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Carichiamo i miei ferri del mestiere e il sacco rosso degli indumenti protettivi sporchi nel bagagliaio della Porsche come se stessimo per andarcene.
Benton chiude il portellone con il telecomando. Usciamo dal parcheggio a piedi e, dopo aver superato una barriera di pini con i rami molto bassi, ci allontaniamo dal viale di accesso e ci incamminiamo verso un gruppo di alberi, un prato e un grande spiazzo, nella direzione stabilita da Benton in precedenza. Noto che osserva i lampioni gialli, su cui sono montate videocamere che, come periscopi, permettono di registrare qualsiasi movimento sull’asfalto. Noi però, nel buio e nella nebbia, le evitiamo prudentemente nella nostra manovra di avvicinamento alla casa dove Lombardi viveva solo.
La disposizione degli edifici nel ranch è sicuramente voluta: gli uffici si trovano a meno di due chilometri dall’ingresso lungo il viale tortuoso e sono collegati tramite una galleria trasparente a un fabbricato più grande che Benton mi dice ospitare un centro benessere con palestra e piscina coperta. Questo secondo edificio è collegato a sua volta, grazie a un altro passaggio coperto, a una generosa dépendance per gli ospiti. Da lì una terza galleria porta alla villa, di legno verde scuro con le persiane color marrone e un tetto di metallo anch’esso verde scuro, nascosta tra i pini e difficilmente visibile dall’alto. Benton definisce la villa del miliardario deceduto “un covo architettonicamente mimetizzato”.
Le porte che danno accesso alle stanze private di Lombardi sono dotate di serrature di sicurezza antitrapano, con chiave non duplicabile. Tutti i fabbricati della tenuta, fatta eccezione per scuderie, casotti e solarium, sono collegati fra loro da queste gallerie che assomigliano ai ponti coperti del New England. Mentre rasentiamo il perimetro camminando sull’erba bagnata, nel buio più fitto, Benton mi spiega la disposizione degli spazi e le misure di sicurezza, e io non posso fare a meno di pensare a un polpo che allunga i suoi tentacoli su tutta la tenuta e anche oltre, al di là dell’orizzonte nero come l’inchiostro, fino a raggiungere altre città, altri stati, altre nazioni e altri continenti.
«Giudicherai tu stessa» mi dice. «Non penseresti mai che dalle nostre parti succedano cose simili. Ma non è questa la priorità. Questo può aspettare, maledizione. Il problema vero è che quel pazzo ucciderà ancora, e nessuno lo cerca.»
«Lo stiamo cercando noi. Ma non lo prenderemo mai se prima non prendiamo Granby. Secondo me, Granby sa benissimo chi è.»
«Certo che lo sa. Perché lo proteggerebbe, altrimenti?» replica Benton. «Non si tratta solo di catturare il Capital Killer, che nuoce alla politica e al turismo di Washington. Granby vuole far ricadere la colpa su qualcun altro, forse perché lo voleva Lombardi. Se accusi di tre omicidi uno che è scomparso, che probabilmente è morto, non danneggi nessuno. A meno che il serial killer non colpisca un’altra volta e tu non sia in grado di manomettere di nuovo il DNA. Cosa che è puntualmente successa. Granby dev’essere nel panico.»
Non lo dice come se questo gli desse soddisfazione. Non è uno che va giù pesante e non è vendicativo, mentre io a volte lo sono. Mi guida nel buio, aiutandomi a evitare rami bassi che vedo a malapena. Sono bagnati dalla pioggia e, quando li urto con una spalla, mi fanno la doccia. Mi infilo il cappotto e me lo abbottono.
«Se passassimo sul viale, chi ci vedrebbe? Che cosa succederebbe?» Mi pettino i capelli umidi con le dita.
«Le telecamere ci riprenderebbero, compariremmo sui monitor e ci verrebbero a prendere nel giro di due secondi. Granby ci farebbe scortare immediatamente fuori dalla tenuta.»
«Lo pensi veramente?»
«Non sarebbe una bella cosa» replica.
«Potrebbero anche essere troppo indaffarati per accorgersi di noi.»
«Al momento probabilmente lo sono, ma appena arriveranno i rinforzi la fortuna non ci basterebbe e non avremmo più il tempo di far niente. Mi stupisco che non siano già qui.»
