6. Allucinazioni musicali
Nel dicembre del 2002 fui consultato da Sheryl C., una settantenne intelligente e cordiale. Da più di quindici anni, la signora C. lamentava una sordità nervosa progressiva, e ormai presentava una grave perdita dell'udito da entrambi i lati. Fino a qualche mese prima era riuscita a cavarsela con la lettura labiale e con l'uso di sofisticati apparecchi acustici, ma poi, all'improvviso, il suo udito era andato ulteriormente deteriorandosi. L'otorinolaringoiatra le suggerì allora di provare con il prednisone. La signora C. assunse dosi via via crescenti di questo farmaco per una settimana, e durante quel periodo tutto filò liscio. Poi, però, «il settimo o l'ottavo giorno – quando ormai ne stavo prendendo sessanta milligrammi – mi svegliai di notte con dei rumori spaventosi. Tremendi, orribili, come lo sferragliare di un tram o un clangore di campane. Mi coprii le orecchie, ma non fece alcuna differenza. Era talmente forte che volevo precipitarmi fuori di casa». Il primo pensiero della signora C., infatti, fu che un'autopompa dei vigili del fuoco si fosse fermata proprio davanti a casa sua; quando andò alla finestra e guardò fuori, però, la strada era completamente deserta. Solo allora si rese conto che il rumore era nella sua testa e che per la prima volta in vita sua stava avendo un'allucinazione.
Dopo circa un'ora, il clangore fu sostituito dalla musica: melodie tratte da Tutti insieme appassionatamente e parte di Michael, Row Your Boat Ashore: tre o quattro battute dell'uno o dell'altra, che si ripetevano con assordante intensità nella sua testa. «Ero perfettamente consapevole che non c'era nessuna orchestra che suonava, che ero io» sottolineò. «Avevo paura di stare ammattendo».
Il medico della signora C. le suggerì di abbassare gradualmente la dose di prednisone, e qualche giorno dopo il neurologo a cui la paziente si era infine rivolta propose di provare con il Valium. L'udito della signora C., nel frattempo, era tornato al livello precedente, ma né questo, né il Valium, né la riduzione del prednisone ebbero effetto alcuno sulle allucinazioni. La sua «musica» continuò a suonare, invadente all'estremo e a volume altissimo, lasciandole qualche pausa solo quando era «intellettualmente impegnata», per esempio se stava conversando o giocando a bridge. Il repertorio delle sue allucinazioni si ampliò un poco, ma rimase alquanto limitato e stereotipato, per lo più confinato a carole natalizie, canzoni tratte da musical e inni patriottici. Erano tutti brani che la signora conosceva bene: musicalmente dotata e buona pianista, li aveva spesso suonati ai tempi del college e alle feste.
Le chiesi perché parlasse di «allucinazioni» musicali e non di «immaginazione» musicale.
«Sono due cose completamente diverse!» esclamò. «Ci passa la stessa differenza che c'è fra pensare alla musica e ascoltarla davvero». Le sue allucinazioni, precisò, erano diverse da qualsiasi cosa avesse sperimentato prima. Tendevano a essere frammentarie – poche battute prese da questo o da quel brano – e a passare l'una nell'altra a caso, a volte addirittura a metà battuta come se, nel suo cervello, venissero avviati e fermati dei dischi rotti. Tutto questo era assolutamente diverso dalla sua immaginazione normale, con una sua coerenza e di solito «obbediente» – sebbene ammettesse che il fenomeno le ricordava un poco i motivetti orecchiabili che anche lei, come chiunque, si sentiva a volte girare in testa. A differenza di quelli, però, e a differenza di qualsiasi cosa fosse riconducibile alla sua normale immaginazione, le allucinazioni avevano la caratteristica di coglierla di sorpresa, come una percezione reale.
A un certo punto, non potendone più di carole e canzonette, la signora C. aveva cercato di sostituire le allucinazioni esercitandosi su uno studio di Chopin ai pianoforte. «Mi rimase in testa per un paio di giorni» raccontò. «E una delle note, il fa alto, continuava a ripetermisi dentro all'infinito». Cominciò a temere che tutte le sue allucinazioni diventassero come quella – due o tre note, o magari una sola, acuta, perforante, insopportabilmente forte, «come il la acuto che Schumann sentiva negli ultimi tempi della sua vita».10 La signora C. era entusiasta di Charles Ives, e un altro dei suoi timori era di poter avere «un'allucinazione alla Ives». (Le composizioni di Ives spesso contengono due o più melodie simultanee, a volte di carattere completamente differente). La signora C. non aveva ancora mai udito due melodie allucinatorie simultanee, ma cominciò a temere che sarebbe successo.
Le allucinazioni musicali non la tenevano sveglia, né era soggetta a sogni musicali; la mattina, quando si svegliava, per qualche secondo c'era un silenzio interiore durante il quale si chiedeva quale sarebbe stata la «melodia du jour».
Quando sottoposi la signora C. a una visita neurologica, non trovai nulla fuori posto. Aveva fatto un EEG e una risonanza magnetica per escludere la presenza di epilessia o di lesioni cerebrali, e gli esami erano risultati normali. L'unica anormalità era il suo tono di voce piuttosto alto e scarsamente modulato, conseguenza della sordità e della compromissione del feedback uditivo. Quando le parlavo, doveva guardarmi per leggere sulle mie labbra quello che dicevo. Dal punto di vista neurologico e psichiatrico sembrava normale, malgrado fosse comprensibilmente sconvolta dalla sensazione che dentro di lei stesse accadendo qualcosa al di fuori del suo controllo. Era sconvolta anche al pensiero che queste allucinazioni potessero essere un segno di malattia mentale.
«Ma perché solo musica?» mi chiese. «Se fosse una manifestazione psicotica, non dovrei sentire anche delle voci?».
Le sue allucinazioni, replicai io, non erano psicotiche ma neurologiche, le cosiddette allucinazioni da release. Vista la sordità della signora C., la parte uditiva del suo cervello, deprivata delle consuete afferenze, aveva cominciato a generare per proprio conto un'attività spontanea che assumeva la forma di allucinazioni musicali, principalmente ricordi musicali della sua giovinezza. Il cervello ha bisogno di rimanere incessantemente attivo e se non riceve la sua consueta stimolazione, uditiva o visiva che sia, se la crea da sé sotto forma di allucinazioni. Può darsi che il prednisone, o l'improvviso declino dell'udito per il quale era stato somministrato, l'avessero sospinta oltre una qualche soglia, così che erano improvvisamente apparse le allucinazioni da release.
Le tecniche di neuroimmagine, aggiunsi, avevano recentemente dimostrato che l'«ascolto» di allucinazioni musicali è associato a un'impressionante attività in diverse parti del cervello: i lobi temporali, i lobi frontali, i gangli basali e il cervelletto, ovvero tutte regioni del cervello normalmente attivate nella percezione della musica «reale». In questo senso, quindi – conclusi parlando con la signora C. -, le sue allucinazioni non erano immaginarie né psicotiche, ma reali e fisiologiche.
«Questo è molto interessante,» concesse la signora G. «ma alquanto accademico. Lei che cosa può fare per fermare le mie allucinazioni? Devo conviverci per sempre? È davvero un modo spaventoso di vivere!».
Le dissi che non abbiamo alcuna «cura» per le allucinazioni musicali, ma che forse era possibile renderle meno invadenti. Decidemmo di cominciare un ciclo di gabapentina (Neurontin), un farmaco sviluppato a suo tempo come antiepilettico, ma che a volte è utile per smorzare un'attività cerebrale anormale, sia essa di natura epilettica oppure no.
Alla visita successiva la signora C. mi riferì che la gabapentina in realtà aveva esacerbato la sua condizione e aveva aggiunto alle allucinazioni musicali un forte tinnito, un suono continuo nell'orecchio. Nonostante ciò, era notevolmente rassicurata. Adesso sapeva che le sue allucinazioni avevano una base fisiologica; sapeva che non stava diventando matta e stava imparando ad adattarsi alla situazione.
Quello che davvero la scombussolava era la ripetizione, all'infinito, di frammenti musicali. Mi raccontò di aver udito brandelli di America the Beautiful dieci volte in sei minuti (suo marito l'aveva cronometrata) e parti di 0 Come All Ye Faithful diciannove volte e mezzo in dieci minuti. In un'occasione il frammento reiterato si era ridotto a due sole note.11 «Quando mi riesce di sentire una strofa intera, sono proprio fortunata» commentò.
La signora G. adesso riscontrava che, sebbene certe melodie sembrassero ripetersi a caso, la suggestione, l'ambiente e il contesto avevano un ruolo sempre maggiore nello stimolare o nel dar forma alle sue allucinazioni. Una volta, per esempio, mentre si stava avvicinando a una chiesa, sentì una straordinaria esecuzione di O Come All Ye Faithful e all'inizio pensò che provenisse proprio dalla chiesa. Dopo aver cucinato una torta di mele alla francese, il giorno dopo ebbe delle allucinazioni a base di frammenti di Frère Jacques.
