Tintaglia
Questo sogno sembrava un dipinto in movimento. La luce era fievole, come se ci avessero passato sopra una mano finale di grigio chiaro o celeste. Lunghi vessilli dai colori squillanti sventolavano nella brezza che soffiava in leggere folate; gli splendidi stendardi si sollevavano e si abbassavano, scintillanti d'oro e d'argento, scarlatti, azzurri e verdi, con sopra disegnati rombi, occhi, spirali intrecciate.
Nel sogno mi muovevo verso di loro con scioltezza, senza alcuno sforzo. Non sentivo suoni né il vento sul viso. D'un tratto la mia prospettiva cambiò e vidi enormi teste di serpente, dal muso tronco e gli occhi grandi come meloni. Pur non volendo, continuai ad avvicinarmi finché non intravidi il debole scintillio di una rete che imprigionava tutte quelle creature come pesci in un tramaglio. L'intreccio della rete era quasi trasparente e in qualche modo intuii che si erano slanciate tutte insieme verso la trappola che le avrebbe fatte annegare.
Questo sogno aveva la precisione di qualcosa che era già successo, e non soltanto una volta. Sarebbe accaduto ancora, e ancora. Non potevo impedirlo perché era già avvenuto, eppure sapevo che si sarebbe ripetuto.
Diario dei sogni di Ape Lungavista
LA mattina dopo, di buonora, qualcuno bussò alla nostra camera. Il Matto non mosse neanche un muscolo, mentre io rotolai giù dal letto e andai alla porta a piedi scalzi. Mi pettinai i capelli con le dita prima di aprirla. Era re Reyn. Si era abbassato sulle spalle il cappuccio del mantello, sgocciolando acqua sulla soglia. La pioggia gl'imperlava la fronte e la barba rada. Mi sorrise, il candore dei denti umani in netto contrasto con le squame cesellate del volto. "FitzChevalier! Buone nuove! Volevo dirvele subito. È appena arrivato un piccione con un messaggio. Il Tarman è approdato sull'altro lato del fiume."
"L'altro lato del fiume?" ripetei. I postumi della sbornia da brandy mi avevano procurato un mal di testa lancinante.
"Al Villaggio. Per la chiatta è molto più facile attraccare e il capitano Leftrin trova più comodo sbarcare là tutto il carico piuttosto che costringerci a traghettarlo un po' per volta. Braccianti per i campi, una decina di capre, sacchi di granaglie. Tre dozzine di galline. Spero che le capre se la cavino meglio delle pecore. Le pecore sono state un disastro, soltanto tre, mi pare, sono sopravvissute all'inverno. E stavolta terremo le galline in un recinto." S'interruppe. "Vi chiedo scusa per avervi svegliato così presto, ma pensavo voleste saperlo. La nave ha bisogno di una ripulita prima di poter imbarcare dei passeggeri. Un giorno, forse due, al massimo tre, ma presto sarà pronta a salpare di nuovo."
"Ottime notizie davvero", commentai. Scavai a fondo nel mal di testa per recuperare un minimo di cortesia. "Per quanto la vostra ospitalità sia squisita, non vediamo l'ora di proseguire il nostro viaggio."
Lui annuì con foga, schizzando altra acqua. "Devo avvertire delle persone. Perdonate se vado di fretta."
E se ne andò, lasciandosi dietro una scia di goccioline lungo il corridoio. Cercai d'immaginare Devoto che consegnava un messaggio di persona a un ospite. Provai una fitta d'invidia per la spontaneità con cui interagivano i Mercanti dei Draghi. Un tempo anch'io ne godevo. Quand'ero un semplice bastardo avevo molta più libertà di adesso che ero un principe, vincolato alle regole di corte.
Richiusi la porta mentre il Matto si spostava verso il bordo del letto. "Chi era?"
"Re Reyn, con buone notizie. Il Tarman è ormeggiato al di là del fiume. Potremo partire tra un paio di giorni."
Lui ruotò le gambe fuori dal letto, si alzò a sedere e si chinò in avanti, stringendosi la testa tra le mani. "Mi hai fatto ubriacare", si lamentò.
Ero stanco di mentire. "Ci sono delle cose che ho bisogno di sapere. In un modo o nell'altro, Matto, devi dirmele."
Lui sollevò la testa molto lentamente. "Sono arrabbiato con te", mormorò. "Tutto sommato, però, avrei dovuto aspettarmelo." Affondò di nuovo il viso tra le mani. Le sue parole mi giunsero smorzate. "Ti ringrazio."
Si alzò a fatica dal letto, muovendosi con cautela, quasi che il cervello potesse esplodergli dal cranio, e con la voce di Ambra mi disse: "Thymara ha chiesto di vedermi. Credo sia molto incuriosita dall'Argento che ho sulle mani e voglia sapere quali effetti ha su di me. Andrò oggi stesso a trovarla. Ti dispiace chiamare Fiamma per aiutarmi a vestirmi?"
"Certo." Notai che non mi aveva chiesto di accompagnarla. Probabilmente me lo meritavo.
Quel pomeriggio, quando smise di piovere, mi avventurai nuovamente in città con Lante. Volevo vedere la torre della mappa, che avevo scoperto tanti anni prima attraversando per sbaglio un pilastro d'Arte che mi aveva condotto a Kelsingra. Le raffinate cartine che mi avevano dato Umbra e Kettricken non erano sopravvissute all'attacco dell'orso. Speravo di rinfrescarmi la memoria dando un'occhiata alla mappa degli Antichi. Tuttavia, non ci eravamo allontanati di molto che si udì lo strombettio selvaggio dei draghi seguito dalle grida della gente.
"Che cos'è?" chiese Lante, poi, con un filo di voce: "Dobbiamo tornare indietro".
"Macché. Sono grida di benvenuto per il ritorno di un drago assente da lungo tempo." Uno scherzo del vento mi sussurrò il suo nome nelle orecchie. "È Tintaglia che torna", gli dissi. "Mi piacerebbe rivederla."
"Tintaglia", ripeté lui in tono sommesso, quasi reverenziale. Aveva gli occhi spalancati. "Rompicapo mi ha parlato di lei. La regina che aiutò a liberare Ardighiaccio e ne divenne la compagna. Fu lei a costringere Ardighiaccio a posare la testa sulle pietre del focolare nella casa delle madri della regina Elliania, per onorare la promessa che Elliania aveva strappato a Devoto."
"Come fai a saperlo?"
"Fitz. Tutti i bambini dei Sei Ducati conoscono questa storia. Ticcio Cuorcontento intonava sempre la canzone dei draghi, quella con la strofa: ‘Più blu degli zaffiri, scintillante come oro'. Devo vederla con i miei occhi!"
