2. Una sensazione stranamente familiare: epilessie musicali

Jon S., un quarantacinquenne dalla corporatura robusta, aveva goduto di ottima salute fino al gennaio del 2006. La settimana lavorativa era appena cominciata: era un lunedì mattina e Jon era in ufficio quando andò a prendere qualcosa nel ripostiglio. Non appena entrò nel piccolo locale, improvvisamente sentì della musica – «classica, melodica, molto bella, rilassante … vagamente familiare … Era uno strumento ad arco, un violino solista».

Immediatamente pensò: «Da dove diavolo viene questa musica?». Nel ripostiglio c'era un vecchio apparecchio elettronico che nessuno usava più: ancora con le manopole ma senza altoparlanti. Confusamente, in uno stato che in seguito lui stesso definì di «animazione sospesa» annaspò cercando i comandi per spegnerlo. «Poi» racconta «svenni». Un collega presente in ufficio, che assistette alla scena, disse che il signor S. era nel ripostiglio «accasciato, non reagiva», sebbene non avesse convulsioni.

Il primo ricordo del signor S. dopo lo svenimento è l'immagine del paramedico del pronto soccorso chino su di lui, che lo interroga. Sebbene non riuscisse a ricordare che giorno fosse, seppe dire il proprio nome. Lo portarono al pronto soccorso di un ospedale locale, dove ebbe un altro episodio. «Mi stavo stendendo e il dottore mi stava visitando e mia moglie era lì … poi ricominciai a sentire la musica e dissi “sta succedendo di nuovo”, e dopo, molto rapidamente, svenni ancora».

Si risvegliò in un'altra stanza, dove si rese conto di essersi morso la lingua e le guance e sentì un intenso dolore alle gambe. «Mi dissero che avevo avuto una crisi epilettica – quella completa, con le convulsioni… Era accaduto tutto molto più velocemente della prima volta».

Il signor S. fu sottoposto ad alcuni test e cominciò ad assumere farmaci antiepilettici contro ulteriori attacchi. Da allora ha fatto altri test (nessuno dei quali ha dimostrato nulla fuori posto: una situazione peraltro non insolita nel caso dell'epilessia del lobo temporale). Sebbene nelle immagini delle scansioni cerebrali non apparissero lesioni dimostrabili, il signor S. riferì di aver subito un trauma cranico piuttosto serio quando aveva quindici anni – quanto meno una commozione cerebrale – e questo poteva aver prodotto una leggera cicatrice nei suoi lobi temporali.

Quando gli chiesi di descrivere la musica che aveva sentito subito prima dei suoi attacchi, cercò di cantarmela ma non ci riuscì: mi disse che non riusciva mai a cantare nulla, nemmeno la musica che conosceva bene. Mi confidò di non essere un tipo troppo musicale, in ogni caso, e che il genere di musica classica per violino che aveva «sentito» prima dei suoi attacchi non era assolutamente di suo gusto; suonava «lamentosa, miagolante». Di solito il signor S. ascolta musica pop. Tuttavia, gli era sembrata in qualche modo familiare – forse l'aveva sentita molto tempo prima, da bambino?

Gli dissi che se mai gli fosse capitato di riascoltare quella musica, magari alla radio, avrebbe dovuto prender nota di che cos'era e farmelo sapere. Il signor S. disse che avrebbe tenuto le orecchie bene aperte, ma mentre ne parlavamo non poté fare a meno di chiedersi se la familiarità associata a quella musica non fosse soltanto una sensazione, forse un'illusione, e non il ricordo di qualcosa effettivamente ascoltato in passato. Aveva un che di evocativo e al tempo stesso di sfuggente; come la musica che si sente nei sogni.

La cosa si fermò lì. Mi chiedo se mai un giorno riceverò una telefonata dal signor S. che mi dirà: «L'ho appena ascoltata alla radio! Era una suite di Bach per violino solo»; o se invece quello che aveva sentito era una costruzione simile a un sogno o una fusione che, per quanto «familiare», egli non riuscirà mai a identificare.

