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«Dicevi che sono tre.» Sollecito Marino, perché sono impegnanta e non ho tempo di fare ulteriori domande a Lucy. Forse non ho neanche più voglia di sentir parlare delle malefatte commesse da Gail Shipton e dei provvedimenti che prenderà Carin Hegel quando lo verrà a sapere. La controversia, in ogni caso, è andata a farsi benedire, Lucy ha ragione. È una truffa, un ammasso di bugie. La Double S prima ha messo finanziariamente alle strette Gail Shipton e poi ha fatto leva sulla sua disperazione. Gail era in una posizione di debolezza estrema sotto diversi punti di vista, deteriorata in maniera forse irrimediabile. E non solo per il difetto cardiaco.
«Della terza vittima non so assolutamente nulla» dichiara Marino. «Era in cucina quando è stata aggredita. Può darsi che stesse aprendo il frigorifero o un armadietto. La vedrai fra poco.»
«I dipendenti non sanno chi sia?» Mi sembra inverosimile.
«Dicono che Lombardi è andato a prendere una persona alla stazione ferroviaria di Concord, stamattina, ma che non sanno chi sia. Lombardi ha preso il suo Navigator bianco, è andato a Concord ed è tornato con questa signora, che sfortunatamente si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. Probabilmente è una balla, ma dicono tutti così.»
«Perché dovrebbero mentire?» chiede Lucy.
«Perché sono abituati a mentire su tutto quello che succede qui dentro» risponde Marino. «Gli altri due sono morti sul colpo, ma lei no. La prima coltellata non è andata a segno, forse perché si è voltata sentendo arrivare l’assassino. Che quindi ha dovuto finirla in un secondo tempo.» Muove per aria un coltello immaginario. «Ha fatto uno o due passi e si è accasciata nel punto in cui è ancora adesso, dietro il bancone della cucina.»
«Avete trovato l’arma?» Lucy va in fondo alla veranda e scruta il soffitto e gli alberi alla ricerca di videocamere.
«No.» Marino la guarda con occhi diversi.
«E il tipo con il cappuccio non aveva armi con sé quando è stato visto correre nel parco» dichiara Lucy.
«No. Non sembra che Haley Swanson fosse armato. Perché è di lui che parliamo.»
«Solo perché aveva indosso una felpa con la faccia di Marilyn Monroe? O hai altri elementi per affermare che era lui?» dice Lucy.
«È una felpa molto particolare e Swanson la indossava stamattina quando è stato interrogato dalla polizia dopo essere stato beccato vicino a casa di tua zia. Basta fare due più due, ti pare?»
«No, non mi pare» ribatte Lucy.
«Forse Swanson curava le PR per questi signori.»
«E siccome curava le PR ha ammazzato Gail e spiato mia zia?» ribatte Lucy. «Secondo te è lui il responsabile di tutto?»
Marino non risponde, ma dal modo in cui la guarda capisco che, suo malgrado, prova grande ammirazione per lei e ha smesso di desiderare che si tolga dalle scatole. Anzi, sta cercando il modo migliore per utilizzarla.
«I cadaveri non sono stati toccati? Né quello in cucina né gli altri due?» domando.
«Riprese, foto e stop. Ho fatto in modo che stessero tutti alla larga. Ma non riusciremo a tenere alla larga anche i federali. Non per molto.»
«Né per molto né per poco» puntualizza Lucy.
«Ti conviene fare il fieno finché splende il sole» sentenzia Marino, esortandomi a cominciare.
«Nessuno ha idea di chi possa essere la signora in cucina?» Mi pare poco plausibile.
«Non abbiamo lasciato entrare nessuno, quindi nessuno l’ha vista. Accesso riservato solo al personale autorizzato. In altre parole, polizia e basta.»
Si appoggia allo stipite della porta e guarda distrattamente la mano protetta dal guanto e la macchia giallastra di nicotina che cerca di fregar via con il pollice. Deve aver fumato un bel po’: chissà quanti mozziconi ha in tasca. E meno male che non li ha sparsi qua e là per la scena del crimine.
