9

I riflettori mobili che ho visto nel video di Fox illuminano un campo di terra rossa fangosa sopra cui è stata tesa una cerata gialla, tenuta ferma da bandierine arancioni che sbattono al vento, di quelle che si usano sulle scene del crimine. Il cadavere è protetto dalla pioggia e dai curiosi. Sil Machado sorveglia le operazioni con due agenti in divisa. Passeggiano nervosi avanti e indietro in attesa che arrivi io.

«Perché vuole parlare con te? Lo sai?» mi domanda Marino. Si riferisce a quello che ha detto Carin Hegel.

«Per lo stesso motivo di tutti gli altri, presumo» rispondo. «Per farmi le solite domande che mi fanno tutti. A parte questo, non saprei. Però ci siamo incontrate per caso nel bar del tribunale federale il mese scorso e mi ha accennato a una causa contro dei personaggi pericolosi che ha definito “una banda di delinquenti”. Ho avuto l’impressione che temesse per la propria incolumità. Forse è a questo che si riferiva. Non so. È possibile che abbia svolto ricerche approfondite e abbia scoperto che la Double S è coinvolta in attività illecite.»

«Che cosa si aspetta da te?»

«Che ascolti il suo sfogo, forse. Sa che non dirò niente a nessuno.»

«Che bastardi. I ricchi io proprio non li sopporto.»

«Be’, Lucy è una brava persona. E anche Benton. Avere dei soldi non significa necessariamente essere stronzi.»

«Almeno Lucy se li è guadagnati.» Come a dire che invece Benton è nato ricco.

«Come faceva a sapere che non lavori più al CFC

«Evidentemente gliel’ha detto qualcuno.»

«Non capisco perché le tue dimissioni dovrebbero essere argomento di conversazione.»

«Magari gliel’ha detto un collega del dipartimento» ipotizza Marino. «O qualcuno del CFC

«Non vedo perché.»

Al di là dei campi sportivi recintati e di Vassar Street c’è la Simmons Hall, una sorta di monolite rivestito di alluminio che brilla come una stazione aerospaziale. Vedo che sul marciapiede davanti alla gigantesca residenza per studenti ci sono altri due poliziotti e un ragazzo che fa jogging e che non rallenta, mentre un altro in bicicletta, con un giubbetto fluorescente, svolta verso lo stadio.

«Mi è sembrato che avesse paura che Gail sia stata uccisa, che lo ritenesse più che probabile» rimarca Marino.

«Sì, può darsi che lo tema e che abbia ragione di temerlo, visto e considerato quello che deve sapere a proposito della Double S.»

«In altre parole, ha paura per se stessa e per la causa che sta seguendo, che molto probabilmente le frutta un mucchio di soldi» osserva cinico. «Ti ho mai detto che detesto anche gli avvocati?»

«Fra un’ora sarà giorno.» Non mi interessano le sue considerazioni sugli avvocati, che l’ho sentito spesso definire “degli squali”. «Dobbiamo portare via la morta al più presto.»

Guardo il ragazzo che fa jogging. È distante, vestito di nero, appena visibile. Non so perché abbia attirato la mia attenzione: è aggraziato, snello, leggero, minuto. Dev’essere giovanissimo. L’MIT accoglie piccoli geni anche a quattordici, quindici anni, quando non hanno ancora l’età per andare via da casa. Il ragazzo attraversa un parcheggio e scompare nel buio verso Albany Street.

«Abbandonare un cadavere all’aperto normalmente vuol dire esporlo all’universo mondo. Ma questo non è un posto normale.» Marino si guarda intorno, guidando molto piano. «Probabilmente è passato di qui, a meno che non sia arrivato dall’altra parte, da Vassar Street. Sarebbe dovuto passare praticamente sopra il posto di polizia dell’MIT, però. Sono le uniche due vie possibili se vieni con un mezzo. E che avesse un mezzo è abbastanza sicuro, direi. Certo, potrebbe averla portata qua in braccio da una delle residenze per studenti. Comunque sia, l’ha mollata in un punto molto visibile. Una follia.»

«Secondo me l’ha fatto apposta» ribatto. «Era circondato da persone che guardano ma non vedono.»

«Sì, hai ragione. L’MIT è peggio della Harvard. Cento volte peggio» dichiara Marino, come se fosse un esperto in università. «In biblioteca distribuiscono deodoranti e dentifrici, perché quelli si accampano lì giorno e notte, manco fosse un ospizio per i poveri. Di questa stagione specialmente, perché fra poco ci sono gli esami. Se non prendono il massimo dei voti, si ammazzano.»

«I tuoi colleghi sono stati molto discreti» sottolineo, pensando che si piglierà il merito pure di questo. «Se non l’hai saputo da internet, non ti accorgi di niente.»

«Questi geniacci non si accorgono di niente di quello che gli succede intorno, te lo dico io. Vivono in un altro mondo, rispetto a me e te.»

