27. FILI (I)

 

 

Pazientemente, una nota alla volta, tiro i fili della mostruosa partitura, sulla linea orizzontale della tastiera li trasformo in frammenti comprensibili del mio passato, del passato di Clara e Federico.

Qui c'è un accenno al Requiem di Faurè: Libera me domine de morte aeterna. Federico ha sempre amato la semplicità di questa preghiera del basso che viene ripresa dal coro nella parte finale.

Riduco il caleidoscopio di colori dell'orchestra al bianco e nero del mio pianoforte.

Ecco l'ostinato del clarinetto nell'aria «Love, too frequently betrayed» dal Rake's Progress (da sempre cavallo di battaglia delle argomentazioni di Federico per confutare la pretesa non espressività della musica di Stravinskij); poi la frase «Sono andati, fingevo di dormire» che Clara ha definito «il più toccante commiato di un personaggio», naturalmente riferendosi a quella vecchia incisione di Maria Callas; e ancora il tema della Pavana di Faurè, affidato ai violoncelli, mi investe come il vento tagliente tra gli alberi di Parc Güell.

Un filo mi conduce al canto a bocca chiusa della Bachiana Brasileira n.5 di Heitor Villa-Llobos.

Il padre di Clara conserva vecchie registrazioni su un supporto digitale: sono cresciuto con le esecuzioni di Stravinskij, Ravel, Villa-Llobos, Berio, incise su questi piccoli dischi argentati e riprodotte da apparecchiature imperfette. La qualità del suono è infinitamente inferiore al paragone dell'ascolto cocleare (per non parlare di uno spettacolo dal vivo su MoreLand), ma anche rispetto a registrazioni sullo stesso supporto risalenti all'inizio del XXI secolo. Eppure quelle incisioni gracchianti ci emozionano come nessun altro ascolto nelle nostre vite adulte. Ascoltare quei grandi compositori che dirigono le loro stesse opere è elettrizzante, come se fossero lì davanti a noi a indicarci una strada.

(È la stessa strada della grandezza che abbiamo intravisto quel giorno in montagna?).

Clara è ipnotizzata dalla Bachiana Brasileira n.5 diretta da Villa Llobos e cantata da Victoria de Los Angeles: una voce purissima che pare venire da un tempo remoto, come la luce intermittente di una stella lontana.

Seduti intorno a un piccolo apparecchio di riproduzione – poco più grande del disco argentato – ci lasciamo accarezzare dalla tiepida brezza estiva. Chiudo gli occhi e immagino le onde che lambiscono pigramente il bagnasciuga nella nostra Barcellona artificiale, ma per qualche motivo non condivido questa finzione con i miei amici.

Clara indossa un vestito bianco leggerissimo e reagisce al canto a bocca chiusa di Victoria de Los Angeles con lievi oscillazioni del corpo, che lasciano intravedere il reggiseno sottile e sotto due seni bianchi appena sbocciati. Mi sembra che il battito del mio cuore copra la voce di Victoria de Los Angels; mi accorgo che Federico la guarda con la bocca spalancata.

Il vero mistero è come abbiamo fatto a non contendercela per cinque anni.