.

 "Chi sono?" m'informai nell'incrociarli. Uomini e donne dall'espressioni cupa con indosso lunghe tuniche variopinte.

 "Sono membri del Concilio dei Mercanti di Borgomago", mi spiegò Amato con la voce sommessa di Ambra. "Ciascuna delle famiglie che per prime si stabilirono qui ha diritto di voto nel Concilio di Borgomago, per prendere decisioni che vincolano tutti quanti. La prospettiva che le navi viventi diventino draghi sarà un duro colpo per molti di loro. La capacità di quei vascelli di navigare sul fiume delle Giungle della Pioggia, come pure la loro velocità in mare aperto, hanno consentito ai Mercanti di prosperare. La loro scomparsa avrà ripercussioni non soltanto sulle famiglie tanto fortunate da averle possedute per generazioni e che grazie a loro si sono arricchite, ma anche sui traffici delle preziose merci che provengono dalle Giungle della Pioggia."

 "Bimb-O mi ha detto che il Concilio non sarà per niente contento di tutta questa faccenda", intervenne Per, riassumendo la situazione. "È probabile che stasera si terrà un'importante riunione per decidere il da farsi."

 Borgomago era una città bella e confusionaria in egual misura. La gente camminava a passo svelto, con l'aria indaffarata. Una donna salutò a gran voce un uomo, chiedendogli che fine avesse fatto la sua spedizione di pelle di vitellino. Due uomini si alzarono da un tavolo e si scambiarono una stretta di mano sopra una teiera e due tazze. Una messaggera ci sfrecciò accanto, la borsa piena di lettere stretta al petto sobbalzante. Clerres era stata una città di tenui sfumature pastello e gente tranquilla; Borgomago era un tripudio di colori squillanti e di commerci. L'aroma delle spezie e della carne era inebriante. Ambra sorrideva raggiante mentre camminava, e sembrava avere dimestichezza con le strade, anche se non sempre era sicura di quale traversa imboccare. Alla fine, però, trovò un posto da dove poter inviare un piccione viaggiatore alla Rocca di Castelcervo. Fiamma tirò fuori un sacchetto di pelle e contò alcune monete per pagare il servizio.

 Mentre c'incamminavamo di nuovo, lo soppesò sul palmo della mano. "Non ne restano molte, Ambra."

 "Siamo fortunati ad averne ancora qualcuna. Dovremo farcele bastare", rispose lei, vestita una via di mezzo tra un uomo e una donna. Portavamo tutti indumenti prestati, dacché ci eravamo imbarcati sulla Vivacia con quello che avevamo indosso al momento del naufragio. In confronto alle stoffe pregiate dei Mercanti e agli abiti sgargianti della gente che affollava le strade, sembravamo un gruppo di straccioni.

 Stavamo tornando alla nave, quando Fiamma lanciò un grido e sfrecciò avanti come impazzita. Un uomo le corse incontro. Le cinse la vita e l'abbracciò stretta, poi la sollevò e la fece girare in tondo. La mia mano stava ancora annaspando in cerca del pugnale, quando Per esclamò: "Lante? Com'è possibile? Lante!"

 Era proprio lui. Il viso cotto dal sole e i vestiti più laceri dei nostri, ma era Lante senza ombra di dubbio. Per festeggiare la felice riunione, decidemmo di spendere gli ultimi spiccioli per mangiare un boccone insieme. Ci sedemmo a un tavolino esterno di una taverna all'ombra di un tendone. Lante avrebbe contribuito con le monete che gli erano rimaste. "Ero aggrappato a un pezzo del relitto, quando la Rosa di mare mi è passata accanto fuggendo dal porto. Mi hanno lanciato una cima e alla fine mi hanno issato a bordo. Li ho implorati di riportarmi indietro, ma nessuno mi ha dato ascolto! Ero capitato nel bel mezzo di un ammutinamento, perché avevano abbandonato il loro comandante impazzito a Clerres."

 E continuò a raccontarci le sue vicissitudini. Aveva lavorato a bordo come semplice marinaio, ma al primo porto in cui avevano fatto scalo, era sbarcato e aveva cercato un passaggio per le Isole delle Spezie. Da lì si era procurato un ingaggio su un piccolo veliero diretto a Borgomago. Era arrivato appena un giorno prima della Vivacia e si era subito dato da fare per cercarci.

