La Resistenza
Mio padre della Resistenza ha raccontato pochissimo, anche se l’ha definita il punto alto della sua vita. Quando raccontava, erano soprattutto le storie che riguardavano Lisa; di sé e di quello che ha fatto non diceva quasi nulla. Anche per Lisa la Resistenza era stato un punto alto, ma lei ne parlava molto, sia a voce in famiglia sia poi, da vecchia, nella sua autobiografia. Erano in genere racconti più avventurosi che tragici, il più drammatico è quello dell’arresto in Val Pellice di Willy Jervis, nel marzo 1944. Dovevano incontrarsi e lo vide da lontano arrivare in motocicletta sulla strada. Stava per fargli un cenno quando si accorse che Jervis guardava fisso davanti a sé e vide sulla moto, dietro di lui, un SS che gli puntava una pistola alla nuca. L’SS non era un tedesco, ma un italiano del battaglione di SS italiane Debica. Jervis fu fucilato dopo mesi di torture, nella piazza di Villar Pellice.
Credo che mia madre sia stata molto segnata da quella morte. Nel suo libro scrive che nonostante il dolore, le persecuzioni e la morte erano state messe in conto e facevano parte della vita quotidiana. Eppure, la nonna diceva sempre che Lisetta con la guerra partigiana era molto cambiata e aveva perso la sua spensieratezza.
Mia madre sapeva sparare e nel dopoguerra ha avuto il titolo di «partigiana combattente», ma la sua Resistenza non è stata una resistenza armata. Ciclostile, trasporto di materiale clandestino, a volte anche di armi. Con Giorgio Spini smontavano e rimontavano mitra, me lo ha ricordato tutto felice lui ad un convegno. E sembra che dopo la mia nascita qualche arma sia anche stata trasportata nella mia carrozzina, sotto le mie copertine. Si muoveva, Lisa, tra Torino, Milano, e la Val Pellice. I suoi compiti erano di quelli che venivano affidati preferibilmente alle donne, che suscitavano meno sospetti degli uomini. E poi, il gioco dei ruoli, gli uomini combattevano, le donne aiutavano. Ma i rischi erano comunque altissimi. Una volta lei e una sua amica si fecero aiutare da un soldato tedesco che passò loro dal finestrino del treno una valigia pesantissima. Erano belle ragazze e poi mia madre parlava un po’ di tedesco. Ma cosa c’è in questa valigia?, domandò il tedesco mentre gliela passava. Pensava, immagino, alla borsa nera. «Armi, naturalmente», rispose mia madre. Grande risata del soldato e delle due ragazze. Ed armi infatti erano, sia pur smontate, e la valigia non era nemmeno chiusa a chiave. Credo che, in un suo modo tutto particolare e privo di retorica, mia madre amasse il rischio.

Nonostante la sua disinvoltura e il suo sangue freddo, Lisetta fu arrestata nell’agosto 1944. Era, all’epoca, incinta di me. Fu arrestata non dai nazisti, ma da una banda di fascisti irregolari, che avevano già agito a Roma e a Firenze: la banda Koch. A Milano si erano stabiliti in una villa, detta Villa Triste: là portavano i partigiani arrestati, là li torturavano, nelle cantine della villa. A Milano agivano alle dirette dipendenze di Mussolini, mentre a Roma erano stati agli ordini di Kappler. Mia madre non fu torturata, si prese solo uno schiaffone da Koch. Lei ne raccontava con calma, senza enfasi, ma la prigionia là dentro, con la prospettiva della deportazione, deve essere stata un’esperienza molto dura.
