Per i morti di Reggio Emilia

Il Sessanta è un altro spartiacque. Il luglio di quell’anno lo ricordo bene, e ricordo bene anche il senso di cambiamento, di nuovo, che fece irruzione nelle nostre vite, nella famiglia, tra gli amici. Era al governo un monocolore democristiano, diretto da Tambroni, che aveva ottenuto la fiducia grazie al voto favorevole dei parlamentari del MSI. Nel giugno il MSI decise di tenere il suo congresso a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Le reazioni furono molto forti e sfociarono in grandi manifestazioni di protesta, a cui parteciparono molti giovanissimi: i cosiddetti ragazzi con le magliette a strisce. Si inneggiava a una nuova Resistenza. La repressione della polizia fu durissima, mentre le manifestazioni si estendevano in molta parte d’Italia: a Roma, dove ci furono scontri violenti a Porta San Paolo; a Reggio Emilia, dove morirono sotto il fuoco della polizia cinque manifestanti, a Catania e a Palermo. Il 19 luglio, Tambroni dava le dimissioni, aprendo così la strada al futuro centro-sinistra. «Compagno cittadino fratello partigiano / teniamoci per mano in questi giorni tristi / Di nuovo a Reggio Emilia di nuovo là in Sicilia / son morti dei compagni per mano dei fascisti», erano le parole di Fausto Amodei che cantavamo sulla musica dei Cantacronache.

All’epoca Vittorio era stato rieletto deputato e lavorava di nuovo alla CGIL, dopo essere stato due anni a dirigere la FIOM nazionale. Ho un ricordo netto di una cena a casa nostra con Carlo Levi e Italo Calvino, dopo quel luglio, di Calvino che raccontava delle biglie buttate tra le zampe dei cavalli per fermarli durante le cariche della polizia a cavallo. Mi bevevo le sue parole, perché avevo appena fatto anch’io un’esperienza simile: la carica guidata dai carabinieri di Piero D’Inzeo a Porta San Paolo. Era la mia prima manifestazione e ci andai con un’amica francese della mia età che era nostra ospite. Uscimmo di casa molto presto perché avevamo sentito alla radio che la manifestazione era stata vietata e decidemmo di muoverci prima che mio padre telefonasse dicendo di non farci uscire. Avevo quindici anni. Nel bel mezzo delle prime cariche si materializzò mia madre, immagino che fosse venuta a vegliare sulla mia amica più che su di me, ma non ci proibì di restare, solo ci fece da guida durante le cariche. Sapeva muoversi con leggerezza e velocità, eravamo riparati in un portone e poi, prima che succedesse alcunché, lei diceva muoviamoci, e un minuto dopo chi stava lì era rastrellato dalla polizia. Passammo fra le zampe dei cavalli, ricordo la mia paura. La mia amica, Michèle, figlia del rettore dell’Università di Bordeaux, salutava col pugno chiuso gli arrestati che passavano nei camion, e mia madre le tirava giù con delicatezza la mano. Finito tutto, ci portò fuori a cena. Le sono sempre rimasta grata di come si è comportata con noi quel giorno.

Dopo allora, il clima divenne ovunque, e naturalmente anche a casa nostra, molto più politicizzato. Renzo, quattordicenne, era tra i fondatori di un movimento di studenti, Nuova Resistenza. Io leggevo libri di politica, credo di aver cominciato a leggere Marx, e mi preparavo a quella che fu la mia unica esperienza politica in tutta la vita, nove mesi in una sezione giovanile del PCI da cui poi fui espulsa per frazionismo, in sostanza perché trotzkista. Ero un po’ esaltata e consideravo che la politica nella vita fosse tutto, che la vita potesse essere vissuta solo facendo politica. Cantavamo i canti dei partigiani e le canzoni dei Cantacronache, e anche Renzo aveva smesso di ascoltare l’Eroica, che da piccolo ascoltava ossessivamente. Non avevamo la televisione, non l’avevamo mai avuta, e talvolta andavamo a vederla dagli amici. La prima cosa che fece mio fratello, quando più tardi si sposò e uscì di casa, fu comprarsene una. Mia madre lavorava in quegli anni con Togliatti, a «Rinascita» dove curava le pagine di politica internazionale. Con Togliatti andava molto d’accordo, si stimavano reciprocamente. Dopo la sua morte, lasciò il giornale su due piedi, senza aspettare di esserne cacciata. Anche Vittorio amava definirsi «togliattiano», in Togliatti vedeva l’immagine di un comunismo che era di fatto un centrismo, un comunismo riflessivo capace di aspetti critici verso lo stalinismo.

