Il Sessantotto
Con il Sessantotto cambiarono molte cose, nel mondo e nella mia famiglia. La rivolta scompigliava anche le carte in tavola nella percezione che avevamo della realtà. Oltre a voler cambiare il mondo, cambiammo anche i nostri punti di riferimento. Non si parlava più di Stalin e di Chruščëv, ma del Vietnam e della Cina di Mao. Certo, in passato anche la guerra di liberazione algerina era stata importante per la sinistra italiana, ma ora guardare al Vietnam voleva dire anche guardare all’America, alla rivolta contro la guerra negli Stati Uniti, e di riflesso alle lotte dei neri americani, a Martin Luther King. Nel 1963 ci fu l’assassinio di John Kennedy, poi nel 1968 ci fu anche l’assassinio di Bob Kennedy, altro evento che tenne tutti noi col fiato sospeso. Erano lontani i giorni della Guerra Fredda in cui l’America era il nemico, quando per non far prendere l’ascensore da sola a nostra sorella Bettina le dicevamo che in ascensore c’erano gli americani. Non si era mai parlato, in casa, del fatto che erano stati anche gli americani a sconfiggere Hitler. Era stato un altro tabù.
L’Est comunista era in rivolta. Nel gennaio del 1968, precedendo il maggio parigino, comincia la Cecoslovacchia con la salita al potere del riformista Dubček, e con la Primavera di Praga. Poi la Polonia, dove nel marzo gli studenti invocano la libertà. Ma già nell’agosto i carri armati sovietici entrarono a Praga. Il socialismo dal volto umano era finito a Praga con i carri armati, in Polonia con la partecipazione dell’esercito polacco alla repressione in Cecoslovacchia. Ricordo di aver visto in tv l’invasione di Praga. Eravamo in vacanza in montagna, non avevamo la televisione, ma andammo a guardarla in un albergo: c’era la sala piena e un silenzio di tomba. Lì anche in me qualcosa morì, o almeno cominciò a morire. Vittorio e Lisa erano a Roma e vissero l’invasione, che non si aspettavano, come una catastrofe. Vittorio corse alla CGIL e scrisse lui stesso, insieme a Lama, una dichiarazione durissima di condanna in cui si diceva che l’intervento sovietico era un attacco all’autonomia della classe operaia ceca. La portò subito al suo Partito, il PSIUP, che però non lo approvò.
Ripensandoci, in Il Cavallo e la Torre, mio padre non riesce a rendersi conto del perché abbia allora continuato a restare nel PSIUP, ormai infeudato non più al PCI, che condannava l’intervento, ma direttamente a Mosca. Forse, penso, perché il suo vero terreno di battaglia era il sindacato, non il PSIUP. Citando il suo amico del PSIUP Pino Ferraris, scriverà che nel 1964 avevano fatto una scissione di troppo (quella che aveva dato vita al PSIUP) e nel 1968 non ne avevano fatta invece una necessaria. Quanto alla CGIL aveva già, con Di Vittorio, preso una posizione di condanna dei sovietici nel 1956, a proposito dei fatti polacchi e ungheresi. Allora, questa posizione aveva suscitato molte polemiche nel Partito e Di Vittorio era stato costretto a rimangiarsela, almeno in parte. Ora, il sindacato condannava apertamente l’invasione, e il Partito comunista era spaccato. Già alla fine di agosto, con altri sindacalisti, Vittorio partì per Praga e Mosca. Ebbero riunioni clandestine con gli operai a Praga, si scontrarono a Mosca con l’ortodossia dei sindacati sovietici. Tutto fu inutile.
Nel 1969 Lisa lasciò senza clamori il PCI. Era un partito che aveva accolto con molti dubbi la repressione all’Est, ma aveva finito per accettarla. Non fu cacciata ma dette lei le dimissioni. Racconta di aver scritto, nella lettera di dimissioni alla sua sezione, che il partito era divenuto un’associazione a delinquere. Naturalmente, non ebbe risposta. Per un po’, fu vicina al «Manifesto», allora non ancora quotidiano ma rivista mensile. Ma l’Italia la interessava poco, come poco la toccavano le vicende dello scontro di classe in Italia, del rapporto tra operai e studenti, che tanto invece occupavano la mente di mio padre, in primo luogo sindacalista. Ad interessare Lisa era il destino del cosiddetto blocco sovietico, la possibilità di un socialismo dal volto umano all’Est. Iniziavano i suoi rapporti con i dissidenti, nutriti dei suoi legami con i Paesi dell’Est già vivi prima della rottura con il PCI, del suo amore per gli eretici, della sua traduzione dal russo del dibattito sull’accumulazione socialista di Bucharin e Preobraženskij: «L’amicizia e le lunghe conversazioni con alcuni dissidenti hanno avuto per me molta importanza e mi hanno spinto a una certa estraneità rispetto al mondo politico che mi circondava», scriverà nella sua autobiografia.