Ad un certo punto, la banda Koch mandò al CLN la proposta di scambiare le due donne incinte prigioniere, Lisa appunto ed una sua amica, Carla Badiali, con dei fascisti di Salò prigionieri della Resistenza. Il CLN decise per il no – si era deciso in casi del genere di non trattare – ed inviò Vittorio ad esprimere il rifiuto ai due prigionieri lasciati uscire da Villa Triste per avere la risposta, uno dei quali, blu dalle botte, era Nahmias, il marito di Carla Badiali. I due prigionieri tornarono a Villa Triste con una risposta negativa. A Lisetta e Carla si apriva la strada della deportazione. È assai probabile che, come donne, sarebbero state mandate nel lager femminile di Ravensbrück dove, se pure fossero sopravvissute, avrebbero comunque perso i due bambini, che non sarebbero nati oppure sarebbero stati lasciati morire di fame e di sete.
Vittorio era molto provato dal fatto di essere stato proprio lui a rifiutare lo scambio e a condannare implicitamente sua moglie incinta alla deportazione. Si fermò da un’amica partigiana, Lucia Corti, e le raccontò tutto. Lucia tacque, c’era poco da dire per consolarlo, ma mise sul grammofono l’Eroica di Beethoven. L’ascoltarono in silenzio. Per tentare comunque di salvare le due donne, il CLN si rivolse all’arcivescovo di Milano, il cardinal Schuster. Con ogni probabilità gli devo la vita. Schuster infatti segnalò alle autorità tedesche lo scandalo di questo centro di tortura gestito da irregolari. Un ufficiale medico tedesco andò a visitare le due donne e dichiarò che in tali condizioni non potevano restare là. Mia madre diceva sempre che era stato il primo volto umano che vedeva da quando era a Villa Triste. Più tardi la banda sarebbe stata sciolta dagli stessi fascisti, i loro prigionieri trasferiti a San Vittore e i membri della banda arrestati, e sia pure per pochi giorni detenuti là anche loro.
Lisetta e Carla Badiali furono trasferite dal carcere in una clinica. Là erano piantonate, ma un gruppo di partigiani armati le fece fuggire scalze e in camicia da notte. A ideare e organizzare la fuga era stata Gigliola Spinelli, più tardi moglie di Franco Venturi, una donna straordinaria e coraggiosa fino alla temerarietà. Sul treno per Torino, mia madre era travestita da crocerossina, ma si era messa male la cuffia e tutti la guardavano. Per fortuna, non ci furono conseguenze. Prima di partire per Milano, però, passarono la notte da Lucia Corti. Senza dire una parola, Lucia mise di nuovo sul grammofono l’Eroica. Ritorna, attraverso Beethoven, il filo conduttore dell’eroismo che mi ha accompagnata da bambina e da ragazza. Quando Lisa morì, la mattina in cui sapevo che sarebbe stata cremata ascoltai l’Eroica.
Pensando al cardinal Schuster che fa cessare lo scandalo di Villa Triste, mi viene alla mente la questione dei giusti, su cui oggi molto ci si arrovella. Schuster, beatificato dalla Chiesa e candidato alla santità, ha una storia fascista fino al 1938. Durante la guerra è un sottilissimo negoziatore che tratta con tutte le parti: il CLN, i repubblichini, i tedeschi. Nell’aprile 1945 offre ospitalità a Mussolini che preferisce fuggire coi tedeschi. Ma è anche, e su questo la storiografia è concorde, colui che, per proteggere gli ebrei, stringe accordi con il cardinal Fossati, arcivescovo di Torino, e con il suo segretario Barale, affidando il compito di creare una rete di salvataggio a Milano ad un laico, l’avvocato cattolico Giuseppe Sala. Come il cardinal Boetto a Genova, il cardinal Dalla Costa a Firenze, il cardinal Santin a Trieste. Stiamo parlando delle più alte gerarchie ecclesiastiche. Senza contare le migliaia di ebrei salvati a Roma. Poi ci sono i tanti che dal basso, parroci o laici, hanno aiutato gli ebrei e i partigiani, hanno salvato vite a rischio della propria vita.
