Il diario di Ape
La preparazione dei dardi richiede una mano ferma. Non si possono indossare guanti, perciò è essenziale usare la massima cautela, dacché anche il minimo graffio s'infetterà rapidamente e i parassiti si diffonderanno in fretta. Non esiste cura.
Ho scoperto che la combinazione delle uova di teredini con quelle dei vermi che si attaccano alle pareti dell'intestino umano è il metodo più efficace per causare una morta lenta e dolorosa. Le uova di una o dell'altra specie provocano malattie, ma non il decesso. È il duplice attacco di tali creature a infliggere la morte che più si addice ai codardi e agli infedeli che osano tradire Clerres.
Svariati metodi di mia invenzione, Coltro dei Quattro
GIÀ dopo un paio di giorni a bordo di Tarman, mi ero abituato alla leggera pressione della coscienza della chiatta contro la mia. Mi turbava ancora il fatto che una nave vivente fosse capace d'intercettare qualunque messaggio avessi inviato con l'Arte, ma dopo lunghe riflessioni, avevo deciso di correre il rischio e contattare casa.
Dama Ambra sedeva sulla cuccetta di fronte alla mia. Una tazza di tè fumava sulla mensola. Nel piccolo spazio, le nostre ginocchia quasi si toccavano. Lei emise un sospiro, si sciolse la sciarpa che le copriva il capo bagnato e scrollò la testa. Fu il Matto che si spettinò i capelli per farli asciugare più in fretta. Non erano più quelli soffici e vaporosi come un soffione della sua giovinezza, né la chioma bionda di messer Dorato. Con mia sorpresa notai tra i capelli chiarissimi diversi fili bianchi, come quelli di un vecchio, che gli crescevano dalle cicatrici sul cuoio capelluto. Si passò le dita sulle sottane di Ambra e mi rivolse un sorriso stanco.
"Sei pronto?" gli chiesi.
"Pronto e ben equipaggiato", mi rassicurò lui.
"Come farai a capire se avrò bisogno del tuo aiuto? Che cosa farai se verrò trascinato via?"
"Se ti parlerò e tu non risponderai, ti darò una scrollata. Se ancora non reagirai, ti tirerò il tè in faccia."
"Non avevo capito che fosse questo il motivo per cui hai chiesto a Fiamma di portarti il tè."
"Non era per questo." Bevve un sorso dalla tazza. "Non solo questo, almeno."
"E se non tornassi indietro?"
Il Matto tastò la cuccetta in cerca di un sacchetto che teneva a portata di mano. "Efedra. Per gentile concessione di Lante. Macinata sottile per mescolarla al tè e fartelo bere, oppure infilartela semplicemente in bocca." Piegò la testa da un lato. "Se l'efedra non funziona, ti stringerò il polso con le mie dita d'argento. A ogni modo, ti assicuro che sarà la mia ultima risorsa."
"E se invece di essere tu a tirarmi indietro, sarò io a trascinarti dentro?"
"E se Tarman urtasse contro uno scoglio e annegassimo tutti nelle acque acide del fiume delle Giungle della Pioggia?"
Lo fissai in silenzio.
"Fitz, fallo. Oppure rinunciaci. Ma smettila di rimandare. Siamo lontani da Kelsingra. Prova a usare l'Arte."
Mi concentrai. Lasciai che la vista si sfocasse, regolai il respiro e lentamente abbassai le barriere. Avvertii subito la corrente d'Arte, fredda e potente come il fiume sotto lo scafo; non era impetuosa come a Kelsingra, però sapevo che nascondeva dei gorghi pericolosi. Esitai sulla riva, poi m'immersi in cerca di Urtica. Non la trovai. Provai a raggiungere Ciocco. Una lontana eco musicale avrebbe potuto essere lui, ma scomparve come spazzata via dal vento. Devoto? Nemmeno lui. Provai di nuovo con Urtica. Ebbi la sensazione che le mie dita le sfiorassero il volto per poi scivolare. Umbra? No. Non avevo alcuna intenzione di finire a brandelli nella corrente d'Arte insieme al mio vecchio mentore. L'ultima volta che l'avevo visto, i suoi sprazzi di lucidità erano state isole in un mare di demenza. La sua magia d'Arte, un tempo così fievole, ora ruggiva spesso e lui la usava senza cautele. L'ultima volta che ci eravamo contattati con l'Arte, mi aveva quasi trascinato con sé. Per nessun motivo dovevo provare a raggiungerlo…
Umbra mi afferrò alle spalle come un compagno di giochi esagitato e mi ritrovai immerso in un flusso tempestoso d'Arte. Fitz, ragazzo mio, eccoti! Quanto mi sei mancato! I suoi pensieri mi avvolsero in una stretta rete di affetto. Mi sentii diventare la persona che Umbra immaginava che fossi. Come argilla premuta in uno stampo, tagliò l'eccesso delle parti di me che non aveva mai conosciuto.
Fermati! Lasciami andare! Devo parlare con Devoto e Urtica, ho notizie di Kelsingra e dei Mercanti dei Draghi!
La sua risata era calorosa, eppure io avvertii un brivido gelido sotto la pressione della sua mente. Lascia perdere. Lascia tutto e unisciti a noi. Non c'è più solitudine, nessuna separazione. Niente ossa doloranti, niente corpo stremato. Non è come ci hanno raccontato, Fitz! Tutti quegli avvertimenti e previsioni funeste… balle! Il mondo andrà avanti benissimo senza di noi così come ha fatto con noi. Lasciati andare.
Era vero? Le sue parole trasudavano convinzione. Mi rilassai nella sua stretta mentre la corrente d'Arte ci ruggiva intorno. Non ci stiamo riducendo a brandelli.
