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Sono quasi le undici quando arrivo nel parcheggio sul retro del CFC, un edificio di sette piani a forma di proiettile rivestito in titanio e sormontato da una cupola geodesica in vetro.
Al di sopra della recinzione, che è alta, dotata di sensori antiarrampicamento e rivestita in PVC nero, si vedono le antenne di un bianco argenteo che punteggiano i tetti dei laboratori dell’MIT, confinanti su tre lati con il CFC. Per quelle antenne viaggiano, quasi alla velocità della luce, messaggi invisibili spesso secretati, militari o relativi a progetti governativi segreti.
Sento suonare il telefono e alzo lo sguardo verso la finestra di Bryce, illuminata dal sole, come se potessi vederlo. È impossibile, perché i vetri del CFC sono unidirezionali, ma le vecchie abitudini sono dure a morire. Da dentro vediamo fuori, ma da fuori non si vede dentro. Forse il mio assistente ci sta guardando: non posso saperlo.
«“L’uomo che sussurrava ai canini” se n’è andato circa venti minuti fa» dice, riferendosi al dottor Adams. «È Gail Shipton, non ci piove. Era una di quelle persone con una bocca splendida perché piena di difetti, hai presente? Scommetto che a scuola la prendevano in giro, come succedeva a me.»
Digito il mio codice di accesso e il cancello elettrico emette un bip, ma resta fermo. Non vengo da cinque giorni e Marino non lavora più qui. Mi rendo conto che questo posto funzionava grazie all’impegno di entrambi. Riprovo a digitare il codice.
«Forse da piccola ha dovuto prendere della tetraciclina, che lascia i denti macchiati. Sai quei brutti denti pieni di macchie che ti fanno passare la voglia di andare a scuola perché tutti ti prendono in giro?» continua Bryce mentre il cancello vibra e finalmente prende vita.
Comincia ad aprirsi, scivolando lentamente sul binario, a scossoni. Non funziona come dovrebbe dall’ultima volta che è stato riparato, due settimane fa. Ora che non c’è più Marino, nessuno controlla l’operato del tecnico della sicurezza. Sono finiti i tempi in cui Marino stava addosso a quelli della manutenzione e verificava che tutto funzionasse. Stento a crederlo, ma purtroppo è vero.
«Anch’io avevo un dente così. Mi era rimasto macchiato una volta che ho avuto la febbre. Naturalmente era un incisivo e così mi avevano soprannominato “dente di gesso”. “Bryce può scrivere alla lavagna con i denti”, dicevano. Non sorridevo mai, da piccolo.»
Dall’altra parte del cancello che si è finalmente aperto vedo i furgoni bianchi e i pick-up per i sopralluoghi parcheggiati disordinatamente e sporchi. Anche il mezzo che usiamo per i grossi incidenti e le stragi è lurido. Marino farebbe una scenata se lavorasse ancora qui. Penso che bisognerà trovare una ditta esterna affidabile che provveda al lavaggio e alla manutenzione del parco macchine a un prezzo ragionevole. Una questione logistica in più da affrontare con Bryce, che continua a blaterare senza nemmeno prendere fiato.
«Aveva un sacco di ricostruzioni, tutte piuttosto costose. Ma già, aveva i soldi per intentare una causa da cento milioni di dollari, se è vero quello che dicono i telegiornali» continua. «Con rispetto parlando, naturalmente.»
«Benton e io siamo qui» dico, per fermarlo. Bryce scopre di avere qualcosa in comune con tutti i cadaveri che passano per il CFC. «Perché non ne parliamo in ufficio, magari più tardi? Adesso devo portare i reperti nei laboratori, poi devo farle l’autopsia e controllare gli altri casi.»
Mentre mi sbottono la giacca, mi torna in mente che ho addosso una pistola. Solo i membri delle forze dell’ordine possono entrare armati al CFC. Tutto il personale, me compresa, è tenuto a consegnare al banco della sicurezza eventuali armi da fuoco, che vengono messe sottochiave in un apposito armadietto blindato. Non tutti rispettano il regolamento. Marino non lo ha mai fatto e sono sicura che nemmeno Lucy lo fa. Mi slaccio il marsupio.
«Lo so che siete qui, vi vedo inquadrati dalla telecamera di sorveglianza e anche dalla finestra, se voglio. Il cancello è quaaaaasiii aaapeeeertooo» dice con lentezza esagerata. «Eccovi qui! Tu e Benton, gli sposini felici... Ecco che varcate la soglia, tu premi il pulsante per richiudere il cancello, che ci metterà un’ora. Ma guarda che begli stivali arancioni! Scommetto che Benton non ha nient’altro da mettersi perché i suoi bagagli sono rimasti sulla macchina di Marino. Ho indovinato? Benton è arrivato in elicottero con Lucy, che lo ha accompagnato direttamente sulla scena del crimine, tu hai chiesto a Marino di portargli i bagagli e adesso lui li tiene in ostaggio. E il povero Benton dovrà girare tutto il giorno con quegli orribili stivali di gomma. Digli di venire su da me.»