Sembra quasi che parlare di «giusti» porti a sostenere la tesi degli «italiani brava gente». Ma perché? Certo che gli italiani non erano brava gente. Hanno compiuto azioni inenarrabili in Libia e in Etiopia. Per citare un solo esempio, in Etiopia nel 1937 il maresciallo Graziani ha fatto fucilare duemila monaci del monastero di Debra Libanos. Non c’è male, per un esponente di un regime che amava sottolineare le sue radici cristiane. Gli italiani della Repubblica di Salò, nel 1943, hanno preso direttamente in mano la cattura degli ebrei in Italia. Li hanno braccati, hanno creato una rete di piccoli e piccolissimi campi di concentramento, li hanno imprigionati e consegnati ai tedeschi. È vero che in Italia ci furono tanti delatori ma è anche vero che ci furono molti salvatori. Indipendentemente dal riconoscimento, credo che possiamo definirli «giusti». Parlare dei giusti sembra a qualcuno buonismo, termine che mi ricorda il «pietismo» di cui nel 1938 erano accusati quegli italiani che si mostravano amici degli ebrei. Quasi la generosità, la bontà, fossero un difetto.
Dopo la fuga di mia madre da San Vittore, i miei andarono a Torino, dove la vita riprese come sempre. Avevano documenti falsi, e passavano da una casa all’altra: case vuote di persone sfollate o di compagni della Resistenza che le avevano lasciate. Che i tedeschi e con loro i fascisti avessero perso era ormai evidente, e molti cercavano di acquistarsi meriti in vista della vittoria degli Alleati. Ma i colpi di coda del regime erano frequenti e durissimi. Due volte Lisetta rischiò di essere arrestata: la prima fu salvata dalla portinaia, la seconda riuscì a fuggire. In una delle due occasioni fu Aldo Visalberghi a dare ai nazisti l’indirizzo della casa in cui vivevano. Si trattò di un equivoco. La casa, che era quella di Salvatorelli, era «bruciata», come si diceva in gergo, ma Lisa e Vittorio pensarono che ormai fosse di nuovo sicura e vi si erano stabiliti. Solo che Visalberghi, che era stato arrestato, non lo sapeva e dopo essere stato picchiato per giorni diede un indirizzo dove credeva non vi fosse nessuno. Me lo raccontò lui una sera, durante un convegno: «Lo sa che io ho rischiato di farla ammazzare?», mi disse. In quell’occasione i nazisti rubarono il mio corredino: sarà andato a qualche biondo bimbo tedesco, ma le signore di Torino, quelle troppo vecchie per combattere ma non per sferruzzare, me lo rifecero.

Nacqui alle Molinette, in una sorta di semiclandestinità, dico «semi» perché erano in molti a sapere. Alle Molinette, mia madre aveva una camera con bagno in cui gli amici partigiani passavano a farsi un bagno caldo. Mi dettero però un nome falso: come accennato, fui denunciata come Annalisa Rizzini.
Quello del 1944 era un inverno molto freddo e i miei mi scaldavano col fiato. Dormivo in un cassetto, mi è stato raccontato, e da piccola credevo che la sera chiudessero il cassetto con me dentro, una cosa di cui, con i tipici timori dei bambini, non ho mai osato chiedere conferma. Erano nascosti a Torino anche i miei nonni Foa, muniti di falsi documenti di identità fornitigli dalla Resistenza. Vivevano in una pensione, insieme a sfollati e non ebrei. Talvolta il nonno dimenticava di rispondere quando lo chiamavano con il suo falso nome, un classico di queste situazioni. Dopo la Liberazione, scoprirono che tutti nella pensione sapevano o immaginavano che loro fossero ebrei.