 Ci misi tutta la mia buona volontà per essere felice come Fiamma e Per, ma mi veniva da piangere. Amato aveva il sorriso di Ambra, eppure per un attimo scorsi nei suoi occhi un velo di malinconia. Ordinammo delle bevande ricavate da un frutto spremuto e condite con spezie piccanti. Al momento di pagare, la donna rifiutò i nostri soldi. Si toccò gli orecchini di legno che indossava e disse: "Mi hanno portato più fortuna di quanta ne avrei mai desiderata. Sono lieta di rivederti a Borgomago, Ambra, e non vedo l'ora che la tua insegna sventoli di nuovo sulla Strada delle Giungle della Pioggia".

 C'incamminammo verso la nave, ma incontrammo Althea prima di arrivare al porto. Sorrise nel vedere Lante. "L'avete trovato! Venite. Vi accompagno a casa della mia famiglia." Il suo invito suonò più come un ordine che non una richiesta. Ci condusse per una serie di strade lastricate verso un tranquillo quartiere di graziose villette con i giardini cinti da mura sormontate da profumati rampicanti in fiore. Una volta lontani dal centro brulicante di gente, Althea si affrettò a dirci: "Andiamo a chiamare mia madre. L'umore del Concilio dei Mercanti è più nero che mai. Ci hanno assaliti per ottenere il voto dei Vestrit, allo scopo di proibire agli altri proprietari di navi viventi di dare loro l'Argento. È mia madre a detenere quel voto. Sono stati molto duri con me e Brashen, accusandoci di aver tradito il nostro dovere nei confronti dei Mercanti quando abbiamo ‘permesso' a Paragon di diventare draghi".

 "Come se aveste potuto impedirglielo!" esclamò Per.

 "Peggio. Come se avessimo ‘dovuto' impedirglielo. Paragon aveva ragione. Una volta convinti che era possibile, io e Brashen abbiamo capito che era la scelta giusta per lui. A prescindere da quanto ci sarebbe costata."

 "Quindi insisterete affinché le navi prendano l'Argento e si trasformino in draghi?"

 "No", rispose Althea accigliata. Per essere una donna alquanto bassa e minuta, camminava in fretta, compensando il passo corto con la velocità. "Io e Brashen non parteciperemo all'assemblea del Concilio. E nemmeno Wintrow. Da questa parte."

 Abbandonò il viale alberato per imboccare un sentiero sterrato. Poco dopo incontrammo un massiccio muro di cinta di pietra lavorata, ma nessun cancello ci sbarrò il passo. Entrammo in un giardino di dimensioni spropositate. Il sentiero era fiancheggiato da ampie zone d'erba verdeggiante perfettamente rasata, come se un gregge di pecore l'avesse brucata senza però lasciarsi dietro escrementi. I prati erano punteggiati di alberi ad alto fusto circondati da aiuole di fiori. Da un lato scorsi una piccola struttura fatta interamente di vetro. All'interno le piante premevano sui pannelli come bambini che sbirciano da una finestra chiusa. Proseguimmo lungo il sentiero. Sembrava che non finisse mai.

 "Avrei dovuto mandare a chiamare una carrozza", bofonchiò Althea, "ma ero troppo arrabbiata per pensare."

 "Il parco è straordinariamente bello quest'anno", commentò Ambra, strappando un sorriso beffardo ad Althea.

 "Con i soldi si comprano ottimi giardinieri. A ogni modo, sì, è splendido. Niente a che vedere con la desolazione spazzata dalle tempeste che hai visto la prima volta che sei venuta qui." Scosse la testa. "Mi chiedo se saremo ancora in grado di mantenere il parco ora che Paragon non c'è più. Pazienza." Pronunciò l'ultima parola con un lungo sospiro e salì di corsa i gradini d'ingresso. Senza fermarsi, spalancò la porta e gridò: "Mamma! Siamo in porto! Abbiamo notizie importanti!"

 Due servitori in livrea ci vennero incontro, ma Althea li liquidò con un gesto della mano. "Rennolds, tutto a posto, sono contenta di vederti. Angar, dov'è mia madre?"

