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Scattiamo fotografie per mezz’ora.
Riempiamo i diagrammi anatomici e raccogliamo reperti materiali dalla cute e dagli orifizi. Trovo altre fibre azzurrognole nei capelli, in bocca, sulla lingua e tra i denti, nelle narici e nelle cavità nasali. Mi chiedo come ci siano finite.
Non provengono dal telo bianco elasticizzato in cui era avvolta e non penso proprio che possano provenire dagli indumenti che indossava quando è stata aggredita e uccisa: non avrebbe senso. Mi tornano in mente le osservazioni di Venter, che sospetta che Julianne Goulet abbia aspirato fibre di Lycra azzurra presumibilmente simili a quelle che ho trovato io.
«Durante l’autopsia, dobbiamo controllare le vie aeree e i polmoni per vedere se ne contengono altre» dico ad Anne raccogliendo una fibra sottilissima con una pinza.
La poso su un vetrino e la copro.
«Dici che le ha aspirate? Mi sembra strano. A meno che non sia un materiale che perde fibre a tutto andare.» Anne apre l’involucro di un kit per il tampone vaginale.
«Ne dubito» replico. «Sarebbero dappertutto. È più probabile che avesse sul volto una stoffa di questo colore mentre cercava disperatamente di respirare.»
«Succede quando la vittima viene soffocata con un cuscino sulla faccia» riflette Anne. «Ho visto piume e fibre nelle vie aeree e nei polmoni dei morti soffocati con un cuscino.»
«Senza lesioni significative, perché i cuscini sono morbidi.»
«Ho sempre pensato che alcune morti nella culla in realtà siano omicidi di questo genere. In preda alla depressione post partum, la madre soffoca il bebè con una copertina o un guanciale.»
«Gesù! Mi fate venire la depressione, voi due!» esclama Lucy.
Mi avvio con il vetrino verso il microscopio ottico a luce polarizzata, regolo l’ingrandimento a 100× e la messa a fuoco, poi mi appoggio all’oculare: la fibra è in realtà un gruppo di fibre multicolore, come un fascio di fili elettrici, verde chiaro, pesca e con una predominanza di azzurro.
«Sintetica.» Torno al tavolo di acciaio. «Ernie scoprirà cos’è» aggiungo, continuando a pensare alle fibre di Lycra che Venter ha trovato addosso a Julianne Goulet. «Nei capelli, tra i denti, fino ai seni nasali.» Strappo l’involucro di uno speculum. «Mi fa pensare che sia stata soffocata con un tessuto elastico, sintetico, multifilamento, con una certa flessibilità.»
«Tipo le braghette di poliestere che mi mettevano quando ero piccola.» Anne taglia le unghie della morta e le infila in una busta. «Elasticizzate, che evidenziavano tutti i rotoli di ciccia. Perché sì, non ci crederete, ma ero cicciottella e non sono andata al ballo del liceo. Dunque le fibre non vengono dal telo in cui era avvolta perché è bianco.»
«Esatto. Dal telo non vengono» dichiaro. «Il telo bianco è un tocco aggiunto quando era già morta. L’ha tenuta da qualche parte, l’ha messa in posa e l’ha lasciata lì finché non si è irrigidita. L’ha spostata solo dopo che si era manifestato il rigor mortis.»
«Come fai a dirlo?» mi chiede Lucy, che ci osserva un po’ scostata dal tavolo.
«Dagli artefatti post mortem» rispondo. «La posizione in cui è ora è quella in cui si è raffreddata, quando si sono manifestati livor e rigor.»
«Le ha sistemato le braccia in questo modo deliberatamente.» Lucy mette le braccia nella stessa posizione della morta.
«Sì.»
«È come una statua di terracotta, che pian piano solidifica» spiega Anne.
«Che strano» mormora Lucy. «Perché l’ha fatto?»
«Perché ’sta gente fa quello che fa?» osserva Anne.
«Dovrà pure voler dire qualcosa.»