Quanto a me, credevo che valesse la pena di provare un altro farmaco: la quetiapina (Seroquel) che in un caso era stata usata con successo per trattare allucinazioni musicali.12 Sebbene fossimo a conoscenza di quest'unico caso, i potenziali effetti collaterali della quetiapina erano minimi e la signora C. accettò di provarne una piccola dose. Il tentativo però non sortì alcun chiaro effetto.
Nel frattempo la signora C. aveva cercato di ampliare il repertorio delle proprie allucinazioni, convinta com'era che, se non avesse compiuto uno sforzo consapevole, esso sarebbe andato contraendosi sino a ridursi a tre o quattro canzoni ripetute all'infinito. Un'aggiunta alle sue allucinazioni fu Ol' Man River cantata con estrema lentezza, quasi una parodia della canzone reale. La signora C. riteneva di non averla mai sentita eseguire in quel modo «assurdo», perciò non si trattava tanto di una «registrazione» del passato quanto piuttosto di un ricordo rimesso a nuovo, ricategorizzato con una vena umoristica. Questo rappresentava quindi un ulteriore grado di controllo, giacché non comportava il semplice passaggio da un'allucinazione all'altra, ma la modificazione di una di esse in modo creativo, per quanto involontario. E sebbene la signora C. non potesse fermare la musica, adesso, esercitando uno sforzo di volontà, riusciva a volte a cambiare brano. Non si sentiva più così inerme, così passiva, così abusata; aveva un maggior senso di controllo. «Continuo ancora a sentire la musica per tutto il giorno,» mi disse «ma o lei è diventata più discreta, o io la gestisco meglio. Non mi scombussola più come prima».
Erano anni che la signora C. soppesava l'idea di un impianto cocleare per risolvere la sua sordità; quando erano cominciate le allucinazioni musicali, però, aveva rimandato. Poi, venne a sapere che un chirurgo di New York, dopo aver eseguito un impianto in un paziente affetto da grave sordità e allucinazioni musicali, aveva riscontrato non solo il ripristino di un buon udito, ma anche la soppressione delle allucinazioni. A tale notizia, la signora C. provò una grande emozione e decise di andare fino in fondo.
Dopo l'attivazione dell'impianto, a un mese dal suo inserimento, telefonai alla signora C. per sentire come andava. La sentii molto eccitata e loquace. «È fantastico! Sento ogni singola parola che dice! L'impianto è stata la migliore decisione che abbia preso in vita mia!».
Rividi la signora C. due mesi dopo l'attivazione dell'impianto. Prima dell'intervento, parlava a voce alta e monotona, priva di modulazioni; ora che riusciva a sentirsi, però, si esprimeva con una voce normale e ben modulata, usando tutti i toni e le sottili sfumature che prima erano assenti. Adesso poteva guardarsi intorno, mentre parlavamo, e non era più costretta a tenere gli occhi fissi sulle mie labbra e sul mio viso. Era chiaro che il cambiamento la elettrizzava. Quando le chiesi come stesse, rispose: «Molto, molto bene. Posso sentire i miei nipoti, al telefono riesco a distinguere le voci maschili da quelle femminili... È tutta un'altra cosa».
Purtroppo, la medaglia aveva il suo rovescio: non riusciva più a trarre godimento dalla musica. La sentiva infatti appena abbozzata, e poiché il suo impianto era relativamente insensibile all'altezza dei suoni, non riusciva a percepire gli intervalli che rappresentano gli elementi costitutivi della musica.
Né la signora C. aveva osservato alcun cambiamento nelle allucinazioni. «Per quanto riguarda la mia “musica” non credo che la maggiore stimolazione proveniente dall'impianto farà alcuna differenza. Adesso è la mia musica. È come avere un circuito nella testa. Credo che ormai dovrò tenermela per sempre».13
Sebbene la signora C. parlasse ancora della parte di sé che causava le allucinazioni come di un meccanismo, di una «cosa», non la considerava più totalmente aliena; stava cercando, mi disse, di avviare una relazione amichevole: una riconciliazione.
Dwight Mamlok – un uomo colto di settantacinque anni con una leggera sordità che interessava le frequenze alte – si rivolse a me nel 1999. Mi disse che dieci anni prima, durante un volo da New York alla California, aveva cominciato a «sentire della musica» completa dei minimi dettagli a volume molto alto. Apparentemente stimolata dal rumore monotono dei motori dell'aereo, quasi ne fosse un'elaborazione, di fatto era cessata non appena lui scese dall'aeroplano. In seguito, però, ogni suo viaggio in aereo aveva avuto un simile accompagnamento musicale. Il signor Mamlok trovava la cosa strana, vagamente affascinante, a volte divertente e in qualche caso fastidiosa; ma non ci pensò più di tanto.
Le cose cambiarono quando volò in California nell'estate del 1999, poiché questa volta la musica proseguì anche dopo lo sbarco. Quando lo visitai la prima volta, andava avanti ormai quasi ininterrottamente da tre mesi. Tendeva a cominciare come un rumore monotono che poi si «differenziava» in musica. Il volume variava, raggiungendo il massimo quando Mamlok si trovava in un ambiente molto rumoroso, per esempio in metropolitana. Era difficile sopportarla perché era incessante, incontrollabile e invadente; durante il giorno dominava o interrompeva le sue attività, mentre di notte lo teneva sveglio per ore. Quando si svegliava da un sonno profondo, nel giro di qualche minuto o di qualche secondo la musica si ripresentava. E sebbene fosse resa ancor meno sopportabile dai rumori di fondo, Mamlok aveva scoperto, come Sheryl C., che la sua musica poteva attenuarsi o addirittura svanire se soltanto lui prestava attenzione a qualcos'altro: per esempio se assisteva a un concerto, guardava la televisione o era impegnato in una conversazione animata o in qualche altra attività.
Quando chiesi al signor Mamlok di descrivermi la sua musica interiore, egli esclamò, stizzito, che era «tonale» e «sdolcinata». Trovai interessante questa scelta di aggettivi, e gli chiesi perché li avesse usati. Sua moglie, mi spiegò, componeva musica atonale, e lui stesso nutriva una preferenza per Schönberg e altri maestri atonali, sebbene gli piacesse anche la musica precedente e soprattutto quella da camera. Ma la musica delle sue allucinazioni non era nulla di tutto questo. Mi raccontò che era cominciata con un canto natalizio tedesco (subito me lo canticchiò) per poi proseguire con altre canzoni di Natale e ninnenanne; a queste avevano fatto seguito delle marce, soprattutto inni nazisti che aveva ascoltato da ragazzino nella Amburgo degli anni Trenta. Questi canti gli procuravano una particolare sofferenza perché era ebreo e a quell'epoca aveva vissuto nel terrore della Hitleijugend, con le sue bande di giovani violenti che pattugliavano le strade a caccia di ebrei. Le marce durarono all'incirca un mese (come le ninnenanne che le avevano precedute) e poi, mi raccontò, si «dispersero». Successivamente, Mamlok aveva cominciato a sentire frammenti della Quinta sinfonia di Čajkovskij – e neanche quella era di suo gusto. «Troppo chiassosa... emotiva... rapsodica».
Decidemmo dunque di provare la gabapentina, e a una dose di 300 milligrammi tre volte al giorno il signor Mamlok mi riferì che le sue allucinazioni musicali erano molto diminuite: quasi non si presentavano più spontaneamente, benché potessero ancora essere evocate da un rumore esterno, per esempio dal ticchettio della sua macchina per scrivere. A quel punto mi scrisse: «quel farmaco ha fatto meraviglie per me. La “musica” così irritante che avevo in testa è pressoché svanita... La mia vita è cambiata in modo davvero significativo».
Dopo due mesi, però, la musica cominciò a sfuggire al controllo della gabapentina e le allucinazioni del signor Mamlok tornarono a essere importune, anche se non come prima della cura. (Il signor Mamlok non tollerava dosi più alte di gabapentina, perché lo sedavano troppo).
Cinque anni dopo, il signor Mamlok ha ancora la sua musica in testa, sebbene – come ammette lui stesso – abbia ora imparato a conviverci. Il suo udito è ulteriormente diminuito, imponendogli l'uso di un apparecchio acustico che però non ha comportato alcuna differenza nelle allucinazioni musicali. A volte, se si trova in un ambiente eccezionalmente rumoroso, prende la gabapentina. Ha tuttavia scoperto che il rimedio migliore consiste nell'ascolto di musica vera, che nel suo caso estromette, almeno per un po', le allucinazioni.