«Non potevamo rischiare che un inserviente o chi per lui entrasse, lasciasse in giro il suo DNA toccando questo o quello e magari vomitasse pure.»
«Il DNA dei dipendenti sarà un po’ dappertutto» gli fa notare Lucy.
«Non voglio neanche andare dal personale con foto di cadaveri mezzo decapitati per vedere se li riconoscono» insiste Marino.
«Però hai verificato con loro chi avrebbe dovuto essere presente» ribatte Lucy.
«Gesù! La smettete di starmi con il fiato sul collo, voi due?»
«Io so chi lavora qui» dice Lucy, in un tono tranquillo da cui si capisce che non ce l’ha con lui. «Nomi, età, indirizzi. So un sacco di cose a proposito di questi farabutti, più di quante vorrei. Descrivimi la vittima che non avete ancora identificato.»
«Alta più o meno come te, stessa età: fra i trenta e i trentacinque, direi. Non sono sicurissimo, visto che ha la testa quasi completamente staccata dal collo. Capelli scuri, tagliati corti. Bianca. Magrissima. Mi sa che faceva un sacco di sport. E mi sa anche che aveva un caratteraccio e che non le piacevano gli uomini.»
Lucy non batte ciglio. «Non c’è nessuno che corrisponda a questa descrizione alla Double S. Sono tutti più vecchi. Gli stallieri e il guardiano hanno quarantaquattro, cinquantadue e sessant’anni, rispettivamente, e sono nati in Texas, Arizona e Nevada. Lo chef, francese, ha quarantanove anni. La governante sudamericana ne ha quarantatré e dice di parlare poco l’inglese. Due soci sono americani e due britannici e hanno superato tutti i quaranta. Poi c’erano Lombardi e la Caminska, che si vocifera fossero legati da qualcosa di più di un semplice rapporto professionale. E, sì, lui la chiamava Ika.»
Pronuncia il nome in maniera corretta, non come ha fatto prima Marino.
«L’assassino è entrato in casa dal punto dove siete voi, dalle colonne, è salito sulla veranda e ha aperto questa porta» dice Marino, che non dà più per scontato che l’assassino sia Haley Swanson.
«Come ha fatto ad aprirla?» Lucy indica la serratura biometrica di nichel satinato e si infila un paio di guanti.
«Fino a due ore fa il tempo era bello: può darsi che avessero lasciato il portone aperto e chiuso solo questa.» Spalanca la controporta, che si apre semplicemente schiacciando un pulsante. È possibile che fra quelli della Double S e l’assassino ci fosse solo quella protezione?
«Chi ti ha detto che lasciavano il portone aperto?» Lucy non ne è affatto convinta. La guardo e ripenso a quando le indagini erano il suo mestiere.
È stata nell’FBI prima e nell’ATF poi ed era talmente brava che si sono liberati di lei appena hanno potuto. Forse è nel nostro DNA: non possiamo lavorare alle dipendenze di nessuno, siamo lupi solitari, dobbiamo comandare noi e infilarci in situazioni pericolose.
«Mi hanno detto che potrebbe essere una spiegazione» risponde Marino. «Uno degli inservienti con cui ho parlato sostiene che nelle belle giornate l’ha visto aperto, specie se c’era un sacco di gente che doveva entrare e uscire.»
«È una balla» dichiara Lucy. «Sanno chi è stato.»
«Meno male che ci sei tu. Così io posso tornarmene a casa e non pensarci più.»
«Se i quattro titolari erano fuori città, chi è che sarebbe dovuto entrare e uscire?» ribatte Lucy. «A parte il fatto che stamattina non faceva tutto ’sto caldo, se anche c’era il sole.»
«Ci sono una porta sul retro e una nel seminterrato, tutt’e due chiuse a chiave e con una serratura di sicurezza. Quindi è entrato da qui, esattamente come voi» ribadisce Marino. «Non possiamo escludere che la serratura riconoscesse anche la sua impronta, che avesse diritto di entrare. Insomma, che fosse una persona conosciuta.»
