26. Il caso di Harry S.: musica ed emozione
Forse non bisognerebbe avere dei pazienti preferiti, e nemmeno dei pazienti che ti spezzano il cuore – ma io li ho, e fra loro c'è stato Harry S. Fu il primo paziente che visitai quando arrivai al Beth Abraham Hospital nel 1966, e lo vidi spesso fino a quando morì, trent'anni dopo.
Quando lo conobbi, Harry aveva quasi quarant'anni ed era un brillante ingegnere meccanico – aveva studiato al MIT; mentre stava arrampicandosi su per una collina in bicicletta, aveva subito l'improvvisa rottura di un aneurisma cerebrale. Ne era conseguita una massiccia emorragia in entrambi i lobi frontali; il destro era rimasto gravemente danneggiato, il sinistro meno. Rimase in coma per diverse settimane e poi, per mesi, parve irreparabilmente compromesso: mesi durante i quali la moglie, disperata, divorziò da lui. Quando alla fine lasciò il reparto di neurochirurgia e arrivò al Beth Abraham, un cronicario, Harry aveva perso il lavoro, la moglie, l'uso delle gambe e una cospicua fetta della sua mente e della sua personalità. Sebbene cominciasse lentamente a riacquistare gran parte delle sue precedenti facoltà intellettuali, sul piano emozionale rimase gravemente compromesso: inerte, piatto, indifferente. Faceva pochissimo da sé o per sé, e dipendeva dall'incentivo e dall'impulso che gli venivano dagli altri.
Continuava ad abbonarsi, per abitudine, a «Scientific American» e leggeva ogni numero da cima a fondo, come aveva sempre fatto prima dell'incidente. Per quanto capisse tutto quel che leggeva, nessuno degli articoli, come ammetteva lui stesso, suscitava più il suo interesse, o la sua meraviglia – e la «meraviglia», mi disse, era stata il centro della sua vita precedente.
Leggeva con diligenza i quotidiani, assorbendo ogni cosa, ma lo faceva con occhio indifferente, senza interesse. Harry era circondato da tutte le emozioni e i drammi degli altri pazienti dell'ospedale: persone agitate, angosciate, sofferenti o (più raramente) gioiose e in preda al riso. Circondato com'era dalle loro emozioni – desideri, paure, speranze, aspirazioni, il contraccolpo emotivo di incidenti e tragedie, e, di tanto in tanto, esultanza -, non si lasciava assolutamente scalfire da tutto questo, in apparenza incapace di sentimento. Sebbene conservasse gli aspetti formali della sua precedente educazione – la sua cortesia -, avevamo la sensazione che non fosse più animato da alcun reale sentimento.
Tutto questo però cambiava, all'improvviso, quando Harry cantava. Aveva una bella voce da tenore e amava le canzoni irlandesi: quando cantava, mostrava tutte le emozioni appropriate alla musica – il gioviale, il malinconico, il tragico e il sublime. E questo era sconvolgente, perché in qualsiasi altro momento della sua giornata non si coglieva un solo accenno a tutto ciò, e si sarebbe pensato che la sua capacità emozionale fosse andata completamente distrutta.
Era come se la musica – la sua intenzionalità e il suo sentimento – potesse «sbloccarlo» o servire come una sorta di sostituto o di protesi per i suoi lobi frontali, fornendo meccanismi emozionali che altrimenti sembravano essergli venuti meno. Mentre cantava, Harry pareva trasformato, ma quando il canto finiva, nell'arco di qualche secondo tornava come prima, nuovamente vuoto, indifferente e inerte.
Per lo meno questa era l'impressione della maggior parte di noi all'ospedale: altri ne dubitavano. Il mio collega Elkhonon Goldberg, un neuropsicologo interessato in modo particolare alle sindromi dei lobi frontali, non ne era convinto. Goldberg sottolineava come questi pazienti possano involontariamente ripetere, come un'eco, i gesti, le azioni o le parole altrui, e tendano a una sorta di simulazione o mimesi involontaria.
Ma allora, il canto di Harry non era altro che una sorta di mimesi elaborata e automatica? Oppure la musica in qualche modo gli consentiva di provare emozioni alle quali normalmente non aveva accesso? Goldberg non ne era sicuro. Per me, e per molti altri all'ospedale, era difficile credere che le emozioni che osservavamo in Harry fossero simulate; ma forse questo indica il potere della musica sull'ascoltatore.124
L'ultima volta che vidi Harry, nel 1996, erano passati trent'anni dal suo incidente e aveva sviluppato un idrocefalo e delle grosse cisti nei lobi frontali; ormai era troppo malato e fragile per essere sottoposto a un qualsiasi intervento chirurgico. Malgrado ciò, pur così debole, raccolse la sua ultima briciola di vita e cantò per me – Down in the Valley e Goodnight, Irene – con tutta la sensibilità e la tenerezza dei vecchi tempi. Fu il suo canto del cigno; una settimana dopo era morto.