Ti tengo stretto. Quasi fossi parte di me. È come imparare a nuotare. Non sai farlo finché non ti butti in acqua. Smettila di aggrapparti alla riva, ragazzo. Vai in pezzi solo quando ti aggrappi alla riva.
Era sempre stato più saggio di me. Umbra mi aveva sempre consigliato, istruito, comandato. Sembrava calmo e appagato. Felice, addirittura. Avevo mai visto Umbra appagato e felice? Mi avvicinai e lui mi abbracciò più forte. O era l'Arte che mi stringeva? Dove finiva Umbra e cominciava l'Arte? Era già annegato nella corrente? Mi stava trascinando giù con sé?
Umbra! Umbra Stella d'Autunno! Torna da noi! Devoto, aiutami. Mi resiste!
Era Urtica, che lo afferrò e cercò di strapparlo via da me. Io lo trattenni con forza, lottando per farmi sentire da lei, ma mia figlia era concentrata solo sul tentativo di separarci. Urtica! gridai con la mente, cercando di sovrastare il frastuono dei pensieri intorno a noi. Pensieri? No. Presenze. Esseri.
Accantonai ogni domanda. Invece di aggrapparmi a Umbra, lo spinsi verso di lei. L'ho preso! la sentii dire a Devoto, che percepivo appena. E poi, con improvviso stupore: Papà? Sei tu? Sei vivo?
Sì. Stiamo tutti bene. Ti manderò un piccione da Borgomago. Poi, separato da Umbra, l'ondata d'Arte cominciò a travolgermi tentando di dilaniarmi. Cercai di tirarmi indietro, ma l'Arte mi tratteneva come le sabbie mobili: più mi dibattevo, più mi risucchiava verso il fondo. Esseri. La corrente era un flusso di esseri che volevano sfilacciarmi. Feci appello a tutte le mie forze e mi slanciai contro la corrente, innalzando le barriere. Aprii gli occhi per ritrovarmi nella cabina stretta e puzzolente, e meravigliosa. Mi piegai sulle ginocchia, tremante e senza fiato.
"Che cosa succede?" mi chiese il Matto.
"Mi sono quasi smarrito. Umbra era lì. Ha provato a trascinarmi con sé."
"Cosa?"
"Mi ha detto che tutto quello che ho imparato sull'Arte era sbagliato. Che avrei dovuto arrendermi a essa. ‘Lasciati andare', ha detto. E per poco non l'ho fatto. Per poco non mi sono abbandonato."
La sua mano guantata mi strinse la spalla e mi scrollò. "Fitz, credevo che nemmeno avessi cominciato. Ti ho ordinato di smetterla di rimandare e tu sei stato zitto. Credevo fossi arrabbiato." Si protese verso di me. "Sono passati appena pochi secondi da quando ci siamo parlati."
"Pochi secondi?" Appoggiai la testa sulle ginocchia. Mi sentivo male per la paura e stordito dal desiderio. Sarebbe stato così facile. Avrei potuto abbassare le barriere e perdermi. Lasciarmi… andare. Mi sarei fuso con le altre entità della corrente e avrei dimenticato la mia missione disperata, insieme al senso di perdita che avvertivo ogni volta che pensavo ad Ape. Niente più vergogna. Niente più umiliazione per il fallimento che ero stato come padre. Avrei smesso di sentire e di pensare.
"Non te ne andare", mormorò il Matto.
"Che cosa?"
Lui rafforzò la stretta sulla mia spalla. "Non andare dove non posso seguirti. Non lasciarmi. Io devo proseguire. Devo tornare a Clerres e tentare di eliminarli tutti, anche se rischio di fallire. Anche se rischio di cadere di nuovo nelle loro mani." Mi lasciò e si abbracciò il corpo quasi volesse contenersi. Non mi ero reso conto del legame che avevo percepito attraverso il contatto finché non lo interruppe. "Un giorno dovremo separarci. È inevitabile. Uno di noi dovrà continuare senza l'altro. Lo sappiamo entrambi. Ma ti prego, Fitz, non ancora. Non finché non avremo portato a termine questa missione."
"Non ti lascerò." Mi domandai se gli stessi mentendo. Avevo già tentato di abbandonarlo. Quell'assurda missione sarebbe stata molto più facile se l'avessi affrontata da solo. Probabilmente sempre impossibile, ma almeno il mio fallimento sarebbe stato meno terrificante. Meno vergognoso per me.
Lui tacque per un po', fissando nel vuoto. La sua voce suonò dura e disperata quando mi intimò: "Promettimelo!"
"Che cosa?"
"Promettimi che non ti farai sedurre dalle parole di Umbra. Che un giorno non ti troverò seduto come un sacco vuoto con la mente svanita. Promettimi che non cercherai di lasciarmi indietro come un bagaglio superfluo. Che non mi abbandonerai per il mio ‘bene'. Fuori dai piedi, cioè."
Cercai le parole giuste, ma evidentemente ci misi troppo tempo, perché lui non nascose la sua amarezza quando disse: "Non ce la fai, vero? D'accordo. Almeno di una cosa sono certo. Mio vecchio amico, ecco una promessa che invece io posso farti. A prescindere da ciò che accadrà, Fitz, se resisterai o cadrai, se fuggirai o morirai… io devo tornare a Clerres e fare del mio meglio per distruggerli tutti. Te l'ho già detto. Lo farò con o senza di te".
Feci un ultimo tentativo. "Matto. Lo sai che sono l'uomo migliore per questo compito. E che lavoro meglio da solo. Dovresti permettermi di fare a modo mio."
Lui rimase immobile. Poi mi chiese: "Se fossi io a dirti questa cosa e se fosse vera, tu mi permetteresti di andare da solo in quel luogo? Resteresti con le mani in mano ad aspettare che io salvi Ape?"