 

Scrivendo negli anni Settanta del diciannovesimo secolo, Hughlings Jackson commentò la sensazione di familiarità tanto spesso presente nell'aura che può precedere una crisi del lobo temporale. Parlò anche di «stati onirici», di «déjà vu» e di «reminiscenza». Tali sentimenti di reminiscenza, osservava Jackson, possono non avere alcun contenuto identificabile. Sebbene alcune persone perdano coscienza durante una crisi epilettica, altre possono rimanere perfettamente consapevoli dell'ambiente che le circonda e tuttavia entrare in un curioso stato sovrapposto in cui sperimentano strani umori, sentimenti, visioni, odori… o musica. Hughlings Jackson si riferiva a questa situazione come a uno «sdoppiamento della coscienza».

Eric Markowitz, giovane musicista e insegnante, sviluppò un astrocitoma al lobo temporale sinistro; si trattava di un tumore con un grado di malignità relativamente basso, per il quale fu operato nel 1993. Dieci anni dopo, il tumore si ripresentò, ma a quel punto fu considerato inoperabile, trovandosi in prossimità delle aree del linguaggio del lobo temporale. Con la crescita del tumore, Markowitz ha avuto ripetute crisi epilettiche, nel corso delle quali non perde coscienza ma, come mi ha scritto, «per un paio di minuti la musica mi esplode dentro la testa. Io amo la musica; ho costruito su di essa la mia carriera, e quindi sembra un po' paradossale che sia diventata anche la mia tormentatrice». Gli attacchi epilettici non sono innescati dalla musica, sottolinea Eric; la musica però ne fa immancabilmente parte. Come nel caso di Jon S., la musica allucinatoria di Eric sembra, a lui che la ascolta, molto reale e ossessivamente familiare:

 

Sebbene non sia in grado di dire con esattezza quale canzone o canzoni io ascolti durante queste crisi con aura, so che esse mi sembrano assolutamente familiari – a tal punto familiari, in effetti, che a volte non so se provengano da uno stereo acceso nelle vicinanze o dal mio cervello. Una volta che mi rendo conto di questa confusione, strana eppure familiare, e capisco che si tratta di una crisi epilettica, sembra che io mi sforzi di non immaginare di che musica possa trattarsi – in effetti, se potessi studiarla minuziosamente come una poesia o una composizione, lo farei… ma forse nel mio inconscio temo che, se le prestassi troppa attenzione, potrei non riuscire più a liberarmene – come dalle sabbie mobili o dall'ipnosi.

 

Nonostante Eric (a differenza di Jon S.) sia un individuo profondamente musicale, dotato di memoria eccellente e con l'orecchio educato, e sebbene abbia avuto più di una decina di queste crisi, anche lui (come il signor S.) è del tutto incapace di riconoscere la musica delle sue aure.

In quella «confusione strana eppure familiare» che è parte integrante delle sue esperienze epilettiche, Eric trova difficile pensare in modo chiaro. Sua moglie o i suoi amici, se sono presenti, possono osservare un'«espressione curiosa» sulla sua faccia. Se ha una crisi mentre è al lavoro, di solito in un modo o nell'altro riesce a «improvvisare» senza che i suoi studenti si rendano conto che qualcosa non va.

Come sottolinea Eric, esiste una fondamentale differenza fra la sua normale immaginazione musicale e quella che affiora nel corso delle crisi: «Scrivendo canzoni, io conosco bene il modo in cui parole e melodia sembrano scaturire dal nulla … Quella però è una cosa intenzionale: me ne sto lì nella mansarda con la chitarra in mano e lavoro alla rifinitura della canzone. Le mie crisi, invece, sono al di là di tutto questo».

Eric proseguiva, raccontando che la sua musica epilettica – a quanto pare priva di contesto e di significato, sebbene ossessivamente familiare – sembrava gettare su di lui un incantesimo spaventoso e quasi pericoloso, trascinandolo in un gorgo sempre più profondo. E d'altra parte, queste aure musicali lo hanno stimolato in modo talmente creativo che ha composto della musica ispirandosi ad esse, cercando di incarnare o almeno di suggerire la loro qualità misteriosa e ineffabile di esperienze al tempo stesso aliene e familiari.