«Sarebbe bellissimo se avessimo la sua impronta. Hai ragione» dice Lucy. «Puoi tornartene a casa e non pensarci più.»
Marino trattiene a stento un sorriso. Si sforza talmente di fare il severo che rasenta il ridicolo.
«Data l’attenzione alla sicurezza che dimostrano, stento a credere che lasciassero aperto il portone.» Sono d’accordo con Lucy.
«Non esiste» ribadisce lei. «Hai controllato i filmati delle videocamere?»
«Macché: sono scemo» è la risposta di Marino.
L’open space ha quattro postazioni di lavoro una in fila all’altra, costituite da una console a ferro di cavallo con scrivania e cassetti incorporati.
Ogni postazione ha un telefono multilinea e un certo numero di schermi. Dobbiamo credere che questi esperti di finanza monitorassero costantemente investimenti e mercati azionari. Non vedo fogli di carta, matite, penne o segni del fatto che chi lavora qui abbia anche una vita al di fuori della Double S. L’impressione è di un’azienda trasparente, di un clima di aperta collaborazione, e nello stesso tempo ho la sensazione che sia tutta una finta, come se invece che un ufficio questo fosse un set o uno showroom. Non percepisco niente di vitale, come se chi lavorava qui fosse già morto prima di venire ucciso.
In fondo a destra c’è una scala a sbalzo in metallo, tenuta su da cavi d’acciaio, vicino a una parete di mattoni a cui sono appese stampe di arte moderna; di fronte, c’è un mobile a muro di frassino. È un ambiente maschile, freddo e privo di creatività, grande almeno trecentocinquanta metri quadri. Vicino c’è una stanza che non vedo, ma dalla cui porta di acciaio, tenuta aperta da un fermaporta magnetico, sento uscire delle voci. Sono i due investigatori di Concord e la stanza dev’essere lo studio privato del CEO, nell’ala sinistra dell’edificio, in cui hanno trovato la morte Lombardi e la sua assistente.
Dietro l’open space c’è una cucina arredata con mobili di un legno rosso scuro che mi sembra bois de rose, che di solito viene usato per gli strumenti musicali. Dal punto in cui mi trovo, vedo un paio di pantaloni scuri insanguinati, con le tasche rivoltate e la fodera bianca in vista, e scarpe da ginnastica intrise di sangue. È la vittima che non è ancora stata identificata. Il suo sangue sta coagulando sul parquet, dietro una scultura in legno zebra nell’angolo bianco a sinistra di un bancone di granito che mi impedisce di vedere il resto della stanza. Chiedo a Marino informazioni sulle tasche.
«Non avete trovato niente che ci aiuti a identificare il cadavere? Ci avete guardato?»
«Erano così come sono adesso: rovesciate. Ricordati che ha preso portafogli, documenti e soldi.»
«Si è portato via tutto quello che è riuscito a rubare e, scappando, ha buttato i portafogli nel laghetto, probabilmente.» Lucy fa un paio di passi nella stanza. «Il posto perfetto per liberarsi di qualcosa. Se vai verso il bosco a piedi, te lo trovi davanti passata la scuderia.»
Osservo le postazioni di lavoro con le poltroncine ergonomiche in ordine, senza alcun segno di violenza, e mi colpisce nuovamente la sensazione di vuoto che emana quest’ufficio. Come mai di mercoledì mattina c’erano solo tre persone oltre al killer?
«Il DVR è sparito» dice Marino a Lucy, con una certa riluttanza. Forse gli dà fastidio ammettere che aveva ragione lei.
«Secondo punto a favore dell’assenza di premeditazione» replica Lucy.
«Doveva sapere cosa cercare e dove cercarlo.» Marino si asciuga il sudore con un lembo della camicia. Ha sempre caldo e adesso è anche iperteso, perché fa il poliziotto e ha ripreso a fumare.
