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«I telefoni sono su un software PBX.» Benton ora parla più liberamente e mi mostra il messaggio che gli ha appena mandato Lucy. «Così Lombardi poteva controllare tutti» commenta, ma non con la soddisfazione che provo io a mano a mano che emergono i fatti. «E pare che stamattina alle quattro e cinquantasette abbia ricevuto una telefonata da un numero con ID anonimo. Nessuna delle sedici linee della Double S, comprese quelle in casa sua, può ricevere chiamate da numeri con ID anonimi.»

Nei cassetti trovo coltelli da bistecche nella loro scatola di legno e un assortimento di utensili da cucina, presine e strofinacci. Ci sono i menu di alcune pizzerie e ristoranti cinesi take-away della zona, ma dubito che qualcuno abbia mai ordinato qualcosa.

«Quindi chi ha chiamato ha dovuto comporre asterisco-otto-due come tutti i comuni mortali, altrimenti non sarebbe riuscito a parlargli» continua Benton. «Lucy chiede se è un numero che conosco e, sì, so di chi è: è il cellulare di Granby. E non è l’unica volta che ha chiamato. Lucy dice che è un numero che compare spesso. Si tratta di capire quando.»

Risponde al messaggio senza più stare attento a quello che mi dice ad alta voce. Abbiamo le prove del coinvolgimento di Granby. Grazie al server della Double S, che si sta rivelando una fonte preziosissima di informazioni, non si tratta più della nostra parola contro quella di chiunque altro. Non abbiamo più semplici sospetti o prove indiziarie. Nessuno ci può accusare di travisare la terribile verità. I dati sono inconfutabili e nel mio ufficio ne abbiamo un backup. Il capo di Benton non ha idea di quello che lo aspetta.

«Marino è venuto a prendermi verso le cinque, stamattina» dico. «A quel punto la notizia del ritrovamento di un cadavere all’MIT e della sua possibile identità era già su internet. Probabilmente la telefonata di Granby a Lombardi riguardava questo.»

Altra irritante scampanellata. Benton legge il messaggio e mi dice: «Ci sono state molte telefonate tra i due, in particolare a marzo e aprile, nel periodo in cui Granby si è trasferito qui. E poi decine il mese scorso, alcune proprio nei giorni in cui sono state trovate morte Sally Carson e Julianne Goulet. Cristo». Si appoggia a un bancone della cucina. «È spaventoso, cazzo.»

«Lo sapevamo.»

«Per quale motivo può aver chiamato stanotte, se non per Gail Shipton?»

«Sai benissimo qual è la risposta.»

«Semplicissimo.» Benton ha la conferma di ciò di cui era già convinto. «Gail Shipton non doveva morire. Nessuno ha chiesto a quel pazzo di ammazzarla e Lombardi si è infuriato. Non era la prima volta, ma questa era peggio perché c’era un legame diretto fra la ragazza e la Double S. È come affidare la gestione di un bar a un etilista.»

«Nessuno affida la gestione di un bar a un etilista, a meno che non ignori che lo sia o abbia con lui un legame particolare.» Tiro fuori un coltello con una lama d’acciaio al carbonio lunga ventidue centimetri, curva, per disossare.

«Convochi il killer troppo intraprendente e l’addetta alle PR, gli offri dei cupcake e chiarisci la faccenda» dice Benton.

«Un bel rischio, se il killer è sotto l’effetto di stimolanti e ha un gran bisogno di zuccheri, è squilibrato e sta per scompensare.» Soppeso il coltello, valutandone l’equilibrio, e sento attraverso il guanto la forma del manico liscio ed elegante.

Non è adatto per uccidere una persona. Quando lo ripongo nel ceppo, fa un leggero sibilo nello scivolare dentro l’apposita fessura.

«Naturalmente bisogna che il cuoco verifichi se manca qualcosa.» Non occorre che esamini altri coltelli nella cucina di Dominic Lombardi. «Uno qualsiasi di questi può provocare lesioni mortali.»