Una bugia facile. "Sì", risposi di getto.
Lui non disse niente. Sapeva che gli avevo mentito? Probabile. Ma entrambi dovevamo guardare in faccia la realtà. Lui non avrebbe potuto farcela. Il suo attacco di panico aveva sollevato seri dubbi in me. Se una volta a Clerres avesse ceduto… non avrei potuto contare su di lui. Sapevo che la sua minaccia era reale. Avrebbe tentato in ogni modo di raggiungerla, con o senza di me; d'altro canto, se fossi riuscito ad arrivare prima di lui e a portare a termine la missione, allora lui non avrebbe avuto più niente da fare o da temere.
Ma mi avrebbe mai perdonato?
Mentre riflettevo in silenzio, lui aveva riposto il sacchetto di efedra nella borsa. Bevve un sorso di tè. "Si è raffreddato", dichiarò. Si alzò con il piattino e la tazza in mano. Si lisciò i capelli e si sistemò la gonna; il Matto era scomparso e Ambra allungò le dita a tentoni finché non trovò la porta e uscì, lasciandomi seduto sulla minuscola cuccetta.
Io e il Matto avemmo un unico, serio litigio durante quel viaggio. Una sera arrivai davanti alla sua porta, all'ora stabilita, proprio mentre Fiamma stava uscendo. Aveva il volto pallido e teso, e mi rivolse un'occhiata disperata. Mi chiesi se Ambra l'avesse rimproverata. Temevo di trovare il Matto di cattivo umore. Lentamente mi chiusi la porta alle spalle.
Nella cabina trovai alcune piccole lanterne accese e lui seduto sulla cuccetta inferiore. La camicia da notte di lana grigia era logora, probabilmente ripescata dal guardaroba di Umbra, o meglio dama Maggiorana. Le ombre viola sotto gli occhi e la piega rassegnata delle sue labbra lo facevano apparire molto più vecchio. Mi accomodai sulla cuccetta di fronte e aspettai. Poi lo sguardo mi cadde sul mio zaino cucito alla bell'e meglio. "Che cosa succede?" chiesi. Per un istante credetti che fosse stato recapitato per sbaglio nella sua cabina.
Lui ci mise sopra una mano possessiva e parlò a bassa voce. "Ho promesso di assumermi tutta la colpa, però temo di aver perso l'amicizia di Fiamma nel chiederle di portarmelo."
Lo stomaco e le vene mi si riempirono di lava ghiacciata. Presi una decisione difficile e consapevole. Niente rabbia. La mia collera s'infranse contro una barriera di pura forza di volontà. Lo sapevo, ma gli domandai comunque: "E perché le avresti chiesto una cosa del genere?"
"Perché Perseverante le ha detto che tu avevi dei quaderni appartenuti ad Ape. Ti ha visto leggerli di quando in quando. Due diari, uno dalla copertina riccamente intagliata, e l'altro più semplice. Il ragazzo ha riconosciuto la sua scrittura una volta che ti è passato accanto per arrampicarsi sulla cuccetta sopra la tua."
Fece una pausa. Io tremavo per il terrore della furia che minacciava di travolgermi. Regolai il respiro, come Umbra mi aveva insegnato: quello silenzioso di un assassino in procinto di uccidere. Smorzai ogni emozione. La violazione era troppo grave.
Il Matto riprese a parlare in tono sommesso. "Credo che tenesse un diario dei sogni. Se lei è mia, se ha il sangue di un Bianco, allora deve aver sognato. L'impulso di condividere quei sogni, di raccontarli o di scriverli, è irrefrenabile. E lei l'ha fatto. Fitz, sei arrabbiato, lo so. Lo percepisco come onde tempestose che s'infrangono sulla mia riva. Ma io devo sapere che cos'ha scritto. Devi leggermi questi diari. Dall'inizio alla fine."
"No." Un'unica parola. Per pronunciare una sola parola ero ancora capace di serbare la voce calma e salda.
Le sue spalle si alzarono e si abbassarono nel prendere un respiro profondo. Si stava sforzando anche lui, come me, di mantenere il controllo? La sua voce era tesa come la corda di un impiccato. "Avrei potuto non dirti niente. Avrei potuto chiedere a Fiamma di rubare i quaderni e leggermeli di nascosto. Non l'ho fatto."
Rilassai i pugni e la gola. "Che tu mi abbia detto la verità non cancella il fatto che sia un affronto inconcepibile."
Lui sollevò la mano guantata dallo zaino e l'avvicinò all'altra, con i palmi rivolti all'insù, sulle ginocchia. Dovetti chinarmi per sentire il suo sussurro. "Se pensi che siano soltanto i pensieri in libertà di una bambina, allora la tua collera è giustificata. Ma non puoi crederci davvero. Sono le parole di un Profeta Bianco." Abbassò ancora di più la voce. "Sono le parole di tua figlia, Fitz, la tua piccola Ape. E la mia."
Se mi avesse colpito allo stomaco con un bastone, l'impatto non avrebbe potuto essere peggiore. "Ape era la mia cucciola." La frase mi uscì come il ringhio di un lupo. "Non voglio condividerla con nessuno!" La sincerità è una vescica che scoppia al momento meno opportuno. Avevo saputo quale fosse la causa della mia rabbia prima di esprimerla ad alta voce?
"Lo so che non vuoi. Ma devi." Rimise la mano sullo zaino. "È tutto quello che ci ha lasciato. Oltre a quell'unico, meraviglioso momento in cui le ho stretto la mano e ho visto la sua promessa esplodermi intorno come un lampo di luce che squarciava la mia tenebra, questo è tutto ciò che avrò mai di lei. Ti prego, Fitz, ti supplico. Fammela conoscere."