«Non mi sembra tanto difficile» osserva Lucy.
Stiamo parlando nell’ingresso davanti all’agente che lavora al laser scanner, circondato da valigette rigide aperte. Il caricatore è collegato a una presa nel muro, ma l’agente e lo scanner sono in modalità di attesa. L’agente non ci guarda, forse perché non vuole fare la figura di quello che ascolta le conversazioni altrui.
«Di là c’è un armadio con tutti i componenti per sound surround, server e reti wireless, impianto telefonico e di videosorveglianza.» Marino va ai piedi della scala a prendere la mia valigetta.
«Il server.» Lucy è come un serpente che aspetta al varco una lucertola e colpisce. «Il server della Double S. Adesso sì che ci siamo.»
Si avvicina alle scrivanie contro il muro, che sono quattro, in fila. Sposta una seggiola con il ginocchio e prende il telefono.
«Devi comunque sapere dove tengono il DVR.» Marino mi porge la valigetta. «Uno non ci pensa, se non è esperto di videosorveglianza.»
«Non ci vuole una laurea, mi sembra. E l’assassino poteva essere già stato qui. Dobbiamo portare il server nel mio laboratorio.» Guarda il display del telefono e preme un tasto. «Firmo una ricevuta ai colleghi di Concord e me lo porto via.»
Si avvicina a tutte le scrivanie e controlla anche gli altri telefoni. Poi torna dal primo e alza di nuovo la cornetta.
«Vuoi prenderti un appunto?» dice a Marino. «Nessuno di questi telefoni ha effettuato chiamate esterne da venerdì scorso, come se qui non fosse più venuto nessuno a lavorare. A parte questo.» Indica il telefono che tiene in mano e gli detta un numero. «Lambant & Associates» legge sul display.
«Che cosa?» Marino si avvicina a guardare. «Ma che sorpresa! Dunque ho ragione io: Haley Swanson è stato qui e ha chiamato il suo ufficio.»
«Qualcuno ha chiamato il suo ufficio, sì» dice Lucy. «È stata effettuata una chiamata a quel numero da questo telefono stamattina alle nove e cinquantasei, della durata di ventisette minuti. Se il tipo che correva nel parco è stato visto verso le undici, chi ha fatto questa telefonata ha riagganciato più o meno nel momento in cui è avvenuta la strage.»
«Sappiamo chi è, quello con la felpa di Marilyn Monroe con il cappuccio, e ora sappiamo che è stato qui e ha usato questo telefono.» Marino sembra aver capito tutto. «Haley Swanson.» È di nuovo convinto. «Lambant è lo studio che si occupa di gestione delle crisi in cui lavora l’amica barra amico di Gail Shipton» dichiara.
Lucy lo guarda in silenzio.
«Se ne può dedurre che lo studio Lambant gestiva le PR della Double S» dico. «Forse era Swanson quello che Lombardi è andato a prendere alla stazione stamattina.»
«Esatto» replica Marino.
«Immagino sappiamo come ha fatto Gail a conoscerlo, comunque, visto che avevano entrambi a che fare con la Double S» osserva Lucy in tono assolutamente piatto. «Hai scoperto con chi era allo Psi Bar ieri pomeriggio?»
«Parlava con qualcuno che non frequenta normalmente il locale, che potrebbe essere Swanson, visto che è stato lui a denunciarne la scomparsa. C’era un sacco di gente e Gail era al banco in mezzo a tantissime persone: questo hanno dichiarato baristi e camerieri e più di così non credo scopriremo.»
«Perché uno decide di venire in treno invece che in macchina?» chiedo. «Se si occupa di pubbliche relazioni, per giunta?»
«Haley Swanson» dice Lucy dubbiosa. «E immagino concluderemo che dopo un’ora, un’ora e mezzo, ha fatto una strage ed è scappato di corsa.»
«Tu non devi concludere niente» ribatte Marino, sgarbato.
