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Il tronchese ha un manico rosso in fibra di vetro e una lama d’acciaio. Sembra una chiave inglese e può tagliare metalli duri come l’ottone, il rame, l’acciaio.
A Marino basta un’occhiata per poterci dire tutto questo. Scatta foto dell’attrezzo con la pietra posata sopra. Un comunissimo sasso delle dimensioni di una palla da softball. Poi sposta la pietra e prende in mano il tronchese.
«Okay. Dove sono il lucchetto e la catena?» Il tronchese sembra piccolo nelle grosse mani guantate di Marino.
Lo gira, lo studia, stando attento a non distruggere eventuali impronte, ma io ho il sospetto che non ce ne siano.
«Se voleva che trovassimo l’attrezzo che ha usato per tagliarli, tanto valeva lasciare anche il lucchetto e la catena, no?»
Mette il tronchese in un sacchetto per prove.
«Se vuole prenderci per i fondelli, più ci fa correre più si diverte, no?» Da tetro, l’umore di Marino è diventato acido, sarcastico.
È la prima scena del crimine che affronta da poliziotto dopo dieci anni e si sente disorientato, strumentalizzato. In presenza di Benton si sente sminuito e ha voglia di litigare.
«Secondo me non dovremmo dare per scontato che l’abbia usato lui.» Strappa un pezzo di nastro adesivo. «Non è mica detto. Sei andato un po’ più in là e hai trovato una cosa che magari non c’entra niente.»
Si rivolge a Benton e lo fissa con aria di sfida mista a qualcos’altro: dubbio. Poi guarda me, come se si aspettasse che io prenda le sue parti. O forse vuole capire che cosa penso e che cosa pensa Benton, perché è lui il primo a non sapere cosa pensare. Siamo solo noi tre, vicino a un bulldozer in un cantiere, e mi domando come farà Benton a dirgli quello che deve. Non può parlare apertamente e Marino non lo aiuterà, neanche se gli crede. E prevedo che non gli crederà, per lo meno non subito.
«Okay, qualcuno ha forzato un pick-up. Non è particolarmente strano.» Marino continua con lo stesso tono beffardo. «Succede ogni giorno. Forse è tutto qui. Non c’è altro.»
«Ti consiglio di prelevare anche la pietra» dice Benton. «L’ha toccata. Molto probabilmente aveva i guanti, ma può anche darsi di no. Dipende dallo stato mentale in cui è in questo momento.»
«Di chi diavolo parli?»
«Dell’uomo che stai cercando. Non c’è dubbio che abbia toccato la pietra. L’ha presa e l’ha messa esattamente dove l’abbiamo trovata. Conviene controllare se ci sono tracce di DNA o altri residui.»
«Oh, Gesù, Giuseppe e Maria! Dimmi che stai scherzando.»
«Ha portato qui il cadavere in macchina» dice Benton in un tono che non lascia spazio a obiezioni. «Prima ha parcheggiato là.» Indica il posteggio accanto al dormitorio. «È sceso dall’auto, è entrato nel cantiere, ha forzato il cassone del pick-up e ha preso il tronchese. Poi è risalito in macchina ed è andato con il cadavere laggiù.» Questa volta indica il posteggio dove ho appena passato un’ora al telefono.
Il cancello pedonale è ancora spalancato e ondeggia al vento, e io faccio notare a Benton che sarebbe stato molto rischioso, visto che è proprio di fronte al posto di polizia dell’MIT. L’assassino – e lo chiamo così apertamente, senza riserve – sarebbe dovuto salire con l’auto sul marciapiede.
«Con la possibilità che un agente lo vedesse» concludo.
«No» ribatte secco Benton. «È un individuo calcolatore, che osserva, spia. E che ama il rischio: il pericolo lo eccita. Ma passa inosservato perché riesce a mimetizzarsi perfettamente in qualsiasi ambiente. È entrato in quel parcheggio, ha tagliato il lucchetto e la catena per aprire il cancello, ha messo il cadavere su una specie di slitta che ha schiacciato l’erba, strappandone dei ciuffi, lo ha trascinato nel campo da baseball e lo ha messo in posa.»
«Perché?» Marino lo fissa, poi guarda me quasi alzando gli occhi al cielo.
«Perché lo eccitava e perché è un gesto simbolico. Non sappiamo esattamente per quale motivo. È impossibile saperlo. Ma quello che vediamo sono i geroglifici incisi sul muro della sua psiche malata.»
«Stronzate.» Marino si mette le mani sui fianchi con aria di sfida. «Mica devo risolvere il Codice da Vinci per capire che fine ha fatto quella povera ragazza, cazzo: è morta ammazzata. A me della psiche dell’assassino non me ne frega un cazzo.»
«Devi tenerne conto, invece» gli dice Benton. «Ha impiegato del tempo per mettere in posa il cadavere, girarci intorno, guardarlo da angolazioni diverse. È questo che lo fa sballare. È un gioco che sta diventando sempre più audace e imprevedibile. Ha i suoi metodi e tutto quello che fa ha un significato per lui, ma è come una trottola che gira sempre più vicina al bordo del tavolo: fra poco cade e si schianta.»