Metto la chiamata in vivavoce in modo che senta anche Benton.
«Ho un paio di scarpe da ginnastica di ricambio che gli posso prestare. Di pelle nera. Meglio di quell’orrore...» La voce di Bryce riecheggia nel piazzale e io mi chiedo chi altri fosse al corrente del ritorno di Benton.
Non mi sorprende che Bryce lo sapesse. Ma chi glielo ha detto? E quando?
«Portiamo lo stesso numero di scarpe, credo. O quasi» continua.
«Sapevi che sarebbe tornato a casa oggi?» domando. Benton intanto scrive e-mail dal suo telefono.
Teme che i suoi colleghi non condivideranno o ignoreranno le informazioni che sta inviando loro ed è titubante, prudente come non è mai stato. Ci sono agenti, per lo più giovani, che all’inizio lo consideravano un mito e adesso vogliono prendere il suo posto, dimostrare che sono più bravi di lui, e questo era prevedibile. Il resto, invece, no. Benton sospetta complotti e sabotaggi, che verosimilmente non sono frutto della sua fantasia.
«Be’, ho avuto sentore di qualcosina. E ho fatto acquisti» aggiunge Bryce, misterioso. «Domani è il suo compleanno e non ero sicuro che tu ti ricordassi, dato che stavi così male. E che pensassi anche alle decorazioni natalizie, in modo che arrivando trovasse un’atmosfera festosa, allegra.»
«Quando lo hai saputo e a chi lo hai detto?»
«Lucy e io ci siamo parlati. Voglio dire, non hai fatto l’albero, non hai messo una sola luce o candela alla finestra.» Mi rimprovera. «L’ho visto benissimo ogni volta che sono venuto a portarti qualcosa e ci sono rimasto male: la casa era buia, poco accogliente, senza nemmeno il caminetto acceso a una sola settimana da Natale. Più deprimente di così... Ho pensato al povero Benton che tornava. Non sta sentendo quello che dico, vero? E sì, lo so, il cancello va riparato di nuovo. Lo vedo che non si chiude, trema come se avesse le convulsioni. Forse sta cercando di dirci qualcosa. Adesso provo a chiuderlo da qui.»
«Il problema è che non è stato regolato bene l’ultima volta che è stata fatta la presunta manutenzione.» Mi metto il marsupio sotto il braccio e sento il peso e la forma dell’oggetto che contiene.
«Non dirlo a me. Stamattina c’era la coda fino alla strada, per colpa di quel cancello. Per un pelo non sono stato tamponato da una Honda Element. Non sarebbe stata colpa mia, ma indovina chi avrebbe finito per tirar fuori dei soldi? Una bagnarola come quella che va a sbattere contro la mia X6, te lo immagini? Veramente è di Ethan. Non posso certo permettermi una BMW con lo stipendio che ho. A proposito, che razza di macchina ha Lucy? E che cosa ti sei appena tolta? Da quando giri armata?»
«Per il momento non voglio che vengano diffuse informazioni sull’identità né su altro» gli dico mentre passiamo davanti al posto vuoto di Marino, dove non parcheggerà più il suo pick-up con un difetto di progettazione. «Chi altri sapeva che Benton stava per tornare a casa?»
«Se non ho visto male, hai una pistola nel marsupio. Molto sexy, d’accordo, ma come mai? E perché la tieni in quel brutto marsupio nero così informe? Non li fanno anche di pelle, o di colori più allegri? Potrei dire al dipartimento di polizia di Cambridge di rilasciare un comunicato, a loro discrezione, così noi ce ne laviamo le mani.»
«Probabilmente è la cosa migliore, purché siamo assolutamente sicuri che...»
«Il dottor Adams ci ha messo mezz’ora.» Bryce mi interrompe di nuovo. «Pare che, oltre a tutto il resto, recentemente le avessero estratto il numero venti...»
«Bryce, a chi hai detto che Benton stava per tornare a casa, e quando? È importante, ho bisogno di sapere...»
«Un alveolo in fase di guarigione con un perno in titanio per un impianto ancora da “insediare”. Lo so che si dice in un altro modo.»
«Bryce?»
«Sono i re che si insediano sul trono, non le corone in bocca, perdona la battuta.» Abbassa la voce. «Non è un granché, lo so.»
Sollevo il coperchio del meccanismo di apertura accanto alla saracinesca e poso il dito pollice sul lettore della serratura biometrica.
«Non sono sicuro di sapere esattamente che dente è il numero venti» continua Bryce, imperterrito. «Ma credo che sia un molare.»