In quegli anni fra la destalinizzazione e i carri armati di Praga il tema del comunismo era in varie forme forse il tema dominante nella sinistra e a casa mia si respirava nell’aria dal mattino alla sera. Le sfumature erano tante, si cominciavano a leggere, o a rileggere, i dissidenti, e mia madre ne aveva sempre uno in tasca. Deutscher, Victor Serge, Bucharin. Ma non Arcipelago Gulag di Solženicyn, uscito però più tardi, nel 1974 e molto criticato anche dalla sinistra non ortodossa. I dissidenti che si leggevano a casa nostra, all’epoca, erano interni, in un modo o nell’altro, alla sinistra e Arcipelago Gulag non lo era. Era finita l’epoca in cui a noi bambini venivano taciute le ragioni della destalinizzazione, forse perché eravamo cresciuti, ma forse anche perché dopo il Sessanta il clima era cambiato davvero. Con lo sguardo di oggi i tempi sono ravvicinati, allora mi sembrava che i processi ci mettessero un’infinità di tempo a mettersi in moto e a maturare. E si avvicinava il Sessantotto, che avrebbe di nuovo cambiato tutto.

Per me ci fu però una sorta di pre-Sessantotto, i mesi nella gioventù comunista a Roma, nel 1962, in cui io divenni segretaria della sezione giovanile di Campo Marzio. I «vecchi» della sezione erano per lo più artigiani, e noi facemmo una battaglia a favore degli apprendisti, che consideravamo sfruttati. Potete immaginarvi la gioia di quei vecchi artigiani comunisti. Una volta invitammo a parlare per la CGIL Bruno Trentin e lo attaccammo con scarsa considerazione per la sua qualità di ospite. Scoprimmo anche l’esistenza dei curdi e iniziammo una battaglia a favore di questa minoranza dimenticata. Se ripenso a quei mesi, ricordo soprattutto di essermi molto divertita, in fondo avevo solo diciassette anni. Nel giugno, andai a Torino in occasione dello sciopero generale dei metalmeccanici e feci il picchettaggio alla FIAT: gli operai scendevano in piazza per la prima volta da anni. Il clima era esaltante, ma i miei mi spedirono subito a Parigi, come un tempo si faceva con le ragazze che avevano un fidanzato inadatto. I fatti di piazza Statuto li seppi poi tramite una lettera di mio padre: scontri durati due giorni fra giovani operai e polizia, sconfessati dal sindacato che li definì opera di fascisti e provocatori. Vittorio si schierò sostanzialmente con questa posizione, anche se ricordo che la sua lettera era un po’ imbarazzata. Nell’agosto, ero in Val d’Aosta con i miei, andammo tutti e tre a trovare Togliatti a Cogne. Mia madre gli aveva telefonato prima per chiedergli se poteva portare anche me. Togliatti mi accolse con gentilezza e mi chiese, ad un certo punto: «Che cosa pensa questa giovane rivoluzionaria del fatto che il segretario del suo partito si diletta di letture così frivole?», mostrandomi aperto sul tavolo un volume delle edizioni La Pléiade dei Tre moschettieri di Dumas. Per me era un invito a nozze perché amavo enormemente Dumas. «Ma è una lettura serissima – esclamai assolvendolo – e per di più nell’edizione critica della Pléiade!». Finì che discutemmo a lungo della possibilità che Anna d’Austria, regina di Francia, fosse l’amante del duca di Buckingham. Quando ce ne andammo, mio padre mi chiese cosa ne pensassi. «Simpatico – risposi tornando ragazzina – sembra un po’ il preside».

Nel settembre 1962 fui espulsa dalla Gioventù comunista per «incompatibilità politica e frazionismo». A favore della mia espulsione però, in sezione, paradossalmente, votarono solo mio fratello e un mio lontano cugino, Piero Bloch. Con Lisa, dopo quel momento di empatia nel 1960 a Porta San Paolo, parlavo poco di politica. Cerco adesso di capire come dovesse sentirsi: militava in un partito pieno di ambiguità, sempre più consapevole e sempre più critica, ma necessariamente attenta alle posizioni che prendeva. La sua era una battaglia seria. Scriveva di URSS, traduceva Bucharin. E «Rinascita» era una gran bella rivista. Non c’era da stupirsi che si comportasse con me come con una figlia adolescente illusa di fare la rivoluzione. Un giorno che io parlavo di Trockij con il fervore di un’innamorata, mi disse seccamente: «Se Trockij avesse vinto, non sarebbe stato migliore di Stalin, forse peggiore». Se me lo ricordo ancora è segno che mi deve essere rimasto qualcosa dentro, anche se sul momento scrollai le spalle. In quella breve parabola estremista ebbi invece molto maggior supporto da mio padre, che cercò di essermi vicino e di mantenere un dialogo con me. Solo pochi anni dopo, a diventare «estremisti» sarebbero stati loro, soprattutto mia madre, mentre io, ormai fuori di casa e a mia volta madre di un bambino piccolo, oltre che impegnata a laurearmi, mi sarei tenuta ai margini, anche se con non poca invidia.