"Non ti sia lungo d'aspettare", fui costretto a gridare, per farmi sentire sopra il coro dei draghi che si erano librati in volo dalla città in segno di saluto, o di sfida. Era una visione indescrivibile, meravigliosa e terrificante in egual misura. Capriolavano nel cielo come passeri prima di una tempesta, eppure si trattava di creature più grandi di una casa, che scintillavano nel cielo plumbeo più come gemme che esseri in carne e ossa.
D'un tratto scorsi Tintaglia che sorvolava le cime degli alberi in lontananza. Per un istante non riuscii a calcolare la distanza, ma quando si avvicinò, mi accorsi del mio errore. La sua mole imponente giganteggiava su tutti gli altri draghi di Kelsingra: era molto più grande dell'ultima volta che l'avevo vista.
L'enorme regina era consapevole dell'agitazione che aveva scatenato in città. Tracciò un ampio circolo sulle nostre teste e cominciò a scendere in lente spirali. Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. Il cuore mi traboccò d'ammirazione e sentii le labbra allargarsi in un sorriso involontario. Con la coda dell'occhio vidi Lante stringersi le mani al petto e sorridere a sua volta. "L'incanto dei draghi", riuscii a gracchiare, senza smettere di sorridere. "Attento, Lante, altrimenti ti metterai a cantare!"
"Oh, più blu degli zaffiri, scintillante come oro!" intonò melodioso e malinconico. "Nessuna canzone può renderle giustizia. D'oro e d'argento splendore profondo, fulgida come mai nessuna gemma al mondo! Oh, Fitz, quanto vorrei restare qui a contemplarla per sempre!"
Non dissi niente. Nei Sei Ducati tutti sapevano dell'incanto dei draghi. Qualcuno ne era immune, ma ad altri bastava una sola occhiata a un drago in lontananza per restarne ammaliati. In quel momento Lante non mi avrebbe mai dato retta, però sapevo che l'incanto si sarebbe spezzato non appena la dragonessa se ne fosse andata. Se non avessi innalzato le mie barriere per proteggermi dal clamore di Kelsingra, sarei rimasto imbambolato anch'io.
Fu subito evidente che sarebbe atterrata nella piazza antistante il Palazzo del Benvenuto. Lante cominciò a correre e io lo seguii a ruota; ciononostante, la dragonessa toccò terra prima che arrivassimo e nel frattempo si era radunata anche una folla di Antichi e draghi minori. Lante cercò di spingersi avanti, ma io lo trattenni per un braccio. "La regina Malta e re Reyn", lo avvertii. "E il figlio. Saranno loro i primi ad accoglierla."
E infatti comparvero sul loggiato del palazzo. Persino i draghi di Kelsingra si mantenevano a rispettosa distanza, una cosa che non mi sarei mai aspettato. Tintaglia cominciò a ripiegare le ali con deliberata lentezza, scrollandole un paio di volte per assestare le squame prima di chiuderle definitivamente, davanti al coro di sospiri estasiati della folla. Quando Reyn e Malta si fecero avanti con Phron al seguito, notai che lei si era data una ravviata veloce e lui aveva indossato una tunica asciutta e si era lisciato i capelli. Phron sorrideva trasognato, mentre la madre aveva un'espressione più riservata, quasi granitica, nello scendere le scale per fermarsi al cospetto di Tintaglia. Due regine a confronto, pensai, nonostante la differenza di taglia.
Reyn camminava al suo fianco, ma rimase un passo indietro quando le due regine si avvicinarono per salutarsi. Tintaglia scrutò Malta inarcando il collo e ruotando lentamente gli occhi. L'espressione di Malta non cambiò quando esordì in tono freddo: "E così sei tornata a Kelsingra, Tintaglia. La tua assenza è stata decisamente lunga stavolta".
"Davvero? Per te, forse." La voce della dragonessa era squillante come una tromba, sulla cui musica veleggiavano i pensieri. "Non dimenticare che i draghi non calcolano il tempo secondo quelle minuscole gocce di giorni che per voi umani sono tanto importanti. A ogni modo, sì, sono tornata. Per bere. E per una buona strigliata." E quasi a voler snobbare Malta per il suo rimprovero, la dragonessa ignorò Reyn e girò la testa verso Phron, che continuava a fissarla adorante. Gli occhi dell'imponente creatura erano colmi di affetto; allungò il collo verso di lui e gli alitò sopra, facendogli svolazzare la tunica. La dragonessa sollevò la testa di scatto e si guardò intorno indignata. "Lui è mio! Chi ha interferito? Quale stupido drago ha osato alterare ciò che mi appartiene?"
"Chi ha osato salvargli la vita, vuoi dire? Chi ha osato guarirlo, affinché non dovesse più scegliere se mangiare o respirare? È questo che stai chiedendo?" ribatté Malta.
Lo sguardo di Tintaglia guizzò di nuovo sulla donna. La gola e le guance avvamparono di colore, le squame della nuca si sollevarono in una serie di creste. Pensavo che Malta avrebbe fatto almeno un passo indietro; invece avanzò, e stavolta Reyn si schierò al suo fianco. Rimasi colpito dall'intensità che assunsero i colori della sua cresta di carne, mentre, con le mani sui fianchi e la testa piegata all'indietro, fronteggiava la dragonessa. I motivi delle sue squame facciali la rendevano una Tintaglia in miniatura.
Gli occhi della creatura si ridussero a due fessure. "Chi?" ripeté imperiosa.
Un brivido freddo mi corse lungo la schiena e trattenni il respiro. Nessuno parlò. Il vento soffiava tra la folla, aumentando la sensazione di gelo, spettinando capelli e arrossando nasi.
"Credevo saresti stata contenta di vedermi ancora vivo. Perché senza questi cambiamenti, dubito che sarei sopravvissuto." Phron s'interpose fra i genitori e la dragonessa. Malta allungò un braccio per tirarlo indietro, ma Reyn le appoggiò una mano sul polso per fermarla, poi intrecciò le dita con le sue. Le sussurrò qualcosa all'orecchio e io vidi una smorfia di angoscia solcarle il viso. Quindi rimase in silenzio mentre il figlio affrontava il drago che li aveva segnati tutti e tre.
Tintaglia non reagì subito. Avrebbe ammesso di avere a cuore la vita, o la morte, del ragazzo? In fondo era un drago. "Chi?" chiese per la terza volta, e i colori della sua gola splendettero più accesi. Nessuno rispose; lei appoggiò la punta del muso sul petto di Phron e spinse. Lui barcollò all'indietro, ma non cadde. Ne avevo abbastanza.
"Non mi seguire", bisbigliai a Lante, poi feci tre passi avanti nello spazio libero che circondava la dragonessa. Le mie barriere erano ben sigillate. "Tintaglia. Eccomi!" gridai.
Più veloce di un serpente, la sua testa scattò verso di me e i suoi occhi mi fissarono torvi. Avvertii la pressione del suo sguardo indagatore quando mi disse: "E tu chi saresti? Come osi pronunciare il mio nome?"