«Lucy ti ha detto che Benton sarebbe arrivato oggi?» Premo un pulsante, il motore si avvia e la pesante saracinesca di metallo comincia a sollevarsi.
«Certo. L’ho incoraggiata io ad andare a prenderlo a Washington con il suo giocattolino volante. Qualcuno ti ha rovinato la sorpresa? Giuro che non è colpa mia.»
Se Bryce era al corrente, è impossibile accertare quante altre persone lo sapevano, e comunque penso che non spiegherebbe nulla. Anzi, ne sono sicura. Per quanto Bryce possa essere stato indiscreto, e ammesso che i sospetti di Benton siano giusti, come avrebbe fatto l’assassino a venirlo a sapere? Perché avrebbe dovuto interessargli quando tornava a casa Benton? Sarà anche vero che non resiste alla tentazione di assistere agli spettacoli che mette in scena, ma questo non significa che scelga le sue vittime o il momento in cui colpire in base agli spostamenti di mio marito. È più probabile che Granby voglia far leva sulle paure più profonde di Benton, che cerchi di stancarlo e destabilizzarlo sapendo benissimo che effetto gli fa il pensiero di aver influenzato con i suoi scritti un serial killer. Benton sarà anche un po’ paranoico, ma ne ha ben donde.
«Ernie è in laboratorio?» chiedo. «Ho dei reperti da dargli, e sono in arrivo il montante di un cancello e un tronchese con dei segni da verificare. E del materiale biologico per il test del DNA. Dovresti avvertire Gloria, per piacere, e già che ci sei anche il laboratorio di tossicologia per quegli esami in più che mi servono per il suicidio della settimana scorsa, Sakura Yamagata. Mi serve tutto alla massima velocità umanamente possibile.»
«Dimmi qualcosa di nuovo, ti prego.»
«Questo che ti sto dicendo è nuovo. Sono molto preoccupata.»
«Non mi dai nemmeno un indizio?»
«No» rispondo. «Dovresti anche prendermi un appuntamento con il dottor Venter, il direttore dell’istituto di Baltimora.»
«Me ne occupo subito» mi assicura Bryce. «Ernie sta esaminando l’auto di quello che si è schiantato ubriaco, a cui Anne sta facendo la TAC in questo preciso istante. Abbiamo un presunto suicidio per overdose in arrivo, una donna a cui è morto il marito in un incidente di moto esattamente un anno fa. Le disgrazie non vengono mai sole, e sotto le feste è più vero che mai. Una media di dieci suicidi alla settimana dal giorno del Ringraziamento a oggi. Sempre più alta.»
«È aumentata di oltre il venticinque per cento.»
«Ecco, mi hai rovinato completamente la giornata.»
A mano a mano che la saracinesca si alza, vedo l’enorme SUV che Lucy ha parcheggiato dove non dovrebbe. Ma mia nipote parcheggia sempre dove vuole, sia le sue supermacchine sia le moto, infischiandosene delle regole. Noto due barelle abbandonate a casaccio contro un muro e un sacco mortuario vuoto appallottolato su una di esse. Vicino a uno scarico nel pavimento è arrotolato alla bell’e meglio un tubo di gomma con la pistola spray che gocciola.
«Come mai stiamo esaminando l’auto di un incidente stradale?» chiedo a Bryce.
«Perché ci ha telefonato l’avvocato.»
«Gli avvocati telefonano sempre. Non è un motivo sufficiente.»
«Non era un avvocato qualsiasi. Era Carin Hegel.»
«Che cosa voleva esattamente?» domando.
«Non me l’ha voluto dire.»
Benton e io ci chiniamo per passare sotto la saracinesca che si sta aprendo. Lui digita con i pollici un messaggio per qualcuno e io, appena entrata, premo il pulsante STOP e poi CLOSE. Accendo le luci. Gli armadietti sono tutti chiusi a chiave e il pavimento è pulito, per fortuna. Non sento nessun cattivo odore.
«Qualcosa riguardo al tasso alcolemico. Meglio che chiedi a Luke. Altre cause in vista, che palle!» dice Bryce mentre la saracinesca si richiude rumorosamente. «Ti va bene se ordino delle pizze da Armando? Nel primo pomeriggio avremo un certo affollamento, e non di cadaveri. Non puoi non mangiare, e ti ho già preparato i vestiti per cambiarti. Il solito tailleur blu, fresco di lavanderia, décolleté classiche con il tacco basso e collant nuovi, senza difetti né smagliature.»
«Per andare dove? Non dovevo nemmeno venire in ufficio oggi.» Mi fermo vicino al rubinetto e lo chiudo per bene.
