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Prendo dalla borsa la mia torcia tattica e dirigo il fascio di luce brillante verso la recinzione.

A quanto vedo, gli altri cancelli sono tutti chiusi con un lucchetto e non so perché questo non lo sia, a meno che non abbia ragione Marino a ipotizzare che l’assassino avesse la chiave o abbia tagliato il lucchetto con un tronchese. Illumino i montanti di acciaio zincato e vedo numerosi segni e graffi nel punto in cui ci sarebbe il chiavistello se il cancello fosse chiuso.

«Penso che ci fosse un lucchetto.» Indico i graffi a Marino. «Ma questo solco qui?» Avvicino il fascio di luce a un segno profondo che brilla come platino. «Sembra recente. Probabilmente l’ha lasciato lo strumento che è stato usato per tagliare il lucchetto. Ammesso che sia andata così.»

«Sì, è fresco.» Marino prende la sua torcia. «L’MIT non sarà molto contento, ma conviene che preleviamo il palo e lo portiamo ai laboratori per fare un confronto tra i segni e lo strumento che li ha lasciati, sempre che lo recuperiamo.»

«Sono d’accordo.»

«Lo facciamo come ultima cosa.» Marino non smette un momento di guardarsi in giro, controllando tutto quello che ha intorno. Si porta la radio vicino alla bocca. «Delta Tredici.» Chiama Machado e chiede che gli mandi qualcuno che metta in sicurezza il parcheggio e il cancello. «Bisogna che uno stia qui a controllare che non entri nessuno, che nessuno contamini i reperti» dice a voce alta. «E facciamo in modo di non essere in duecento. Perché siete così tanti, lì?»

«Siamo solo due.» La radio nasconde la parte bassa della faccia di Machado.

«Solo due? Non mi pare proprio. Guarda che so contare. Bisogna che prendiamo nota di tutti quelli che entrano o tentano di entrare. Lo stiamo facendo?»

«Affermativo.»

«Quanti reporter, finora?»

«Una troupe televisiva un’oretta fa, Channel 5. Continuano a girare qui intorno in attesa che arrivi la dottoressa.» Machado ci guarda dal campo fangoso, con la cerata gialla ancorata per mezzo di allegre bandierine arancioni. «Venti minuti fa, poi, sono arrivati quelli di Channel 7. Appena cominciano a trasmettere i filmati in diretta, ne arriveranno altri.»

«È già su internet» ricordo a Marino.

«Troppo tardi. Colpa dell’intervista che hai rilasciato a Fox» dice Marino alla radio, a beneficio di tutti quelli che ascoltano. «Di’, vuoi partecipare a qualche reality?»

Ripete che dobbiamo prendere nota di tutti quelli che entrano ed escono e stare attenti alla presenza di “soggetti non essenziali,” ovvero guardoni e curiosi, tra i quali potrebbe nascondersi l’assassino. Lo rivedo com’era ai vecchi tempi, quando fumava una sigaretta dopo l’altra, era acido, maschilista e brontolone, ma sapeva fare il suo lavoro. È sempre stato un ottimo investigatore. Me l’ero quasi dimenticato.

Si accuccia vicino al varco nella recinzione e punta la torcia oltre il nastro giallo fluorescente teso a bloccare il passaggio. Il fascio di luce intenso illumina l’erba marrone e fradicia, che presenta alcuni solchi piatti dove sembra sia stato trascinato qualcosa, sempre meno visibili a mano a mano che si avvicinano al campo di terra rossa, in prossimità del quale sono appena accennati, intermittenti, più immaginati che reali, come se li avesse lasciati una lumaca fantasma.

«L’ha trascinata» decreta Marino rialzandosi.

«Sono d’accordo» dice Harold.

«È passato da questo varco qua» aggiunge Marino. «Deve aver forzato la chiusura, a meno che il cancello non fosse già aperto, senza catena e senza lucchetto.»

«Improbabile» decide Harold. «La polizia del campus controlla tutto manco fosse la Città del Vaticano.»

«Figurati se non lo notano, un cancello forzato o senza lucchetto» interviene Rusty.

«Ho sentito un’eco?» chiede Marino come se Rusty e Harold fossero invisibili. «Oh, no, scusate. È il loggione. Stavo dicendo...» riprende, rivolto a me. «Non è stato un gesto impulsivo: l’assassino aveva programmato dove e come lasciare il cadavere.» Guarda la cerata gialla in un mare di rosso a una cinquantina di metri da noi. Il vento la scuote e sembra che quel che c’è sotto stia cercando di liberarsi e di uscire.