«Qualche ora fa era a bordo di un SUV Audi, ci hanno detto» gli ricordo.
«Che stiamo cercando. Non è vicino a casa sua, a Somerville, e nemmeno vicino al suo ufficio a Boston» dice Marino. «I suoi colleghi dello studio non hanno visto né lui né il SUV, oggi. Però li ha chiamati.»
«Da qui» dice Lucy. «Qualcuno li ha chiamati da qui.»
«Perché Swanson non è venuto in macchina?» ripeto.
«Quando lo becchiamo, glielo chiederemo. Insieme a un sacco di altre cose. Secondo me, non voleva che qualcuno vedesse il suo SUV davanti alla Double S perché aveva già in mente di uccidere» dice Marino. «Se vuoi commettere un omicidio, non prendi la tua macchina.»
«Non sono d’accordo» replica Lucy. «Non sembra proprio che ci sia premeditazione.»
«Nessuno ha chiesto la tua opinione» le dice Marino, ancora più sgarbato.
Lucy non si lascia intimidire dalla maleducazione di Marino. Sembra non farci neanche caso.
«Qualcuno è andato a parlare con lo zio di Swanson?» domando.
«Ho mandato Machado, ma non l’ho ancora sentito.»
Lucy abbassa la cerniera della tuta bianca e si sfila i guanti, come se avesse caldo o le fosse venuto in mente qualcosa di importante da fare.
«Devo portare via di qui il server» dice a Marino. «Finché è possibile farlo.»
«Ti ho sentito.» Marino sa cosa ha in mente Lucy ed è combattuto, come è combattuto per il telefono di Gail Shipton.
Vorrebbe l’aiuto di Lucy e al tempo stesso lo teme. Sa che se l’FBI metterà le mani sul server prima di noi non ne sapremo più niente. Granby indirà una conferenza stampa e parlerà di cooperazione e sinergie fra agenzie federali e locali e impegno congiunto per la risoluzione del caso, ma la realtà è che quando tutte le prove finiscono nei laboratori di Quantico e il responsabile dell’inchiesta è il ministro della Giustizia, la collaborazione non esiste.
Questo nella migliore delle ipotesi. Marino non è al corrente della manomissione delle prove, non sa di Gabriela Lagos e di suo figlio Martin, che è scomparso da anni ma risulta aver lasciato una macchia sugli slip dell’ultima vittima del Capital Killer. Non sa che ci verranno messi i bastoni fra le ruote, che se vogliamo seguire questo caso dobbiamo essere spietatamente proattivi. Decido di dare la colpa ai media, che Marino è sempre pronto a vedere come un ostacolo da evitare.
«Dipende dall’entità della cosa. Se il caso fa scalpore, succede come nel Connecticut. Giornalisti e televisioni dappertutto, che non ti lasciano fare il tuo lavoro.» Lo guardo e vedo che ha capito.
«Sicuro» dice.
«Hai parlato con Benton?»
«Brevemente.»
«Allora sai cosa succederà» insisto. «Ha dovuto rivelare certe informazioni a Granby, che adesso rilascia dichiarazioni alla stampa.»
«Fasulle» dice Lucy. «I federali hanno deciso che il caso è loro e stanno venendo qui.»
«Evviva! Sta arrivando Babbo Natale» esclama Marino arrabbiato. «Sento già il rumore della slitta. Atterrerà sul tetto da un momento all’altro, cazzarola. Quanto mi girano i coglioni... Perché non possiamo fare il nostro lavoro, proteggere i cittadini, come siamo pagati per fare?»
«Vent’anni fa dicevi le stesse cose» gli faccio notare.
«Non è migliorato niente.»
«Non abbiamo molto tempo: fra un po’ arrivano.» Torno a bomba sulla questione più importante.