Rimasi in silenzio. Non potevo. Quei quaderni contenevano troppo. Nel suo diario quotidiano c'erano pochissimi riferimenti a me, nei giorni in cui si teneva a distanza dai miei pensieri tormentati; e troppi episodi di una bambina che combatteva da sola la sua spaventosa battaglia infantile con gli altri bambini di Giuncheto. Troppe frasi che mi facevano sentire un codardo, mi facevano vergognare di essere stato un padre cieco. Il suo racconto dello scontro con Lante e della mia successiva promessa che avrei sempre preso le sue difese proclamava a gran voce il mio fallimento. Come avrei fatto a leggere quelle pagine al Matto? Come potevo mettere a nudo la mia vergogna?
Lui sapeva che non avrei acconsentito alla sua richiesta, ancora prima di farla. Mi conosceva fin troppo bene; sapeva che certe cose non le avrei mai rivelate. E allora perché aveva insistito? Lo guardai prendere lo zaino e stringerselo al petto, con le lacrime che gli sgorgavano dagli occhi ambrati per poi seguire i solchi lasciati dalle cicatrici sulle sue guance. Mi porse la sacca, rassegnato. Ebbi l'impressione di essere un bambino i cui genitori si arrendono ai suoi capricci. Presi lo zaino e subito lo aprii per controllare. Dentro non c'era molto, a parte i quaderni di Ape e le candele di Molly. Avevo sistemato i miei indumenti, il mattone di fuoco degli Antichi e i miei pochi altri averi sulle mensole della cabina. Sul fondo tastai la camicia che avvolgeva i flaconi d'Argento dei draghi. Avevo pensato che lo zaino fosse il posto più sicuro dove conservare quegli oggetti. Erano come li avevo lasciati. Il Matto aveva detto la verità: non aveva frugato. Un leggero profumo mi salì alle narici. Inspirai la fragranza delle candele di Molly. E con quella arrivò un senso di calma. Di lucidità. Tolsi i diari per sistemare meglio le candele.
Il Matto parlò esitante. "Non volevo ferirti. Ti prego, non dare la colpa a Fiamma. Né a Perseverante. Il ragazzo ha fatto una semplice osservazione, e lei ha agito perché costretta."
La serenità di Molly. Il suo incrollabile senso di giustizia. Perché era così difficile? Che cosa c'era in quei quaderni che il Matto già non sapesse di me? Che cosa avevo da perdere? Non avevo già perso tutto?
E lui condivideva con me quella perdita.
La neve aveva inumidito un angolo del diario dei sogni di Ape. Si era asciugato, ma la copertina di pelle si era leggermente raggrinzita. Cercai di lisciarla con il pollice. Resistette. Lo aprii lentamente. Feci un colpetto di tosse. "Sulla prima pagina", esordii, ma la voce mi tremò. Il Matto rivolse il suo sguardo cieco su di me, le guance rigate di lacrime. Mi schiarii di nuovo la gola. "Sulla prima pagina c'è il disegno di un'ape, con colori e dimensioni naturali. Sopra c'è una frase scritta a semicerchio. ‘Questo è il mio diario dei sogni, dei sogni importanti.'"
Il Matto trattenne il fiato e rimase immobile. Io mi alzai. Per attraversare la cabina non impiegai più di tre passi, ma qualcosa… non orgoglio, non egoismo… qualcosa che non sapevo definire, rese quei tre passi il tragitto più ostico che avessi mai intrapreso. Mi sedetti accanto a lui con il quaderno aperto in grembo. Lui non stava quasi respirando. Gli tirai fuori la mano nuda da dentro la manica di lana e gliela appoggiai sulla pagina per fargli tracciare con le dita tremanti l'arco di lettere. "Queste sono le sue parole." Poi gli spostai l'indice sul disegno. "E questa è l'ape che ha colorato."
Lui sorrise. Alzò la mano per asciugarsi le lacrime con il dorso. "Riesco a sentire l'inchiostro che ha usato sulla pagina."
Insieme leggemmo il diario di "nostra" figlia. Era ancora un concetto spinoso, ma mi costrinsi a chiamarla così. Non leggemmo in fretta: fu una decisione sua, non mia. E con mia grande sorpresa non mi chiese di leggere anche il suo diario quotidiano. Erano i sogni che voleva ascoltare. Divenne il nostro rituale ogni sera, prima di salutarci. Pochi sogni alla volta, letti ad alta voce, non più di tre o quattro per notte. Spesso rileggevo lo stesso una decina di volte e osservavo le sue labbra muoversi in silenzio mentre li memorizzava. Sorrise quando gli lessi uno dei sogni preferiti di Ape, quello dei lupi che correvano. Un sogno su certe candele gli fece drizzare la schiena di colpo, per poi sprofondarlo in un silenzio meditabondo. Il sogno della noce lo lasciò perplesso quanto me. Pianse la sera che gli lessi il sogno dell'uomo farfalla. "Oh, Fitz, ce l'aveva. Aveva il dono. E loro l'hanno distrutto."
"Come noi distruggeremo loro", gli promisi.
"Fitz." La sua voce mi fermò sulla soglia. "Sei sicuro che l'abbiano distrutta? Tu sei rimasto a lungo nei pilastri d'Arte mentre tornavi da Aslevjal, ma alla fine sei riemerso a Castelcervo."
"Non c'è speranza. Io ero un adepto d'Arte esperto e me la sono cavata per un pelo. Ape è entrata senza alcuna esperienza, senza nessuna guida, anello di una catena di gente priva di qualsiasi addestramento. Così ci ha raccontato Sciò. La confraternita che Urtica ha mandato sulle loro tracce non ha trovato niente. E quando noi abbiamo seguito lo stesso percorso, mesi dopo, abbiamo ottenuto lo stesso risultato. Zero. È scomparsa, Matto, ridotta a brandelli di coscienza perduti nel nulla." Avrei voluto che non mi avesse costretto a dirlo ad alta voce. "Tutto quello che ci resta è la vendetta."