 Udimmo una voce da un'altra stanza. "Althea? Sei tu?" Poi si aprì una porta e ne uscì una donna dai capelli grigi che si appoggiava a un bastone. La mano che impugnava il pomo aveva le nocche sporgenti e il viso era solcato da rughe profonde, ma la donna ci venne incontro sorridente e a passo svelto. "Chi mi hai portato a casa stavolta? Un momento! Ambra? Sei proprio tu, dopo tutti questi anni?"

 "Sono io", rispose Ambra. La vecchia spalancò gli occhi e sorrise raggiante.

 "Entrate, prego! Avevo appena ordinato un tè e uno spuntino. Rennolds! Fai preparare cibo per un esercito, per favore. Lo sai quanto mangia Althea appena torna a casa."

 Il domestico, che era rimasto in disparte, rispose con un sogghigno: "Certo che lo so, mia signora. Provvedo subito".

 Althea fece per presentarci alla madre, ma non aveva ancora cominciato che quella la interruppe. "So molto più di quanto pensi e molto meno di quanto vorrei. Ho ricevuto le tue missive da Borgo Baratto ed ero davvero terrorizzata per te, Brashen e Bimb-O. Poi, però, Karrigvestrit mi ha assicurato che eravate tutti sopravvissuti e che Vivacia vi avrebbe riportati a casa. Come sta Bimb-O? Si è ripreso dalle ustioni?"

 "Karrigvestrit?" Althea era scioccata.

 "Il drago azzurro. Quella verde non ha voluto rivelare il suo nome. È decisamente più strana e credo sia lei la responsabile della natura… capricciosa di Paragon quando era un veliero. Allora, come sta Bimb-O?"

 "I draghi sono venuti qui e ti hanno parlato?"

 "Vuoi vedere il disastro che hanno combinato nel giardino degli iris accanto al laghetto? È lì che abbiamo portato i due torelli che avevano richiesto e dove hanno banchettato. Perciò sapevo che eri viva e speravo che venissi direttamente a casa, però so poco altro e ne capisco ancora meno!"

 "Be', questo mi fa risparmiare tempo, ma ci sono tante altre cose che devo raccontarti, e soprattutto un problema più urgente da affrontare. Una delegazione del Concilio dei Mercanti è salita a bordo appena abbiamo ormeggiato. Sono furiosi che Paragon sia diventato due draghi. Ci hanno accusati di tradimento. E adesso anche Vivacia vuole…"

 "Gli affari dei Mercanti appartengono ai Mercanti", la rimproverò la madre, poi si girò verso di noi con un sorriso mortificato. "Scusate, non conosco ancora i vostri nomi, ma prego, accomodatevi da questa parte, mentre io e Althea scambiamo due parole in privato."

 "Da questa parte" era una sala spaziosa arredata con comode poltrone imbottite davanti alle finestre che affacciavano sul giardino degli iris distrutto. Il pavimento era rivestito di piastrelle bianche, simili a quelle che coprivano il ripiano di un tavolo circondato da sei sedie.

 Mentre Ambra ci invitava a entrare, sentii che l'anziana donna diceva: "Oh, perfetto, Rennolds. Porta pure dentro, poi vieni da me, per favore".

 "L'abbiamo offesa in qualche modo?" chiese Lante sotto voce, ma Ambra scosse la testa.

 "No, assolutamente, però i Mercanti sono molto riservati quando si tratta dei loro affari. Sono sicura che si uniranno a noi tra poco. Oh, il mio tè bollente con il limone!"

 Rennolds entrò con un grande vassoio d'argento con sopra una teiera di porcellana, fumante, e un servizio di tazze. Quando lo appoggiò sul tavolo, aspirai l'aroma del tè e vidi un frutto giallo tagliato a spicchi su un piattino. Arrivarono altri due camerieri con dei vassoi di dolcetti, fettine di carne fredda e panini fragranti.

 "Cibo vero!" esclamai, e Per scoppiò a ridere.

 "Come quello di Giuncheto", confermò.