«Sapeva che per entrare in questo parcheggio non bisogna per forza avere la tessera» continua. «Che si può salire sul marciapiede con la macchina e accedere dall’uscita pedonale, che è larga abbastanza. Che il cancello per arrivare ai campi sportivi era chiuso e che occorreva forzarlo.»

«A meno che non avesse tessera, chiavi e permesso di entrare. Tipo se studia o lavora all’MIT» dice Rusty.

Marino lo ignora.

Guarda le finestre illuminate delle residenze degli studenti, la faccia bagnata da un velo di pioggia talmente sottile che pare sudore, l’espressione dura e rabbiosa come se la morte di quella donna lo colpisse personalmente e fosse pronto a prendere a pugni il responsabile. Fulmina con una lunga occhiata il furgone di Channel 5 che sta entrando nel parcheggio. Ha un’antenna satellitare sul tetto e una a microonde dietro. Le portiere anteriori si aprono.

«Dovete restare oltre la recinzione» urla Marino alla giornalista che scende dal furgone, una bella donna che riconosco. «Non si può superare il nastro giallo. State indietro, ho detto!»

«Se aspetto qui e mi comporto come si deve, me la rilascia una breve dichiarazione?» La giornalista si chiama Barbara Fairbanks. Ho già avuto a che fare con lei, e non mi ha lasciato bei ricordi.

«Non ho niente da dichiarare» risponde Marino.

«Veramente stavo parlando con la dottoressa Scarpetta» dice Barbara Fairbanks. Viene verso di me sorridendo, con il microfono in mano e un cameraman al seguito. «Che cosa avete scoperto finora? Potete confermare che si tratta della donna scomparsa?»

Il faretto della telecamera si accende e segue Barbara Fairbanks come una luna piena. So che non devo dire assolutamente nulla. Se rispondo che sono appena arrivata, non so ancora niente, non ho ancora esaminato il corpo, le mie parole verranno citate a sproposito e fuori contesto su internet, e poi condivise da chissà quante persone.

«Può dirmi qualcosa a proposito di Newtown, dottoressa? Pensa che studiare il cervello del killer potrebbe essere utile?»

«Andiamo» dico a Rusty e Harold.

«Non passate su quei segni nell’erba, mi raccomando» ci avverte Marino. «Tenetevi da una parte. Devo fotografarli, se non ci ha ancora pensato nessuno. Preleverò anche qualche campione di terra, non sia mai che ci troviamo qualche fibra del lenzuolo in cui è avvolta. Dobbiamo cercare di ricostruire come sono andate le cose.»

Camminiamo sull’erba fradicia, con il fango che si appiccica alle suole, per raggiungere Machado e i due agenti che sono con lui. Uno appartiene al dipartimento di Cambridge, l’altro al corpo di polizia dell’MIT.

Essendo di guardia al cadavere da un’ora e passa, sono zuppi d’acqua e infreddoliti e hanno gli stivali sporchi di terra rossa. Machado ha la faccia stanca e tirata e un po’ di barba sul mento. Mi accorgo che è preoccupato. Ne ha ben donde.

Cambridge è la città della Harvard, dell’MIT e di molte società di tecnologia da diversi miliardi di dollari, ed è frequentata da personaggi famosi della politica e dello spettacolo provenienti da tutto il mondo. Il procuratore distrettuale e il sindaco vorranno che il dipartimento risolva il caso al più presto e in modo semplice e indolore e staranno con il fiato sul collo del nucleo investigativo finché non avrà trovato il colpevole.

«Non vedo nessuno di guardia al cancello» dice Marino. «C’è una troupe pronta a saltarci addosso peggio che gli avvoltoi. Quella stronza di Barbara Fairbanks, per la precisione. Non avevo chiesto rinforzi? Dove sono?»

«Sta arrivando un’autopattuglia.» Machado si volta verso il parcheggio, dove il furgone di Channel 5 è fermo con il motore e i fari accesi.

Reggo lo sguardo di Barbara Fairbanks, che è alta, magra, con occhi scuri imperscrutabili e corti capelli corvini. È di una bellezza un po’ dura, come una pietra preziosa o una statua intagliata in un blocco di spinello nero o di tormalina. Si volta dall’altra parte e risale sul furgone, ma non è il tipo da rinunciare così facilmente a uno scoop.