«Ma non è questa l’arma del delitto» dice Benton e anch’io scuoto la testa.

L’arma del delitto non ha nulla in comune con questi utensili da cucina. È un oggetto inconsueto, una rarità, e mentre scatto altre foto spiego che la lama che stiamo cercando è corta e stretta, con un solo filo tagliente, un angolo smusso e forse con la punta arrotondata e storta, piegata.

«Questo in base ai solchi poco profondi, con i margini abrasi e piccoli lembi di pelle sollevata che corrono paralleli ai tagli principali» aggiungo. «E le tracce ematiche su uno strofinaccio che ha usato per pulire il coltello fanno pensare a una lama ricurva che potrebbe avere delle sbavature, perché si notano dei fili tirati nello strofinaccio. I coltelli di solito non hanno sbavature, a meno che non siano stati affilati più volte.»

Un’altra scampanellata e un altro lungo messaggio di Lucy, che informa Benton che la seconda moglie di Lombardi trascorre lunghi periodi alle Isole Vergini, dove hanno sede numerose società intestate al marito. Lucy ha il sospetto che siano società fittizie. Nell’elenco figurano gallerie d’arte, centri termali di lusso, negozi, hotel, imprese di costruzioni e di sviluppo immobiliare.

«Attività che si prestano al riciclaggio di denaro sporco e probabilmente al traffico di sostanze stupefacenti» suggerisce Benton. «Forse anche laboratori dove vengono prodotte le droghe sintetiche, qui o all’estero.»

Apre la porta di un bagno di servizio con lavabo e WC e, sul davanzale, una pila di riviste di cucina. “Bon appétit”, “Gourmande!”, “Yam”. Letture dei momenti liberi dello chef francese, che improvvisamente si ritrova disoccupato. E di cuochi come lui ce ne sono a bizzeffe, se tornasse a Parigi, dove la moglie sta con un altro e i figli non sanno che farsene di lui. “Tout est perdu. Je suis foutu” ha detto a Benton mentre faceva il suo giro non autorizzato con Marino.

Saliamo alcuni gradini rivestiti di moquette – quattro, per la precisione – e arriviamo su un pianerottolo con applique di cristallo alle pareti in stucco veneziano. Immagino Lombardi che salendo le scale si ferma in questo punto a riposare o a riprendere fiato, tenendosi alla ringhiera con le mani tozze, il diamante al mignolo destro e il cinturino d’oro massiccio dell’orologio che tintinna contro il metallo. Girare per la proprietà e salire in camera da letto non doveva essere facile per lui, grasso e appesantito com’era.

Benton apre un’altra porta, che non è chiusa a chiave perché così l’ha lasciata lui stesso poco fa, ed entriamo in una stanza enorme, piena di mobili antichi italiani in legno pregiato, con elaborate modanature e rilievi dorati alle pareti e sul soffitto. Un lampadario in vetro di Murano con due ordini di frutti multicolori pende dal soffitto, dove è riprodotto l’affresco della Creazione di Adamo di Michelangelo. Ai piedi di un letto degno di un re c’è un divano rotondo da conversazione rivestito di raso dorato. La testiera del letto è alta più di un metro e mezzo, rosso vivace con foglie di acanto dorate.

Vedo uno scrittoio in stile Rinascimento fiorentino, con una poltrona che sembra un trono dove Lombardi sicuramente non si sedeva mai, data la sua considerevole mole; il comò veneziano con lo specchio deve aver riflesso il suo malumore e la sua annoiata sazietà ogni volta che apriva un cassetto. Le tende alle finestre a tutta altezza sono di velluto cremisi con intricati ricami d’oro e d’argento e, spingendo da una parte un pannello, vedo che sono foderate di seta dorata, pesante e morbida al tatto. Guardo il panorama di quel suo mondo esagerato, dove tutto aveva un prezzo e probabilmente nulla aveva un significato, pagato con il sangue e le sofferenze di tutti coloro a cui Lombardi riusciva a estorcere qualcosa, che si trattasse di sesso, omicidi o denaro in cambio di droghe sintetiche che portano alla pazzia e alla morte.