Non riposavo bene su Tarman. Per certi versi era come dormire sul dorso di un animale gigantesco di cui ero sempre consapevole grazie al mio senso dello Spirito. Avevo dormito spesso con la schiena del mio lupo premuta contro il ventre, ma Occhi-di-notte era stato un conforto, perché condivideva con me la sua acuta percezione animalesca dell'ambiente con i miei torpidi sensi umani. Avevo sempre riposato meglio accanto a lui, ma con Tarman era diverso. Era una creatura distinta da me. Era come dormire con qualcuno che ti osserva. Non sentivo alcuna avversione da parte sua, però la sua presenza costante m'innervosiva.
E così a volte restavo sveglio e irrequieto nel cuore della notte o nel grigiore che precedeva l'alba. L'alba era strana sul fiume delle Giungle della Pioggia. Durante il giorno navigavamo lungo una striscia di luce al centro del fiume, mentre la fitta vegetazione su entrambe le sponde ci impediva di scorgere tanto il sorgere quanto il calar del sole. Eppure il mio corpo sapeva quando era l'alba e spesso mi destavo all'aurora e uscivo sul ponte ancora umido, immerso nel silenzio ovattato della foresta che lentamente si risvegliava intorno a noi. Trovavo una certa misura di conforto in quei momenti di solitudine, per quanto si possa essere soli su una nave. C'era sempre qualche marinaio di guardia, ma in genere rispettavano la mia quiete.
Una mattina di quelle in cui il sole non era ancora sorto, me ne stavo appoggiato al parapetto sul lato sinistro con lo sguardo rivolto nella direzione da cui stavamo provenendo. Stringevo in mano una tazza di tè bollente per riscaldarmi. Ci soffiai sopra e osservai le volute di fumo spandersi nell'aria. Stavo per bere un sorso, quando avvertii una serie di passi leggeri alle mie spalle.
"'ngiorno, Fiamma", le mormorai appena si fermò accanto a me. Non mi ero voltato a guardarla, ma se rimase sorpresa dalla mia sicurezza che fosse lei, non lo diede a vedere. Appoggiò le mani sull'impavesata.
"Non posso dire che mi dispiace", dichiarò. "Perché mentirei."
Sorseggiai il tè. "Ti ringrazio della sincerità", dissi, ed era vero. Umbra aveva sempre sostenuto l'importanza della menzogna come abilità fondamentale per una spia e mi aveva fatto esercitare nella sincerità artefatta.
"Siete arrabbiato con me?" mi chiese.
"Nient'affatto", mentii. "Mi aspetto che tu sia leale con la tua signora. Non mi fiderei di te se non lo fossi."
"Ma non pensate che dovrei essere più leale con voi che con dama Ambra? Vi conosco da più tempo. Umbra mi ha addestrata, e mi ha detto di dare ascolto a voi."
"Quando è stato costretto ad abbandonarti, tu hai scelto un nuovo mentore. Continua a essere fedele a dama Ambra." Le rivelai un pizzico di verità. "Mi conforta sapere che ha qualcuno competente come te a proteggerla."
Lei annuì, guardandosi le mani. Belle mani. Le mani di una spia o di un'assassina. Azzardai una domanda. "Come hai fatto a sapere dei quaderni?"
"Da Perseverante. Lui non pensava di tradire un segreto. È stato quando avete detto che dovevamo tutti imparare. Più tardi io e Per stavamo chiacchierando, e lui ha detto che non gli piaceva quando era costretto a stare seduto a fissare una pagina per imparare a leggere. Ma ha aggiunto che voi avevate un quaderno scritto da Ape. Lei gli aveva già insegnato qualche lettera e lui aveva riconosciuto dalla grafia che il quaderno le apparteneva. Quindi me ne ha accennato dal momento che sperava che se avesse imparato a leggere, un giorno forse avrebbe potuto capire che cosa aveva scritto la sua amica."
Io annuii. Non avevo mai detto al ragazzo che quei diari erano privati. Lui ne aveva recuperato uno quando l'orso aveva devastato il nostro accampamento. E l'aveva persino commentato. Non potevo fargliene una colpa se ne aveva parlato con Fiamma. Però ce l'avevo ancora con la ragazza per aver scovato i quaderni nel mio zaino e averlo portato ad Ambra. Aveva toccato le candele di Molly? Aveva scoperto i flaconi d'Argento nascosti nella camicia? Non dissi niente, ma credo che lei percepì lo stesso la mia indignazione.
"Lei mi ha detto dove cercare e mi ha chiesto di portarle lo zaino. Che cosa dovevo fare?"
"Quello che hai fatto", risposi asciutto. Chissà perché era venuta a cercarmi e aveva dato inizio a quella conversazione. Non l'avevo rimproverata né trattata in maniera diversa da quando aveva consegnato il mio zaino al Matto. Nel silenzio che seguì, il fuoco della mia collera si spense, diventando un letto di braci raffreddate dallo scoramento. Era così importante? Prima o poi il Matto avrebbe trovato il modo di mettere le mani sui quaderni. E adesso che era successo, tutto sommato era giusto che sapesse che cosa c'era scritto nel diario dei sogni di Ape. Era irrazionale da parte mia sentirmi offeso o arrabbiato con Fiamma. Eppure…
La ragazza si schiarì la voce. "Umbra mi ha insegnato il significato dei segreti. Il loro valore. Mi ha detto che una volta che una persona conosce un segreto, può diventare un pericolo piuttosto che una fonte di potere." Fece una pausa e aggiunse: "So rispettare i segreti che non mi appartengono. Voglio che lo sappiate. So come tenere per me i segreti che non si possono rivelare".