«Potrebbe averla posata su qualcosa e averla trascinata fin qui» dice Marino a Machado. «L’erba davanti al cancello è appiattita e in certi punti si sono smosse delle piccole zolle.»

«Tante piccole zolle smosse» conferma Machado. «E tante piccole buche.» Non sembra offeso che Marino si comporti come se comandasse lui. «Resta da capire a quando risalgono. Ed è difficile accertarlo, viste le condizioni meteo.»

Harold e Rusty posano le valigette nel fango e ci sistemano sopra la tavola spinale e alcuni teli, in attesa di mie istruzioni. Marino si fruga in tasca, tira fuori un paio di guanti e chiede che gli passino la macchina fotografica. Io penso a come procedere, a come gestire quello che immagino succederà tra poco, e intanto guardo il furgone della TV che esce dal parcheggio. Non ho dubbi sul fatto che Barbara Fairbanks tornerà all’attacco. Probabilmente farà il giro del campo sportivo per cercare di avvicinarsi dall’altra parte e riprendere la morta e noi da dietro la recinzione. Non ho intenzione di cominciare il sopralluogo prima di aver capito esattamente che cosa vuol fare.

«Faccio due foto in giro» annuncia Marino accendendo la torcia. Muove guardingo qualche passo, puntando il fascio di luce su pozzanghere e fango rosso.

L’agente dell’MIT mi dice: «Secondo me, non l’ha ammazzata qui. Ce l’ha portata dopo perché la trovassimo subito. Ne sono abbastanza sicuro».

Poso la mia valigetta, mentre lui continua a espormi la sua teoria. Fisico perfetto e mascella volitiva, probabilmente è abituato a donne che pendono dalle sue labbra. Ho già lavorato con lui in un’altra occasione, qualche settimana fa, quando uno studente dell’MIT del primo anno è morto improvvisamente durante un allenamento di lotta libera.

«Droga» sentenzia. «Io la penso così.»

Non mi ricordo come si chiama, ma non dimenticherò mai la faccia di Bryce quando l’ha visto entrare nella sala radiografie mentre io iniettavo il mezzo di contrasto nell’arteria femorale del lottatore morto con un apparecchio per imbalsamazione, una procedura che può sembrare bizzarra a chi non conosce l’angiografia post mortem. Le immagini tridimensionali della tomografia computerizzata mi hanno svelato la causa della morte prima che prendessi in mano il bisturi per sezionare il cadavere.

«Ci conosciamo» gli dico accucciandomi accanto alla valigetta. «Si ricorda il caso del lottatore?»

«Eccome se me lo ricordo. Sa che quando l’ho vista che iniettava liquidi a quel poveraccio per un attimo ho pensato che fosse una scienziata pazza che stava cercando di farlo tornare dal regno dei morti? Andy Hunter» si presenta di nuovo fissandomi con occhi grigi e penetranti. «Sa che il padre di quel ragazzo è un premio Nobel? Avrei detto che uno così poteva impedire che il figlio morisse, magari facendogli fare un check-up...»

«L’aneurisma dell’aorta addominale è chiamato “killer silenzioso” perché spesso è asintomatico e non dà nessuna avvisaglia.» Faccio scattare le chiusure di plastica della valigetta.

«Mio nonno è morto perché gli è scoppiato un aneurisma.» Hunter mi fissa. Quando è venuto al CFC, qualche settimana fa, mi ha corteggiato apertamente. «Faceva l’operaio, buonanima. Non aveva assicurazione, mai andato da un medico in vita sua... Gli è venuto un mal di testa fortissimo e subito dopo è morto. Avevo pensato di fare lo screening, ma preferisco evitare le radiazioni, se appena posso.»

«Nessuna radiazione se fa la risonanza magnetica con mezzo di contrasto.» Mi sistemo più vicino alla cerata gialla che protegge la morta. «Se non soffre di reni, può farla senza problemi.»

«Mai sofferto di reni. Finora.»

«Parlane con il tuo medico, va’» interviene Machado. «Visto che lo paghi...»

«L’ultima volta che Gail Shipton è stata vista era allo Psi Bar, fra le cinque e mezzo e le sei di ieri pomeriggio, giusto? O è cambiato qualcosa?» domando.