 Io mi vergognavo ed ero intimidita, ma Ambra prese in mano la situazione con disinvoltura. Si accomodò su una sedia e, dopo che Rennolds finì di versare il tè per tutti, lo congedò con un cenno garbato del capo. Sulla mia tazza era dipinta una rosa, e il manico era sottile e delicato. Il tè era forte e scuro; imitai Ambra e vi spremetti dentro il succo del limone. Il tè aveva sempre avuto la capacità di calmarmi e di schiarirmi la mente. Lante scelse qualche dolcetto, lo mise su un piatto e me lo porse. Io li guardai con un nodo in gola, rammentando una festa d'inverno che non si era mai svolta. Per ne addentò uno spolverato di cannella. Io ne presi un altro e lo spezzai. Dentro era tutto rosa. Lo assaggiai e gustai il sapore delle fragole. Come quelle che coltivava mia madre. Nascosi le lacrime mangiando. Quello spuntino sapeva della cucina di Giuncheto la mattina. Faticai a inghiottire.

 Ambra stava parlando agli altri. "…fondi tratti dal bottino di Igrot. Suppongo che Althea abbia investito gran parte della sua quota per restaurare la casa di famiglia, dacché era stata trascurata per mancanza di soldi ancora prima che i mercenari invadessero la città e la mettessero a ferro e fuoco. Capisco che adesso teme per le sorti del loro patrimonio, visto che non hanno più Paragon. D'altro canto, sono sicura che il veliero non fosse l'unica risorsa di Ronica. Confido che Althea, Brashen e Ronica riusciranno a guadagnare con un'altra nave, anche se non potranno parlarle."

 "Ne vuoi ancora? Non hai mangiato quasi niente", mi sussurrò Lante. Mi sorprese l'espressione preoccupata dei suoi occhi. Poi mi resi conto che quel giorno doveva aver sofferto più che mai per l'assenza di mio padre.

 "Non lo so", risposi, e lui annuì senza aggiungere altro.

 Per stava ancora mangiando. Ambra e Fiamma si erano portate le tazze davanti alla finestra per guardare il giardino devastato. Qualcuno bussò alla porta ed entrò Rennolds. Sembrò imbarazzato quando disse: "Se non vi dispiace, la mercante Vestrit ha notato che la bambina è scalza. Tra la servitù ci sono delle ragazzine che hanno scarpe e gonne troppo piccole per loro ormai, e la signora ha pensato che potrebbero andarle bene". Si era rivolto a Lante e ad Ambra, come se fossi troppo piccola per capire, ma fui io a rispondere.

 "Ve ne sarei grata. Qualunque cosa andrà bene, pur di coprirmi i piedi." Io ero la più malandata del gruppo, dacché mentre gli altri indossavano i vestiti prestati dai membri dell'equipaggio della Vivacia, per me non avevano trovato niente di adatto. Rennolds aveva portato alcune paia di morbide pantofoline di pelle, del tipo che in genere calzano le domestiche, e un solo paio con la suola più dura. Per fortuna, erano le scarpe che mi stavano meglio. M'infilai una gonna sui logori pantaloni di cotone che mi aveva dato Capra. La gonna si allacciava con una fascia in vita e sembrava fin troppo elegante abbinata alla mia blusa macchiata. Era passato così tanto tempo dall'ultima volta che avevo indossato una sottana che mi sentivo impacciata. Ringraziai Rennolds per la sua premura, ma Per scosse la testa.

 Quando il cameriere se ne andò, commentò avvilito: "Una principessa dei Sei Ducati costretta a mettersi gli abiti smessi di una sguattera".

 "Una principessa?" chiese Ronica entrando nella stanza. Sorrise, come se fosse una mia fantasticheria infantile.

 "Non è il suo titolo corretto", rispose Ambra. "Ma è una dama di nobili natali."

 "Una dama molto contenta delle scarpe", aggiunsi, perché la madre di Althea non pensasse che ero un'ingrata. Le feci una riverenza con la gonna nuova e dissi: "Vi ringrazio per la vostra gentilezza".

 "È la figlia di FitzChevalier Lungavista. Ape. La bambina che siamo andati a salvare", spiegò Althea.