Nella notte nebbiosa sono a malapena visibili le gallerie, non illuminate, che mettono in comunicazione i vari edifici, e non ci sono luci nemmeno nel centro benessere. Noto per la prima volta che, sul retro, la sede della Double S non ha finestre. I lampioni lungo il viale sono macchie giallastre oltre le quali ci sono i vuoti del paddock e del laghetto e poi la scuderia con il tetto a mansarda, che si staglia enorme contro l’orizzonte nero. Dalle fessure nella grande porta scorrevole e dalle finestre con le persiane sbarrate filtra un po’ di luce, e mi chiedo chi ci sia, oltre ai cavalli. L’esodo dei dipendenti che non hanno udito né visto nulla è già avvenuto e Marino ci avrebbe aspettato volentieri, ma dubito che ci sia riuscito. Fa parte del NEMLEC, non conta nulla, e gli scagnozzi di Granby gli avranno detto che la sua presenza era superflua e doveva andarsene. Continuo a guardare porte e finestre e mi aspetto di vedere luci e sentire rumori, e intanto mi chiedo quando verremo invitati ad andarcene anche noi.

Vado verso il comodino, su cui sono posati una lampada di alabastro, una caraffa di cristallo molato e un bicchiere da acqua, e apro il cassetto. Dentro c’è una pistola di nichel satinato, una Desert Eagle .50 con munizioni sufficienti a sterminare tutti gli abitanti della tenuta, delle fattorie vicine e non solo. Lombardi non si è preso il disturbo di portarsi dietro un’arma per andare a prendere Haley Swanson alla stazione e per sedersi a parlare con un suo conoscente o contatto tossicodipendente, in crisi ipoglicemica, e forse illuso di essere un giustiziere o un eroe.

Chiudo il cassetto e passo a una libreria a destra del letto, sui cui scaffali a specchio sono esposte foto in cornice di Lombardi in varie fasi della sua vita tragicamente conclusa. In una è ancora bambino, seduto sui gradini davanti a una casetta a schiera in un quartiere degradato, probabilmente negli anni Cinquanta, a giudicare dalle auto parcheggiate lungo la strada; era un bel ragazzino biondo, ma con un’espressione già dura. In molte foto è in compagnia di donne, alcune famose, in locali notturni e bar; in una è seduto a un tavolo di ferro battuto con una bella bruna che immagino sia la moglie, sul bordo di una magnifica piscina di pietra in mezzo a un lussureggiante giardino tropicale.

Ce n’è anche un’altra di loro due davanti a una splendida villa antica che mi fa pensare alla Sicilia. E ci sono foto della coppia con quelli che immagino siano i tre figli, un maschio e due femmine, dalla tarda adolescenza ai venti o venticinque anni, a bordo di uno yacht bianco in navigazione in un mare azzurrissimo lungo una costa montuosa, molto verde, con villaggi dai tetti rossi che potrebbero essere nelle isole Ionie; Lombardi è invecchiato e fortemente sovrappeso. La faccia gonfia e gli occhi piccoli, socchiusi, esprimono noia e scontentezza, in posa sul ponte di tek in un contesto di una bellezza e di un lusso che dovevano sembrare sogni irrealizzabili al bambino seduto per terra in un quartiere povero, ammesso che Lombardi si ricordasse ancora di lui. Ne dubito.

C’è poi una fotografia che si discosta da tutte le altre; la prendo in mano e la esamino con cura. Ritrae un elefante grigio e un ragazzo, che in confronto sembra minuscolo, che lo sta lavando con una manichetta e uno spazzolone. Porto la foto alla luce e scruto il ragazzo, piccolo ma muscoloso, in pantaloni corti e larghi, mimetici, a torso nudo. È scuro di capelli e sorride all’obiettivo con occhi vuoti, di ghiaccio.