Al di là del mondo dell’Europa dell’Est, però, c’era anche l’Asia e il percorso dei suoi movimenti comunisti. Il riferimento politico principale era alla Cina, che dopo l’inizio della rivoluzione culturale era emersa all’attenzione di tutta la sinistra europea. La Cina è vicina, dicevamo, riprendendo il titolo del film di Bellocchio del 1967, che poi di Cina non parlava. Della Cina Lisa si innamorò, divenendo maoista: vestiva sempre la giacca blu delle guardie rosse e citava Mao. Collaborava a riviste come «Vento dell’Est» e seguiva con attenzione le vicende cinesi. Vittorio non condivideva questa posizione, anche se inizialmente aveva apprezzato quello che sembrava essere l’antiautoritarismo maoista, e, nei suoi ricordi, attribuiva a queste posizioni di Lisa un ruolo, anche se non decisivo, nel loro distacco. Mi sono spesso interrogata che cosa abbia significato per lei, come per tanti altri comunisti critici come lei, l’esperienza maoista. Nella sua autobiografia ne parla come di un’ubriacatura ideologica, un tentativo dei comunisti «eretici» di trovare un modello alternativo a quello sovietico, l’innamoramento per la rivoluzione del sottosviluppo, per le venature anarcoidi di quel comunismo. Che la rivoluzione culturale sia stata segnata da centinaia di migliaia di morti, da una terribile dittatura ideologica, dai campi di rieducazione, l’ho imparato sui libri e sui giornali, non dai discorsi famigliari. Che anche quel modello fosse alla pari di quello sovietico caratterizzato dalla persecuzione e dalla dittatura voleva dire che non c’era un modello di comunismo migliore. Forse per quello l’ubriacatura per la Cina durò tanto, perché significava prendere coscienza che non esistevano terze vie. «‘Come ci era piaciuta la rivoluzione culturale’ ho confessato di recente a un coraggioso cinese che si occupa di diritti umani. E lui mi ha risposto con una risata amara»: così Lisa liquida nelle sue memorie, con una profonda sobria autocritica, il suo periodo cinese.
Ma anche l’America era entrata nella nostra vita. Certo, nella guerra del Vietnam l’America era sempre il nemico, un nemico anzi molto più visibile e presente che negli anni Cinquanta. Ma era anche l’America spaccata, delle grandi lotte studentesche e per i diritti civili. C’era per noi così un’America buona e un’America cattiva. I confini erano poco netti e sarebbero diventati sempre più sfumati. Nel 1972 mio fratello Renzo era ad Hanoi come corrispondente dell’«Unità». Eravamo, quell’estate, in vacanza a Castelsardo e ricordo che sulla spiaggia leggevo a mio figlio Andrea, di sette anni, i suoi articoli. Un giorno Renzo si trovò nel bel mezzo di un bombardamento americano, ma non si gettò a terra come gli altri. Il motivo, disse poi, era in realtà banale, aveva dei pantaloni chiari appena lavati e non voleva sporcarli di fango. Divenne l’eroe del giorno, e l’attrice Jane Fonda, allora in visita a Hanoi in quello che fu attaccato dalla destra americana come un atto di tradimento, lo incontrò nell’ascensore dell’albergo e gli disse: «My hero!». Renzo sembrava suggerire che quell’incontro avesse avuto poi un seguito. Chissà! Comunque eravamo tutti molto soddisfatti di lui. Ci aveva mandato una sua foto con il generale Giap, il vincitore di Dien Bien Phu, quello il cui nome gridavamo nelle manifestazioni: «Giap, Giap, Ho Chi Min!». Ne avevamo fatto un poster e lo tenevamo orgogliosamente appeso. Molti anni dopo, ci fu un’altra foto «importante» sua, quella con Dubček: non ne facemmo un poster, ma è ancora esposta in camera mia e ne sono, di questa, molto fiera.
Nel suo libro uscito postumo nel 2010, Ho visto morire il comunismo, Renzo si interroga molto sulla guerra del Vietnam, e in genere sul suo passato di comunista, sia pur moderato. Definisce la vittoria del Vietnam una «vittoria provvisoria», e a ragione se pensiamo agli ottocentomila vietnamiti, i boat people, che fuggirono dal Vietnam dopo la «vittoria» per evitare la morte e i campi di concentramento (o di rieducazione, come erano definiti). Definisce il mito del Vietnam più che un errore, un «grande equivoco». Ma non sa se a distanza di trent’anni non riscriverebbe quello che aveva scritto allora. Racconta della difficoltà di capire quella guerra, di un Vietnam che «combatteva solo per se stesso» e che «vinse solo per gli altri». E penso, leggendo, che quella bandiera a stelle e strisce ripiegata dall’ambasciatore americano a Saigon il 30 aprile 1975, di cui tutti noi vedemmo con emozione l’immagine sui giornali, e che ci suonò come l’inizio di un’epoca nuova, era forse solo il primo tassello della lunga morte del comunismo.