La guardai accigliato. Il Matto aveva dei segreti. Io ne conoscevo alcuni. Fiamma me ne stava forse offrendo qualcuno come ammenda per il furto dei diari di Ape? Mi offendeva che pensasse che avrebbe potuto corrompermi con i segreti di un amico. Era molto probabile che già li conoscessi, ma anche in caso contrario, non volevo ottenerli con il suo tradimento. Scossi la testa e distolsi lo sguardo.
Lei rimase in silenzio per un po'. Poi parlò in tono misurato e rassegnato. "Volevo farvi sapere che la mia lealtà è anche verso di voi. Non è un legame forte come quello che ho con dama Ambra, ma so che mi avete protetta in ogni modo quando messer Umbra ha cominciato a farneticare. So che mi avete messa a servizio di dama Ambra tanto per la mia incolumità quanto per la sua. Sono in debito con voi."
Io annuii, poi ad alta voce dissi: "Il modo migliore per ripagare il debito è servire bene dama Ambra".
Lei indugiò accanto a me quasi aspettasse che aggiungessi altro. Quando vide che restavo in silenzio, sospirò. "Il silenzio mantiene i segreti. Lo capisco."
Io continuai a fissare l'acqua del fiume. Stavolta se ne andò così silenziosa e furtiva che soltanto il mio Spirito mi disse che ero di nuovo solo.
Nel pomeriggio di una giornata calma e limpida, c'imbattemmo in un insediamento delle Giungle della Pioggia. Le rive del fiume non erano diventate più ospitali. Gli alberi arrivavano a lambire il fiume; anzi, sarebbe più corretto dire che erano le sue acque gonfie ad aver invaso i margini della foresta. I rami che pendevano sull'acqua scintillavano di foglie nuove. Uccelli dai colori squillanti cinguettavano litigiosi per accaparrarsi il posto migliore dove fare il nido e furono i loro strepiti a indurmi ad alzare lo sguardo. Fissai a bocca aperta il nido più grande che avessi mai visto; un istante dopo ne uscì un bimbetto, che scorrazzò sicuro lungo il ramo verso il tronco. Io non emisi un fiato nel timore di spaventarlo e farlo cadere. Grande Eider notò la direzione del mio sguardo e alzò una mano in segno di saluto. Un uomo emerse da quella che adesso capivo essere una piccola capanna sull'albero e ricambiò il saluto, prima di seguire il bambino.
"È il rifugio di un cacciatore?" chiesi all'omone, e lui mi scoccò un'occhiata perplessa, come se le mie parole non avessero senso.
Bellin si trovò a passare sul ponte in quel momento. "No, è una casa. Gli abitanti delle Giungle della Pioggia devono costruire sugli alberi. Non c'è abbastanza terra asciutta. Le strutture sono piccole e leggere; fino a cinque o sei stanze per albero. È più sicuro di un'unica casa grande." Proseguì oltre, verso chissà quale attività marinaresca l'aspettasse, e io rimasi a contemplare sbalordito il villaggio che punteggiava gli alberi.
Mi soffermai sul ponte fino a sera, addestrando gli occhi a scorgere i piccoli grappoli di camerette. All'imbrunire, cominciarono ad accendersi le luci, che illuminavano le pareti sottili tanto da sembrare una miriade di lanterne appese tra i rami. Quella notte ormeggiammo accanto ad altre barche più piccole, e la gente scese dagli alberi per chiederci novità e barattare i loro prodotti. Caffè e zucchero erano quelli più richiesti e in cambio ci offrirono piccoli germogli verdi, appena raccolti, da cui si ricavava un tè molto rinfrescante, e collanine di gusci di chiocciola. Bellin ne acquistò una da regalare a Fiamma, che espresse la propria gratitudine con un tale entusiasmo che il donnone arcigno sorrise.
"Siamo vicini a Trehaug", ci comunicò Leftrin quella sera a tavola. "Probabilmente passeremo per Cassarick domattina e nel pomeriggio raggiungeremo Trehaug."
"Non ci fermeremo a Cassarick?" chiese Perseverante incuriosito. "Credevo fosse lì che erano nati i draghi."
"Infatti", rispose Leftrin accigliato. "Ma è anche la dimora dei traditori, gente sleale che ha violato la legge dei Mercanti e non ne ha mai subito le conseguenze. Gente che ha dato asilo a chi avrebbe massacrato i draghi per il sangue, le ossa, le squame. Abbiamo dato loro l'occasione di redimersi e di punire i traditori, ma non l'hanno sfruttata. Nessun veliero dei Mercanti dei Draghi sosterà mai a Cassarick per commerciare. Non finché Candral e i suoi compari non verranno assicurati alla giustizia."
Fiamma impallidì di colpo. Mi augurai che avesse nascosto bene la fialetta di sangue di drago che aveva sottratto a Umbra… o forse il Matto l'aveva già consumata tutta. Non avevo mai sentito Leftrin parlare con una tale veemenza.
Tuttavia Ambra parve calma e quasi allegra quando disse: "Mi farà molto piacere rivedere Althea e Brashen. O forse la parola giusta da usare sarebbe ‘incontrare'. Quanto vorrei poterli vedere, e anche Bimb-O".