John C., un insigne compositore ultrasessantenne senza problemi significativi di salute in generale o di udito in particolare, mi consultò perché, come diceva lui, aveva in testa un «iPod» che continuava a suonare melodie, soprattutto brani che erano stati famosi ai tempi della sua infanzia e della sua adolescenza. Era un tipo di musica per il quale non aveva alcuna simpatia, ma a cui era stato esposto da giovanissimo. La trovava invadente e fastidiosa. Sebbene fosse inibita quando John ascoltava della musica reale, oppure quando leggeva o conversava, la musica del suo «iPod» riaffiorava appena lui non era altrimenti impegnato. A volte diceva a se stesso (magari ad alta voce) «Basta!» e allora la musica interiore cessava per trenta-quaranta secondi, per poi riprendere.
John non pensò mai che il suo «iPod» fosse qualcosa di esterno: in ogni caso, secondo lui si comportava in modo del tutto diverso dall'immaginazione musicale normale (volontaria o involontaria che fosse) che era una parte così importante della sua mente ed era attiva soprattutto quando stava componendo. L'«iPod» sembrava procedere per conto suo: spontaneo, incessante, ripetitivo e fuori da qualsiasi contesto appropriato. Di notte arrivava a essere davvero molesto.
Le composizioni di John sono particolarmente complesse e intricate tanto dal punto di vista intellettuale quanto da quello musicale; lui stesso mi confidò che aveva sempre lottato per crearle. Si chiedeva se, con quell'«iPod» nel cervello, non stesse imboccando una «facile scorciatoia», indulgendo su motivi di seconda mano prelevati dal passato invece di impegnarsi nel suo consueto corpo a corpo con nuove idee musicali. (Questa interpretazione mi sembrava improbabile, giacché il suo «iPod» esisteva solo da sei-sette anni, mentre lui si era dedicato alla creazione musicale per tutta la vita).
Un fatto interessante è che, sebbene di solito la musica delle sue allucinazioni fosse in origine orchestrale o vocale, veniva automaticamente trascritta all'istante in musica per pianoforte, spesso trasposta in una tonalità diversa. John si ritrovava con le mani che «suonavano» fisicamente «quasi da sole» queste trascrizioni. Riteneva che vi fossero implicati due processi: il riflusso delle vecchie canzoni, «informazioni musicali prelevate dagli archivi della memoria», e poi una rielaborazione attiva da parte del suo cervello di compositore (e di pianista).
Il mio interesse per le allucinazioni musicali risale a più di trent'anni fa. Nel 1970, mia madre, allora settantacinquenne, ebbe una strana esperienza. All'epoca esercitava ancora come chirurgo e non presentava alcuna compromissione cognitiva o dell'udito; tuttavia, mi descrisse come una notte avesse improvvisamente cominciato a sentir suonare, incessanti nella sua mente, alcuni inni patriottici della Guerra boera. Se ne meravigliò, perché non aveva pensato a quegli inni per quasi settant'anni, né credeva che avessero mai avuto un gran significato per lei. Rimase colpita dall'accuratezza di quella riproduzione, giacché di norma non riusciva a tenere a mente un motivo. Dopo un paio di settimane, gli inni svanirono. Mia madre, lei stessa con una certa esperienza in neurologia, credeva che quell'eruzione di melodie da tempo dimenticate dovesse avere una qualche causa organica; forse un piccolo ictus, altrimenti asintomatico; o forse l'uso della reserpina, che assumeva per controllare la pressione ematica.
Qualcosa di simile era accaduto a Rose R., una delle pazienti postencefalitiche che descrissi in Risvegli Dopo decenni trascorsi in uno stato «congelato», questa donna fu rianimata dalla L-dopa che le somministrai nel 1969; mi chiese allora immediatamente un registratore a nastro e nel giro di qualche giorno incise innumerevoli canzoni alquanto spinte, brani da music-hall ascoltati quando era giovane negli anni Venti. Nessuno ne fu più sbalordito della stessa Rose. «È incredibile» disse. «Non capisco proprio. Sono almeno quarant'anni che non sento o penso cose simili. Non avrei mai creduto di ricordarle ancora. Ma adesso non riesco a togliermele dalla testa». A quell'epoca Rose era in uno stato di eccitazione neurologica, ma quando il dosaggio della L-dopa le fu ridotto, istantaneamente «dimenticò» tutti quei remoti ricordi musicali e non fu mai più in grado di ricordare un solo verso delle canzoni che aveva registrato.
Né Rose né mia madre avevano usato il termine «allucinazione». Forse si erano semplicemente rese conto che quella musica non veniva da una fonte esterna; forse, le loro esperienze non erano tanto allucinatorie quanto piuttosto espressione di un'immaginazione musicale molto intensa e forzata: una cosa senza precedenti, che accolsero con sbalordimento. In ogni caso, furono transitorie.
Alcuni anni dopo scrissi di due pazienti ricoverate nella casa di riposo dove lavoravo, la signora O' C. e la signora O' M., entrambe con allucinazioni musicali molto singolari.14 La signora O' M. «sentiva» tre canzoni in rapida successione: Easter Parade, The Battle Hymn of the Republic e Good Night, Sweet Jesus.
«Ho cominciato a odiarle» esclamò. «Era come avere un vicino pazzo che metta di continuo lo stesso disco».
La signora O' C., ottantotto anni e un po' sorda, una notte sognò alcune canzoni irlandesi e quando si svegliò continuò a sentirle così chiare e forti da pensare che qualcuno avesse lasciato accesa una radio. Pressoché continue per settantadue ore, le canzoni divennero poi sempre più tenui e frammentate. Dopo qualche settimana, cessarono del tutto.
Quando fu pubblicata nel 1985, la mia descrizione della signora O' C. e della signora O' M. sembrò avere vasta risonanza e molte persone, dopo averla letta, scrissero a «Dear Abby», una rubrica ad ampia diffusione, riferendo di aver anch'esse sperimentato allucinazioni simili. «Abby», a sua volta, mi chiese di scrivere un commento in merito per la rubrica, cosa che feci nel 1986, sottolineando la natura benigna, non psicotica, di queste allucinazioni – e fui sorpreso dalla quantità di posta che immediatamente mi si riversò addosso. Mi scrissero decine e decine di persone, molte delle quali fornendo descrizioni dettagliatissime delle proprie allucinazioni musicali. Questo improvviso afflusso di testimonianze mi fece pensare che l'esperienza dovesse essere molto più comune di quanto io avessi supposto o di quanto la medicina stessa avesse riconosciuto. Nei vent'anni che sono passati da allora, ho continuato a ricevere frequenti lettere sull'argomento e a riscontrare questa condizione in un buon numero dei miei pazienti.
Già nel 1894, un medico, W. S. Golman, aveva pubblicato le sue osservazioni sulle Hallucinations in the sane, associated with locai organic disease of the sensory organs, etc. [Allucinazioni nell'individuo mentalmente sano, associate a malattie organiche degli organi di senso, ecc. ], sul «British Medicai Journal». Ma nonostante questa e altre sporadiche descrizioni, le allucinazioni musicali furono considerate molto rare, e più o meno fino al 1975 non furono oggetto di un'attenzione sistematica da parte della letteratura medica.15
Wilder Penfield e i suoi colleghi del Neurological Insti tu te di Montreal avevano scritto negli anni Cinquanta e all'inizio degli anni Sessanta famosi resoconti di «crisi epilettiche esperienziali» in cui pazienti con epilessia del lobo temporale udivano canzoni o melodie del passato (sebbene in questo caso le canzoni fossero parossistiche, non continue e spesso accompagnate da allucinazioni visive o di altra natura). Molti neurologi della mia generazione furono fortemente influenzati dagli scritti di Penfield e, quando raccontai il caso della signora O' C. e della signora O' M., attribuii la loro musica fantasma a una qualche attività epilettica.
Nel 1986, però, il fiume di lettere ricevute mi aveva ormai dimostrato che l'epilessia del lobo temporale era solo una delle molte possibili cause delle allucinazioni musicali e, a ben vedere, una causa molto rara.
Molti sono i fattori che possono predisporre un individuo alle allucinazioni musicali; i loro fenomeni, d'altra parte, sono straordinariamente costanti. Non importa se i fatti scatenanti siano periferici (per esempio una compromissione dell'udito) o centrali (per esempio crisi epilettiche o ictus): sembra comunque esistere una via finale comune, un meccanismo cerebrale comune a tutti. Al principio, secondo la maggior parte dei miei pazienti e corrispondenti, la «loro» musica sembra avere un'origine esterna: una radio o un televisore nelle vicinanze, un vicino che mette su un disco, una banda che passa fuori dalla finestra – qualsiasi cosa; quando però non riescono a trovare nessuna di queste fonti esterne, e solo allora, sono obbligati a dedurre che la musica è generata dal loro cervello. Parlando di sé, non dicono di «immaginare» la musica, ma raccontano piuttosto di qualche strano meccanismo autonomo innescato nel loro cervello. Dicono di avere in testa «nastri», «circuiti», «radio» o «registrazioni»; uno dei miei corrispondenti lo chiamava il suo «juke-box intracranico».
