4. La musica in testa: immagini mentali e immaginazione
Sì, le melodie ascoltate son dolci; ma più dolci ancor son quelle mai ascoltate.
JOHN KEATS, Ode su un'urna greca
Per la maggior parte di noi, la musica costituisce una parte significativa, e nel complesso piacevole, della vita: non solo la musica esterna che sentiamo con l'orecchio, ma anche quella interna che suona nella nostra testa. Negli anni Ottanta del diciannovesimo secolo, quando scriveva sulla «formazione di immagini mentali», Galton era interessato esclusivamente alle immagini visive e ignorò quelle musicali. D'altra parte, basta passare in rassegna l'elenco dei propri conoscenti per constatare che l'intervallo di variazione dell'immaginazione musicale non è certo meno esteso di quello dell'immaginazione visiva. Vi sono persone a malapena in grado di memorizzare un motivetto, e altre capaci di ascoltare mentalmente intere sinfonie con un dettaglio e un'intensità di poco inferiori a quelli possibili con la percezione reale.
Me ne resi conto fin da piccolo, perché i miei genitori erano agli estremi dello spettro: mia madre trovava difficile richiamare alla mente una qualsiasi melodia, mentre mio padre sembrava avere in testa un'intera orchestra pronta a un suo cenno. Si imbottiva sempre le tasche con due o tre partiture stampate in sedicesimo, e fra una visita e l'altra ai suoi pazienti capitava che ne tirasse fuori una e improvvisasse fra sé e sé un piccolo concerto. Papà non aveva bisogno di mettere un disco sul grammofono: anche mentalmente, infatti, riusciva a dar vita a una partitura quasi con la stessa intensità, magari mettendoci interpretazioni o umori differenti e, a volte, improvvisazioni sue. La sera, quando andava a letto, la sua lettura preferita era un dizionario di temi musicali; ne sfogliava qualche pagina, quasi a caso, assaggiando qua e là; poi, stimolato dalle battute d'apertura di un qualche brano, fissava l'attenzione su uno dei suoi concerti o delle sue sinfonie preferiti, la sua personale kleine Nachtmusik, come diceva lui.
Le mie capacità di immaginazione e di percezione della musica sono molto più limitate. Io non riesco a sentire dentro di me un'intera orchestra, almeno non in circostanze normali. Quella che ho, è l'immaginazione di un pianista. Con la musica che conosco bene, come le mazurke di Chopin che ho imparato a memoria sessant'anni fa e che da allora non ho smesso d'amare, mi basta dare un'occhiata allo spartito oppure pensare a una mazurka in particolare (il numero d'opus è sufficiente a mettermi in moto) e quella comincerà a suonarmi nella mente. Non solo «sento» la musica: «vedo» anche le mie mani sulla tastiera e le «percepisco» mentre suonano – una esecuzione virtuale che, una volta iniziata, sembra dispiegarsi o procedere da sé. In effetti, quando stavo imparando a suonare le mazurke, scoprii che potevo esercitarmi mentalmente, e spesso «sentivo» certe frasi o certi temi suonarsi da sé. Quand'anche sia un processo involontario e inconscio, tornare con la mente sui vari passaggi in questo modo è un esercizio essenziale per tutti gli esecutori, e immaginare di suonare può essere efficace quasi quanto l'atto reale, fisicamente eseguito.
A partire dalla metà degli anni Novanta, studi effettuati da Robert Zatorre e dai suoi colleghi con tecniche di scansione sempre più sofisticate hanno dimostrato che immaginare la musica può indurre un'attivazione della corteccia uditiva di intensità quasi pari a quella prodotta dall'ascolto. Immaginare la musica stimola anche la corteccia motoria e, viceversa, immaginare l'atto di suonare stimola la corteccia uditiva. Questo, come hanno osservato Zatorre e Halpern in un articolo del 2005, «corrisponde all'affermazione di alcuni musicisti di poter “udire” il loro strumento durante lo studio mentale».