"Tu mi conosci." Controllai la voce, ma continuai a gridare per farmi udire. Phron lanciò un'occhiata ai genitori, però non indietreggiò per farsi proteggere.
Tintaglia sbuffò e spostò la sua mole massiccia per fronteggiarmi. Il suo alito era bollente e fetido di carne. "Pochi umani conosco, moscerino. Non te."
"Invece sì. Anni fa. Volevi sapere dove fosse il drago nero. Mi davi la caccia in sogno. Desideravi che qualcuno liberasse Ardighiaccio dalla prigionia e sono stato io a compiere la missione che tu non eri in grado di condurre a termine. Ho spezzato il ghiacciaio e l'ho liberato tanto dal ghiaccio quanto dai tormenti della Donna Pallida. Perciò mi conosci eccome. E conosci mia figlia, Urtica. Non solo mi conosci, ma sei anche in debito con me!"
Alle mie parole, un mormorio sgomento si diffuse tra la folla. Con la coda dell'occhio vidi dama Ambra comparire sulle scale, fiancheggiata da Fiamma e Per. Pregai in silenzio che non interferisse ed evitasse che la dragonessa puntasse la sua attenzione su di lei e i ragazzi. Tintaglia mi fissava con gli occhi vorticanti d'oro e d'argento, e avvertii la pressione della sua mente contro la mia. Per un brevissimo istante abbassai le difese e le mostrai Urtica nell'abito di ali di farfalla che aveva indossato nei sogni. Poi richiusi di colpo le barriere, sperando che tenessero.
"Lei." Tintaglia riuscì a rendere la parola un insulto. "Non un moscerino. Una sanguisuga molesta, assillante, perniciosa…"
Non avevo mai visto una creatura così immensa balbettare, a corto di parole. Provai un impeto d'orgoglio per mia figlia, che aveva usato l'Arte e la capacità di manipolare i sogni per opporsi alla dragonessa, ritorcendole contro le sue stesse armi. Ancora priva di un addestramento formale nella magia dei Lungavista, Urtica non aveva soltanto indotto Tintaglia a perseguire il suo scopo, ma l'aveva addirittura convinta a costringere Ardighiaccio a onorare la promessa del principe Devoto di deporre la testa del drago nero sulle pietre del focolare di Elliania. L'ingresso di Ardighiaccio nella casa delle madri della Narcheska aveva distrutto l'architrave della porta, ma la promessa era stata mantenuta e Devoto aveva conquistato la sua sposa.
Un drago che ricordava mia figlia! Per un attimo di pura esaltazione il cuore mi traboccò di gioia. Più vicina all'immortalità di quanto qualsiasi altro umano potesse sperare!
Tintaglia avanzò verso di me, il corpo increspato di colori fiammeggianti. "Hai interferito con i miei Antichi. Questo mi offende. E io non ti devo niente. I draghi non hanno debiti."
Parlai senza riflettere. "I draghi hanno debiti. Solo che non li onorano."
Tintaglia s'impennò sulle zampe possenti, inarcò il collo e piegò il mento; gli occhi vorticarono velocissimi, i colori parvero sprizzare scintille. Percepii, piuttosto che vedere, umani e draghi farsi indietro.
"Fitz", mormorò Lante, quasi una preghiera.
"Sta' indietro!" sussurrai. Stavo per morire. Oppure sarei sopravvissuto orribilmente sfigurato, dacché avevo visto gli effetti della saliva acida dei draghi sugli esseri umani e sulla pietra. Mi feci forza. Se fossi scappato, se mi fossi rifugiato alle spalle degli altri, sarebbero tutti morti con me.
D'un tratto fui investito da una folata di vento e, leggera come una cornacchia che atterra saltellando, una dragonessa rossa molto piccola si posò al suolo tra me e la morte. Un istante dopo avvertii un peso sulla spalla. "Fitz!" mi salutò Mimica. "Salve, stupido!" aggiunse.
La dragonessa rossa ripiegò le ali con calma, quasi fosse un compito importante che richiedeva la massima cura. Pensai che Tintaglia l'avrebbe spruzzata di acido per vendicarsi di quella brusca interruzione, invece scrutò l'altra con un'espressione perplessa.
"Heeby", mi disse la cornacchia. "Heeby, Heeby." Mimica si girò e mi beccò forte l'orecchio. "Heeby!" insistette.
"Sì, Heeby", ripetei con calma. "Il drago del generale Rapskal."
La mia risposta la calmò. "Heeby. Brava cacciatrice. Molta carne." La cornacchia ridacchiò compiaciuta.
Lante mi afferrò il braccio. "Vieni via, sciocco!" mi sibilò. "Mentre il drago rosso la distrae, tu allontanati. Vuole ucciderti."
Invece mi mossi soltanto per liberarmi il braccio con uno strattone. La piccola dragonessa fronteggiava l'immensa creatura azzurra, la testa ondeggiante sul lungo collo sinuoso, il corpo sfolgorante di ogni sfumatura di rosso. Inequivocabile il suo atteggiamento di sfida. Percepii la tensione nella comunicazione tra le due, anche se non riuscivo a dare un senso ai cupi brontolii della rossa. Era come una pressione nell'aria, un flusso di pensieri che avvertivo ma non capivo.
Tintaglia rilassò la cresta e la fila di squame aguzze sulla nuca, come un gatto che abbassa il pelo dopo aver soffiato aggressivo. Fletté il collo e io sentii su di me il suo sguardo penetrante. Parlò con voce stentorea, la sua domanda quasi un'accusa. "Che cosa ne sai della gente pallida e dei Servi?"
Trassi un respiro profondo e risposi con voce altrettanto chiara, affinché draghi e umani mi udissero. "So che i Servi hanno rapito mia figlia. So che l'hanno distrutta. So che li stanerò e ne ucciderò quanti più possibile prima che uccidano me." Il cuore mi batteva forte. Strinsi i denti e aggiunsi: "Cos'altro mi serve sapere?"
Sia Tintaglia sia Heeby rimasero immobili. Di nuovo percepii il flusso della loro comunicazione e mi chiesi se gli altri draghi o qualcuno tra gli Antichi riuscissero a capire che cosa si stavano dicendo. D'un tratto il generale Rapskal si fece largo tra la folla. Indossava soltanto un paio di braghe e una camicia di pelle, e aveva le mani sporche, come se fosse stato richiamato con urgenza da una qualche faccenda.
"Heeby!" gridò nel vedere la propria dragonessa, poi s'impietrì. Si guardò intorno, mi scorse e si slanciò verso di me, sguainando il coltello da cintura. Io mi chinai per prendere il mio, ma Lante mi stupì spingendomi da parte per mettersi fra me e il generale. Incurante del cipiglio minaccioso del giovane, Rapskal mi chiamò. "Heeby mi ha convocato per proteggervi! Sono venuto ad aiutarvi!"