Il capitano Leftrin restò perplesso un istante. "Avevo dimenticato che già li conoscete. A ogni modo, non potrete comunque rivedere Bimb-O. Qualche anno fa è partito per passare una o due stagioni sulla Vivacia e non è più tornato. Vivacia aveva tutti i diritti di reclamarlo, ma so che per Althea e Brashen il distacco è stato doloroso. Ormai è un uomo ed è giusto che scelga la propria strada. Può anche portare il cognome Trell, ma da parte di madre è un Vestrit, e Vivacia ha potestà su di lui. E viceversa, anche se le Isole dei Pirati potrebbero pensarla diversamente." Abbassò la voce. "Paragon non fu contento di vederlo partire. Pretese uno scambio. Voleva ottenere il suo omonimo, Paragon LaSuerte. Lui è un LaSuerte di nascita, ma ho sentito dire che le Isole dei Pirati lo chiamano Kennitsson." Leftrin si grattò una guancia irsuta. "Be', Kennitsson è il figlio della regina delle Isole dei Pirati, e lei non era disposta a concedere il ragazzo. Paragon disse che lo avevano ingannato, perché in definitiva era uno scambio di ostaggi, almeno secondo lui, anche se insisteva di avere diritto su entrambi i giovani. Tuttavia la regina Etta delle Isole dei Pirati rispose semplicemente di no. Ci è arrivata persino voce che Kennitsson stava corteggiando, con l'obiettivo di sposarla, una ricca dama delle Isole delle Spezie. Be', la regina Etta farebbe meglio a sbrigarsi se vuole che si sposi. Il figlio ha passato da un pezzo l'età da matrimonio! E se si sposa, allora dubito che salirà mai sul ponte di Paragon. Il veliero vivente si rattrista o s'incupisce ogni volta che se ne parla, perciò meno domande si fanno su Bimb-O, meglio è."
"Non capisco", intervenni confuso, anche se Ambra invece sembrava capire perfettamente.
Leftrin esitò. "Oh, già." Abbassò il tono come se mi stesse facendo una confidenza. "Althea e Brashen comandano il Paragon adesso, ma per generazioni la nave è appartenuta alla famiglia LaSuerte. Fu rubata e per qualche tempo il pirata Igrot la usò per i suoi loschi traffici. Semiaffondato e martoriato, in qualche modo Paragon riuscì a tornare e ad arenarsi sulle coste di Borgomago. Lì fu raddrizzato e tirato in secco, lasciato poi a languire per anni sulla spiaggia. Brashen Trell e la famiglia Vestrit lo reclamarono quando ormai non era che un relitto sbiancato dal sole. Lo raddobbarono e lo vararono di nuovo. Ma in cuor suo è ancora un veliero dei LaSuerte, e per un certo periodo il pirata Kennit LaSuerte lo rivendicò. E morì sul suo ponte. La nave pretendeva il figlio di Kennit. E Bimb-O."
"Ma Althea?" chiese Ambra. "Non aveva niente da dire sull'eventualità che il figlio di Kennit vivesse su Paragon?"
Leftrin si voltò verso di lei. Percepii una storia non detta, ma il comandante si limitò a rispondere: "Un altro argomento che sarà meglio non affrontare sulle tavole di Paragon. Non lo chiamano più la nave impazzita, ma io non lo provocherei. E nemmeno Althea. I due hanno opinioni divergenti su parecchie cose".
Ambra annuì riconoscente. "Grazie dei vostri ammonimenti. Una lingua imprudente può causare molti danni."
Fu difficile dormire quella notte. Ci aspettavano un vascello diverso e un nuovo, lungo tratto di navigazione. Mi sarei inoltrato in un territorio ignoto portando con me dei ragazzini. Parlai nel buio della nostra cabina. "Perseverante. Avrei in mente di chiedere al capitano Leftrin di prenderti con sé come mozzo. Sembri tagliato per questo mestiere. Che cosa ne pensi?"
Un lungo silenzio accolse le mie parole. Poi udii la sua voce, venata di allarme. "Volete dire, dopo? Quando saremo di ritorno a casa?"
"No. Voglio dire domani."
"Ma io ho giurato di servirvi, signore", mormorò affranto.
"Potrei sollevarti da quel giuramento. Avviarti su una strada molto più luminosa e onesta di quella che devo intraprendere io."
Lo sentii trarre un respiro profondo. "Potete sollevarmi dall'incarico, signore. Io non posso fare niente se decidete di liberarvi di me. Però soltanto Ape può affrancarmi dalla promessa che ho fatto di vendicarla. Licenziatemi, se vi aggrada, ma il mio dovere sarà sempre di arrivare fino in fondo a questa storia."
Lante si rigirò nella cuccetta. Credevo che stesse dormendo, e la sua voce impastata mi disse che forse fino a un istante prima lo stesse facendo. "Con me non parlarne neppure", mi avvertì. "È come dice il ragazzo. Io ho dato la mia parola a mio padre e tu non puoi chiedermi d'infrangerla. Ti seguiremo, Fitz, fino in fondo. A prescindere da tutto."
Non dissi niente, ma la mia mente si mise subito all'opera. Che cosa significava "fino in fondo" per Lante? Potevo convincerlo che aveva compiuto il suo dovere e che poteva tornare con onore a Castelcervo senza di me? Non ritenevo sicuro mettere Fiamma e Per su una nave diretta a casa senza un protettore. Avrei potuto sostenere di aver ricevuto una convocazione urgente da Devoto tramite l'Arte che richiedeva la presenza di Lante al capezzale di Umbra. Quando avesse scoperto che era uno stratagemma, ormai sarebbe stato a casa. Sì. Piegai le ginocchia per accomodarmi meglio nella stretta cuccetta e chiusi gli occhi. Questa parte, almeno, era sistemata. Una piccola bugia convincente, e a Borgomago lo avrei fatto salire su una nave. Adesso dovevo trovare il modo di liberarmi di Perseverante. E di Fiamma.