Come ha osservato Alvaro Pascual-Leone, gli studi sul flusso ematico cerebrale regionale indicano che
la simulazione mentale dei movimenti attiva alcune delle stesse strutture neurali centrali necessarie all'effettiva esecuzione dei movimenti. Così facendo, l'esercizio mentale sembra sufficiente da solo a promuovere la modulazione dei circuiti neurali implicati nei primi stadi dell'apprendimento di un'abilità motoria. Tale modulazione non soltanto dà luogo a un netto miglioramento nell'esecuzione, ma sembra anche favorire, nel soggetto, l'apprendimento dì ulteriori abilità con un esercizio fisico minimo. La combinazione di esercizio mentale e di esercizio fisico porta a un miglioramento dell'esecuzione più marcato di quello che si otterrebbe solo con il secondo: un fenomeno del quale i nostri risultati offrono una spiegazione fisiologica.
L'aspettativa e la suggestione possono amplificare enormemente l'immaginazione musicale, producendo addirittura un'esperienza quasi-percettiva. Jerome Bruner, un mio amico molto musicale, mi ha raccontato di come una volta, dopo aver messo sul piatto del giradischi uno dei suoi dischi preferiti di Mozart, si mise ad ascoltarlo con grandissimo piacere; quando andò a girare il disco per ascoltare l'altro lato, però, scoprì che il primo non era mai partito. Forse questo è un esempio estremo di qualcosa che tutti noi, sporadicamente, sperimentiamo con la musica che conosciamo bene: credendo di ascoltare una musica appena udibile – quando in realtà la radio è spenta o il brano è finito – ci chiediamo se essa stia ancora suonando a basso volume o se la stiamo solo immaginando.
Negli anni Sessanta furono eseguiti alcuni esperimenti, che non diedero peraltro risultati definitivi, su quello che i ricercatori chiamarono «l'effetto Bianco Natale». Quando ai soggetti veniva fatta ascoltare la versione del brano incisa da Bing Crosby (allora universalmente conosciuta), alcuni individui la «sentivano» anche se il volume era portato a zero, o addirittura se gli sperimentatori annunciavano che avrebbero fatto loro ascoltare la canzone, ma in realtà non la facevano nemmeno partire. La conferma fisiologica di questo «riempimento» operato dall'immaginazione musicale involontaria è stata recentemente ottenuta a Dartmouth da William Kelley e dai suoi colleghi, usando la risonanza magnetica funzionale; questi ricercatori hanno effettuato scansioni della corteccia uditiva dei loro soggetti mentre ascoltavano canzoni familiari e no, nelle quali brevi segmenti erano stati sostituiti da intervalli di silenzio. Quando queste lacune erano incluse in canzoni a loro familiari, i soggetti non le rilevavano consapevolmente; in tal caso, però, Kelley e colleghi osservarono che gli intervalli di silenzio «inducevano una maggiore attivazione delle aree associative uditive rispetto alle lacune incluse in canzoni sconosciute; questo valeva per le lacune inserite in brani con e senza testo».6
La produzione volontaria, deliberata e consapevole di immagini mentali coinvolge non solo la corteccia uditiva e motrice, ma anche le regioni della corteccia frontale implicate nell'attività decisionale e di pianificazione. Questa immaginazione deliberata è chiaramente essenziale per i musicisti di professione: per esempio, salvò la vita creativa e la salute mentale di Beethoven dopo che era diventato sordo e non poteva più udire alcuna musica se non quella che suonava nella sua mente.7
(È anzi possibile che la sordità avesse addirittura aumentato la sua capacità di formare immagini musicali; con la rimozione delle normali aderenze, infatti, la corteccia uditiva può diventare ipersensibile, dando luogo a un'immaginazione amplificata). Anche noi altri facciamo spesso appello all'immaginazione musicale. Ciò nondimeno, mi pare che in larga misura non sia possibile mobilitarla o comandarla con la volontà; piuttosto, ci viene incontro in modo chiaramente spontaneo. A volte le immagini sonore ci balzano all'improvviso nella mente; in altri casi possono scorrere tranquille per un po' senza che noi nemmeno vi facciamo caso. E sebbene con ogni probabilità la produzione volontaria di immagini musicali non sia una facile opzione per chi non è molto incline alla musica, in linea di massima siamo tutti dotati di un'immaginazione musicale involontaria.