Lante lo fissò a bocca aperta. Dopo un attimo di sorpresa, mi arrabbiai quando Per intervenne nella situazione. "Dietro di me!" gridai al ragazzo, che mi rispose: "Alle vostre spalle, signore! Vi guarderò le spalle!"
Non era quella la mia intenzione, ma se non altro servì ad allontanarlo dalla lama di Rapskal.
"Non capisco", ringhiai al generale, che a sua volta scosse la testa sbalordito.
"Nemmeno io! Stavo scavando in cerca di memorie quando Heeby mi ha convocato d'urgenza qui per proteggervi. E poi è svanita dalla mia coscienza come se fosse stata uccisa! Per quanto terrorizzato, sono corso qui a obbedire al suo volere. Vi difenderò o morirò."
"Basta chiacchiere!" Tintaglia non ci ruggì contro, tuttavia la forza del pensiero collegato alle sue parole mi stordì. Heeby continuava a proteggermi guardinga, ma era un ben misero scudo rispetto alla mole torreggiante della dragonessa azzurra. Tintaglia avrebbe potuto benissimo sputarmi addosso il suo veleno acido, ma per fortuna scelse altrimenti e si limitò a fissarmi con quei suoi enormi occhi vorticanti. Percepii l'impatto violento della sua mente, e le mie barriere non riuscirono a deviare completamente l'ondata d'incanto dei draghi che mi travolse.
"Ho deciso di accettare i cambiamenti che hai apportato. Non ti ucciderò."
Mentre accoglievo riconoscente quella bella notizia e i miei guardiani rinfoderavano le lame, la dragonessa allungò il muso e mi annusò a fondo. "Non conosco il drago che ti ha segnato. Forse, un giorno, risponderà a me della tua insolenza. Per il momento, non devi temermi."
Ammutolii traboccante di gratitudine e di timore reverenziale davanti alla sua generosa munificenza. Mi costò un enorme sforzo di volontà alzare la voce. "La mia intenzione era soltanto soccorrere chi aveva bisogno del mio aiuto. Quelli che erano stati trascurati dai draghi oppure segnati, ma non guidati nei cambiamenti."
Lei spalancò le fauci e, per un istante di terrore, vidi le zanne più lunghe di una spada e le sacche di veleno che le risplendevano rosse e gialle nella gola. Parlò di nuovo. "Non mi provocare, piccolo uomo. Rallegrati che non ti abbia ucciso."
Heeby si sollevò sulle zampe posteriori, ma divenne appena un po' più alta di prima. Ancora una volta percepii la forza della loro comunicazione silenziosa.
Tintaglia arricciò le labbra per snudare i denti minacciosa, però poi si rivolse a me. "Tu e quelli come te potrete interferire con chi non appartiene a nessun drago. Te lo permetto perché per me non sono niente. Cambiali tutti se ti va. Ma lascia a me ciò che è mio. Questo è un favore che ti concedo per i servigi che tu e i tuoi mi avete reso in passato. Tuttavia, non credere che stia ripagando un debito."
Mi ero quasi dimenticato di avere Mimica sulla spalla. Non credo che una cornacchia sappia sussurrare, eppure udii una vocina gracchiante che mi suggerì: "Sii prudente".
"Certo che no!" esclamai, deciso a rimediare al mio commento inopportuno. Trassi un respiro profondo, consapevole di stare per aggiungere qualcosa di peggio, e lo dissi comunque: "Vorrei chiederti un secondo favore".
Ancora uno scintillio di zanne aguzze e sacche di veleno. "Non muoio oggi", dichiarò Mimica e volò via dalla mia spalla. I miei guardiani si strinsero dietro di me, ma non fuggirono. Lo presi come un atto di coraggio.
"La tua vita non è un favore sufficiente, pulce?" tuonò la dragonessa. "Cos'altro potresti volere da me?"
"Voglio sapere! I Servi dei Bianchi non desideravano soltanto sbarazzarsi di Ardighiaccio, ma ambivano alla totale estinzione dei draghi con la sua morte. Vorrei sapere se avevano già agito contro i draghi in precedenza e, in tal caso, perché. Più di ogni altra cosa, vorrei sapere tutto quello che sanno i draghi che possa aiutarmi a eliminare per sempre i Servi!"
Tintaglia tirò indietro l'enorme testa inarcando il collo sinuoso e rimase immobile. A un tratto intervenne Heeby con una vocina timida. "Lei non ricorda. Nessuno dei draghi ricorda. Tranne… me. A volte."
"Oh, Heeby! Hai parlato!" mormorò Rapskal inorgoglito.
Tintaglia emise un ruggito inarticolato e Heeby si abbassò sulle zampe anteriori, facendosi piccola piccola. Rapskal sguainò il pugnale e si mise davanti alla sua dragonessa, puntando la lama contro la regina azzurra. Non avevo mai visto un atto più stupido o più coraggioso.
"Rapskal, no!" gridò un Antico, ma il generale non arretrò. Se Tintaglia aveva notato il suo insano gesto di sfida, non lo diede a vedere, perché riportò la sua attenzione su di me. Il cupo brontolio delle sue parole mi riverberò nelle ossa, carico di rabbia e frustrazione.
"È qualcosa che dovrei conoscere, ma non è così. Andrò a informarmi. Non è un favore che ti concedo, umano, ma pretendo che Ardighiaccio mi metta a parte di quello che avrebbe dovuto rivelarci tanto tempo fa, invece di schernirci per una storia che non possiamo sapere, perché nessun drago ricorda che cos'è accaduto mentre era nell'uovo o nuotava come serpente." Si voltò senza badare a dove sferzava la coda, tanto che umani e Antichi dovettero sparpagliarsi per evitare di essere colpiti. "Vado a bere. Ho bisogno d'Argento. Quando avrò bevuto, sarò spazzolata e pulita a dovere. Mi aspetto che sia tutto pronto."
"È così!" esclamò Phron mentre Tintaglia si allontanava maestosa. Si rivolse ai genitori, le guance arrossate per quanto glielo permettessero le squame da Antico. "È magnifica!" gridò a tutti, e una risata potente e concorde fece eco ai suoi sentimenti.
Io non condividevo l'esultanza della folla. Tremavo come una foglia adesso che avevo il tempo di riflettere su quanto fossi stato vicino alla morte. E per che cosa? Non ne sapevo più di prima sui Servi. Potevo sperare di aver convinto Tintaglia ad accettare qualsiasi guaritore d'Arte Urtica e Devoto avessero mandato. Potevo sperare che Devoto sancisse un'alleanza con gente che occasionalmente poteva modificare il comportamento di un drago.
Ma sapevo che Ardighiaccio era vivo. La mia tenue speranza era che Tintaglia condividesse con me quello che avrebbe scoperto. Sospettavo un'ostilità di lunga data tra Servi e draghi. Possibile che gli Antichi non ne sapessero niente? Ne dubitavo, eppure non avevamo ancora trovato alcuna prova.