«Secondo me, non lo sanno manco loro cosa vuol dire.» Anne mi porge una busta perché vi apponga la mia sigla. «Fanno cose terribili e quando gli chiedi perché non ti sanno rispondere.»
«La penso come te» concordo.
«Magari dipende da qualcosa che gli è successo quando erano piccoli, troppo piccoli per ricordarselo» continua Anne. «Tipo quando io ho sbattuto la porta senza accorgermi che c’era dietro un gatto e gli ho rotto la coda. Non me ne sono mai fatta una ragione, ma se fossi una criminale magari quello sarebbe il mio tratto distintivo, la mia firma. Sono rimasta traumatizzata a dieci anni e adesso tormento i gatti, gli rompo la coda.»
«Sai una cosa, Anne?» dice Lucy. «Tu sei fuori di testa.»
«Diglielo tu, Kay, che non sono per niente fuori di testa.»
Cominciamo a prelevare tamponi da tutti gli orifizi.
«L’ha avvolta in qualcos’altro quand’era ancora viva.» Lucy torna a parlare della morta.
«Spiegherebbe la presenza di queste fibre sotto le unghie, nei capelli e in bocca» replico io, mentre vaglio mentalmente diverse possibilità.
“Ha un suo modo per tenere ferma la vittima senza lasciare segni.” Ricordo di averlo pensato leggendo la documentazione dei casi di Washington.
Ricordo che ero seduta sul letto e ho immaginato la morte di quelle povere donne, il sacchetto di plastica trasparente di un centro termale chiamato Octopus sulla testa, chiuso con nastro adesivo, la faccia cianotica, gli occhi fuori delle orbite, il terrore che aumenta con l’aumentare della pressione del sangue arterioso che continua ad affluire alla testa mentre quello venoso non riesce a defluire a causa del nastro adesivo intorno al collo, i capillari che si rompono formando petecchie sulle palpebre e sulle congiuntive. È come un palloncino attaccato a una manichetta: l’acqua entra, non può uscire e la pressione aumenta finché il palloncino scoppia. Immagino il fischio assordante nelle orecchie della vittima, i suoi sforzi disperati per prendere fiato. Ma Gail Shipton non aveva un sacchetto intorno alla testa. Forse l’assassino non ha soffocato nessuna delle sue vittime con un sacchetto di plastica.
Forse ha ragione il dottor Venter quando dice che i sacchetti trasparenti potrebbero essere un accessorio, un elemento decorativo al pari della posa in cui atteggia le sue vittime una volta morte. Nel caso di Gail Shipton, l’assassino non si è preso la briga di farlo perché lei è morta prima del tempo, interrompendo il suo macabro rituale. Forse usa un tessuto morbido ed elasticizzato per soffocare le sue vittime, magari di Lycra. Questo spiegherebbe l’assenza di lesioni da difesa e la presenza di fibre azzurrognole in profondità nelle cavità nasali di Gail Shipton e nelle vie aeree e nei polmoni di Julianne Goulet.
Chi viene soffocato reagisce, si dibatte. Ma queste donne non hanno opposto resistenza. Benton dice che è come se si fossero consegnate volontariamente alla morte. Ma io non lo credo possibile. Nessuno si lascia uccidere docilmente. Nei suicidi che scelgono di togliersi la vita per asfissia, l’istinto di sopravvivenza si manifesta con forza. Pur avendo deciso di morire, quando penzolano nel vuoto dopo aver allontanato con un calcio lo sgabello su cui erano saliti per impiccarsi, si aggrappano disperatamente al cappio che si stringe lentamente intorno al collo, oppure cercano di strapparsi il sacchetto dalla bocca e lottano fino all’ultimo quando annegano. Dolore e panico fanno cambiare idea, ogni cellula dell’organismo grida la sua voglia di continuare a vivere. Immagino l’assassino che avviluppa le sue vittime in un tessuto sintetico lievemente elasticizzato, che lascia loro una piccola possibilità di movimento.
