32. IL PALAZZO INCANTATO (IV)

 

 

Ora so che il Palazzo incantato è una prigione da cui nessuno di noi può sottrarsi, io e Clara meno di tutti; il Palazzo esisteva prima di MoreLand ed esisterà sempre. Non è in un impianto neuronale né su un server remoto: è nella nostra mente, è nella mente di chi ci pensa.

Prima del nostro ultimo incontro, non vedo il mio amico da diversi anni; il motivo principale – o forse quello superficiale – è nel sorriso di Clara, nell'amore che ho riconosciuto nello sguardo di Federico, tra le modulazioni a bocca chiusa delle Canzoni senza parole.

Ma riconosco una motivazione più profonda nel senso di oppressione che mi paralizza ogni volta che cerco di mettermi in contatto con lui: è il terrore di essere costretto ancora una volta nel ruolo che mi è stato assegnato quindici anni fa.

Federico si aspetta da me che io sia la stessa persona con cui ha condiviso gli anni della formazione, la musica, persino l'amore per Clara, e questo fa di me un prigioniero della sua mente, il fantasma che si aggira per le stanze del Palazzo incantato.

Ecco perché, quando ricevo il file contenente la partitura della sua ultima Sinfonia, accompagnata da un breve messaggio, devo sopprimere l'impulso di eliminarlo e urlare.

 

S. aveva torto.

 

dice il messaggio.

A offendermi è la sua laconicità, che sottintende un discorso già iniziato, parole che sono in sospeso tra noi da oltre quindici anni. Non sopporto l'idea che il mio amico si permetta di mettere fine a dieci anni di silenzio come se non fossero passati che pochi minuti, con la sicurezza di chi non ha bisogno di altre parole.

Sono di nuovo in trappola – non ne sono mai uscito, e cosa conta la mia vita rimanente, l'amore, il matrimonio, la carriera, i figli? Nient'altro che appendici a una storia che si è conclusa dieci anni prima a Barcellona.

Con il suo messaggio il mio amico mi dice: leggi, ascolta, tu capirai cosa significa perché quel discorso non l'abbiamo mai chiuso.

E quello che mi fa più rabbia è ammettere che ha ragione.