Mi viene la pelle d’oca quando noto che indossa scarpe-guanto nere. Le gambe possenti e abbronzate sembrano terminare con due piedi di gomma nera. La fotografia è stata scattata in un prato con palme da cocco e una recinzione di rete oltre la quale si vedono il mare aperto, un motoscafo e, in lontananza, navi da crociera bianche ormeggiate in un porto che riconosco. È il porto di Miami.

«Chi è questo?» domando a Benton.

Si avvicina per vedere, poi fa un passo indietro per lasciarmi spazio e io continuo a guardare quel che c’è da guardare con i miei occhi.

«Non lo so» dice. «Ma dovremmo cercare di scoprirlo.»

«Il Cirque d’Orleans fa base nel Sud della Florida.» Poso di nuovo la foto sul ripiano a specchio. «E il 1° dicembre era da queste parti. Il treno è stato fermo sulla Grand Junction per parecchi giorni. Proprio in mezzo all’MIT

«Immagino sia possibile che fra le tante aziende di Lombardi ci sia anche un circo. Sarebbe un ottimo veicolo di spaccio e anche un buon modo per riciclare denaro sporco, dichiarando false vendite di biglietti e chissà cos’altro. Forse commerciava pure animali esotici al mercato nero. Chi può saperlo?»

Scatto altre foto inclinando la macchina in modo da evitare il più possibile i riflessi degli specchi e chiedo a Benton di parlarmi della famiglia di Dominic Lombardi.

«La seconda moglie è alle Isole Vergini, secondo Lucy. Potrebbe essere la donna che si vede in tante di queste foto» dico. «Figli? Lucy ti ha detto qualcosa in proposito?»

«Glielo chiedo.» Benton scrive un messaggio.

Siccome Benton aspetta la risposta di Lucy davanti a uno specchio basculante con una cornice di legno intagliato decorata con cherubini musicanti, lo vedo fronte e retro, davanti a me e riflesso nello specchio.

Guardo un dipinto di Luca Giordano raffigurante alcuni fabbri al lavoro e, accanto, una donna seduta di André Derain con uno sfondo astratto di rossi e verdi. Ci sono un Pierre Bonnard, un Cézanne e un Picasso appesi in modo molto poco originale alla stessa parete e mi viene subito da chiedere se siano falsi di ottima qualità.

«Sono sicuro che è quello che raccontava a chi li vedeva» risponde Benton. «Tu cosa pensi?»

«Un po’ mi sembra di essere in un museo e un po’ nel regno della volgarità. Non saprei. Tutti e due, credo. Non so se siano autentici, ma sono bellissimi e lui probabilmente non ci faceva neanche caso. Li teneva solo per il loro valore.»

«Il Maurice de Vlaminck di fronte a te è stato rubato a Ginevra negli anni Sessanta. È valutato sui venti milioni di dollari.» Benton mi segue con lo sguardo.

«E gli altri?»

«Il Picasso è sparito da una collezione privata qui a Boston negli anni Cinquanta. All’asta verrebbe battuto per circa quindici milioni, tralasciando il piccolo problema che è difficile vendere le opere d’arte rubate, a meno che l’acquirente non sia d’accordo, e molti lo sono. I capolavori come questi finiscono tutti in case di lusso, a bordo di superyacht o aerei privati. Perduti finché non riemergono, come questi, perché il proprietario muore o viene arrestato, o perché qualcuno si accorge che sono autentici. In questo caso, per tutt’e tre le ragioni.»

«E tu li hai riconosciuti così, come se niente fosse.»

«Quando ero piccolo avevamo un Miró in salotto, che un giorno è stato sostituito da un Modigliani, e poi da un Renoir. A un certo punto c’era un Pissarro, un paesaggio innevato con un uomo lungo una strada.»