«Non so se gli augurerei di vivere nel mondo in cui viviamo io e te.»

Arriviamo a un complesso residenziale di mattoni rossi che si chiama Next House, con aiuole di piante mezzo morte e rami secchi che sfiorano il marciapiede stretto, tremando al vento.

La strada curva bruscamente oltre una scultura di acciaio rossa, a forma di tetraedro, e ci dirigiamo verso il parcheggio, lungo la cui recinzione c’è una fila di alberi. La sbarra è sollevata. Dentro ci sono solo auto della polizia e un furgone del CFC senza finestrini, bianco e con il nostro stemma, il bastone di Esculapio e la bilancia della giustizia. È qui per portare via il cadavere. Rusty e Harold scendono dal furgone non appena ci vedono.

«Io sarei passato di qui, nei suoi panni» conclude Marino mentre entriamo.

«Ammesso che tu avessi accesso al parcheggio: non è mica aperto al pubblico.»

«Se passi da là, entri anche senza averne diritto.»

Mi indica il lato lungo Vassar Street, dove il cancello dell’uscita pedonale è spalancato e si muove nel vento. Ci può passare tranquillamente anche un’auto, che però dovrebbe salire sul marciapiede proprio di fronte al posto di polizia dell’MIT, di mattoni rossi e piastrelle azzurre.

«Se mai, ha avuto un bel coraggio.» Ovunque io guardi, vedo recinzioni, cancelli e parcheggi riservati, a cui si accede soltanto con la chiave o la tesserina magnetica. Non è un posto in cui possa entrare chiunque. Come la Harvard, l’MIT è un club privato, esclusivo. Molto privato e molto esclusivo.

«Neanche tanto: saranno state le due, le tre del mattino, e veniva giù che Dio la mandava» mi fa notare Marino. «Se non hai la tessera per aprire la sbarra, l’unico modo per entrare è quello.»

«La sbarra era sollevata come adesso quando sono arrivati i tuoi colleghi?»

«No. Il parcheggio era vuoto e chiuso, a parte il cancello dell’uscita pedonale, laggiù. Che era aperto come lo vedi ora.»

«Non potrebbero averlo aperto i due ragazzi che hanno trovato il corpo?»

«L’ho chiesto a Machado: era già aperto.» Marino ferma il SUV e mette la leva del cambio in posizione P, di sosta. «Pare che non sia mai chiuso a chiave. Non chiedermi perché, visto che allora può entrare chiunque, anche chi non è autorizzato.»

«È vero» concordo. «Però non è così semplice salire sul marciapiede davanti al posto di polizia. E suppongo che le auto autorizzate a parcheggiare qui abbiano un contrassegno, un permesso di qualche genere. Quindi, ammesso che tu riesca a entrare, rischi comunque la rimozione forzata.»

Prima di spegnere il motore, Marino accende varie volte gli abbaglianti per infastidire Rusty e Harold che stanno aprendo il portellone posteriore del furgone. Loro si riparano gli occhi con un gesto esagerato e gli gridano di smettere.

«Gesù!»

«Ci vuoi accecare?»

«Spegni quelle luci!»

«Questo è abuso di potere da parte della polizia!»

«Sotto uno di quegli alberi, con il buio, sotto la pioggia... Non ti vede nessuno, manco volendo.»

Marino continua a spiegarmi come si sarebbe comportato lui se fosse stato un assassino psicopatico. Evidentemente ha deciso che di questo si tratta, e io ho i miei buoni motivi per temere che abbia ragione. Penso al serial killer a cui sta dando la caccia Benton. Poi mi chiedo dove sia mio marito e che cosa stia facendo. Marino abbassa un po’ i finestrini.

«Non patisce se lo lasciamo qui?» Parlo del cane. Quincy è sveglio, seduto nella gabbia, e uggiola come fa sempre quando Marino si allontana. «Non capisco l’utilità di portartelo sempre dietro, se poi lo lasci in macchina» aggiungo.

«Lo sto addestrando.» Marino apre la portiera. «Deve abituarsi alle scene del crimine, ad andare in giro su un mezzo della polizia.»

«A questo è già abituato, secondo me: ad andare in giro in macchina.» Scendo, mentre Rusty e Harold fanno scattare le gambe di una lettiga di alluminio. Mi torna in mente che ho perso il capo del mio nucleo investigativo.

La lettiga non è adatta in queste condizioni. Ma non sarà Marino a dirlo a Rusty e Harold. Piove ancora a tratti, però il cielo si sta aprendo. Non mi tiro su il cappuccio e non mi chiudo neanche la giacca. Osservo la recinzione che separa il parcheggio dal Briggs Field. Da una parte all’altra del cancello aperto è stato teso del nastro giallo.