In marzo, morì la mia bisnonna Emilia, la madre di nonna Lelia. Mi avevano portata, prima che morisse, a conoscerla. Era a casa sua, immobilizzata a letto, e mia nonna, sua figlia, la accudiva durante il giorno, sempre col terrore che arrivassero i nazisti, che l’avevano già cercata. Era una donna molto notevole, generosa e forte, tenera e intelligente, molto amata da tutti in famiglia. In onore suo, durante la clandestinità negli anni Trenta, mio padre aveva adottato il nome di Emiliano. Sono felice che abbiano fatto in tempo a portarmi a conoscerla. Che la guerra stesse finendo lo sapevano tutti, ma era ancora carica di lutti e di morti. Molti di quelli che erano stati fascisti si preparavano a passare armi e bagagli all’antifascismo. Uno di loro mi faceva arrivare il latte tutti i giorni, perché mia madre in quella situazione non ne aveva. Era un industriale, di lui si diceva che fosse un figlio naturale di Mussolini tanto gli assomigliava. Quel latte, che mi nutriva, stava sbiancando la sua vita.
Nei giorni dell’insurrezione, mia madre era a Torino con i suoi genitori e me, Vittorio invece era a Milano. Il 25 aprile era con il gruppo dirigente del CLN in una trattoria, e lì una telefonata li avvertì che a Genova era iniziata l’insurrezione, che subito si allargò a Torino e a Milano. Il 30 aprile, Vittorio era sul palco, in piazza Duomo, insieme con i rappresentanti degli Alleati, a celebrare la vittoria, a nome del CLNAI (Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia). La piazza era gremita. Era magrissimo, vestito di scuro, giacca e cravatta, ho visto un video senza audio che lo registra, parla alla folla e poi prende un lembo della bandiera italiana e se lo porta alle labbra per baciarlo. Un gesto ritualizzato che sembra essergli famigliare. Ogni volta che lo guardo ho un brivido.
Come ho già detto, mio padre in casa non parlava molto degli anni della Resistenza. Del suo lavoro come dirigente del CLN raccontava poco. Per comprenderlo, ho dovuto passare attraverso le cose che ha scritto, e vi ho riflettuto soprattutto negli ultimi anni, dopo la sua morte. Per lui, nel contesto della sua vita, la Resistenza era il naturale proseguimento della vita in carcere, il suo vero «punto alto» della sua esistenza, credo. Per lui, nel suo ruolo di dirigente partigiano, si trattava soprattutto di pensare al dopo, fin dal primo momento, da quel 17 settembre del 1943, data del Memoriale scritto insieme a Giorgio Diena. Si trattava di immaginare una società diversa da quella prefascista e non solo da quella fascista, ed anche molto diversa da quella che immaginavano i comunisti, stretti fra l’obbedienza all’URSS e la via italiana progettata da Togliatti ed attuata con l’alleanza con la DC. Un’ipotesi, questa, tutta azionista e già in qualche misura tramontata nell’autunno del 1944, quando con i suoi compagni di partito, Valiani, Lombardi, Parri, per non citare che i più importanti, avevano avuto la sensazione che gli spazi si fossero quanto mai ristretti. E se Lisa raccontava di mitra smontati e di SS beffate dalle sue fughe, lui racconta, nei suoi libri, di riflessioni e articoli che prospettavano il dopo, e del tramonto di queste prospettive. L’autunno del 1944, negli stessi giorni dell’arresto di Lisa, segna questo momento di ripiegamento. Dei mesi successivi a quello scorcio del 1944, mio padre scrive come di un periodo grigio e tranquillo, che sfocia nella Liberazione e nell’entusiasmo e poi nella ripresa della politica, con i suoi ideali e i suoi compromessi.
Durante quei giorni di confusione dopo il 25 aprile, quando già tutto era finito e i gerarchi fascisti erano stati impiccati a piazzale Loreto, un compagno della Resistenza gli comunicò l’esecuzione, su ordine e sentenza del CLN, avvenuta il 30 aprile, degli attori Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, che della banda Koch avevano fatto parte. Koch si era salvato perché in fuga, ma solo per essere fucilato a Roma, a Forte Braschi, il 5 giugno 1945, in seguito ad una sentenza dell’Alta Corte di Giustizia, una delle quattro sentenze capitali emanate a Roma dall’Alta Corte. La notizia della fucilazione di Valenti e Ferida toccava Vittorio da vicino. I due attori, divi dei telefoni bianchi avevano aderito a Salò seguendo Cinecittà nel suo spostamento a Venezia, dopo l’armistizio, ed erano entrati a far parte della banda Koch, partecipando alle attività di tortura nella sede milanese di Villa Triste.