Benton si allontana dallo specchio per guardare meglio il De Vlaminck, un panorama della Senna dai colori intensi, ipnotici.

«Il Pissarro è quello che ha resistito più a lungo e sono rimasto malissimo quando, tornando a casa dal college, ho visto che non c’era più. Avevamo questo posto sulla parete sopra il caminetto dove venivano appesi a rotazione i quadri più belli. Mio padre comprava e vendeva spesso, non si affezionava mai veramente a un’opera. Per me invece ogni dipinto era come un gatto o un cane: potevo affezionarmi di più o di meno, ma inevitabilmente se non c’era mi mancava, così come ti manca un amico, o anche il prof più noioso di tutti e il bullo della scuola. Non so come spiegarlo.»

Sapevo che il padre di Benton era un intenditore e aveva fatto un sacco di soldi comprando e vendendo opere d’arte, ma è la prima volta che sento nominare il posto sopra il caminetto e il Pissarro a cui Benton era così affezionato.

«Mi ci sono voluti cinque minuti per identificare questi. Ho mandato le foto via e-mail al mio ufficio prima che Granby mi dicesse di andarmene a casa.» Benton mi mostra il telefono, che è diventato il nostro legame più fidato con la verità e la giustizia. «La statuetta di bronzo sul comodino è di Rodin. C’è la firma alla base del piede sinistro. È stata rubata da una collezione privata a Parigi nel 1942 e da allora non si era mai più vista.»

Sotto la statuetta ci sono foglietti di carta e scontrini. Lombardi la usava come fermacarte e provo un astio che non dovrei provare, perché dovrei mantenere un atteggiamento obiettivo e distaccato. Invece la mia disapprovazione aumenta ulteriormente quando guardo nella cabina armadio piena di completi di sartoria, camice firmate, file e file di scarpe fatte a mano e a dir poco centinaia di cravatte di seta italiana. Nel bagno ci sono un lavabo placcato oro incassato in un piano di quarzo occhio di tigre e un set da barba di avorio fossile di mammut.

La parete dietro la doccia e la vasca è interamente occupata da un sontuoso trompe-l’œil che raffigura Lombardi in giacca e cravatta in posa accanto a uno splendido cavallo arabo dentro una scuderia inglese. Sullo sfondo, un arco di pietra si apre su un panorama che assomiglia più alla Toscana che alla campagna di Concord. La mano grassoccia di Lombardi è posata con fare possessivo sul collo slanciato del cavallo e un maniscalco con grembiule e chaps di cuoio, chino dietro l’animale, gli pareggia uno zoccolo tenendogli la zampa tra le mani protette da guanti di pelle. Quando mi avvicino a guardare meglio, ho l’impressione che Lombardi, con il viso pingue e gli occhi piccoli e inespressivi, mi fissi.

Sul banco da lavoro raffigurato nel murale ci sono una morsa e molti strumenti appuntiti, raspe, pinze, lime per affilatura e una coramella, ma è l’oggetto che il maniscalco stringe saldamente nella destra a catapultarmi in un luogo dove non avrei mai pensato di finire entrando nel bagno di Lombardi. Mi ritrovo con il pensiero nella scuderia e davanti agli occhi ho una specie di scalpello con un lungo manico di legno e la lama corta, leggermente ricurva, affilata da una parte e smussa dall’altra, con la punta uncinata: un coltello da pareggio che serve per eliminare la parte morta e rinsecchita della suola degli zoccoli dei cavalli.

«Quando sei stato nella scuderia con Marino, era così?» Gli indico il banco da lavoro in un ampio box con paglia per terra e travi di legno a vista sul soffitto.

«Meno bella e meno ordinata, senza archi con vista sui vigneti» risponde Benton sarcastico. «Ci sono un sacco di attrezzi. Il cavallo si chiama Magnum.»