O forse sì? Ripensai a quando la Donna Pallida aveva occupato Aslevjal. Ilistore, l'aveva chiamata il Matto. La città Antica sepolta nei ghiacci si era rivelata una formidabile roccaforte per lei, un luogo perfetto da dove controllare la guerra degli Isolani contro i Sei Ducati e nel frattempo tormentare il drago ibernato e tentare di sterminare lui e la sua specie. Aveva fatto di tutto per annientare la città: opere d'arte sfregiate o distrutte, biblioteche di cubi d'Arte devastate e ridotte in macerie… non erano forse esempi lampanti di un odio radicato? Non aveva forse cercato di cancellare ogni traccia di un popolo e di una civiltà?
Non mi aspettavo il sostegno dei draghi contro i Servi. Ardighiaccio aveva avuto anni per vendicarsi, se mai lo avesse voluto. Probabilmente aveva sfogato tutta la sua furia quando aveva fatto crollare il palazzo di ghiaccio di Aslevjal e sbaragliato le forze della Donna Pallida. Aveva lasciato a me il compito di assicurarmi che morisse, e con lei il drago di pietra che aveva forgiato insieme a Kebal Panecrudo. Forse il drago nero non era feroce quanto Tintaglia. "Non è insolito che le femmine siano più crudeli dei maschi."
"Davvero?" chiese Perseverante, e soltanto allora mi resi conto di aver parlato ad alta voce.
"Davvero", rispose Lante al posto mio. Forse gli era tornata in mente la matrigna, che aveva tentato di farlo uccidere. Nello spiazzo aperto davanti a noi, Rapskal stava coccolando Heeby come se fosse un cucciolo domestico, mentre Malta, Reyn e Phron erano impegnati in un'animata discussione che aveva l'aria di una vera e propria lite. All'improvviso mi colse un attacco di vertigini.
"Vorrei tornare nelle nostre stanze", mormorai e stavolta mi lasciai sostenere volentieri dal braccio di Lante. La debolezza che mi aveva pervaso dopo le guarigioni d'Arte era tornata ad assalirmi senza nessun motivo evidente. Ambra e Fiamma si unirono a noi, mentre arrancavo a fatica sulle scale. Davanti alla porta, Ambra si rivolse agli altri. "Con voi parlerò dopo", annunciò e li invitò con garbo ad andarsene.
Lante mi accompagnò a una sedia davanti al tavolo, poi lo sentii richiudersi la porta alle spalle. Avevo già appoggiato la testa sulle braccia incrociate quando il Matto mi chiese: "Ti senti male?"
Scossi la testa senza alzarla. "Debole. Come prosciugato dall'Arte. Non so perché." Mi sfuggì una risatina amara. "Forse deve ancora passarmi la sbornia."
Lui mi mise le mani sulle spalle e cominciò a massaggiarmi i muscoli. "Tintaglia emanava una potente aura d'incanto. Mi sentivo paralizzato dal suo fulgore, e al tempo stesso terrorizzato dalla collera che riversava su di te. È così strano percepire senza poter vedere. Sapevo che stava per ucciderti, ma ero impotente. Poi però ti ho sentito. Risoluto ad affrontarla."
"Avevo le barriere innalzate. Credevo di stare per morire. Comunque ho ottenuto una piccola informazione: Ardighiaccio è vivo." Il massaggio alle spalle era piacevole, però mi ricordava troppo Molly. Mi liberai delle sue mani con una lieve scrollata e, senza dire una parola, lui si accomodò su una sedia accanto a me.
"Oggi hai rischiato di morire", commentò. Scosse la testa. "Non so che cosa fare. L'hai quasi sfidata a ucciderti. Desideri la morte?"
"Sì", ammisi. "Ma non ancora", aggiunsi. "Non finché non avrò ucciso io quanti più nemici possibile. Mi servono delle armi, Matto. E le migliori armi di un assassino sono le informazioni." Sospirai. "Non sono sicuro che Ardighiaccio sappia qualcosa di utile. Né se lo rivelerebbe a Tintaglia, o come ottenere quelle informazioni se lo facesse. Matto, non mi sono mai sentito tanto impreparato per una missione."
"Lo stesso vale per me. Però non mi sono mai sentito tanto determinato a compierla."
Drizzai le spalle e appoggiai un gomito sul tavolo, mentre con l'altra mano gli toccai la sua guantata. "Sei ancora arrabbiato con me?"
"No." Poi: "Sì. Mi hai fatto pensare a delle cose che non volevo ricordare".
"Era necessario. E ho ancora bisogno di sapere."
Lui si girò dall'altra parte, ma non ritrasse la mano. Aspettai. "Chiedi", mi ordinò in tono aspro.
Era arrivato il momento di torturare il mio amico. Che cosa mi premeva di più? "C'è qualcuno a Clerres che possa aiutarci? Qualcuno disposto a cospirare con noi? C'è modo d'inviare un messaggio per avvertire del nostro arrivo?"
Silenzio. Ci aveva forse ripensato? Sapevo che lo stratagemma del brandy non avrebbe più funzionato. "No", rispose dopo un po'. "Non c'è modo d'inviare un messaggio. Prilkop potrebbe essere ancora vivo. Ci hanno separati quando hanno cominciato con le torture. Immagino che gli abbiano riservato lo stesso mio trattamento, il che significa che se è sopravvissuto, è comunque prigioniero. Penso che lo ritengano troppo prezioso per ucciderlo, ma potrei sbagliarmi."
"So che dubiti di chi ti ha aiutato a fuggire. Però tu e Prilkop mi avete mandato dei messaggeri. Erano leali? Qualcuno di loro è rimasto a Clerres?"
Lui fece cenno di no con la testa, ancora girato. "Ci siamo riusciti i primi anni che eravamo a Clerres. Dopo aver cominciato a sospettare dei Quattro, ma prima che loro si accorgessero della nostra diffidenza. All'inizio li abbiamo mandati per avvertirti, per informarti che i Quattro ti stavano cercando. Nel frattempo, i Quattro stavano ancora tentando di attirarci dalla loro parte. Forse erano davvero convinti che i Comparatori e i Manipolatori sarebbero riusciti a persuaderci di aver sbagliato." Sorrise mesto. "Invece accadde esattamente l'opposto. Credo che siano rimasti affascinati dai nostri racconti, perché sapevano ben poco della vita al di fuori dalle mura della fortezza. E nell'apprendere i dettagli di quella vita estranea al loro mondo recluso, alcuni cominciarono a mettere in discussione ciò che i Servi gli avevano insegnato. Non credo che al principio i Quattro si siano resi conto del potere che eravamo in grado di esercitare sugli altri."
"Comparatori? Manipolatori?"