Un paio di volte, nel dopoguerra, negli anni Ottanta e poi intorno al 2000, si è cercato di far apparire la loro fucilazione come un’ingiustizia. La povera Ferida, bella ma non troppo intelligente, avrebbe seguito il suo amante a Villa Triste, e là i due avrebbero cercato di proteggere i detenuti e non di far loro del male. La giustificazione regge poco. Se anche i due si fossero astenuti dal partecipare alle torture – ma dalle testimonianze non sembra proprio così – facevano comunque parte di una banda di sequestratori di partigiani che dopo averli torturati negli interrogatori li mandava in deportazione, cioè alla morte. Lisa, che essendo appassionata di cinema non poteva non aver riconosciuto Luisa Ferida, ricordava bene i due a Villa Triste, fatti di cocaina, lui che picchiava e lei che assisteva alle torture. Quando qualcuno ha scritto per sostenere la sublimità della loro partecipazione soprattutto estetica alle torture, Lisa ha risposto: «Ma guarda un po’, noi che stavamo di sotto, nelle cantine di quella villa di via Paolo Uccello, così fissati sui nostri problemi di sopravvivenza fisica, non ci siamo accorti del dramma di questi due personaggi che arrivavano su macchine fuori serie, prendevano la cocaina, banchettavano nei piani superiori e poi si divertivano a torturare o a veder torturare la gente». La prossima volta, prometteva, ci farò più attenzione.
Questo mi riporta alla vexata quaestio di piazzale Loreto. Quando ero già grandina, incontrammo per caso, come sempre in una vacanza in montagna, Walter Audisio, il colonnello Valerio, colui che comandò il plotone d’esecuzione di Mussolini. Vittorio poi mi disse: «Vedi, se lui non lo avesse ucciso, oggi Mussolini sarebbe deputato al posto suo, come esponente dell’MSI». Allora mi stupii. Vittorio, pur non approvando la macabra esposizione del corpo del duce a piazzale Loreto, pensava che la sua fucilazione fosse stata una cosa giusta. Non approvava neanche il linciaggio di Carretta, il direttore di Regina Coeli, ma scrisse di lui che era «una gelida canaglia». E quando, suggestionata anch’io dalla vulgata che sosteneva che i nazisti prima delle Fosse Ardeatine avevano chiesto ai partigiani di consegnarsi (ma Sandro Portelli ha dimostrato, documenti alla mano, che ai partigiani non fu rivolta nessuna simile richiesta e che la rappresaglia fu attuata immediatamente) gli chiesi perché non lo avevano fatto, mi rispose: «Se lo avessero fatto non ci sarebbe più stata opposizione armata al nazismo». Non poteva pensarla diversamente: era stato lui, del resto, a portare a Koch la risposta all’offerta di trattative quando Lisetta era detenuta a Villa Triste e di quel rifiuto era profondamente convinto.
Quanto a via Rasella, Vittorio ricorda nelle sue memorie la discussione che ci fu nel CLN dell’Alta Italia sulla «selezione degli obiettivi e degli strumenti» e «sulla grande difficoltà di fissare [...] una demarcazione precisa su ciò che si deve e ciò che non si deve fare» e scrive: «Ma cosa pensare della violenza sugli altri che provoca rappresaglie su cittadini innocenti? È anche il caso di via Rasella e delle Fosse Ardeatine... Su via Rasella dalla nostra parte non si è parlato e non si parla. È un tabù. Io stesso ne sono coinvolto: adesso è la prima volta che ne parlo. Perché questo tabù? Per la stima che abbiamo delle persone che hanno eseguito quell’azione e il rispetto per la memoria di chi l’ha organizzata? [...] Forse quel tabù dovrebbe essere bucato». Fu coraggioso a scriverlo, mentre la difesa dell’attentato di via Rasella era ormai diventata simbolica della difesa della Resistenza nel suo insieme contro tutti i suoi detrattori. E lui era forse uno dei pochi che poteva parlare così. Ma la sua suggestione non fu raccolta da nessuno di quelli a cui era indirizzata.