L’esame pelvico non rivela segni di violenza sessuale: non c’è liquido seminale, non ci sono contusioni né infiammazione. Procedo velocemente: ho una missione da compiere, una verifica scientifica da portare a termine prima dell’autopsia. Metto una nuova lama nel bisturi e pratico l’incisione a Y, lungo il ventre, deviando in corrispondenza dell’ombelico. Ripiego all’indietro i tessuti, ma non rimuovo ancora lo sterno. Cerco la biforcazione dell’aorta addominale davanti alle articolazioni sacroiliache, in corrispondenza della linea terminale, e introduco un angiocatetere nell’arteria iliaca esterna sinistra. Pompo liquido per imbalsamazione mescolato a un mezzo di contrasto non ionico che alla TAC si illuminerà come un neon bianco.
Il mezzo di contrasto riempie i vasi sanguigni di Gail Shipton, che si espandono visibilmente sotto la pelle, come se il sangue avesse ripreso a circolare. Il corpo sembra quasi riprendere vita, ma la mia postazione odora come un laboratorio di imbalsamazione.
«Rimettiamola nello scanner.» Mi tolgo i guanti e lo schermo facciale. «Voglio controllare le strutture vascolari e capire se è andata in arresto cardiaco prima che l’assassino avesse modo di ucciderla.»
«Come pensi che sia morta, esattamente?» mi domanda Lucy.
«Andrò per esclusione» rispondo. «Eliminando tutto ciò che non è stato, arriveremo a capire che cosa può aver causato il decesso. Per esempio, so che a un certo punto ha avuto un picco di pressione che le ha provocato emorragie petecchiali nella congiuntiva.»
Stacco il tavolo autoptico dal lavandino e rilascio i freni delle rotelle.
«L’ipotesi che in questo momento mi pare più probabile è che abbia avuto un arresto cardiaco per la scarica elettrica di un Taser» spiego. «O forse quando l’assassino ha cercato di soffocarla con qualcosa che le ha lasciato addosso quelle fibre azzurrognole. Potrebbe aver cercato disperatamente di respirare, ma non per molto. Non per il tempo che ci vuole normalmente per soffocare un individuo, specie se l’assassino è un sadico e gode a veder morire le sue vittime al rallentatore.»
«Tipo che aspetta che svengano, allenta la pressione per lasciare che riprendano fiato e poi ricomincia» suggerisce Anne.
«Con lei, però, non è andata così. Per via dello pneumotorace. Ti ha mai detto che soffriva di cuore, che aveva dolori toracici?» chiedo a Lucy.
«Esplicitamente, no. Ma si lamentava dello stress e, come ti ho già detto, aveva spesso l’affanno. Sospirava, era sempre stanca. Poteva essere l’ansia, però. E faceva vita sedentaria. Il massimo dell’esercizio fisico, per lei, era qualche minuto di tapis roulant.» Guarda il volto di Gail Shipton e la sua espressione si fa sempre più dura e cupa.
«Resti?» le chiedo.
«Cosa pensi?»
«Non è necessario.»
«Sì, invece. Mi fa meno impressione di quanto tu creda.»
Trasportiamo Gail Shipton verso la sala radiografica.
«È colpa sua la fine che ha fatto» soggiunge Lucy. «È questo che mi fa impressione.»
«Non si è uccisa da sola» ribatto. «L’hanno assassinata.»
«Non dico questo. Dico che ha messo in moto un meccanismo che l’ha portata alla morte.»
«Cerchiamo di assolverla» insisto. «Nessuno merita di morire ammazzato, indipendentemente da come si comporta.»
Torniamo nella sala radiografica e copriamo il lettino con teli puliti prima di posizionarci sopra il corpo. Io inietto altro liquido per imbalsamazione nell’arteria iliaca, poi Anne preme un pulsante per far scorrere il lettino nello scanner. Regola l’angolazione del gantry e preme un pulsante rosso per centrare il punto di interesse dei fasci laser sulla testa.
«Cominciamo la scansione dalla carena, la cartilagine tracheale più bassa, e saliamo fino alla cavità orbitaria» dico.
