14. IL PALAZZO INCANTATO (I)
Pensandoci, quel titolo vaga già nella mia mente quell’ultimo pomeriggio con il mio amico.
Clara studia da alcuni mesi la parte di Atlante nel Palazzo incantato di Luigi Rossi («Azione con musica» del 1642, in cui il ruolo del mago è affidato a un contralto e cantato da un uomo).
Del libretto di Giulio Rospigliosi mi inquieta la confusione tra i personaggi reali e le figure impersonate dal mago. Nelle prime scene Orlando si mette sulle tracce di un'Angelica rapita dal Gigante: ma se sappiamo che quell'Angelica è un'illusione, perché la ritroviamo nell'aria successiva che cerca Orlando o Sacripante o Ruggiero, o un cavaliere che possa scortarla in patria?
La realtà, che nel poema di Ariosto era assicurata dal narratore esterno, qui si frammenta nelle versioni individuali di ogni personaggio. Le voci dei cavalieri e delle amanti si sovrappongono senza la certezza che siano udite dai destinatari; in una scena Ruggiero duetta contemporaneamente con Angelica e Bradamante senza che l'una sia consapevole della presenza dell'altra. Perché Angelica non vede Bradamante? Qual è la vera eroina e quale l'illusione di Atlante? L'assenza di didascalie nel libretto non ci permette di stabilirlo.
In fin dei conti, i prigionieri del palazzo siamo noi che ascoltiamo la voce del vento:
O che lieve ingannar, chi tosto crede!
Il palazzo che Atlante ha eretto con la magia non è artificiale quanto quello che Federico ha progettato su MoreLand? E là fuori non è pieno di boriosi Astolfo che vorrebbero ricordargli quotidianamente la finzione della sua vita?
E se anche Ruggiero e gli altri paladini fossero consapevoli dell’illusione e volessero comunque tenerla in piedi? Immaginate la scena: il palazzo svanisce in una bolla di sapone e cento cavalieri, adirati, si scagliano contro l’ingenuo realista che li ha liberati dall’incanto contro la loro volontà.