Un tipo di immaginazione involontaria è legato all'esposizione intensa e ripetuta a un genere o a un brano musicale particolare. Io tendo a innamorarmi di un certo compositore o artista e a suonare in continuazione la sua musica, in modo quasi esclusivo, per settimane o mesi, fino a che non è sostituita da qualcos'altro. Negli ultimi sei mesi, ho avuto tre di queste fissazioni, una dopo l'altra. La prima è stata sull'opera Jenůfa di Janáček, dopo che avevo assistito a una sua splendida rappresentazione diretta da Jonathan Miller; per due mesi, i temi di Jenůfa hanno continuato ad attraversarmi la mente penetrando addirittura nei miei sogni, rinforzati dal fatto che avevo acquistato i CD dell'opera e li ascoltavo in continuazione. Passai poi a un'esperienza profondamente diversa dopo aver conosciuto Woody Geist, un paziente che mi cantò qualche brano della musica che eseguiva con il suo gruppo jazz a cappella, i Grunyons. La cosa mi intrigò, sebbene in precedenza non mi fossi mai interessato a quel tipo di musica; anche in quel caso, continuai ad ascoltare il CD di Geist costantemente, e Jenůfa svanì dalla mia sala da concerti mentale, sostituita dai Grunyons che cantavano Shooby Doin'. Più di recente, ho preso ad ascoltare in continuazione le registrazioni di Leon Fleisher e così le sue interpretazioni di Beethoven, Chopin, Bach, Mozart e Brahms hanno spazzato via i Grunyons dalla mia testa. Se mi chiedo che cosa abbiano in comune Jenůfa, Shooby Doin' e la Fantasia cromatica e fuga di Bach, dovrei dire «nulla» dal punto di vista musicale e probabilmente «nulla» anche dal punto di vista emozionale (a parte il piacere che tutti questi brani mi hanno dato in momenti diversi). Quello che essi effettivamente condividono è che li ho usati per bombardarmi orecchie e cervello, al punto da sovrasaturarne, o sovraccaricarne, i «circuiti» o le reti musicali. In tale stato sovrasaturo, il cervello sembra pronto a riprodurre la musica senza alcuno stimolo esterno apparente. Il fatto curioso è che queste riproduzioni sembrano dare quasi la stessa soddisfazione che si ricava dall'ascolto della musica reale; inoltre, capita solo di rado che questi involontari concerti siano invasivi o incontrollabili (sebbene abbiano il potenziale di diventarlo).
In un certo senso, questo tipo di immaginazione musicale, innescato dalla sovraesposizione, è la forma meno personale, meno significativa, di musica «mentale». Quando consideriamo melodie o frammenti musicali che non ascoltavamo o ai quali non pensavamo da decenni, e che all'improvviso cominciano a risuonarci nella mente senza alcuna ragione palese, ci troviamo in un territorio ben più ricco e più misterioso. Nessuna esposizione recente, nessuna ripetizione può spiegare queste melodie, ed è quasi impossibile evitare di chiedersi: «Perché questo motivo proprio adesso? Che cosa l'ha infilato nella mia mente?». A volte la ragione dell'associazione è ovvia, o per lo meno sembra tale.
Mentre scrivo – a New York, a metà dicembre – la città è piena di alberi di Natale e di menorah. Sarei incline a dire, da vecchio ebreo ateo, che queste cose non significano nulla per me, ma ogni volta che l'immagine di una menorah mi colpisce la retina, nella mia mente vengono evocati i canti di Hanukkah, anche quando io non ne sono cosciente. Devono esserci, qui, più emozioni e più significati di quanto io ammetta, anche se in prevalenza di tipo sentimentale e nostalgico.
Questo dicembre però è contrassegnato anche da una melodia, o da una serie di melodie, più cupa, che forma uno sfondo quasi costante ai miei pensieri. Perfino quando non ne sono consapevole, essa produce un sentimento di sofferenza e dolore. Mio fratello è gravemente malato e questa musica, che il mio inconscio ha scelto fra diecimila melodie, è il Capriccio sopra la lontananza del suo fratello dilettissimo di Bach.
