1. IL PALAZZO DI ATLANTE (I)
Il pomeriggio in cui incontro per l'ultima volta il mio amico, ho l'impressione che si sia lasciato tutto alle spalle: è radioso.
Passeggiamo lungo i sentieri del parco, tra gli alberi si intravede a tratti il magnifico palazzo che ha programmato su MoreLand, e io non immagino che sia il nostro ultimo incontro.
Federico si muove con passo deciso ma leggero, come se non toccasse terra – e naturalmente è così, ma i paesaggi simulati sono da tempo talmente realistici che abbiamo bisogno di una grande concentrazione per renderci conto che i nostri piedi non stanno calpestando davvero il suolo.
E in più, quel giorno la sua leggerezza mi ha contagiato: conversa con grazia, lanciando di tanto in tanto occhiate ai rami degli alberi smossi dal vento, che filtrano un dolce sole primaverile (siamo in gennaio). Inspira con gli occhi chiusi e mi parla di Fauré – solo ora mi rendo conto che il suo passo è sostenuto dalla Pavana in fa diesis minore op. 50, che probabilmente sta ascoltando dentro di sé.
Di quel pomeriggio non ricordo il contenuto dei discorsi: ricordo il ponte sul ruscello artificiale, il vento che scuote adagio i rami, i raggi di un tiepido sole primaverile che mi scaldano la pelle, lo sguardo limpido di Federico, il passo di chi danza nell'aria; e, senza un prima né un dopo, un frammento di discorso – Capisci?, per Virgilio la felicità è fuori dalla storia. Solo coloro per cui la sorte si è già conclusa (fortuna peracta est) possono attraversare un confine oltre il quale li aspetta la felicità: la terra in cui le passioni degli uomini non hanno più significato. La felicità è disumana.
Se non attribuisco a quelle parole il significato che oggi è evidente a tutti, è perché anch'io in quel momento sono fuori dalla storia, contagiato dalla disumana leggerezza del mio amico.
È in questa terra libera da passioni che nasce la Sinfonia n.3 «Il palazzo di Atlante» di Federico Maria Tardello.