 La madre la guardò esterrefatta. "La figlia del principe Lungavista che ha guarito Phron?" Sembrava incredula. "Non avevo capito! Ho pianto quando Althea mi ha detto che è morto. Era tuo padre? Oh, quanto mi addolora. La nostra famiglia ha un debito di riconoscenza verso di lui che non potremo mai ripagare."

 "Un debito che si è raddoppiato quando Ape ha guarito Bimb-O dalle ustioni riportate nell'incendio di Paragon. Mamma, pensavamo che avrebbe perso l'uso del braccio e che sarebbe rimasto sfigurato per sempre. Invece la sua nuova pelle è rosa e sana."

 "Bimb-O era così grave? A quanto pare, ci sono ancora parecchie cose che mi devi raccontare."

 "È vero, ma purtroppo non abbiamo molto tempo. Mamma, dobbiamo tornare alla nave. Possiamo usare la carrozza?"

 "Certo. Dammi solo un minuto per cambiarmi le scarpe. Rennolds! Rennolds, la carrozza, per favore, il prima possibile. Althea, accompagnami mentre mi cambio. Così potrò farti altre domande."

 Madre e figlia uscirono in fretta dalla stanza.

 Qualche minuto dopo, Ronica, con tanto di cappello, ci scortò alla carrozza. Lante e Per non avevano lasciato neanche una briciola di pane né una goccia di tè. Io mi ero quasi dimenticata come ci si muoveva con una gonna indosso e inciampai nell'orlo mentre salivo sull'elegante vettura, trainata da una coppia di cavalli neri che Per ammirò estasiato. Una volta tutti a bordo, chiusero lo sportello e la carrozza si avviò sul sentiero sterrato. Mentre le ruote sobbalzavano sulle strade lastricate, Ronica Vestrit si protese dal sedile e mi prese le mani. "Se avessimo avuto tempo, mia cara, avrei organizzato una festa in tuo onore, e ti avrei fatto indossare abiti magnifici, non per il tuo rango, ma per la tua gentilezza. Ho soltanto due nipoti, e la tua famiglia li ha salvati entrambi. Mi dispiace che il nostro incontro sia stato così breve, e ti porgo le mie più sincere condoglianze per il tuo grave lutto. Mi rattrista che dobbiate partire stanotte stessa."

 "Che cosa?" intervenne Ambra.

 Fu Althea a rispondere. "Ho mandato un messaggio al porto. Wintrow e Brashen hanno già fatto rifornimento d'acqua e caricato quanti più viveri possibile con così scarso preavviso. Non appena si riunirà il Concilio dei Mercanti, noi partiremo da Borgomago diretti a Trehaug. Abbiamo inviato un piccione viaggiatore a Kelsingra per chiedere a nome di Vivacia ciò che le spetta di diritto: Argento sufficiente perché si trasformi in drago."

 "Ma…" balbettò Ambra.

 "Avrei dovuto dirvi prima che mia madre ha ricevuto un messaggio da Malta e Reyn. Castelcervo ha già mandato degli adepti di magia a Kelsingra. Alcuni sono stati sopraffatti dalle voci della città e non hanno potuto trattenersi; ma altri sono riusciti a tenere ‘innalzate le barriere', come dicono loro, e hanno guarito tanta gente. Quando hanno attraversato il fiume per recarsi al Villaggio, hanno potuto aiutare ancora più persone, lontani dalle pietre."

 Ronica Vestrir sorrise mentre parlava. "Tra cui la sorella di Reyn. Abbiamo già avvertito Kelsingra del vostro arrivo. Se ho ben capito, i maghi del Cervo sono capaci di viaggiare tra i Sei Ducati e Kelsingra usando certi monoliti particolari. Forse riusciranno a riportarvi a casa in quel modo."

 "Ne sono certa", rispose Ambra in tono sommesso. Il suo stupore era evidente. "E anche molto in fretta." Mi prese la mano. "Sarà un po' spaventoso, ma così risparmieremo parecchi giorni di viaggio."

 "Ho già viaggiato in un pilastro", le rammentai, mentre mi liberavo dalla sua stretta. E intanto che la carrozza proseguiva la sua corsa verso il porto, ripensai a quando ero rimasta intrappolata con gli altri sotto le rovine di Chalced. A Spilla che veniva risucchiata dalla pietra.