Il Matto sbuffò sprezzante. "Titoli altisonanti. I Comparatori classificano i sogni e trovano i relativi collegamenti. I Manipolatori cercano le persone o gli eventi che abbiano più probabilità di cambiare il futuro a tutto vantaggio dei Quattro e dei Servi. Sono loro che s'impegnarono per convincere me e Prilkop di aver sbagliato su tutta la linea, ma in particolar modo sulla profezia del Figlio Inaspettato, che io sostenevo fosse stata realizzata da uno dei miei Catalizzatori. Furono loro a parlarci dei sogni su un nuovo Profeta Bianco, ‘nato allo stato brado', come lo definivano. I sogni su quel bambino combaciavano con quelli sul Figlio Inaspettato in un modo che persino io non potevo ignorare. Descrissero il sogno su un bambino nato con il cuore di un lupo." Fece una breve pausa, poi riprese: "Tu mi hai chiesto come posso essere sicuro, se tu non sei il Figlio Inaspettato, che tutto quello che abbiamo fatto, tutti i cambiamenti che abbiamo apportato al mondo siano stati giusti per il mondo. Ed è con questa stessa domanda che cercarono di smantellare le nostre certezze. Vidi Prilkop cominciare a dubitare. Nei giorni seguenti ne parlammo in privato. Io insistevo che eri tu, ma lui mi chiedeva, e a buon diritto: ‘E allora questi nuovi sogni?' Io non avevo risposte". Deglutì avvilito. "Nessuna risposta. E una notte, in preda ai fumi del vino e all'atmosfera conviviale, i nostri piccoli amici ci sussurrarono che bisognava trovare il bambino nato allo stato brado per controllarlo prima che provocasse danni al corso del mondo. Sapevano che i Quattro volevano rintracciarlo a tutti i costi. Non tutti i Quattro credevano che questo profeta fosse il Figlio Inaspettato, ma una sì. Symphe. Ogni volta che cenavamo insieme ai Quattro, lei mi sfidava. E ogni volta le sue affermazioni erano così potenti che cominciai a dubitare delle mie stesse convinzioni. I Quattro ordinarono di setacciare la biblioteca dei sogni in cerca d'indizi per poter scovare il bambino. E ‘controllarlo'. A quel punto temetti che potessero scoprire la pista che io avevo trovato e seguito, tanti anni prima, per individuarti. Così mandai altre messaggere, quelle che ti chiesero di trovare il Figlio Inaspettato. Perché alla fine mi ero convinto che ci fosse un Profeta Bianco ‘nato allo stato brado'. E infatti avevano ragione. Avevano saputo dell'esistenza di Ape ancora prima di me. E Dwalia li convinse che il bambino che percepivano fosse il Figlio Inaspettato."
Le sue parole mi raggelarono. Avevano "percepito" l'esistenza di Ape? Esaminai scrupolosamente ogni parola del Matto, perché avevo bisogno di capire fino in fondo ciò che mi stava dicendo. "Che cosa intendevano con ‘nato allo stato brado'?"
Lui tirò un lungo sospiro. Io aspettai. "La Clerres che Prilkop ricordava…" cominciò, poi s'interruppe con un colpo di tosse.
"Vuoi una tazza di tè?" gli proposi.
"No." Mi strinse la mano all'improvviso. "C'è ancora del brandy?"
"Vado a vedere."
Trovai la bottiglia tappata semisepolta sotto un cuscino. Ne era rimasto poco più di un dito. Gli riempii la tazza e la posai sul tavolo. Lui la trovò a tentoni con la mano nuda, se la portò alle labbra e bevve. Quando tornai a sedermi, notai che la sua mano guantata era rimasta dove l'avevo lasciata. La ripresi. "La Clerres di Prilkop?"
"Era una biblioteca, dov'erano custodite le storie dei Bianchi e tutti i sogni annotati, catalogati e analizzati negli scritti di altri. Un luogo per gli storici e i linguisti. All'epoca tutti i Bianchi nascevano allo stato brado, ossia naturalmente. I genitori riconoscevano che il figlio era… particolare e lo portavano a Clerres. Oppure il bambino cresceva e capiva di dover compiere quel viaggio. Il Profeta Bianco di quel tempo aveva accesso a tutti i sogni e ai racconti dei suoi predecessori. A Clerres veniva accolto, sfamato, vestito e istruito. Quando poi sentiva di essere pronto a svolgere la sua missione nel mondo, gli veniva fornito un equipaggiamento adeguato, denaro, un cavallo, abiti di ricambio, armi, penne e carta, e lo mandavano per la sua strada, come accadde a Prilkop. E i Servi rimasti a Clerres annotavano tutto quello che sapevano del profeta; in seguito loro e i discendenti aspettavano pazienti l'avvento di un nuovo profeta." Bevve un altro sorso. "Non esistevano i ‘Quattro'. Soltanto gente desiderosa di servire."
Un lungo silenzio, che mi azzardai a interrompere. "Ma Clerres non fu così per te."
Lui scosse la testa, dapprima adagio, poi sempre più agitato. "No. Niente del genere! Dopo che i miei genitori se ne andarono, scoprii che ce n'erano altri come me in quel posto! Lì per lì fui accolto con benevolenza e condotto verso una schiera di casette di legno con un bel giardino, una pergola verdeggiante e una fontana. E nella casetta dove mi portarono conobbi altri tre bambini, pallidi quanto me. Ma loro erano fratellastri, ed erano nati a Clerres. Generati e allevati nella scuola, perché i Servi non servivano più il Profeta Bianco, ma soltanto se stessi. Avevano rastrellato dei bambini, perché erano in grado di risalire alla famiglia di ogni Profeta Bianco. Avevano preso chiunque, un cugino, un nipote, un pronipote, che si diceva discendessero da un Profeta Bianco, e li avevano radunati insieme e fatti accoppiare come conigli, e avevano continuato a incrociarli fra loro. Prima o poi la caratteristica rara si manifesta. Hai visto come faceva Burrich. Quello che funziona con i cani e i cavalli vale anche per gli esseri umani. Invece di aspettare un Bianco nato in maniera naturale, li producevano in batteria e raccoglievano i sogni. E i Servi che un tempo credevano che i Profeti Bianchi nascessero per avviare il mondo su un sentiero migliore, dimenticarono quel dovere e cominciarono a preoccuparsi soltanto di accumulare ricchezze e privilegi. Il loro ‘vero Sentiero' è un complotto per realizzare qualunque cosa gli garantisca potere e successo! I Bianchi allevati a Clerres eseguivano ciò che gli veniva detto. Piccoli dettagli, tipo mettere un uomo diverso sul trono di un regno confinante o accaparrarsi la lana e non avvertire nessuno di un'epidemia imminente che avrebbe decimato le greggi. Finché, probabilmente, non decisero di eliminare dal mondo tutti i draghi e gli Antichi." Scolò il resto del brandy e appoggiò la tazza sul tavolo con un tonfo.
Alla fine si girò verso di me. Le lacrime avevano sciolto il trucco sapiente di Ambra. Il nero che le aveva sottolineato gli occhi le rigava di scuro le guance. "Basta, Fitz", disse risoluto.