A volte le allucinazioni sono di grande intensità («Questo problema è talmente grave che sta facendo naufragare la mia vita» mi scrisse una donna), eppure molti dei miei corrispondenti sono riluttanti a parlare delle loro allucinazioni musicali, temendo di essere presi per pazzi: «Non posso raccontarlo, Dio solo sa che cosa penserebbe la gente» mi scrisse uno. «Non l'ho mai detto a nessuno,» spiegava un altro «perché temo che mi chiudano in manicomio». Molti, pur riconoscendo le proprie esperienze, sono imbarazzati dall'uso del termine «allucinazione» e dichiarano che si sentirebbero molto più a proprio agio e sarebbero molto più disposti ad ammettere queste esperienze insolite, se soltanto potessero chiamarle con un altro nome.16
Ciò nondimeno, sebbene tutte le allucinazioni musicali abbiano alcuni aspetti in comune – la loro apparente provenienza esterna, il carattere incessante, frammentario e ripetitivo, la natura involontaria e invadente -, i dettagli possono variare molto. Altrettanto variabile può essere il ruolo che esse hanno nella vita dell'individuo, in particolare il fatto che assumano importanza e rilevanza diventando parte del repertorio personale, o che rimangano aliene, frammentarie e prive di significato. Ogni persona, consciamente o inconsciamente, trova un proprio modo di reagire a questa intrusione mentale.
Gordon B., un settantanovenne che vive in Australia, è violinista di professione; da bambino si ruppe il timpano destro e successivamente andò incontro a una progressiva perdita dell'udito conseguente a una parotite contratta da adulto. Mi scrisse a proposito delle sue allucinazioni musicali:
Circa nel 1980 notai i primi segni di tinnito, che si manifestò come una nota acuta costante, un fa naturale. Negli anni successivi, il tinnito cambiò altezza diverse volte e diventò più fastidioso. Ormai, all'orecchio destro avevo una sostanziale perdita dell'udito con distorsione dei suoni. Nel novembre del 2001, durante un viaggio in treno di un paio d'ore, il suono del motore diesel innescò nella mia testa il più orribile stridore, che durò alcune ore dopo che ero sceso dal treno. Per alcune settimane, dopo quell'episodio, sentii continui rumori stridenti.17
«Il giorno dopo» mi scrisse «il rumore stridente fu sostituito dal suono della musica, che da allora è rimasta con me ventiquattro ore su ventiquattro, come un cd infinito... Tutti gli altri suoni, lo stridore e il tinnito, scomparvero».18
In massima parte, queste allucinazioni sono una «tappezzeria musicale, frasi e motivi privi di significato». A volte, però, si basano sulla musica che Gordon sta studiando in quel momento e vengono creativamente trasformati a partire da quella: un assolo per violino di Bach, sul quale sta lavorando, può trasformarsi in «un'allucinazione suonata da un'orchestra superba, e quando ciò accade, va avanti con le variazioni sui temi». Le allucinazioni musicali, sottolineava Gordon B., «coprono tutta la gamma degli umori e delle emozioni... gli schemi ritmici dipendono dal mio stato mentale in quel momento. Se sono rilassato... sono molto delicati e discreti... Durante il giorno le allucinazioni musicali possono aumentare di volume diventando inesorabili e violentissime, spesso suonando sopra un insistente ritmo di timpani».
Altri suoni, non musicali, possono influenzare le allucinazioni musicali di Gordon: «Ogni volta che falcio il prato, per esempio, in testa mi parte un motivo che si manifesta solo quando la falciatrice è in funzione... È evidente che il suono della falciatrice stimola il mio cervello a selezionare proprio quella composizione». A volte, leggere il titolo di una canzone gli provoca un'allucinazione con quel pezzo.
In un'altra lettera Gordon B. mi scrisse: «Il mio cervello costruisce motivi che vanno avanti incessantemente per ore e ore, perfino quando sto suonando il violino». Questo commento mi affascinò, giacché era un esempio lampante di come due processi del tutto diversi – l'esecuzione consapevole della musica da una parte e un'allucinazione musicale separata e autonoma dall'altra – possano procedere simultaneamente. Il fatto che Gordon potesse continuare a suonare e che in circostanze simili riuscisse perfino a esibirsi era un trionfo della volontà e della concentrazione: «per esempio mia moglie, che è una violoncellista, non si rendeva conto che io avevo dei problemi... Forse» mi scrisse «la mia concentrazione su ciò che sto suonando in quel momento zittisce le allucinazioni musicali». In un contesto meno attivo, tuttavia, per esempio quando invece di eseguirlo lui stesso sta solo assistendo a un concerto, Gordon ha scoperto che la sua musica «è forte all'incirca come i suoni che provengono dal palco. Questo mi ha fatto smettere di andare ai concerti».
Come diverse altre persone con allucinazioni, Gordon B. ha scoperto che, sebbene non riesca a fermarle, spesso può modificarle:
Posso cambiare la musica a mio piacimento semplicemente pensando al tema di un'altra composizione, dopodiché per qualche istante avrò in testa temi diversi; infine quello appena selezionato prenderà completamente il sopravvento.
Queste esecuzioni allucinatorie, osservava Gordon, sono «sempre perfette in termini di accuratezza e intonazione, e non risentono mai delle distorsioni alle quali è invece soggetto il mio orecchio».19
Nel tentativo di spiegare le sue allucinazioni, Gordon mi scrisse che prima dei concerti era solito «ripetere mentalmente» il passaggio su cui si era appena esercitato, per vedere se non gli riusciva di trovare diteggiature o arcate migliori; a volte, quell'immaginare modi diversi di suonarla gli faceva girare e rigirare la musica per la testa. Si chiedeva se quel ripasso mentale «ossessivo» non lo avesse predisposto alle allucinazioni. Riteneva comunque che vi fossero differenze assolute fra l'immaginazione a cui ricorreva nel ripasso mentale e le allucinazioni musicali involontarie.
Gordon aveva consultato diversi neurologi. Era stato sottoposto a una risonanza magnetica, a una tomografia cerebrale e a un monitoraggio elettroencefalografico sulle ventiquattro ore, che avevano peraltro dato tutti esito normale. Gli apparecchi acustici non avevano ridotto le sue allucinazioni musicali (sebbene avessero enormemente migliorato il suo udito), né avevano avuto effetto, in tal senso, l'agopuntura e vari farmaci, fra cui il clonazepam, il risperidone e la trifluoperazina (Stelazina). Le allucinazioni musicali lo tenevano sveglio la notte. Avevo forse qualche altra idea?, mi chiese. Gli suggerii di parlare con il suo medico della quetiapina, che aveva aiutato alcuni pazienti; qualche giorno dopo mi scrisse una lettera dai toni esaltati:
Volevo farle sapere che la quarta notte dopo aver cominciato la cura, circa alle tre di mattina, sono rimasto sveglio steso a letto per due ore senza nessuna musica in testa! È stato incredibile – il primo intervallo che abbia avuto in quattro anni. Sebbene il giorno dopo la musica sia riaffiorata, in genere ora è più tenue. Sembra promettere bene.
Un anno dopo, Gordon mi scrisse per dirmi che continuava a prendere una piccola dose di quetiapina prima di coricarsi: quel tanto che bastava per smorzare le allucinazioni musicali e riuscire ad addormentarsi. Gordon non prende il farmaco durante il giorno – gli dà troppa sonnolenza -, ma continua a suonare il violino pur fra le allucinazioni. «Ormai» riassumeva nella lettera «credo di poter dire d'aver imparato a conviverci».
La maggior parte dei miei pazienti e corrispondenti con allucinazioni musicali ha avuto una perdita di udito, in molti casi grave. Non tutti, ma parecchi di loro hanno anche avuto qualche tipo di «rumore nell'orecchio» – rombi, sibili, altre forme di tinnito o anche, paradossalmente, fenomeni di reclutamento: un'amplificazione anormale e spesso spiacevole di voci e rumori particolari. A volte, sembra che a spingere l'individuo oltre una soglia critica contribuiscano fattori aggiuntivi come una malattia, un intervento chirurgico, oppure un'ulteriore riduzione dell'udito.
Detto questo, circa un quinto dei miei corrispondenti non presenta riduzioni significative dell'udito; tra coloro che ne lamentano una compromissione, solo circa il due per cento sviluppa allucinazioni musicali (considerando il numero crescente di persone anziane con ipoacusia, però, ciò significa che potenzialmente centinaia di migliaia di persone sono candidate a sperimentare il fenomeno). La maggioranza dei miei corrispondenti è costituita da anziani ed esiste una considerevole sovrapposizione fra questa popolazione e quella dei soggetti con problemi di udito. Pertanto, sebbene né l'età né la perdita dell'udito siano sufficienti da sole a causare le allucinazioni uditive, la combinazione di un cervello che invecchia con una compromissione dell'udito o con altri fattori può spingere quello che è un fragile equilibrio fra inibizione ed eccitazione verso un'attivazione patologica dei sistemi uditivi e musicali del cervello.