Ci sistemiamo alla console, dietro il vetro, accendiamo la luce rossa che segnala il passaggio di raggi e chiudiamo la porta. Il livello di radiazioni nella sala non comporta rischi solo per chi è già morto.
«Rappresentazione tridimensionale dall’interno all’esterno» decido. «Sezioni sottili, un millimetro, con un incremento di un millimetro tra l’una e l’altra. Cosa ne pensi?»
«Zero virgola settantacinque per zero virgola cinque è meglio.» Anne aziona lo scanner dal computer.
Si incominciano a sentire gli impulsi, la fonte radiogena raggiunge la temperatura d’esercizio. Sentiamo il rumore del tubo che ruota e Anne seleziona sul menu l’opzione TORACE, evidenziando l’area di interesse, cioè il cuore. Cominciamo da quello. Voglio scoprire se Gail Shipton aveva un difetto vascolare che potrebbe averla resa vulnerabile a una morte improvvisa che ha lasciato frustrato e rabbioso il Capital Killer, come sospetta Benton.
Quando è stata colpita con il Taser, potrebbe aver avuto un’aritmia ed essere morta prima che lui la soffocasse, oppure il cuore le ha ceduto mentre cercava disperatamente di prendere fiato e l’assassino non è riuscito a torturarla quanto avrebbe voluto. Ho il sospetto che le emorragie che ha sulla congiuntiva siano dovute a un’ostruzione vascolare, a un problema a una o più valvole cardiache. Le vittime di Washington avevano petecchie sulle guance e sulle palpebre, ma la rottura dei capillari di Gail Shipton è molto estesa.
“Cosa ti è successo?”
«Se segui il mezzo di contrasto lungo i vasi sanguigni, vedi le strutture nel dettaglio, chiare e ben definite come strade illuminate» spiego a Lucy. «Ecco, il problema è qui. Lo vedi?» Indico un punto sullo schermo del computer. «Vediamo in tempo reale un difetto che lei probabilmente neanche sapeva di avere.»
«Poveraccia.» Anne muove il cursore e seleziona un’altra zona d’interesse. «Il pensiero che possiamo avere una bomba dentro che può scoppiare da un momento all’altro fa paura, eh?»
Mostro a Lucy il restringimento nell’arteria coronarica che ha causato un afflusso insufficiente di sangue al cuore.
«Stenosi valvolare aortica, che ha provocato un ispessimento della parete muscolare del ventricolo sinistro» dico. «Potrebbe essere una malformazione congenita, oppure dovuta a un’infezione batterica che ha avuto da piccola. Una faringite streptococcica che le ha portato febbri reumatiche.» Mi viene in mente quello che ha detto Bryce a proposito dei denti di Gail Shipton. «Potrebbe essere per questo che aveva quelle macchie sui denti: magari ha preso antibiotici tipo tetraciclina.»
«Che problemi avrebbe avuto a lungo andare?» domanda Lucy.
«Il cuore avrebbe gradualmente perso la capacità di pompare il sangue in maniera efficiente e a un certo punto il muscolo avrebbe smesso di espandersi.»
«Ciò significa che prima o poi avrebbe avuto un infarto. Insomma, non aveva davanti una lunga vita in salute» dice Lucy. Probabilmente è un pensiero che la rassicura.
«Nessuno di noi sa che cosa lo aspetta» sentenzia Anne. «Vi ricordate Jim Fixx, il guru della corsa? È morto improvvisamente mentre faceva jogging, come tutti gli altri giorni della sua vita. Oppure i riccastri che vengono colpiti da un fulmine mentre giocano a golf. Patsy Cline è morta in un incidente aereo, Elvis Presley sulla tazza del gabinetto. Non se lo aspettava di certo quando si è alzato quella mattina a Graceland.»
«Gail soffriva quasi certamente di astenia, affanno, palpitazioni, mancamenti sotto sforzo... Le cose che mi hai detto prima, insomma» dico a Lucy mentre guardo lo schermo. «Gonfiore a piedi e caviglie.»
