Il diario di Anna Frank

Anche se la nostra famiglia si salvò tanto dalla guerra che dalla Shoah, questi due momenti, la Resistenza e i campi di concentramento e di sterminio, divennero ben presto parte della nostra vita, riferimenti costanti, una sorta di clima in cui si viveva immersi. Fin dalla tenerissima infanzia, per noi la Resistenza era un discorso collettivo, una sorta di lessico famigliare. Ma il mito fondativo, almeno per noi, non era allora la Shoah, ma la guerra di Spagna. Ai campi e alla Shoah – che allora non si chiamava così ma non si chiamava nemmeno Olocausto, forse si chiamava semplicemente lo sterminio degli ebrei – ho il ricordo netto di essermi accostata ed immersa da sola, verso i sette-otto anni, quando leggevo voracemente tutto quello che trovavo in casa. Ricordo ancora lo scaffale in cui erano collocati, nello studio della casa di Roma, le memorie sulla deportazione e la Resistenza. Leggevo, leggevo anche di cose terribili, senza piangere, e senza esserne, al ricordo di oggi, troppo turbata. Una letteratura che ho riletto poi quando avevo vent’anni, ed ero appena diventata madre, piangendo questa volta tutte le mie lacrime. Forse è vero che i bambini sono più cinici degli adulti. Certo, sapevo che eravamo ebrei, senza aver troppo riflettuto sul fatto che mia madre non lo era, forse perché ai miei occhi deportazione e Resistenza erano una cosa sola. Ma dei nazisti, non solo in casa ma anche dai nonni, sia Foa che Giua, molto si parlava.

A catalizzare tutte queste memorie e a farmi piombare a capofitto nella Shoah fu, credo, Il diario di Anna Frank, che lessi avidamente quando uscì, che vidi a teatro con la scuola nella straordinaria interpretazione di Annamaria Guarnieri, all’Eliseo, piangendo calde lacrime da quando si alzò il sipario. A casa mia madre diceva con ironia che mi identificavo con Anna Frank anche perché avevo le stesse iniziali, A.F. Poi, molto più tardi, sarebbero venute le letture da storica, i libri di Primo Levi, Lanzmann, il lavoro sulla memoria.

Pensavo che nessuno della nostra famiglia fosse morto nei campi, ma mi sbagliavo, perché ci sono due cugine nemmeno troppo lontane di mia nonna, Ida Luzzati ed Elena Segre, che sono state deportate da Roma il 16 ottobre 1943 e sono morte subito ad Auschwitz. E il fratello di Elena, Mario Segre, è stato arrestato dai nazisti nel febbraio 1944 insieme con sua moglie e il bambino Marco, di due anni, e sono stati tutti e tre assassinati ad Auschwitz. Le tracce di questa terribile vicenda dei nostri cugini Segre le ho ritrovate solo recentemente, prima in una lettera di mia nonna, scritta dopo la Liberazione a mia zia Anna, in America, dove le dà notizie dei morti e degli scampati, poi in una versione manoscritta delle memorie di mia zia Anna. «Delle care Ida ed Elena, scriveva mia nonna, non si ha notizia, ma erano a Roma all’epoca di un terribile bombardamento e si pensa siano morte là». In realtà mia nonna confonde. Ida ed Elena erano morte, ma non in un bombardamento bensì perché prese nella razzia del 16 ottobre.

Ho poi trovato molte notizie su Elena Segre in una prima versione manoscritta delle memorie di mia zia Anna, notizie che non appaiono nel testo poi pubblicato dal Mulino, Noi due. Quando entrambe erano adolescenti, Elena era molto vicina alla cugina Anna, quasi come se fossero sorelle. Era molto bella, veniva da una famiglia socialmente elevata, anche se non ricca, e suo nonno era stato un deputato. Sua madre, secondo Anna completamente sottomessa a suo marito, un direttore di carcere in pensione, era una donna triste e sempre vestita di nero. Elena non si era mai sposata, era stata da ragazza disperatamente innamorata di un giovane, ma i genitori di lui si erano opposti al matrimonio con una ragazza senza grandi mezzi ed Elena non aveva mai saputo che anche lui era innamorato di lei. Più drammaticamente, questa sorte si era riproposta nella famiglia di Elena al più giovane dei suoi fratelli, Vittorio, un ingegnere legato al movimento sionista di Žabotinskij. Innamorato di una ragazza e a sua volta riamato, aveva trovato il veto dei genitori di lei, che gli avevano proibito di vederla fino a che non avesse trovato un lavoro. Era il 1932, nel bel mezzo della crisi, il lavoro non arrivava e lui si gettò sotto un treno. Fu mio nonno ad essere chiamato dalla polizia per riconoscere il corpo, un trauma che ricordava spesso negli anni a venire. L’offerta di lavoro arrivò due giorni dopo il suo suicidio.