Immagino l’assassino che lascia la macchina nel parcheggio e forza il cancello, magari tagliando la catena, poi porta il cadavere oltre la recinzione e lo deposita una cinquantina di metri più avanti, in mezzo a un campo da baseball in terra rossa, dove durante il campionato probabilmente c’è il monte di lancio. Mentre mi guardo intorno, penso a quello che ha detto prima Marino: “Questo è il primo di una lunga serie”. Su una cosa non sono d’accordo: questo non è il primo.

Lo immagino intelligente, calcolatore, determinato nel perseguire i propri scopi. Non è un novellino. La sua non è stata la reazione a una svolta inaspettata negli eventi. Non era nel panico. Ha un metodo ben collaudato. Se ha portato qui la morta e l’ha lasciata come l’ha lasciata, lo ha fatto perché per lui ha un significato. Ne sono abbastanza sicura. Potrei sbagliarmi, naturalmente. Anzi, lo spero. Continuo a pensare a Washington, ai casi che mi ha sottoposto Benton. Di una cosa sono certa: qui l’assassino ha lasciato delle prove. È inevitabile. È il principio di interscambio di Locard: ogni contatto lascia una traccia. L’assassino ha portato qualcosa sulla scena e dalla scena si è portato via qualcosa.

«L’erba è bagnata e il terreno è fangoso: non si può usare la barella» dico a Rusty e Harold, che Marino chiama a loro insaputa “Cheech & Chong”. «Portatela via con la tavola spinale. Prendete un bel po’ di teli e del nastro.»

«Non la mettiamo in un sacco mortuario?» mi domanda Rusty.

«Vogliamo che resti nella posizione in cui si trova. Dobbiamo portarla via esattamente com’è. Non voglio metterla nel sacco: troveremo un altro modo.»

«Va bene, Kay.»

Rusty sembra un superstite degli anni Sessanta: capelli lunghi e grigi, pantaloni larghi e berretti di lana fatti a mano. Marino dice che si veste da surfista. Stamattina, visto il brutto tempo, si è messo una giacca a vento con una saetta stampata davanti, jeans sbiaditi, galosce e bandana in testa.

«Non prendiamo più ordini da te, adesso. Ricordatelo, eh?» Prende in giro Marino, che fino a poco tempo fa era il suo supervisore.

«E io non devo più far finta di trovarvi simpatici» ribatte Marino, serissimo.

«Hai una pistola sotto quella giacca o sei semplicemente contento di vedermi?» Ci si mette anche Harold, che invece si veste da becchino: completo nero e impermeabile doppiopetto. Peraltro, prima di venire a lavorare al CFC, era dipendente di un’impresa di pompe funebri. Oggi ha i calzoni rimboccati sopra gli stivali. «Vedo che ti sei portato appresso il cane, caso mai non riuscissimo a trovare il cadavere.»

«L’unica cosa che sa trovare Quincy è la ciotola con il mangiare.»

«Attento, tu. Non far arrabbiare l’investigatore Marino, altrimenti ti fa la multa.»

Rusty e Harold continuano a prendere bonariamente in giro Marino. Riportano la barella nel furgone e prendono lenzuoli, tavola spinale e altre attrezzature. Io intanto recupero dal sedile posteriore del SUV la mia valigetta. Quincy piagnucola.

«Torniamo presto, cucciolo. Fai il bravo e schiaccia un pisolino.» Mi ritrovo a parlare di nuovo con il cane. Quincy uggiola, mentre Sock non mi risponde mai. «Siamo qui vicino: tranquillo.»

Alzo gli occhi verso le finestre illuminate delle residenze universitarie intorno a noi e conto almeno venti persone affacciate a guardare cosa succede. Sono quasi tutti giovani e in pigiama. Forse stavano studiando e hanno passato tutta la notte sui libri. Non vedo nessuno che ciondoli per strada. Dall’altra parte dei campi sportivi ci sono solo gli agenti che pattugliano il marciapiede lungo la recinzione.

Immagino di essere uno studente che guarda dalla finestra della sua camera proprio nel momento in cui l’assassino passa con un cadavere sulle spalle, sotto la pioggia, avanzando nel fango sotto gli occhi di tutti. Sarebbe stato troppo buio per capire che cosa succedeva, a parte che era qualcosa di insolito. Ma gli studenti dell’MIT non prestano attenzione a quel che li circonda: su questo Marino ha ragione. Non guardano nemmeno quando attraversano la strada nel traffico e hanno scarsissima consapevolezza di quello che hanno intorno, soprattutto in questo periodo dell’anno.

Fra pochi giorni, stanchissimi ed esauriti, partiranno per le vacanze di Natale e il campus rimarrà deserto. Non riesco a fare a meno di pensare alla tempistica: la sessione d’esame, meno di una settimana prima di Natale. Anche la vicinanza mi turba: proprio di fronte alla stazione di polizia dell’MIT, a poco più di un chilometro dal CFC.