"Matto, devo ancora…"
"Per oggi basta." La sua mano brancolante trovò la bottiglia e, per essere un cieco, riuscì egregiamente a versarsi le ultime gocce di brandy nella tazza. "So di doverti raccontare queste cose", disse con voce roca. "E lo farò. Ma con i miei tempi." Scosse la testa. "Che disastro ho combinato. Il Profeta Bianco! E adesso mi ritrovo cieco e invalido, a trascinarti di nuovo in questa storia. Il nostro ultimo sforzo di cambiare il mondo."
Mormorai sommesso: "Non lo faccio per il mondo. Lo faccio per me". Mi alzai e lo lasciai al suo brandy.
Nei due giorni precedenti l'arrivo del Tarman dal villaggio al di là del fiume, non vidi più Tintaglia. Lante aveva sentito dire che la dragonessa azzurra aveva bevuto Argento a profusione, era andata a caccia, aveva mangiato, dormito ed era stata lavata e strigliata dai suoi Antichi nei bagni di vapore per i draghi. Poi aveva bevuto altro Argento e se n'era andata. Se per un'altra battuta di caccia o in cerca di Ardighiaccio, nessuno lo sapeva. Rinunciai alla speranza di ottenere informazioni da lei.
Il Matto tenne fede alla parola data. Sul tavolo della mia stanza costruì un modellino dell'isola e della città e del castello di Clerres. Alla fine di ogni pasto io recuperavo piatti, posate e tovaglioli con i quali le dita brancolanti del Matto innalzavano mura e torri. Grazie a quella singolare rappresentazione, io disegnai una mappa di Clerres. Le fortificazioni esterne erano presidiate da quattro torri massicce, ciascuna sormontata da una grande cupola a forma di teschio. Quando scendeva il buio, nelle orbite dei teschi ardevano le lampade. Esperti arcieri camminavano notte e giorno sui bastioni merlati della cinta esterna.
All'intero delle mura bianche, c'era una muraglia secondaria che cingeva eleganti giardini, le casette che ospitavano i Bianchi e un fortilizio di pietra e ossa bianche. Il fortilizio aveva quattro torri, ciascuna più alta e più affusolata delle torri di guardia della cinta esterna.
"L'edificio è alto quattro piani e profondo due", m'informò il Matto mentre costruiva le mura con alcune sciarpe e impilava le tazze da tè per formare le torri. "Senza contare le torri maestose dove abitano i Quattro. Quelle sono più alte delle torri di guardia. Il tetto è piatto e sopra ci sono le stanze del vecchio harem, quando Clerres era un palazzo e un castello. Quegli alloggi vengono usati per i prigionieri più importanti. Le torri offrono un panorama spettacolare dell'isola, del porto e delle colline oltre la città. È una struttura molto antica, Fitz. Non credo che nessuno sappia perché le torri furono costruite così affusolate, benché in cima si allarghino in enormi sale."
"Tipo dei funghi?" chiesi cercando di visualizzarne la forma.
"Dei funghi estremamente eleganti", rispose lui con un lieve sorriso.
"Quanto sono larghi gli steli di quei funghi?"
Lui rifletté un istante. "Alla base, sono larghi quanto la Sala Grande della Rocca di Castelcervo. Poi, a mano a mano che si sale, l'ampiezza si dimezza."
Io annuii, soddisfatto dell'immagine che mi ero figurato. "Ed è lì che dormono i Quattro? In una torre?"
"In genere sì. Si sa che Tinto sazia i suoi appetiti carnali in diversi luoghi. Capra se ne sta quasi sempre nella sua stanza. Symphe e Coltro, la maggior parte delle notti, immagino. Fitz, sono passati tanti anni da quando ero al corrente delle loro abitudini."
Castel Clerres si ergeva solitario su un'isola di roccia bianca; dalle mura esterne alle ripide scogliere dell'isola si estendeva una piana rocciosa che qualunque invasore doveva attraversare per raggiungere le mura. Sentinelle appostate sorvegliavano il mare e la stretta lingua di terra rialzata. Il passaggio veniva aperto due volte al giorno, con la bassa marea, per consentire ai servitori di andare e venire, e per accogliere i pellegrini che volevano scoprire il proprio futuro.
"Una volta entrati, i pellegrini vedono il fortilizio con il viticcio del tempo scolpito in bassorilievo sulla facciata. Le stanze più sontuose si trovano al pianterreno: le sale delle udienze, la sala da ballo, quella per i banchetti, tutte rivestite di pannelli di legno bianco. Ci sono anche un paio di aule di studio, ma la maggior parte si trovano al primo piano. Lì si insegna ai giovani Bianchi e si raccolgono i loro sogni. Sullo stesso piano ci sono anche alcune camere stravaganti dove i benefattori facoltosi si riposano, sorseggiano vino e ascoltano i Comparatori che leggono pergamene selezionate, mentre i Lingstra le interpretano per loro. Per una cifra considerevole."
"Lingstra e Comparatori sono tutti Bianchi?"
"Quasi tutti hanno almeno una traccia di sangue Bianco. Nati a Clerres, sono allevati per servire i Quattro. E ‘servono' anche i Bianchi in grado di sognare, più o meno come fa una zecca su un cane. Succhiano sogni e visioni e li esprimono come futuri possibili ai ricchi stupidi che vengono per un consulto."
"Quindi sono dei ciarlatani?"
"No", rispose con voce cupa. "È questa la parte peggiore, Fitz. I ricchi comprano la conoscenza del futuro per arricchirsi ulteriormente. I Lingstra raccolgono i sogni di una prossima siccità e consigliano a un uomo di fare incetta di grano da rivendere ai vicini affamati. Epidemie e pestilenze possono fare la fortuna di una famiglia, se avvertita in anticipo. I Quattro non desiderano più instradare il mondo su un sentiero migliore, ma soltanto approfittare dei disastri e delle elargizioni."
Trasse un respiro profondo. "Al secondo piano c'è l'immensa e preziosa biblioteca dei Servi, sei sale stracolme di pergamene, alcune delle quali talmente antiche che non si sa a quando risalgono, mentre ogni giorno vengono redatti e conservati nuovi sogni. Soltanto i postulanti più facoltosi possono accedere a quelle sale. Talvolta un ricco sacerdote di Sa viene ammesso per studiare in maniera indipendente, ma soltanto se c'è da ricavarne denaro e influenza. Infine, al terzo piano ci sono gli alloggi dei Servi favoriti dai Quattro. Ci vivono anche alcune guardie, quelle più fidate, che proteggono l'accesso alle torri private dei Quattro. I sognatori Bianchi più prolifici sono ospitati su quel piano, dove i Quattro possono facilmente scendere per incontrarli. Gli incontri non sono sempre di natura intellettuale, per quanto riguarda Tinto." Smise di parlare, ma io mi guardai bene dal chiedergli se anche lui fosse stato vittima di quel tipo di attenzioni.