«No, è giusto. Abbiamo anche un’identificazione provvisoria» mi risponde Machado. «La foto che gira su internet in queste ore è molto somigliante. Certo, non è ufficiale, ma io sono abbastanza sicuro che sia lei. Pare sia uscita dal bar verso le cinque e mezzo, sei, per parlare al telefono. Di questo siamo certi.»

«E quando è uscita non pioveva, immagino.» Strappo l’ovale perforato di una scatola di guanti usa e getta. Sono del tipo che preferisco, senza lattice e con i polpastrelli ruvidi. «È stata fuori un po’, almeno diciassette minuti, visto che tanto è durata la prima telefonata, con un numero sconosciuto.»

«Quando è scomparsa, non pioveva.» Vedo un lampo di curiosità negli occhi infossati di Machado. Forse si chiede perché insisto sulle condizioni meteo. «Ha cominciato dopo.»

«A che ora esattamente? Lo sappiamo? Quando sono andata a dormire io erano le undici e non pioveva ancora. Ma minacciava di cominciare da un momento all’altro.»

Noto che la troupe di Barbara Fairbanks adesso è davanti alla Simmons Hall, in Vassar Street. Proprio come mi aspettavo.

«Quando la scopro, dovete bloccare la visuale con qualcosa» dico a Rusty e Harold. «Non voglio che la riprendano.»

«Abbiamo un bel po’ di teli.»

«Se si avvicinano, ci faremo trovare pronti.»

«Il temporale è scoppiato verso mezzanotte» mi risponde Machado. «Pioggia, poi grandine, e poi di nuovo pioggia. Fortissima.»

«Se pensiamo che possa essere stata rapita intorno alle diciotto, vuol dire che l’assassino conosceva il meteo, sapeva che tempo avrebbe fatto quando intendeva portare qui il cadavere.» Prendo due termometri e un bisturi retrattile sterile. «Ed evidentemente non gli importava che fosse brutto, che piovesse forte.»

«Se deve fare una cosa la fa» dice Andy Hunter. «Da queste parti la gente è abituata a non lasciarsi scoraggiare dal maltempo.»

Osservo Barbara Fairbanks che cammina lungo la recinzione seguita dalla troupe. Vogliono provare a riprenderci da lì, attraverso la rete, ma io non ho nessuna intenzione di consentirglielo. E neanche Marino. Torna verso di noi di buon passo, con le scarpe che affondano nel fango. Rusty e Harold prendono i teli per erigere una barricata.

«Passamene un po’ uno» dice Marino, e Rusty gli lancia un lenzuolo usa e getta ancora nell’involucro, come se fosse un frisbee.

Marino lo afferra al volo, strappa l’involucro, avanza a passo pesante verso la troupe, spiega il telo e lo appoggia contro la recinzione, bloccando loro la visuale.

«No!» protesta uno.

«Sono certa che lo sai già» dico a Machado. «Ma Gail Shipton era coinvolta in una causa legale che sta per essere dibattuta in tribunale. Il processo comincia tra meno di quindici giorni.»

Mi viene la tentazione di controllare nuovamente il telefono, ma mi trattengo. Ho il timore che Lucy conosca Gail Shipton, che studiava informatica e teneva lo smartphone dentro una custodia di tipo militare. Il fatto che mia nipote non mi risponda mi insospettisce ulteriormente. Ormai sono quasi sicura che tra Lucy e Gail Shipton ci fosse un qualche tipo di rapporto. Janet mi ha promesso di avvertirla che la stavo cercando. Se mia nipote mi ignora, vuol dire che c’è sotto qualcosa. Qualcosa di brutto.

«Non ne sapevo niente» mi risponde Machado.

«Hai mai sentito nominare una finanziaria che si chiama Double S?» gli chiedo, mentre Marino si sposta lungo la recinzione seguendo quelli della troupe di Channel 5, per continuare a bloccargli la visuale con il telo.

«Non mi risulta. Così come non mi risultano cause legali in corso» replica Machado. Capisco dalla faccia che fa che gli ho dato qualcosa su cui riflettere.

Forse adesso la smetterà di pensare che questa ragazza sia morta di overdose accidentale. E forse la smetterà anche di preoccuparsi della pubblicità negativa e delle PR.

«Harold, tu e Rusty potete rimanere lì» dico.

«Va bene.»

La barricata si erge come una vela che sbatte rumorosamente al vento. La plastica fruscia quando sollevo la cerata gialla.