«Effettivamente a volte si lamentava delle scarpe strette.» Lucy sembra più affascinata che triste. «Portava preferibilmente sandali e scarpe senza lacci.»
Mi torna in mente la ballerina verde di finto coccodrillo che Marino ha trovato dietro lo Psi Bar.
«Stava già scompensando, dunque. Andava dal medico regolarmente?»
«So solo che odiava i medici.»
«Il suo cuore doveva pompare più forte del normale» continuo.
«Odiava il genere umano, per la verità» rettifica Lucy. «Era chiusa, introversa. Avrei dovuto stare più attenta quando ha cercato di adescarci.»
«Di adescarvi?» Anne si volta sulla sedia, con la bocca aperta. «Te e Janet? In un bar? Le piaceva la vita spericolata, allora.»
«Allo Psi Bar, una sera, la primavera scorsa» spiega Lucy. Mi viene in mente che la primavera scorsa non sapevo ancora che Lucy e Janet fossero tornate assieme.
Non mi piace ricordare che mia nipote mi tiene dei segreti. Dovrei essere abituata, averci fatto il callo, ormai. Perché mi dovrei offendere se non mi dice tutto? In fondo, è meglio che io certe cose non le sappia proprio. Sono quasi trent’anni che me lo chiedo, da quando era una bambina terribile che mi curiosava nel computer, sulla scrivania, nella vita privata, dappertutto. Conosceva Gail Shipton e non le fa impressione vederla morta, aperta in due. È insensibile all’odore della morte, al suo terribile gelo.
«Ci ha fatto portare da bere e poi è venuta a sedersi al nostro tavolo. Abbiamo chiacchierato un po’. Lì per lì ho pensato che non fosse proprio a posto, ma all’MIT sono tutti un po’ strani...» Lucy si stringe nelle spalle. «Era particolarmente affabile, quella sera, e dopo ho scoperto perché: faceva finta.»
«Faceva finta perché non stava bene, poveretta» dice Anne. «Immaginati le valvole cardiache come delle porte: le sue facevano fatica ad aprirsi e a chiudersi. Sicuramente aveva le palpitazioni, o addirittura dolori tipo angina.»
«Pensava fosse stress» spiega Lucy. «E questo fa parte delle accuse che Carin muove alla Double S. Lo stress che le procuravano le dava problemi di salute, affanno, oppressione al petto, ansia, una serie di disturbi che le impedivano di lavorare.»
«Se i problemi di salute erano una delle argomentazioni che intendeva citare in tribunale, perché non si è fatta fare un check-up?» osserva Anne.
«Aveva paura che le dicessero che non aveva niente. Non voleva che i medici minimizzassero i suoi sintomi.»
«Impossibile. Vedi il restringimento della valvola mitrale?» Le indico un punto sullo schermo. «Magari aveva anche un reflusso.»
«Quando scegli la tua vittima, certe cose non le puoi immaginare» sottolinea Anne. «Il dolore fisico acuto l’ha uccisa prima di quel bastardo.»
«In ogni caso, l’ha uccisa lui» mormora Lucy guardando le immagini 3D del cuore malato di Gail Shipton, come se fosse una metafora della sua persona. «Un difetto fatale» dice, gelida. «Peccato non saperlo prima.»
«La causa di morte è arresto cardiaco dovuto a stenosi valvolare associato a pneumotorace destro e dolore fisico acuto conseguente a una scarica elettrica da Taser» concludo.
«L’ha ammazzata d’infarto» dice cinicamente Anne. «L’avvocato che lo difenderà ci marcerà, vedrete. Dirà che la Double S l’aveva fregata e lei è morta di crepacuore.» La porta si apre all’improvviso.
Entra Bryce, come una corrente d’aria turbolenta, con un foglio in mano scritto con la sua grafia elegante e ordinata. «Merda merda merda merda» impreca porgendomelo. È l’appunto di una telefonata fatta da Marino. «A Concord c’è stata un’ecatombe!»