Stamattina, mentre mi stavo rivestendo dopo una nuotata, trovandomi di nuovo con i piedi per terra, mi sono venute in mente le mie vecchie ginocchia artritiche e doloranti, e ho pensato anche al mio amico Nick, che sarebbe venuto a trovarmi. Insieme a tutto questo d'un tratto mi si è infilata in testa una vecchia filastrocca molto diffusa quand'ero bambino ma che probabilmente non avevo più sentito (né aveva più occupato i miei pensieri) per due terzi di secolo: This Old Man, e in particolare il suo ritornello, «Knick-knack, paddy wack, give a dog a bone; / This old man carne rolling home». Adesso anch'io ero un vecchio, come quello della filastrocca, con le ginocchia doloranti e desideroso di tornare a casa – e dentro ci si era messo pure Nick (evocato da quel «knick-knack»).
Molte delle nostre associazioni musicali sono di natura verbale, a volte spinte all'assurdo. Quest'anno, nel periodo di Natale, mangiando del coregone affumicato (che io adoro) ho sentito nella mia mente: «Venite, adoremus Dominum». Ora per me quell'inno è associato al coregone.
Spesso tali associazioni verbali sono inconsce e diventano esplicite solo a posteriori. Una mia corrispondente mi scrisse del marito il quale, sebbene in grado di ricordare le melodie, era incapace di memorizzarne le parole; ciò nondimeno, come accade a molte persone, poteva compiere con esse delle associazioni verbali inconsce. «Per esempio,» mi raccontò la moglie «magari abbiamo appena detto qualcosa come “Ehi, fa buio molto presto in questi giorni!” e mezzo minuto dopo lui comincia a cantare The Old Lamplighter [Il vecchio lampionaio] – una canzone per nulla famosa che avrà ascoltato solo qualche volta in tutta la sua vita... Ovviamente, i testi delle canzoni sono archiviati nel suo cervello e collegati alla musica; chissà come, però, sono recuperabili solo attraverso la musica senza le parole!».
Recentemente ho trascorso diverse ore in compagnia di un compositore, sottoponendolo a un fitto interrogatorio sulla sua immaginazione musicale. Alla fine, si scusò e andò in bagno. Quando riemerse, mi disse d'aver sentito una canzone nella sua testa – una canzone popolare di una quarantina d'anni fa, ma che all'inizio non riuscì a identificare. Poi si ricordò che il primo verso recitava: «Solo altri cinque minuti...». Lo accettai come un suggerimento proveniente dal suo inconscio, e mi premurai di non infastidirlo più di altri cinque minuti ancora.
A volte ci sono associazioni più oscure che non riesco a comprendere da solo; quasi abbia stretto una sorta di patto con il mio inconscio, pare che io tenga in serbo le più misteriose per le sedute con il mio analista, persona di una musicalità enciclopedica spesso in grado di identificare quel che io riesco a riprodurgli: in qualche caso nulla più che suoni frammentari e fuori tonalità.
Naturalmente, la più grande analisi letteraria di un'associazione musicale è quella offertaci da Proust, nel suo decifrare la «piccola frase» di Vintemi che percorre l'intera struttura della Recherche.
Ma perché quest'incessante ricerca di significato o di interpretazione? Non è affatto scontato che un'arte richieda questo; di tutte le arti, poi, la musica è certo quella che lo richiede meno. Sebbene sia la più strettamente legata alle emozioni, infatti, la musica è del tutto astratta; non ha alcun potere di rappresentazione formale. Possiamo andare a teatro e imparare qualcosa sulla gelosia, il tradimento, la vendetta e l'amore – ma la musica, la musica strumentale, non può dirci nulla al riguardo. Può essere di una perfezione meravigliosa, formale, quasi-matematica, e può avere in sé una tenerezza, un'intensità e una bellezza da spezzare il cuore (Bach, naturalmente, era un maestro nel combinare tutto questo). Tuttavia, non occorre che la musica abbia un «significato». Uno può ricordarla e darle vita attraverso l'immaginazione (o addirittura l'allucinazione) semplicemente perché la apprezza – questa è una ragione sufficiente. O forse potrebbe non esserci ragione alcuna, come sottolinea Rodolfo Llinás.