«Abbiamo un colloquio per scegliere il sostituto di Marino» dice Bryce. «Jennifer Garate, che fa rima con “karate”. Te la ricordi? Quella che negli ultimi cinque anni ha fatto investigazioni a New York e prima era l’assistente di un medico. Abbiamo esaminato la sua domanda di assunzione qualche settimana fa, insieme a un sacco di altre. Al telefono mi è sembrata simpatica e Luke ha trovato molto carina la foto allegata al CV. Devo dire che mi è parso un po’ strano che abbia scelto una foto scattata in spiaggia con un paio di short da palestra fatti apposta per mettere in mostra la mercanzia. Che, per inciso, non le manca. Grazie al cielo ci sei anche tu. Vuol mica venire anche Benton, già che è da queste parti?»
«No» rispondo. «Benton non vuole.» Tolgo il vivavoce perché Benton non sta più ascoltando.
Immagino che stia scrivendo ai suoi colleghi dell’Unità di analisi comportamentale e che le tensioni siano in aumento. Mi chiedo se quelli dell’FBI cominceranno a cercare Martin Lagos da queste parti, se daranno la caccia a un uomo che Benton ritiene morto. Sto già pensando a cosa fare con i risultati dei test del DNA che effettueremo sulle mutandine che aveva addosso Gail Shipton e sul Vicks trovato nell’erba. Per la prima volta nella mia carriera ho dei dubbi sul destino dei profili genetici che il nostro laboratorio immette nel CODIS.
«Be’, è uno dei ruoli più importanti di tutto l’organigramma, visto che influisce su ogni aspetto del lavoro.» Bryce riprende a parlarmi all’auricolare. «Se ti ritrovi con un capo del reparto investigativo di merda... Come si dice, merda è e merda resta.»
Attraversiamo il garage, grande come un hangar. Da una parte c’è il SUV nero di mia nipote, due tonnellate di acciaio balistico a prova di esplosione, telecamere di sorveglianza, fotoelettriche, kit per la sopravvivenza, sirena e luci stroboscopiche. Ha anche una scatola nera, come i velivoli, e un impianto di amplificazione con tanto di altoparlanti. Non ho avuto occasione di chiederle quanto è costato questo mezzo dall’aspetto minaccioso né per quale motivo abbia ritenuto di averne bisogno.
«Chi ha voglia di lavorare con un prepotente che quando beve si ferma a dormire qui su un materasso gonfiabile, che si cerca le donne su Twitter e vive in una casa che merita un premio per il cattivo gusto delle luminarie natalizie?» brontola Bryce. «Non gli perdonerò mai di aver dato le dimissioni con un’e-mail. Non ha avuto nemmeno la decenza di dirmelo in faccia. Comunque sia, ordino da Armando o no? E posso svaligiare il fondo per le piccole spese?»
In cima a una rampa si apre la porta che conduce al piano inferiore e compare Lucy. Ha una tuta da aviatore che mette in risalto il fisico tonico e asciutto, gli occhi verdi e i capelli biondi tagliati corti, da ragazzino.
«... Dottoressa Scarpetta? Kay, non ti sento più, dentro il garage. Pronto, pronto?» dice Bryce e io chiudo la chiamata perché mi sono resa conto che dopo giorni di solitudine e silenzio sono diventata intollerante alle chiacchiere.
Lucy tiene la porta aperta appoggiandovisi per evitare di baciarmi e io percepisco immediatamente il suo umore, come se fosse una ventata di aria calda. La abbraccio, che le piaccia o no.
«Non dirmi niente che io non debba sapere» le sussurro.
«Non mi importa che cosa vieni a sapere. Sono sicura che Benton ti ha detto le cose più importanti.»
Di solito rimando le manifestazioni di affetto per mia nipote a quando siamo fuori dal CFC e sul suo bel viso passa un’ombra di fastidio, mentre si ritrae. Subito dopo la vedo tesa, quasi aggressiva.
«Scusa» le dico, e lei ha una reazione stoica, impassibile, come se quello che è successo a Gail Shipton non le causasse nessuna emozione.
Intuisco in lei una determinazione che va sempre nello stesso senso, in una direzione prevedibile e preoccupante. Mia nipote è molto portata per la collera vendicativa e non sa gestire la tristezza.
«Accetto l’offerta di Bryce e mi faccio prestare un paio di scarpe.» Benton si appoggia allo stipite della porta e, un piede alla volta, si toglie gli stivali. Li posa in cima alla rampa, dove si afflosciano come birilli spartitraffico appassiti, e passa davanti a noi con le calze. Poi gira a sinistra, diretto all’ascensore, parlando di nuovo al telefono con un’espressione impenetrabile, come quando si trova di fronte a resistenze, ignoranza e forse anche qualcosa di peggio.
«Dobbiamo parlare.» Prendo Lucy per un braccio per trascinarla via dalla porta che continua a tenere aperta.