«E tu hai capito tutto questo da ’sta roba qui?»
«Conosco il genere e da quello che vedo capisco che ha ucciso altre volte e che ucciderà ancora.»
Mentre Benton parla, io penso all’unguento mentolato che abbiamo trovato sull’erba non lontano da dove è stato rinvenuto il cadavere. Immagino l’assassino che guarda da diverse angolazioni il corpo messo in posa, ammirando il risultato del proprio lavoro, come Benton ha appena spiegato. L’ultimo atto, il trionfo del male in un campo da baseball fradicio di pioggia, al buio, e lui che si spalma una ditata di Vicks, assaporandone l’odore forte e penetrante per non perdere di vista il proprio obiettivo e non commettere errori. Che forse invece ha già commesso. Come un cavallo da corsa che galoppa potente, concentrato, ma sta per inciampare, abbattere un ostacolo o volare giù da un burrone.
«Quando ha finito, è tornato qui, ha pulito il tronchese e lo ha lasciato per terra» dice Benton. «Lo ha lasciato per noi.»
«Qui potevamo non notarlo» obietta Marino, ostinato. «Questo cantiere non è per niente vicino a dove è stato lasciato il cadavere.»
«Sapeva che prima o poi l’avremmo trovato.»
«Cosa cazzo gliene fregava?» Marino si toglie i guanti rabbiosamente. «E come faceva a sapere che cosa c’era nel cassone porta attrezzi del pick-up? Dovremmo credere che il tagliatubi venga da là dentro? Che senso ha? Non mi sembra una gran furbata. E se nella cassa non ci fosse stato nessun tronchese? Si sarebbe ritrovato con un cadavere in macchina e senza niente per tagliare la catena del cancello.»
«Si documenta, raccoglie informazioni» replica Benton con pazienza. «Non è stato un gesto impulsivo, Pete. È stato un omicidio premeditato e con un movente, anche se alla fine il vero motivo per cui l’ha uccisa è che gli andava di farlo. Perché per lui è una coazione. Sicuramente lui non la pensa così, ma la realtà è questa.»
«Parli come se sapessi chi è.»
«Conosco il genere» ripete Benton, senza aggiungere altro.
Non ha intenzione di spiegare il resto. Non ora.
«Sai qualcosa che non mi vuoi dire» lo accusa Marino, arrabbiato e a disagio.
«È il genere che sceglie in anticipo le sue vittime, raccoglie informazioni dettagliate sul loro conto, entra in casa loro, curiosa nei loro spazi privati, cerca notizie su internet, accumula tutti i dati che può» spiega Benton. «Fa parte dei meccanismi che lo eccitano.»
«Abbiamo controllato: Gail Shipton non ha mai sporto denuncia per furto o effrazione» ribatte Marino.
«Dovresti chiedere ai suoi amici se ultimamente aveva l’impressione che qualcuno la osservasse o la pedinasse.»
«Hai fatto bene a dirmelo, perché da solo non ci sarei arrivato.» Marino è paonazzo. «Potrebbe benissimo essere uno di queste parti, che ha ucciso solo lei. Come fai a escludere che sia un caso isolato?» Marino guarda nella direzione della Simmons Hall, con le sue migliaia di finestre quadrate e il suo involucro di alluminio anodizzato. «Forse è a conoscenza di certi particolari perché colpisce nel suo territorio. Forse siamo fortunati e questo è il suo pick-up. Forse ha lasciato lì il tronchese per errore. Forse voleva rimetterlo sul pick-up e si è dimenticato.»
«È uno che osserva» ribadisce Benton, come se Marino non avesse neanche aperto bocca. «Sapeva che avrebbe trovato qui il pick-up. Probabilmente scopriremo che il proprietario lo ha già lasciato qui tutta la notte. Forse ce lo lascia spesso, perché gli piace bere dopo il lavoro.»
«Sono pure illazioni» sbotta Marino. Sembra un avvocato difensore che sollevi un’obiezione. «Del tutto infondate.»
«Probabilmente scopriremo che ha preso una multa per guida in stato di ebbrezza in passato e non vuole rischiare di prenderne un’altra.» Benton è implacabile e impassibile. «E che ha dei privilegi particolari, magari perché lavora all’MIT e può lasciare qui il pick-up senza che nessuno protesti. Gli attrezzi gli servono per il suo lavoro e chiunque, volendo, potrebbe sapere quali sono.»
«A che scopo?» ribatte Marino dopo avermi lanciato varie occhiate.
«Lui ne ha uno. Per lui tutto questo ha un significato. Il suo è un comportamento calcolato che nasce sia da quello che vede sia da quello che immagina.» Benton fa previsioni, proiezioni, dice cose che potrebbero sembrare ridicole se dette da un altro.
Purtroppo, però, Benton ha quasi sempre ragione, e non perché è fortunato o chiaroveggente. Le sue previsioni sono frutto di un impenetrabile database costruito in anni di atrocità viste e analizzate nei dettagli. Per diventare bravo nel suo lavoro ha pagato un prezzo molto alto.