Neuroscienziato alla New York University, Llinás si interessa soprattutto alle interazioni fra corteccia e talamo – che ipotizza essere alla base della coscienza o del «sé» – e alle loro interazioni con i nuclei motori sottocorticali, soprattutto i gangli basali, che considera essenziali per la produzione di «action patterns» – moduli di attività – per camminare, farsi la barba, suonare il violino eccetera. Llinás chiama «motor tapes» – registrazioni motorie – i correlati neurali di questi moduli di attività e concepisce come «motorie» tutte le attività mentali: la percezione, il ricordo e l'immaginazione non meno del fare. Nel suo libro I of the Vortex, scrive a più riprese di musica, principalmente dell'esecuzione musicale, ma a volte anche di quella strana forma di immaginazione in cui una canzone o una melodia improvvisamente si presenta alla mente:
I processi neurali alla base di quella che chiamiamo creatività non hanno nulla a che fare con la razionalità. In altre parole, se diamo un'occhiata al modo in cui il cervello genera la creatività, vedremo che non si tratta assolutamente di un processo razionale; la creatività non è figlia del ragionamento.
Riflettiamo ancora sui «motor tapes» presenti nei gangli basali. Vorrei suggerire che tali nuclei non sempre attendono che uno di questi «motor tapes» sia chiamato in azione dal sistema talamocorticale, il sé... In effetti, l'attività nei gangli basali è continuamente in corso: i pattern motori e i loro frammenti sono eseguiti fra di essi – e poiché fra questi nuclei esiste una strana connettività inibitoria rientrante, essi sembrano funzionare come un generatore di rumore continuo e casuale di pattern motori. Qua e là uno di essi o una sua porzione sfugge, senza il suo evidente correlato emozionale, finendo nel contesto del sistema talamocorticale.
«E all'improvviso» conclude Llinás «uno si sente in testa una canzone, oppure – come un fulmine a ciel sereno – prova una gran voglia di giocare a tennis. A volte le cose ci vengono semplicemente incontro».
In Music and the Mind, Anthony Storr, uno psichiatra, parla con intensità della propria immaginazione musicale e si chiede: «a che serve la musica che ci suona nella testa senza essere evocata e forse nemmeno desiderata?». Storr ritiene che in genere tale musica abbia un effetto positivo: «Allevia la noia, rende... più ritmico il movimento e riduce la fatica». Rincuora ed è intrinsecamente gratificante. La musica recuperata dagli archivi della memoria, secondo Storr, «ha molti degli effetti della musica reale proveniente dal mondo esterno». In più, ha l'ulteriore vantaggio di attirare l'attenzione su pensieri altrimenti trascurati o rimossi e in tal modo può assolvere una funzione simile a quella dei sogni. Nel complesso, conclude Storr, l'immaginazione musicale spontanea è fondamentalmente «benefica» e «biologicamente adattativa».8
La nostra suscettibilità all'immaginazione musicale richiede in effetti sistemi oltremodo sensibili e raffinati per percepire e ricordare la musica: sistemi che con le loro prestazioni si spingono ben oltre quelli presenti in qualsiasi primate non umano. Questi sistemi, pare, sono sensibili alla stimolazione proveniente da fonti interne – ricordi, emozioni, associazioni – non meno che alla musica proveniente dall'esterno. Sembra che abbiano incorporata una tendenza all'attività spontanea e alla ripetizione che non ha l'analogo in altri sistemi percettivi. Io vedo la mia stanza e i suoi mobili tutti i giorni, ma essi non mi si ripresentano come «immagini della mente». Né io sento, sullo sfondo della mia mente, immaginari latrati di cani o rumori di vie trafficate, e neppure gli aromi che si sprigionano dalla preparazione di immaginari pasti, sebbene sia esposto ogni giorno a tali percezioni. In effetti vi sono frammenti di poesia e frasi improvvise che sfrecciano nella mia mente; nulla però che si avvicini alla ricchezza e alla varietà della mia immaginazione musicale spontanea. Forse non è solo il sistema nervoso, ma è la musica stessa ad avere in sé qualcosa di molto particolare: il suo ritmo e i suoi contorni melodici, così diversi da quelli della parola; e la sua connessione particolarmente diretta con le emozioni.
V.
È davvero una cosa molto strana che la musica sia, in vario grado, nella testa di tutti noi. I Superni di Arthur C. Clarke erano rimasti sconcertati quando, giunti sulla Terra, avevano osservato quante energie la nostra specie dedicasse a creare e ad ascoltare la musica; sarebbero certo rimasti stupefatti nel constatare che perfino in assenza di fonti esterne essa scorre incessantemente nella testa della maggior parte di noi.