Alcuni dei miei corrispondenti e pazienti, tuttavia, non sono né anziani, né duri d'orecchio: uno era un bambino di nove anni.
Esistono pochissimi casi documentati di allucinazioni musicali in bambini più piccoli – malgrado non sia chiaro se ciò rappresenti l'effettiva rarità di tali allucinazioni nei bambini o piuttosto la loro reticenza o incapacità di parlarne. Michael B., però, aveva allucinazioni musicali chiarissime. I suoi genitori dissero che erano costanti, «senza tregua, dalla mattina alla sera... Sente una canzone dopo l'altra. Quando è stanco o teso, la musica aumenta di volume ed è distorta». Michael se ne lamentò per la prima volta a sette anni, dicendo: «Sento della musica nella testa... Devo controllare la radio per vedere se è accesa davvero». Sembra probabile, tuttavia, che avesse avuto delle allucinazioni anche prima, perché quando viaggiava in auto, a cinque anni, capitava che a volte strillasse coprendosi le orecchie e chiedendo che spegnessero la radio, quando di fatto non era accesa.
Michael non poteva attenuare o spegnere le sue allucinazioni musicali, tuttavia in una certa misura riusciva a soffocarle o a sostituirle ascoltando o suonando della musica a lui familiare, oppure utilizzando un generatore di rumore bianco, specialmente di notte. Di mattina, però, non appena si svegliava, la musica riattaccava. Quando è sotto pressione, può diventare quasi insopportabilmente alta: in questi casi Michael strilla e sembra dibattersi in quella che sua madre definisce un'«agonia acustica». Grida: «Toglietemela dalla testa. Portatemela via!». (Questo mi ricordò un aneddoto riportato da Robert Jourdain a proposito di Čajkovskij bambino, il quale una volta – a quanto si dice – fu trovato che piangeva nel suo letto e diceva: «Questa musica! Ce l'ho qui in testa. Salvatemi da lei!»).
Per Michael non c'è mai una vacanza dalla musica, sottolinea sua madre. «Non ha mai potuto godere la muta bellezza di un tramonto, fare una passeggiata silenziosa nei boschi, riflettere tranquillamente o leggere un libro senza sentire, sullo sfondo, una banda che suona».
Da qualche tempo, però, Michael ha cominciato a prendere farmaci per ridurre la sua eccitabilità corticale e specificamente musicale, e sta cominciando a mostrare qualche risposta alle cure, sebbene sia sempre sopraffatto dalla musica. Sua madre mi ha scritto: «Ieri sera Michael era felicissimo perché la sua musica interna si è fermata per circa quindici secondi. Non era mai accaduto prima».20
Oltre alle persone torturate da allucinazioni musicali moleste a tutto volume, ve ne sono altre nelle quali il fenomeno è talmente discreto e passa così facilmente inosservato, che gli stessi interessati non ritengono valga la pena di tentare di curarle. Questo era il caso di Joseph D., un ortopedico ottantaduenne in pensione. Moderatamente sordo, qualche anno prima aveva smesso di suonare il suo Steinway perché lo sentiva «metallico» con l'apparecchio acustico e «slavato» senza. Con l'aumentare della sordità, aveva anche cominciato a «pestare» sulla tastiera; «mia moglie continuava a strillarmi: “Sfascerai quel piano! ”». Il tinnito («come del vapore che sbuffa da un calorifero») aveva fatto la sua comparsa due anni prima che venisse da me per una visita, e fu seguito da un rumore basso – un ronzio («credevo fosse il frigorifero, o qualche altro aggeggio in cucina»).
Circa un anno dopo, cominciò a sentire «gruppi di note, scale ascendenti e discendenti, piccole figurazioni di due o tre note». Gli si presentavano all'improvviso, si ripetevano per ore, e poi, altrettanto improvvisamente, scomparivano. Poi, qualche settimana dopo, sentì ripetersi in continuazione alcuni passaggi musicali (che riconobbe come i temi di un concerto per violino di Beethoven). Non sentiva mai l'intero concerto: solo questa miscellanea di temi. Non sapeva specificare se quello che sentiva fosse il suono di un pianoforte o di un'orchestra: «È solo melodia» diceva. Non poteva scacciarla con la forza di volontà; di solito però la sua musica suonava a un volume abbastanza basso da poterla facilmente ignorare o da risultare coperta dai suoni esterni; se il dottor D. era fisicamente o mentalmente impegnato, scompariva.
Joseph D. era impressionato dal fatto che, nonostante la sua percezione della musica reale fosse ora distorta o cancellata dalla perdita dell'udito, le sue allucinazioni erano chiare, intense e non presentavano distorsioni. Lo verificò, a un certo punto, registrando la propria voce su un nastro mentre canticchiava seguendo l'allucinazione; poi confrontò il nastro registrato con un'incisione originale: le due esecuzioni coincidevano esattamente nell'altezza del suono e nel tempo. Nella sua mente, anche l'atto di canticchiare può produrre una sorta di eco, una ripetizione.
Gli chiesi se avesse mai tratto piacere dalle sue allucinazioni, ed egli mi rispose enfaticamente: «No!».
Il dottor D. si stava abituando alle sue allucinazioni, che per fortuna erano leggere. «All'inizio pensavo di essere sul punto di crollare» disse. «Ora invece lo considero semplicemente come una zavorra. Quando si invecchia, si accumula zavorra». Ciò nondimeno, era ben felice che nel suo caso si trattasse solo di allucinazioni relativamente lievi.
Qualche anno fa, quando parlai a una classe di college, chiesi se qualcuno di loro – una ventina di studenti – avesse mai sperimentato delle allucinazioni musicali; rimasi sbalordito quando in tre mi dissero di averne avute. Due mi raccontarono storie abbastanza simili di come, praticando diversi sport, avessero subito dei colpi e fossero rimasti per breve tempo incoscienti. Poco dopo essersi ripresi, avevano «sentito della musica» per uno o due minuti: musica che credevano provenisse da una fonte esterna, l'altoparlante della struttura sportiva o magari la radio di qualche altro studente. Un terzo giovane mi raccontò di aver perso coscienza e di aver avuto una crisi epilettica durante un incontro di karaté, quando il suo avversario l'aveva immobilizzato con una presa al collo troppo stretta. Quando rinvenne, per un paio di minuti sentì della «musica dolce» che sembrava provenire da fuori di lui.
Diversi corrispondenti mi hanno raccontato di allucinazioni musicali che hanno luogo solo quando si trovano in una particolare posizione, solitamente sdraiati. Uno di loro era un uomo di novantanni descritto dal suo medico come un soggetto sano e con una memoria «eccellente». Dopo che gli invitati alla festa del suo novantesimo compleanno ebbero intonato Happy Birthday to You (in inglese, sebbene tanto il festeggiato quanto gli ospiti fossero tedeschi), lui continuò a sentire cantare la canzone: solo quando era disteso, però. Durava per tre o quattro minuti, poi cessava per un poco, e quindi riprendeva. L'uomo non era in grado né di fermarla né di farla partire; ed essa non si presentò mai quando era seduto o in piedi. Il medico era rimasto colpito da alcune modificazioni elettroencefalografiche che interessavano la regione temporale destra ed erano visibili solo quando il paziente era sdraiato.