«Se ti porti via il DVR, è perché ti è sfuggita di mano la situazione. A meno che tu non sia deficiente» sottolinea Lucy. «Vieni qui tranquillo, le videocamere ti riprendono ma a te non interessa perché sei venuto per un motivo legittimo, non per fare una strage. Poi però scoppia un casino e allora cerchi di rimediare andando a cercare il DVR, perché ormai è troppo tardi per tagliare i cavi delle videocamere.»
«Sì, potrebbe essere andata così» ammette Marino con irritazione. «Ma per cercare un DVR devi prima sapere cos’è.»
«L’avrà buttato chissà dove. Non credo abbia corso nel parco con un videoregistratore sotto l’ascella. E neanche che lo abbia gettato nel bosco, dove avremmo potuto recuperarlo. Vuoi mandare i sub a controllare il fondo del laghetto?»
«Se è finito nel lago, non funziona più.» Marino fa finta di essere oppositivo, ma è d’accordo con lei.
Siamo tutti e tre dalla stessa parte, come sempre.
«Non so cosa si potrebbe recuperare» dice Lucy. «Dipende dalla marca, dal modello, dalla protezione dei dati registrati nella memoria digitale. Vorrei tanto sapere se video e audio venivano trasferiti in rete a un computer da qualche altra parte della tenuta per il monitoraggio da remoto. Se c’era qualcuno a controllare, potrebbe aver visto cos’è successo.»
«Non ho fatto in tempo a guardare dappertutto.» Marino distoglie lo sguardo da Lucy: gli dispiace provare quello che prova nei suoi confronti e pensa di riuscire a nasconderlo. Ma non ci riesce. Non con noi.
«La scuderia, le camere da letto, le dépendance» dice Lucy.
«Ovunque ci possano essere computer, portatili o iPad. Qualcuno potrebbe aver visto qualcosa che non ti ha detto.» Sta cercando di essere diplomatica. «Ti spiace se controllo?»
«Non toccare niente» replica Marino.
«E mi porto via il server.»
«Stai lontana da quell’armadio di là e non toccare niente.»
«Chi si fa carico di evitare una cancellazione di dati a distanza, magari da New York, Grand Cayman o da chissà dove in questo preciso momento?»
«L’esperta di cancellazione a distanza sei tu.»
«Chi è in grado di superare i vari livelli di sicurezza? Vuoi chiedere la password dell’amministratore di sistema? Magari qualcuno te la dice.»
«Non ti ho chiesto consigli.»
«Buon Natale, Marino. Fra poco scenderà dal camino l’FBI» dice Lucy. «Dallo a loro, quel server, e vedrai che forse prima che tu vada in pensione ti diranno che cosa c’era dentro. Forse.»
Va verso il portone. Sento i suoi passi leggeri sulla veranda e sugli scalini, poi silenzio.
«Dovresti andare adesso, sai?» dico a Marino sottovoce. «Anche Benton te lo raccomanderebbe, penso.» Sto attenta a come parlo, visto che abbiamo gente intorno, ma dal modo in cui lo guardo Marino capisce che c’è un problema, e che è molto più grave di quanto lui immagini.
«Gesù.» È paonazzo. Guarda l’agente al laser scanner dall’altra parte della stanza.
Se ci sta sentendo, non lo dà a vedere. Ma nessun poliziotto all’interno del NEMLEC farebbe una soffiata all’FBI.
«Lucy sa quello che fa. Anch’io lo so. E tu stai per venire a sapere un sacco di cose.» Reggo il suo sguardo: non sa a cosa mi riferisco, ma sa che è una cosa grossa.
«’Sti cazzi» impreca. Prende il telefono e fa una chiamata. «Fai quello che devi» dice, non appena Lucy risponde. «Non spostare niente e non dire niente a nessuno. Prendilo e portalo al CFC prima che puoi e sta’ attenta a non combinare casini. Mi fido di te. Capito?» Chiude la comunicazione e si volta verso di me. «Adesso ti accompagno e ti faccio vedere com’è andata secondo me.»
«Dopo.» Mi sistemo i copriscarpe. «Prima voglio che me lo dicano le vittime.»