Per nostra madre l’evento chiave del Sessantotto fu Praga, non la rivoluzione degli studenti: un momento essenziale di svolta in una riflessione certo iniziata precedentemente che l’avrebbe portata alla fine a rimettere in discussione il comunismo, non soltanto lo stalinismo. Con tempi più lunghi, e con percorsi autonomi, Renzo ne avrebbe seguito le orme. Per tutta la sua vita, del resto, il rapporto con Lisa fu per lui fondamentale. Renzo le era legatissimo e discuteva con lei di tutto. E dette il suo nome alla figlia.
Vittorio invece vide nel Sessantotto soprattutto il nuovo rapporto tra studenti e operai e, se ne visse le contraddizioni, le visse all’interno del suo lavoro di sindacalista. Ho l’impressione che iniziasse allora quella divaricazione politica fra mia madre e mio padre che sarebbe poi sfociata nel loro allontanamento personale e nella loro separazione. Non che Lisa non si interessasse affatto del movimento operaio, ma i suoi veri interessi erano altri. Vittorio invece, come già accennato, era più attratto da questioni legate all’Italia, o al massimo all’Europa. Anche quando, per riflettere sul suo percorso scriverà un libro, sceglierà la storia europea, quella inglese del primo Novecento: La Gerusalemme rimandata, il suo libro più amato.
Il Sessantotto non cambiò nulla, nella nostra famiglia, sul piano dei rapporti famigliari, della morale. Non ci furono scontri e nemmeno tensioni fra genitori repressivi e figli in rivolta. Non ci fu, insomma, rivolta generazionale come nella maggior parte delle famiglie. Nessuno scontro sulla libertà sessuale, gli spinelli, i capelli lunghi. Nemmeno risale ad allora, ma era molto precedente, l’abitudine di chiamare i nostri genitori per nome, Lisa e Vittorio, abitudine che ho poi trasmesso a mio figlio Andrea, che mi chiama solo Anna. Non conosco, e non le conosceva neanche Renzo, le ragioni di questa abitudine. Ho un vago ricordo di mia madre che quando dicevo: «Mamma», in tono lagnoso, mi cantava per prendermi in giro la vecchia canzone: «Mamma, mormora la bambina, mentre pieni di pianto ha gli occhi, per la tua piccolina non compri mai balocchi, mamma tu compri soltanto profumi per te». Le due parole «mamma» e «papà» sono state quindi bandite nella nostra famiglia molto prima del Sessantotto, e quando, per sbaglio, mi è successo a volte di pronunciarle mi sono sentita a disagio, come se avessi detto qualcosa di sconveniente. Sia Lisa che, a ruota direi, Vittorio, avevano già da tempo introiettato e messo in atto comportamenti e ideologie che erano divenuti tipici della rivolta dei sessantottini; forse li avevano addirittura superati e si trovavano mille miglia avanti, come per il femminismo, che per Lisa era cosa di sua nonna.
Il fatto che il Sessantotto fosse cominciato nelle università lo rese inizialmente poco esaltante per Lisa, limitato com’era alla scuola, verso cui lei manteneva la sua giovanile diffidenza. Vittorio era diviso fra l’adesione al nuovo clima e il suo ruolo di sindacalista, che lo obbligava talvolta a posizioni più istituzionali. Tra noi figli, solo Bettina, che faceva il liceo, era una classica sessantottina: era entrata in un gruppo extraparlamentare e andava a tutte le manifestazioni. Finalmente era cresciuta. Nel luglio del Sessanta era una bambina e aveva vissuto i nostri entusiasmi senza potervi partecipare. Era rimasta l’unica figlia a vivere ancora in casa, perché anche Renzo se ne era andato presto, sposandosi. Era rimasto comunista, un comunista moderato, e si teneva lontano dal clima barricadero. Io mi ero distaccata dalla politica militante dopo la mia espulsione dalla gioventù comunista, che avevo vissuto in modo abbastanza traumatico. Non ero però del tutto lontana da quel clima rivoluzionario, che ancora molto mi attraeva. Ero a Valle Giulia quando la polizia attaccò gli studenti alla facoltà di Architettura, ad esempio, ma dovetti lasciare a malincuore il teatro degli scontri perché dovevo tornare a casa a dare da mangiare a mio figlio, che aveva allora tre anni.