Il giorno dopo passò come Leftrin aveva previsto. L'equipaggio cominciò a salutarci fin dall'ora di colazione. "Oh, mi mancherete tanto", disse Alise ad Ambra.
Bellin lasciò un paio di orecchini di conchiglia accanto al piatto di Fiamma. La rude marinaia si era affezionata alla ragazza. Per fece il giro della ciurma per congedarsi.
Trascorremmo le ultime ore sulla tuga, dacché la giornata non era troppo ventosa e non faceva freddo, purché uno si stringesse bene il bavero del cappotto. Il cielo si era aperto ed era comparso uno squarcio azzurro sul fiume. Costeggiammo la riva dei bozzoli dei draghi, che Skelly ci indicò, e poi la città sugli alberi di Cassarick. Non solo non rallentammo, ma Leftrin non ricambiò nessuno dei saluti che gli abitanti ci gridarono al nostro passaggio. Nel tratto di fiume tra Cassarick e Trehaug le piccole dimore sospese erano fitte come mele di un frutteto ben curato, e io non mi capacitavo di come Leftrin riuscisse a distinguere dove finiva una e iniziava l'altra; tuttavia a un certo punto il comandante prese a ricambiare i saluti delle persone affacciate dalle cime degli alberi. Cominciammo a intravedere una serie di pontili galleggianti legati ai tronchi massicci, con ormeggiate alcune piccole imbarcazioni. Sui rami bassi che sporgevano sull'acqua c'era gente seduta a pescare che lanciava le lenze direttamente nel fiume. Tarman tracciò un ampio arco per evitarle. Dal canto mio, ero affascinato dalle passerelle sospese e dagli alti rami usati come sentieri. Fiamma, seduta insieme ad Ambra e me, puntò il dito ed esclamò ammirata nello scorgere un gruppetto di bambini che correvano spensierati lungo un ramo che lei avrebbe avuto paura di attraversare persino usando tutte le cautele del caso.
"Le banchine di Trehaug si trovano dietro quell'ansa!" gridò Skelly passando sotto la tuga. Grande Eider guidò Tarman più vicino alla fitta vegetazione arborea. L'acqua scorreva placida e il fondale era più basso; ben presto i marinai tirarono fuori i lunghi remi e cominciarono a rallentare la chiatta. Tuttavia percepivo qualcosa di strano, come se non fossero soltanto gli uomini a lavorare all'attracco. Anche la nave sembrava contribuire. Quando feci notare la mia perplessità, Fiamma rispose: "Tarman è una nave vivente. Il che significa che aiuta l'equipaggio a portarlo dov'è necessario".
"Come?" domandai intrigato.
Lei sogghignò. "Studiate la sua scia la prossima volta." E davanti al mio sguardo allibito, aggiunse: "E pensate alle zampe di una rana che scalcia".
Svoltammo l'ansa e la mia prima occhiata a Trehaug mi fece dimenticare le "zampe" di Tarman. Era la città più vecchia delle Giungle della Pioggia. Gli alberi immensi che sovrastavano il grande fiume grigio erano ornati di ponti, passerelle e abitazioni di ogni dimensione. La terra molle e paludosa ai piedi dell'antica foresta non consentiva insediamenti stabili. Trehaug era costruita quasi interamente tra i rami degli alberi che costeggiavano il fiume.
Su quelli più bassi e massicci spiccavano case grandi quanto dimore sontuose, che in qualche modo mi fecero tornare in mente quelle del Regno delle Montagne, dove gli alberi erano parte integrante degli edifici. In realtà qui era diverso: le costruzioni non si mescolavano alla giungla, ma sembravano palazzi principeschi che una tempesta aveva sradicato da Armento per depositarli in quella foresta. Erano strutture di legno massello con finestre di vetro, magnifiche e opulente. Ne stavo ammirando una, costruita tutt'intorno al tronco di un albero maestoso, quando Skelly mi spiegò: "Quella è casa Khuprus. La famiglia di Reyn". Studiai l'immensa struttura che emanava un forte senso di agiatezza e d'importanza. La sua famiglia aveva fatto parte della classe dirigente molto prima che Reyn diventasse il "re" di Kelsingra. Ricchezza antica, dimostrata dalle vecchie travi di sostegno. Memorizzai quella intuizione. Quante informazioni utili avevo da riferire a Castelcervo. Una volta raggiunto Borgomago, avrei mandato molti piccioni viaggiatori a Devoto: ciò che avevo da dirgli non sarebbe entrato in un messaggio da inserire in un'unica capsula.
"Oh, guardate! Avete mai visto una cosa del genere? È straordinario!" Il grido eccitato di Perseverante attirò la mia attenzione sulla lunga banchina di fronte a noi, dov'era ormeggiata una nave vivente che galleggiava tranquilla con le vele ammainate. Il legno argenteo dello scafo indicava che non era un vascello qualsiasi e, al contrario di Tarman, questa nave aveva una polena perfettamente scolpita. La testa di capelli neri ciondolava sul petto muscoloso, come se stesse sonnecchiando con le braccia conserte. Una strana posa per una polena. D'un tratto sollevò il capo e a me venne la pelle d'oca.
"Ci sta guardando!" esclamò Fiamma. "Oh, dama Ambra, se solo poteste vederlo! È vivo! La polena ha alzato la testa e ci fissa!"
Io ricambiai lo sguardo con la bocca spalancata. Fiamma e Perseverante spostarono gli occhi dalla polena su di me. Io non trovavo le parole, ma fu Lante a pronunciarle per me. "Dolce Eda, Fitz, ha il tuo viso. Persino il naso rotto!"
Ambra fece un colpetto di tosse e interruppe il mio silenzio sbigottito mormorando: "Fitz, ti prego. Posso spiegarti tutto".