Un uomo di trentatré anni aveva anche lui allucinazioni musicali solo quando era sdraiato: «Bastava il semplice movimento di coricarmi a letto per innescarle, e in una frazione di secondo ecco la musica... Ma se cercavo di alzarmi o anche solo di mettermi seduto, o perfino se tiravo su un poco la testa, là musica scompariva». Le sue allucinazioni erano sempre canzoni, a volte eseguite da voci soliste, altre volte da un coro – lui le chiamava «la mia radiolina». Questo corrispondente concludeva la sua lettera dicendo che aveva sentito parlare del caso di Sostakovič, ma che, a differenza del musicista, lui non aveva nessuna scheggia metallica in testa.21
Ictus, attacchi di ischemia transitoria e aneurismi o malformazioni cerebrali possono tutti causare allucinazioni musicali, le quali però tendono a estinguersi con l'attenuarsi della patologia o con le cure; le altre allucinazioni musicali, invece, sono per la maggior parte molto persistenti, sebbene con il passare degli anni possano smorzarsi un poco.22
Diversi farmaci (alcuni che agiscono direttamente sull'orecchio, come l'aspirina o il chinino, altri che agiscono sul sistema nervoso centrale, come il propanololo e l'imipramina) possono causare allucinazioni musicali transitorie; queste ultime, peraltro, possono essere scatenate anche da certe anormalità metaboliche, da condizioni epilettiche o da aure emicraniche.23
In moltissimi casi di allucinazioni musicali, si ha un'insorgenza improvvisa dei sintomi; poi il repertorio allucinatorio si espande, il volume della musica aumenta, ed essa diventa più insistente e importuna: le allucinazioni possono continuare anche se si riesce a identificarne la causa predisponente e a rimuoverla. Le allucinazioni sono ormai diventate autonome, in grado di autostimolarsi e autoperpetuarsi. A questo punto, è quasi impossibile bloccarle o inibirle, sebbene alcuni individui possano riuscire a convertirle in un'altra melodia disponibile nel loro «juke-box», purché quest'ultima abbia una qualche somiglianza ritmica, melodica o tematica con la prima. Insieme a questa qualità appiccicosa, a questa ostinazione, può svilupparsi un'estrema suscettibilità a nuovi input musicali, così che qualsiasi cosa sia udita, istantaneamente sarà riprodotta. Questo tipo di riproduzione istantanea ha una qualche somiglianza con la nostra reazione ai motivi orecchiabili; tuttavia, l'esperienza di chi ha allucinazioni musicali non è quella di una mera immaginazione musicale, quanto piuttosto quella di una musica «vera», spesso ad alto volume, come se fosse effettivamente percepita.
Queste qualità dell'innesco, del kindling e dell'autoperpetuazione sono caratteristiche simili a quelle dell'epilessia (sebbene qualità fisiologiche analoghe siano tipiche anche dell'emicrania e della sindrome di Tourette).24 Esse indicano una qualche forma di eccitazione elettrica persistente che non può essere inibita e si diffonde nelle reti musicali del cervello. Forse non è una coincidenza che farmaci come la gabapentina (originariamente pensati come antiepilettici) siano a volte utili anche per le allucinazioni musicali.
Allucinazioni di molti tipi, comprese quelle musicali, possono verificarsi anche qualora i sensi e i sistemi percettivi del cervello siano esposti a una stimolazione troppo scarsa. Le circostanze devono essere estreme – è improbabile che questa deprivazione sensoriale abbia luogo in condizioni di vita normali; tuttavia può verificarsise ci si trova immersi per giorni e giorni in un silenzio e un'immobilità profondi. Quando mi scrisse nel 1988, David Oppenheim era preside di facoltà e clarinettista di professione. Aveva sessantasei anni, e lamentava un leggero abbassamento dell'udito per le frequenze alte. Mi raccontò che qualche anno prima aveva passato una settimana in ritiro in un monastero sperduto nei boschi, dove aveva preso parte a un sesshin, una pratica che comporta la meditazione intensa per nove o più ore al giorno. Dopo due o tre giorni così trascorsi, Oppenheim cominciò a sentire una musica flebile, che interpretò come il canto, udito in lontananza, di persone raccolte attorno a un fuoco. L'anno dopo tornò al monastero, e ancora una volta udì quel canto in lontananza; ben presto però la musica aumentò di volume e divenne più specifica. «Quando era al massimo, suonava a tutto volume» mi scrisse. «È ripetitiva e orchestrale. È tutta fatta di passaggi lenti tratti da Dvořák e Wagner... La presenza di questa colonna sonora rende impossibile la meditazione».
Quando non sono in meditazione, posso richiamare Dvořâk, Wagner o chiunque altro, ma non riesco a «sentirli»... Nella versione sesshin, li sento.
C'è una ripetizione ossessiva dello stesso materiale musicale, per giorni e giorni di seguito... Il musicista «interno» non può essere fermato o zittito, ma può essere controllato e manipolato... Sono riuscito a bandire il «Coro dei Pellegrini» del Tannhäuser convertendolo nel movimento lento della splendida Sinfonia n. 29 di Mozart in la maggiore – e questo perché entrambi cominciano con gli stessi intervalli.
Non tutte le sue allucinazioni erano costituite da musica che gli era familiare: in alcuni casi, erano melodie che «componeva» lui; ma, aggiunse, «nella mia vita quotidiana io non compongo mai. Ho usato quella parola per indicare che almeno uno dei brani che mi suonava in testa non era né Dvořâk né Wagner, ma nuova musica che in qualche modo stavo inventando io».
Ho sentito descrizioni simili da alcuni dei miei amici. Jerome Bruner mi racconta che quando era da solo in barca sull'Atlantico, nei giorni di calma piatta in cui aveva ben poco da fare, a volte «sentiva» della musica classica «arrivare furtiva strisciando sull'acqua».
Michael Sundue, un botanico, mi ha scritto recentemente raccontandomi un'esperienza di quando era un marinaio alle prime armi:
Avevo ventiquattro anni ed ero membro di un equipaggio ingaggiato per consegnare una barca a vela. Rimanemmo in mare per un totale di ventidue giorni. Era molto noioso. Dopo i primi tre giorni, avevo ormai letto tutti i libri che mi ero portato dietro. Non c'era niente da fare per passare il tempo, a parte guardare le nuvole e schiacciare qualche sonnellino. Per giorni e giorni, non ci fu un alito di vento, e così ci limitavamo a procedere pigramente alla velocità di qualche nodo, andando a motore, mentre le vele sbattevano. Me ne stavo steso sul ponte oppure in una cabina e fissavo fuori attraverso l'oblò di plexiglas. Fu durante queste lunghe giornate di completa inattività che ebbi diverse allucinazioni musicali.
Due di esse furono innescate dai suoni onnipresenti e monotoni generati dalla barca stessa: il ronzio del piccolo frigorifero e il sibilo del sartiame nel vento. Ognuno di questi suoni si trasformava in un assolo strumentale senza fine. La trasformazione in musica era tale da farmi dimenticare tanto il suono originale quanto la sua fonte; e me ne stavo là, steso nel mio stato letargico, per lunghi periodi, semplicemente ad ascoltare quelle che sembravano composizioni meravigliose e stupefacenti. Solo dopo averle godute tutte, una per una, in una sorta di stato onirico a occhi aperti, mi rendevo conto di quali fossero le fonti originali del rumore. Erano interessanti anche i suoni degli strumenti, in quanto non erano cose che solitamente ascoltassi per diletto. Il ronzio del frigo, per me, suonava come un assolo di chitarra heavy metal, un'esecuzione da virtuoso, con un fuoco di fila di note acute suonate in velocità con il distorsore. Il sibilo del sartiame dava voce a delle cornamuse scozzesi, una linea melodica su dei bordoni. Il suono di entrambi questi tipi di musica mi è familiare, ma né l'uno né l'altro sono cose che in genere metto sullo stereo di casa.
Pressappoco allo stesso tempo, sentivo anche la voce di mio padre chiamare il mio nome. Per quanto ne so, questo non era innescato da nessun suono particolare. (A un certo punto, ebbi anche l'allucinazione visiva della pinna di uno squalo che sbucava dall'acqua. Senza nemmeno starci a pensare, i miei compagni non diedero alcun credito al mio avvistamento, ma risero di me. Dalla loro reazione credo che l'avvistamento di squali sia molto comune fra i marinai inesperti).
Sebbene Colman, nel 1894, avesse scritto specificamente sulle allucinazioni nell'individuo mentalmente sano, l'impressione che le «allucinazioni» implichino una psicosi – o altrimenti una importante patologia organica del cervello – ha resistito a lungo sia fra la gente comune, sia fra i medici.25 La riluttanza a osservare il comune fenomeno delle «allucinazioni nell'individuo mentalmente sano» prima degli anni Settanta era forse influenzata dal fatto che fino al 1967 non esisteva alcuna teoria per spiegare in che modo tali fenomeni potessero aver luogo; fu solo allora, infatti, che Jerzy Konorski, un neurofisiologo polacco, dedicò diverse pagine del suo Integrative Activity ofthe Brain alla «base fisiologica delle allucinazioni». Egli prese la domanda: «Perché hanno luogo le allucinazioni?» e la capovolse, convertendola in quest'altra: «Perché le allucinazioni non hanno luogo in continuazione? Che cosa le limita?». Konorski elaborò l'idea di un sistema dinamico che, scrisse, «può generare percezioni, immagini e allucinazioni... il meccanismo che produce le allucinazioni è incorporato nel nostro cervello, ma può essere lanciato in azione solo in alcune condizioni eccezionali». Konorski raccolse prove – deboli negli anni Sessanta, ma oggi schiaccianti – che non esistono solo connessioni afferenti dirette dagli organi di senso al cervello, ma anche «retroconnessioni» che viaggiano in direzione opposta. Tali retroconnessioni sono probabilmente scarse se confrontate con quelle afferenti, e in circostanze normali non possono essere attivate. Esse tuttavia forniscono, riteneva Konorski, i mezzi anatomici e fisiologici essenziali mediante i quali possono essere generate le allucinazioni. Ma allora in condizioni normali che cosa impedisce che ciò accada? Il fattore cruciale, suggeriva Konorski, è l'afferenza sensoriale proveniente da occhi, orecchie e altri organi di senso, afferenza che normalmente inibisce qualsiasi flusso retrogrado di attività elettrica dalle parti superiori della corteccia alla periferia. Ma se si verifica una carenza critica di segnali provenienti dagli organi di senso, tale circostanza faciliterà un flusso retrogrado producendo allucinazioni fisiologicamente e soggettivamente indistinguibili dalle reali percezioni. (Di norma questa riduzione di afferenze non ha luogo in condizioni ambientali di oscurità o silenzio, perché in tali circostanze scaricano le «unità off», producendo un'attività continua).