«Tieni presente quello che ti ho detto, durante le tue indagini. Altrimenti avrai dei problemi.» Benton indica il pick-up con un cenno del capo. «Fossi in te, controllerei il cassone porta attrezzi. Penso che ci troverai dentro qualcosa, oltre agli arnesi.»
Marino comunica via radio a Machado che bisogna esaminare un pick-up nel cantiere, che qualcuno ha forzato il cassone porta attrezzi.
«Hai guardato dentro?» La voce forte di Machado si sente anche senza la radio, mentre parla con Marino dall’altro lato del Briggs Field.
«Non ancora.»
«Pensi che sia legato all’omicidio?»
«Dobbiamo comportarci come se lo fosse» risponde Marino in tono annoiato a beneficio di Benton. «Chiamo la centrale, vediamo che cosa riusciamo a scoprire.»
Machado smette di armeggiare intorno al palo, che ormai è stato scalzato da terra ed è parzialmente avvolto in una spessa carta marrone. Viene verso di noi mentre Marino via radio chiede all’operatore di controllare la targa del pick-up.
«Una volta individuato il proprietario, potrò capire da quanto tempo è fermo qui e farmi un’idea di quando è stato forzato» ci informa Marino.
«Penso che abbiamo già un’idea al riguardo.» Tutta l’attenzione di Benton è rivolta ai binari che corrono tra il cantiere e il retro della Simmons Hall. «Il cadavere è stato scoperto intorno alle tre e mezzo del mattino.»
«La chiamata è arrivata alle tre e trentanove.» Marino non resiste alla tentazione di puntualizzare.
La ferrovia Grand Junction attraversa il campus dell’MIT e traccia una linea retta fra Boston e la parte orientale di Cambridge, passando dietro il CFC e attraversando il fiume Mystic. Mi viene in mente che i circhi, ogni volta che arrivano in una città della zona, lasciano il treno nel tratto della Grand Junction più vicino a dove ci troviamo adesso.
A parte questo utilizzo molto visibile e molto pubblicizzato, su questa linea ferroviaria quasi dismessa passa soltanto occasionalmente qualche convoglio merci, per lo più durante il weekend. Mi è capitato più di una volta, tornando dal lavoro, di dovermi fermare al passaggio a livello per un treno carico di frutta e verdura fresca diretto al mercato ortofrutticolo di Chelsea. Alcune settimane fa ho dovuto aspettare per colpa del treno del Cirque d’Orleans: rosso con le scritte dorate, sarà stato lungo un chilometro e veniva dal Sud della Florida, dove sono nata io.
«Voleva che il cadavere venisse trovato subito e probabilmente ha assistito al ritrovamento e al sopralluogo proprio da qui, da questo cantiere.» Benton continua a spiegarci quello che ritiene abbia fatto l’assassino. «All’alba se n’era già andato.»
Nel frattempo Machado ci ha raggiunto e guarda incuriosito il pick-up nero. Poi guarda Benton.
«Stai dicendo che è rimasto in zona per tutto il tempo del sopralluogo?» gli chiede, dubbioso.
«Tutto il tempo no, ma abbastanza per vedere Kay al lavoro e l’atterraggio dell’elicottero di Lucy» risponde Benton.
«E per osservare te?»
«Può darsi. Se n’è andato quando era ancora buio, a piedi. Molto probabilmente si è allontanato lungo i binari, evitando in tal modo di incontrare macchine, personale del campus, studenti. Qui dietro, lungo i binari, nessuno lo poteva vedere. Non c’è illuminazione e non ci sono sentieri» aggiunge Benton. «Doveva sapere che qui ci sono i binari. Doveva conoscerli bene.»
«Sospetti che sia uno studente che conosce la zona come le sue tasche» ipotizza Machado.
«No.»
«Allora come mai hai fotografato le auto nel parcheggio del dormitorio?» Marino si infila un paio di guanti nuovi, allargando le dita robuste, aprendole e chiudendole più volte.
«Perché erano lì e bisognava farlo, più che altro a scopo di esclusione. Non vedo altra utilità a parte questa.»
«Capisco. Sei piovuto dal cielo per venire a dirci come fare il nostro mestiere.» Marino prende dalla valigetta un kit per il rilievo delle impronte.
«Sono piovuto dal cielo perché Lucy mi ha dato un passaggio fino a casa» replica Benton senza polemica e, di nuovo, non aggiunge altro.
Marino si sporge a guardare dentro il pick-up nero, che è sporco e pieno di graffi e ammaccature: è un Toyota di parecchi anni fa, che non viene lavato né lucidato da un pezzo. «Per tua informazione, abbiamo preso nota di tutte le targhe di tutti i veicoli parcheggiati nella zona» dice. «Ovunque fosse possibile fermarsi per scaricare un cadavere.»
«Ottimo» commenta Benton in tono neutro.
Marino studia la parte danneggiata del coperchio di acciaio del cassone porta attrezzi. Vicino alla serratura il metallo è piegato. Solleva il coperchio e lo appoggia al vetro posteriore della cabina di guida. «Merda» mormora.