Il Matto si alzò di colpo e, attraversando la stanza, riprese a parlare. "Un'altra rampa di scale e si arriva sul tetto, dove le vecchie stanze dell'harem oggi sono adibite a celle per i Bianchi indisciplinati. Probabilmente è lì che tengono prigioniero Prilkop. O quel che resta di lui." Concluse la nostra seduta con un respiro profondo e la voce di Ambra. "Fa caldo qui. Per favore, chiama Fiamma. Voglio uscire a prendere una boccata d'aria."
Feci come mi aveva chiesto.
Le nostre sessioni erano brevi e frammentarie. Io ascoltavo più che parlare e se lui all'improvviso si alzava e diventava Ambra, lo lasciavo andare. In sua assenza, disegnavo e annotavo i dettagli fondamentali. Le informazioni che mi forniva erano preziose, ma avevo bisogno di saperne di più. Non conosceva quali fossero i loro vizi e le loro debolezze più recenti, né i nomi di eventuali amanti o nemici, e nemmeno le loro attività quotidiane. Mi sarei aggiornato spiandoli una volta arrivato a Clerres. Non c'era fretta. La fretta non mi avrebbe restituito Ape. La mia sarebbe stata una vendetta fredda, calcolata. Quando avessi colpito, lo avrei fatto con precisione. Sarebbe stato bello, pensai, se fossero morti sapendo per quale crimine li stavo punendo, ma, in caso contrario, sarebbero morti comunque.
Per forza di cose, i miei piani erano semplicistici, la mia strategia limitata. Passai in rassegna i miei strumenti e riflettei sulle possibilità. Delle sfere esplosive di Umbra, soltanto cinque erano sopravvissute all'attacco dell'orso. Una era crepata e ne usciva una grezza polvere nera. Ammorbidii la cera di una candela e la riparai. Avevo alcuni coltelli, la mia vecchia fionda e un'ascia troppo ingombrante da portare in una città pacifica; dubitavo che quelle armi mi sarebbero state utili. Avevo veleni in polvere da mescolare ai cibi e altri da cospargere su una superficie, unguenti da spalmare sulla maniglia di una porta o sul bordo di una tazza, liquidi e pasticche insapori… in buona sostanza, ogni tipo di veleno di mia conoscenza. L'attacco dell'orso aveva distrutto quelli che portavo in quantità maggiori. Non avevo speranza di avvelenare l'acqua del castello o un pentolone di cibo. Avrei avuto abbastanza veleno giusto se avessi convinto i Quattro a sedersi e giocare a dadi con me, ma dubitavo che avrei avuto una simile opportunità. Tuttavia, se fossi riuscito a entrare nei loro alloggi privati, avrei potuto farli fuori.
Sul tavolo, nelle piccole tazze che rappresentavano le torri, misi quattro sassi neri. Stavo soppesando la quinta decidendo che cosa farne, quando entrarono dama Ambra e Lante, seguiti da Fiamma e Perseverante.
"È un gioco?" domandò Per, fissando sconcertato i tavoli ingombri e i miei strumenti del mestiere sparsi sul pavimento.
"Se l'assassinio è un gioco…" mormorò Fiamma e si avvicinò a me. "Che cosa rappresentano i sassi neri?"
"Le sfere di Umbra."
"Che cosa fanno?" chiese Per.
"Fanno esplodere le cose. Un po' come le sacche di linfa che scoppiano nei ciocchi sul fuoco." Indicai i cinque vasetti rotondi che avevo messo da parte.
"Solo più potenti", osservò il Matto.
"Molto più potenti", dichiarò Fiamma. "Ne ho provata qualcuna con Umbra. Quando stava ancora bene. Abbiamo fatto saltare in aria un tratto di scogliera nei pressi della spiaggia. Le schegge di roccia sono volate dappertutto." Si toccò la guancia quasi ricordasse di essere stata ferita.
"Bene", disse il Matto e si sedette al tavolo. Ambra era già scomparsa mentre le sue dita sfioravano gli oggetti per capirne la disposizione. "Una sfera esplosiva per ciascuna torre?"
"Potrebbe funzionare. La collocazione delle sfere e la robustezza delle pareti delle torri sono elementi cruciali. Bisognerà posizionare le sfere abbastanza in alto da far crollare le torri mentre i Quattro dormono. E dovranno esplodere simultaneamente, perciò mi serviranno micce di diversa lunghezza per poterne accendere una e correre alla successiva finché tutte e quattro non staranno bruciando."
"E avere ancora il tempo di fuggire", aggiunse Lante.
"Be', certo, sarebbe preferibile." Ritenevo improbabile che le sfere esplodessero simultaneamente. "Mi occorre qualcosa per fabbricare le micce."
Fiamma aggrottò la fronte. "Non sono già pronte sulle sfere?"
La fissai a bocca aperta. "Che cosa?"
"Passatemene una, per favore."
A malincuore presi quella riparata e gliela porsi. Lei la studiò accigliata. "Non sono sicura che la possiate usare questa." Tolse il tappo che era stato sigillato con uno spesso strato di resina: all'interno c'erano due fili attorcigliati, uno blu e uno bianco. La ragazza li estrasse. Il blu era lungo il doppio del bianco. "Il blu è più lungo e a combustione lenta. Il bianco brucia più in fretta."
"Spiegati meglio."
Fiamma si strinse nelle spalle. "Diciamo che il bianco lo accendi e scappi. È ideale quando si viene inseguiti. Il blu lo si può nascondere, bere il bicchiere della staffa con la vittima e allontanarsi in tutta sicurezza."
Lante si protese sulla mia spalla e io sentii il sorriso nella sua voce. "Molto più facile usarle in due. Un uomo solo non potrà mai accenderle tutte e quattro insieme e scappare prima che esplodano."
"Meglio in tre", si offrì Fiamma. Davanti alla mia espressione sbalordita, mi fissò indignata. "Ho più esperienza di chiunque altro in questa stanza!"
"Quattro", intervenne Perseverante.
Mi chiesi se avesse capito che stavamo parlando di omicidio. Era colpa mia se si erano offerti volontari. Un Fitz più giovane ed energico avrebbe tenuto per sé quel piano. Invece ero vecchio, stanco e loro sapevano già troppo. Pericolosamente troppo, per loro e per me. Chissà se avrei avuto più segreti da portarmi nella tomba dopo la mia morte.
"Quando sarà il momento, vedremo", risposi, sapendo che avrebbero protestato se mi fossi limitato a dire di no.
"Io non vedrò", puntualizzò il Matto nel silenzio. Dopo un iniziale momento d'imbarazzo, Per scoppiò a ridere. Ci unimmo a lui in una risata nervosa più che allegra. Ma eravamo ancora vivi e ancora proiettati verso il nostro obiettivo omicida.