La teoria di Konorski forniva una spiegazione semplice ed elegante di quelle che ben presto finirono per essere chiamate allucinazioni da release associate alla «deafferentazione». Oggi una tale spiegazione pare ovvia, quasi tautologica, ma per proporla negli anni Sessanta ci volle originalità e coraggio.
Attualmente gli studi di neuroimmagine offrono prove robuste a sostegno dell'idea di Konorski. Nel 2000, Timothy Griffiths ha pubblicato un rapporto dettagliato e pionieristico sulla base neurale delle allucinazioni musicali; utilizzando scansioni pet è riuscito a dimostrare che le allucinazioni musicali sono associate a una diffusa attivazione delle stesse reti neurali attivate normalmente durante la percezione della musica reale.
Nel 1995 June B., una donna di settant'anni creativa e piena di fascino, mi scrisse una lettera dai toni vibranti nella quale mi raccontava le sue allucinazioni musicali:
Tutto cominciò lo scorso novembre. Una sera ero in visita da mia sorella e mio cognato: dopo aver spento il televisore ed essermi preparata per andare a letto, cominciai a sentire Amazing Grace. Era cantata da un coro, ripetuta in continuazione. Andai a controllare in camera di mia sorella, per vedere se stessero guardando qualche funzione religiosa in tv, ma erano sintonizzati sulla partita di football del lunedì sera, o qualcosa del genere. Perciò andai nel patio che dà sul mare. La musica mi seguì. Guardai giù, verso la linea costiera silenziosa e le poche case con la luce accesa, e capii che la musica non poteva provenire da quella parte. Doveva essere nella mia testa.
La signora B. mi allegò un «repertorio» comprendente Amazing Grace, The Battle Hymn of the Republic, l'Inno alla Gioia di Beethoven, l'aria del brindisi della Traviata, A-Tisket, A-Tasket e «una versione veramente spaventosa» di We Three Kings of Orient Are.
«Una sera» scriveva la signora B. «sentii una maestosa esecuzione di Old Macdonald Had a Farm, seguita da un applauso scrosciante. In quel momento decisi che – poiché evidentemente ero del tutto fuori di testa – avrei fatto bene ad approfondire la faccenda».
La signora B. mi raccontò di essersi sottoposta ai test per la malattia di Lyme (aveva letto che può causare allucinazioni musicali), all'audiometria a risposta evocata del tronco cerebrale, a un EEG e a una risonanza magnetica. Durante l'elettroencefalogramma sentì The Bells of St Mary, ma nel tracciato non si manifestò nulla di anormale. Non aveva segni di perdita dell'udito.
Le sue allucinazioni musicali tendevano a verificarsi durante momenti di tranquillità, soprattutto quando andava a letto. «Non posso mai accendere o spegnere la musica, ma a volte posso cambiare la melodia – non riesco a convertirla in qualsiasi cosa mi vada di ascoltare, ma solo in qualcosa che sia stato già parte del programma. A volte le canzoni si sovrappongono, e io non posso reggere un altro minuto ancora, così sintonizzo la radio sul canale di musica classica WQXR e vado a dormire con un po' di musica vera.26
«È una vera fortuna» concludeva la signora B. «che in fondo la mia musica non suoni a volume troppo alto... Altrimenti, impazzirei davvero. Nei momenti di tranquillità prende il sopravvento. Qualsiasi distrazione uditiva – una conversazione, la radio, la tv – soffoca efficacemente quello che sto ascoltando, qualunque cosa sia. Lei osserva che sembro avere un rapporto “amichevole” con questa novità. Be', certo, riesco a farle fronte, ma può essere molto fastidioso... Quando mi sveglio alle cinque di mattina e non riesco a riaddormentarmi, non apprezzo molto che un coro mi ricordi: “la vecchia giumenta bigia non è più quella di una volta”. Non sto scherzando. È successo sul serio, e l'avrei anche trovato divertente se quel ritornello non avesse continuato a risuonare all'infinito».
Dieci anni dopo la sua prima lettera, conobbi la signora B. di persona e le chiesi se, dopo tanto tempo, la musica delle sue allucinazioni fosse diventata un elemento «importante» della sua vita, in senso positivo o negativo. «Se se ne andasse,» le chiesi «sarebbe contenta o ne sentirebbe la mancanza?».
«Mi mancherebbe» rispose lei immediatamente. «La musica mi mancherebbe. Ormai, capisce, fa parte di me».
Sebbene non ci sia alcun dubbio sulla base fisiologica delle allucinazioni musicali, c'è da chiedersi in quale misura altri fattori (chiamiamoli pure «psicologici») possano entrare nella «selezione» iniziale delle allucinazioni, e nell'evoluzione e nell'importanza che esse avranno in seguito. Mi interrogai a proposito di questi fattori quando, nel 1985, descrissi i casi della signora O' C. e della signora O' M.; anche Wilder Penfield si era chiesto se ci fosse un senso o una logica qualsiasi nelle canzoni o nelle scene evocate nelle «crisi esperienziali», ma aveva concluso di no. La selezione di musica allucinatoria, aveva deciso, era «assolutamente casuale, salvo per il fatto che esiste una qualche evidenza di condizionamento corticale». In modo analogo Rodolfo Llinás, scrivendo dell'incessante attività che ha luogo nei nuclei dei gangli basali, ha rilevato che essi sembrano «agire come un generatore di rumore casuale di moduli motori». Quando, prima o poi, un modulo o un frammento riesce a sfuggire e a lanciare nella coscienza una canzone o qualche battuta di musica, questa è – a giudizio di Llinás – puramente astratta e «senza il suo evidente corrispettivo emozionale». Tuttavia, può capitare che qualcosa cominci in modo casuale – un tic, per esempio, che esplode nei gangli basali sovreccitati – e acquisisca successivamente associazioni e significato.
La parola «casuale» può essere usata per riferirsi agli effetti di un incidente occorso a livello inferiore, nei gangli basali – per esempio nei movimenti involontari denominati «corea». Nella corea non c'è alcun elemento personale; essa è interamente un automatismo e in massima parte non affiora neppure alla coscienza, così che può essere più visibile agli altri che non allo stesso paziente. Ma «casuale» è una parola che si esita a usare quando ci si riferisce a esperienze, indipendentemente dal fatto che siano percettive, immaginarie o allucinatorie. Le allucinazioni musicali attingono dall'esperienza e dai ricordi musicali di una vita intera, e deve sicuramente giocarvi un ruolo fondamentale l'importanza che particolari tipi di musica hanno per l'individuo. Il semplice peso dell'esposizione può anch'esso avervi una parte significativa, finendo addirittura per prevalere sul gusto personale: perfino nei musicisti di professione o in ascoltatori molto raffinati la grandissima maggioranza delle allucinazioni musicali tende infatti a prendere la forma di canzoni o sigle musicali (e, nella generazione precedente, di inni e canti patriottici) -27 Più che i gusti dell'individuo, le allucinazioni musicali tendono a riflettere quelli dell'epoca.
Alcune persone – non molte – finiscono per trarre piacere dalle proprie allucinazioni musicali; altre ne sono tormentate; la maggior parte, prima o poi, raggiunge una sorta di accordo o di intesa con esse. A volte questo può assumere la forma di un'interazione diretta, come accadde in un caso affascinante pubblicato da Timothy Miller e T. W. Crosby. La loro paziente, una donna anziana sorda, «si svegliò una mattina sentendo un quartetto gospel cantare un vecchio inno che ricordava dai tempi della sua infanzia». Una volta accertato che la musica non proveniva da una radio o da una televisione, la donna accettò abbastanza tranquillamente che venisse «dalla sua testa». Il repertorio del coro andò ampliandosi: «in genere la musica era piacevole e spesso la paziente si divertiva a cantare insieme al quartetto... Scoprì anche di poter insegnare al quartetto nuove canzoni: lei pensava alcuni versi del testo e il quartetto provvedeva poi a completarli con le parole o i versi dimenticati». Miller e Crosby osservavano che a un anno di distanza le allucinazioni erano immutate, e aggiungevano che la loro paziente si era «adattata bene alle sue allucinazioni e le considerava come una “croce” da portare». D'altra parte, «portare una croce» può non avere una connotazione del tutto negativa, e rivelarsi anzi un segno di favore, di elezione. Recentemente ho avuto occasione di visitare una donna anziana straordinaria, pastore di una congregazione, che insieme al peggioramento dell'udito ha sviluppato allucinazioni musicali (per lo più inni). Questa paziente ha finito per considerare le sue allucinazioni come «un dono» e le ha «educate» in notevole misura, al punto che esse possono verificarsi quando è in chiesa o in preghiera, ma non per esempio al momento dei pasti. Questa donna ha incorporato le sue allucinazioni musicali in un contesto religioso profondamente sentito.