Quando penso agli anni della guerra e a quelli del periodo precedente – per Vittorio gli anni prima del suo arresto – mi vengono sempre in mente le montagne. Mille ricordi dei miei genitori, dei miei nonni e dei loro amici erano legati alla montagna. I Giua andavano in Valtournenche, soprattutto a Torgnon, luogo poi prediletto della mia adolescenza e dell’infanzia di mio figlio. I Foa, dal 1925 in poi, non mancavano mai di andare tutte le estati a Cogne. Lo racconta mio padre in un librino, Sulle montagne. Cogne era un luogo particolare, molto affascinante, vicino all’alta montagna, ai bordi del Parco del Gran Paradiso dove saltellavano i camosci. E poi, la Val Pellice, altro luogo mitico, culla della minoranza valdese, combattiva e fiera, che si era conquistata l’emancipazione insieme agli ebrei nel 1848. Nel 1943 si riempì di antifascisti e di ebrei: nella tipografia Alpina, proprio di fronte ad una caserma fascista, si stampavano molti dei giornali clandestini, le case di Torre Pellice – casa Rollier, casa Malan, casa Jervis – divennero luoghi di riunione e di rifugio. Tutti, nel loro mondo, ebrei e non ebrei, passavano almeno un mese dell’estate in montagna. Mia nonna Lelia, con il suo sarcasmo, diceva: «La montagna? Un ruscello, molti alberi, tanti antifascisti e tantissimi ebrei».
Vittorio non era un alpinista: camminava molto ma non arrampicava. Lisetta invece faceva alpinismo: nel 1941 scalò il Cervino; diceva che era una cosa tranquilla, priva di pericoli, ma la nonna, che in quell’anno aveva appena perso il suo secondo figlio, Franco, la visse come un abbandono: l’unica figlia che le era rimasta metteva in pericolo la propria vita per una scalata. Eppure, ricorda Vittorio, che lo vedeva in carcere nelle ore d’aria, il nonno Giua era al tempo stesso fiero e preoccupato delle imprese alpinistiche di sua figlia Lisetta.
A Cogne siamo tornati nella vecchiaia di mio padre. Ci passava un mese d’estate, con Sesa, la sua nuova compagna, e a volte lo raggiungeva sua sorella Anna, in volo da Boston nonostante i suoi novant’anni. Per qualche giorno lo raggiungevo anch’io e a volte mia sorella Bettina. C’erano anche là tanti amici, alcuni recenti, altri presenze care del passato, come Giuliana Lattes, Carla Guidetti Serra e Anna Maria Levi. Cogne era di una bellezza lancinante, con i ghiacciai così vicini e alla cui base si poteva addirittura arrivare in macchina. Ho sempre percepito Cogne come un luogo fuori dall’ordinario, che apparteneva alla generazione di mio padre e non alla mia, da cui mi sentivo un po’ esclusa. Poi, quando Vittorio diventò troppo vecchio per stare tanto in alto, andammo per qualche anno a Morgex, nel fondovalle. Ma non si accontentava di restare là e a volte lo portavamo in Val Ferret o in Val Vény, alla base dei grandi ghiacciai. Guidavo io la macchina, a passo d’uomo per non fargli sentire troppo il dislivello d’altezza. Dalla casa dove abitavamo a Morgex si vedeva il Monte Bianco, e ricordo che lui, che era quasi cieco, restava a lungo seduto guardando in quella direzione e ci diceva che, anche se non ci vedeva più, il Monte Bianco riusciva a vederlo.