L’anno passato, i nomi dei Segre erano fra quelli a cui sono state intestate alcune delle pietre d’inciampo, Ida ed Elena a via di Porta Pinciana, dove abitavano e dove sono state arrestate, Mario e i suoi davanti all’Istituto svedese di studi classici, in via Omero, ai Parioli, dove erano rifugiati e davanti al quale li hanno presi. Il 15 ottobre, il giorno prima della razzia, Ida ed Elena erano partite lasciando la chiave al portiere, tornavano forse nella loro casa di Cuneo. Il portiere, fido antifascista, al primo apparire dei nazisti il 16 all’alba riuscì a mettere in salvo i numerosi ebrei che abitavano nella casa. Ma non sapeva che Ida ed Elena non erano più partite ed erano invece tornate senza dirglielo. Così, credendo non vi fosse nessuno, fece entrare i nazisti nell’appartamento. Ida ed Elena facevano su e giù fra Cuneo e Roma, forse per stare vicino a Mario, che era ospite dell’Accademia svedese. Mario era un famoso epigrafista, in odore di Nobel. Non faceva politica attiva, non era nemmeno antifascista. Sembra che una spia sia riuscita a farlo uscire per un momento dalla villa extraterritoriale dell’Accademia e a farlo arrestare con la moglie e il bambino. Anche là davanti, quindi, è stata apposta una pietra d’inciampo. Con mio cugino Marco Luzzati, il figlio di Piero, anche lui loro cugino, stiamo cercando di ricostruire la vicenda nei particolari. Perché Elena e Ida erano a Roma? E perché tornarono a casa quella sera? E perché non avvisarono il portiere, che era fidatissimo? Della famiglia è sopravvissuto alla Shoah solo un altro figlio, Umberto, scrittore e filosofo.

Poi, naturalmente, c’è un altro membro della famiglia che è stato deportato ad Auschwitz, anche se ne ha fatto ritorno: Primo Levi. Sua madre e mia nonna erano prime cugine. In una lettera a mia zia Anna dell’ottobre 1945, la nonna dice che quel giorno era tornato a Torino, dai campi, Primo Levi: «Oggi è tornato il giovane Primo». Una volta, racconta Vittorio in uno dei suoi libri, Passaggi, una studentessa gli ha chiesto cosa aveva detto quando aveva incontrato Primo Levi di ritorno dal lager. E mio padre si era vergognato di rispondere la verità, cioè che gli aveva detto: «Ciao Primo, come stai?». Era il cuginetto piccolo. Vittorio lo aveva conosciuto da bambino, poi era stato arrestato e non si erano più visti. Nel 1942, quando i suoi gli avevano scritto della morte del padre di Primo, Cesare, Vittorio aveva risposto parlando di Primo e Anna Maria, «i cuginetti botticelliani, angeli senza ali, coi soliti incerti confini tra l’angelicità e la mediocrità. Esiste un fondato sospetto che nel Paradiso terrestre gli angeli andassero a quattro gambe... Ricordo Anna Maria bambina, era riconoscibile una doppia possibilità di sviluppo: o in una inverosimile scialbezza o in una singolarissima spirituale originalità: le probabilità sembravano allora addensarsi sulla prima ipotesi. Il ragazzo era allora troppo timido, ma sono passati tanti anni. Per Anna Maria si realizzò la seconda ipotesi».

Si vedevano poco, Vittorio e Primo, ma mantenevano un dialogo profondo. Quando uscì I sommersi e i salvati Vittorio andò a Torino apposta per parlargli della zona grigia, su cui aveva dei dubbi. Non ricordo che mio padre me ne abbia parlato, ma lo leggo in un dialogo di Vittorio con Carlo Ginzburg, pubblicato da Feltrinelli nel 2003. Negli ultimi anni della vita di Levi, credo che si telefonassero e si parlassero spesso. Ricordo di essere stata presente ad una lunga telefonata fra loro pochi giorni prima della morte di Primo.