Tali influenze personali trovano ampio spazio – anzi, sono necessarie – nel modello di Konorski, e anche in quello di Llinás. I motivi musicali frammentari possono essere emessi o liberati dai gangli basali come materia musicale «grezza», senza alcuna coloritura o associazione emozionale; come musica che è, in un certo senso, priva di significato. Questi frammenti musicali, però, si fanno poi strada nei sistemi talamocorticali alla base della coscienza e del sé, e là vengono elaborati e rivestiti di significato, di sentimento e di associazioni di ogni genere. Quando raggiungono la coscienza, sono ormai già associati a significato e sentimento.
L'analisi più profonda e coinvolta delle allucinazioni musicali, del loro essere plasmate dall'esperienza e dal sentimento personali, e della loro continua interazione con la mente e la personalità, è forse quella effettuata dall'insigne psicoanalista Leo Rangell. Per lui, le allucinazioni musicali sono state oggetto di un'autoanalisi che dura ormai senza soluzione di continuità da oltre dieci anni.
Il dottor Rangell mi parlò per la prima volta delle sue allucinazioni musicali in una lettera del 1996.28 Aveva ottantadue anni, e qualche mese prima era stato sottoposto al secondo intervento di by-pass:
Subito dopo essermi svegliato nell'unità di terapia intensiva, sentii cantare; così dissi ai miei figli: «Ehi, là fuori dev'esserci una scuola ebraica». Mi sembrava come di sentire un vecchio maestro che... stesse insegnando ai suoi giovani allievi come cantare ed eseguire tutti i loro riti. Dissi ai miei che il rabbi doveva lavorare fino a tardi la sera, anche a mezzanotte, giacché sentivo la musica anche a quell'ora. I miei ragazzi si guardarono l'un l'altro e risposero divertiti con un'aria di condiscendenza: «Non c'è nessuna scuola ebraica là fuori». Io naturalmente cominciai subito a capire che si trattava di me. Il che allo stesso tempo mi diede sollievo e mi fece preoccupare... Probabilmente la musica era continua; per lunghi intervalli di tempo, tuttavia, soprattutto quando venivano sbrigate le procedure di routine dell'ospedale, io le prestavo poca attenzione o la ignoravo del tutto. Sei giorni dopo, quando tornai a casa... il «rabbi» mi seguì. Adesso era fuori delle finestre di casa mia, verso le colline; o forse nel canyon? Mi accompagnò anche durante il mio primo viaggio in aereo, qualche settimana dopo.
Rangell aveva sperato che col tempo queste allucinazioni musicali – forse, pensava lui, un prodotto dell'anestesia o della morfina che gli avevano somministrato dopo l'intervento – se ne sarebbero andate. Aveva anche sperimentato «parecchie distorsioni cognitive, come le hanno avute tutti i pazienti sottoposti a bypass che io conosco»; quelle però erano rapidamente scomparse.29
Dopo sei mesi, tuttavia, cominciò a temere che le allucinazioni musicali stessero diventando permanenti. Durante il giorno, riusciva spesso a ignorare la musica se era assorbito da qualche altra cosa; la notte, però, essa lo teneva sveglio («Sono decisamente uno straccio per via della mancanza di sonno» mi scrisse).
Il dottor Rangell lamentava una significativa perdita dell'udito. «Ho ormai da molti anni una sordità nervosa, è di famiglia. L'allucinosi musicale è legata, secondo me, all'iperacusia che si accompagna all'abbassamento dell'udito. Le vie uditive centrali interne devono compiere un maggior lavoro e amplificare i suoni». Ipotizzava che questa iperattività delle vie cerebrali uditive potesse inizialmente basarsi sui ritmi esterni del vento e del traffico, o sul ronzio di motori, oppure ancora sui ritmi interni del respiro o del battito cardiaco – e che «la mente li convertisse poi in musica o canzoni, stabilendo un controllo su di esse. La passività è sopraffatta dall'attività».
Il dottor Rangell credeva che la musica interna riflettesse i suoi umori e le circostanze. Al principio, in ospedale, le canzoni variavano; a volte erano funeree, elegiache, cose ebraiche da rabbini, a volte ritmate e allegre («Oo la la, oo la la» alternata a «Oy vey, oy vey, oy vey, vey, vey» – in seguito si rese conto che si trattava della stessa melodia). Quando fu il momento di tornare a casa dall'ospedale, cominciò a sentire When Johnny Comes Marching Home Again e poi «pezzi vivaci e allegri» come Alouette, gentille alouette.
«Quando non c'è nessun canto ufficiale che si presenta da sé,» continuava «il mio cervello-mente ne costruisce uno; i suoni ritmici sono messi in musica, spesso con parole prive di senso – magari le ultime parole pronunciate da qualcuno, o che io stesso ho appena letto, udito o pensato». Questo fenomeno, riteneva, era legato alla creatività, come i sogni.
Ho continuato a corrispondere con il dottor Rangeli, il quale nel 2003 mi scrisse:
Ormai vivo con questa cosa da quasi otto anni. Il sintomo è sempre lì. La sensazione è che ci sia ventiquattr'ore su ventiquattro, sette giorni su sette... [ma] dire che è sempre con me non significa affermare che io sono sempre consapevole della sua presenza – una cosa del genere, in effetti, mi spedirebbe dritto al manicomio. È parte di me in quanto è lì ogni volta che ci penso. Oppure ogni volta che la mia mente non è occupata, cioè quando non sto prestando attenzione ad altro.
Ma io posso evocare le melodie assolutamente senza alcuno sforzo. Non devo far altro che pensare a una battuta della musica, o a una parola del testo, ed ecco precipitarmisi in testa tutta l'opera, che comincia a suonare. È come avere un telecomando sensibilissimo. A quel punto, la musica rimane finché ne ha voglia «lei» – o finché io la lascio stare...
È come avere una radio con la sola manopola dell'accensione.
Rangell ormai vive con le sue allucinazioni musicali da più di dieci anni, ed esse gli paiono sempre meno prive di senso, sempre meno casuali. Tutte le canzoni sono motivi che risalgono agli anni della sua giovinezza e «possono essere categorizzate»; Rangell mi scrisse:
Sono romantiche, commoventi, tragiche o celebrative, hanno a che fare con l'amore, oppure mi fanno piangere: c'è di tutto. Tutte portano con sé ricordi... Molti sono ricordi di mia moglie... se n'è andata sette anni fa, un anno e mezzo dopo che tatto questo era cominciato...
Strutturalmente, sono come un sogno: hanno uno stimolo precipitante, sono legate ad affetti, fanno riaffiorare automaticamente dei pensieri, che io lo voglia o no; sono anche cognitive, e se le voglio seguire hanno una sottostruttura...
A volte, quando la musica si fermava, mi ritrovavo a canticchiare la melodia che poco prima desideravo smettesse. Mi ritrovavo a sentirne la mancanza... Ogni psicoanalista sa che in tutti i sintomi (e questo è un sintomo), dietro ogni difesa, c'è un desiderio... Le canzoni che affiorano... portano con sé bisogni, speranze, desideri. Desideri romantici, sessuali, morali, aggressivi; come pure esigenze di azione e controllo. Sono proprio loro, infatti, ad aver portato [le mie allucinazioni musicali] alla loro forma finale, neutralizzando e sostituendo il rumore originale Per quanto io me ne lamenti, almeno in parte la canzone è la benvenuta.
Riassumendo le sue esperienze in un lungo articolo pubblicato on-line sullo «Huffington Post», Rangell scriveva:
Mi considero una sorta di laboratorio vivente, un esperimento della natura eseguito attraverso un prisma uditivo... Sono vissuto al limite. Un limite molto speciale, però: il confine fra mente e cervello. Da qui si godono panorami ampi, in diverse direzioni. Queste esperienze vagano in territori che comprendono i regni della neurologia, dell'otologia e della psicoanalisi, convergendo in un'unica combinazione sintomatica che li associa tutti: combinazione vissuta e sperimentata non nell'ambiente controllato dell'analisi ma sul palcoscenico della vita, mentre essa scorre.