«Che cosa succederà quando arriveremo alla casa?» domando.
«La porta accanto al garage ha l’allarme, ma l’impianto è spento. Lo ha disattivato il cuoco, prima, e non l’ha più acceso. Quell’entrata è fuori del raggio di azione delle videocamere, probabilmente perché Lombardi voleva poter andare e venire con amici, conoscenti, colleghi, mafiosi e donne, senza essere visto né registrato.»
«“Colleghi” nel senso di amici altolocati» suggerisco.
«Penso che il quadro che si sta delineando sia questo.»
«E donne come Gail Shipton.»
«Per controllarla. Per dominarla. Per piegarla alla sua volontà.»
«Non solo per sesso.»
«Per potere» dice Benton. «Glielo ha imposto perché lei non voleva. Lo faceva per metterla al suo posto. Carin Hegel all’inizio pensava di poter tenere testa a questa gente, ma non aveva idea di quel che l’aspettava. Credeva che fosse una causa legale come le altre. Ma Lombardi stava per mettere al suo posto pure lei.»
«Non pensa più che sia una causa legale come le altre, adesso che si nasconde a casa di Lucy. Mi domando a quanti altri ex clienti Lombardi ha fatto lo stesso scherzo. Li ha derubati di tutto quel che avevano senza che fosse possibile dimostrarlo, poi gli ha fatto avere un risarcimento dall’assicurazione di cui ha sicuramente preso la fetta più grossa. Gli ha fatto fare quel che voleva perché sentivano di non avere scelta, temevano che se non avessero acconsentito li avrebbe ammazzati.»
«Quella con Gail dev’essere stata una transazione modesta, per lui» dice Benton.
«Cento milioni ti sembrano una cifra modesta?»
«Qualunque fosse stata la cifra dell’indennizzo da parte dell’assicurazione, per lui sarebbero stati spiccioli. Ma lo divertiva che un avvocato famoso come Carin Hegel avesse osato fargli causa. Gail era debole e si è lasciata prendere dalla disperazione, e lui la teneva in pugno, lei e la tecnologia che era in grado di fornirgli.» Ogni minuto o due Benton controlla il telefono e riceve informazioni da Lucy. «Se non fosse morta, si sarebbe beccata una denuncia per truffa. L’avrebbero cacciata dall’MIT e la sua vita sarebbe stata rovinata per sempre.»
«Granby è al corrente di questo? Sa che Gail Shipton era in collusione con Lombardi?»
«Non so che cosa sappia di preciso, ma hai sentito anche tu che cosa gli ho detto.» Il tono di Benton è durissimo. «Ho chiarito le cose importanti e non intendo dirgli altro. Sono in ferie per tutte le feste e fino a nuovo ordine, no? E noi non siamo qui, a meno che non abbiano notato la mia macchina.»
«Sai che investigatori, se non l’hanno notata...»
«Non notano niente, a parte quello che è nei documenti in cui stanno frugando» replica Benton. «Probabilmente a quest’ora saranno riusciti ad aprire la cassaforte. Chissà che cosa c’è dentro: milioni in contanti, immagino, oro, valute straniere e numeri di conti offshore. E lui è costantemente al telefono con la sede centrale, trama, organizza, risolve l’ennesimo grosso caso. È fin troppo prevedibile. Ha pianificato tutto e l’uomo di cui dovremmo preoccuparci non è nel loro mirino. Nessuno lo cerca, e per un motivo ben preciso: Granby li ha depistati.»
«Ha manomesso il DNA. Ha risolto un caso che è tutt’altro che risolto. E adesso che cosa farà?» Procediamo in un prato che nella bella stagione sarebbe pieno di fiori. «Chiuderà il caso attribuendo gli omicidi di Washington a Martin Lagos e farà passare quello che è successo qui per una vicenda a sé, un’indagine relativa a criminalità organizzata e omicidi su commissione» ipotizzo.
«Il che va contro ogni logica. Ma prima o poi qualcuno se ne accorgerà. Non tutti sono incompetenti e corrotti all’FBI» dice Benton. In realtà sta dicendo che non vuole credere che all’FBI ci siano persone incompetenti e corrotte.
«Non possiamo permetterci il lusso di lasciar andare le cose in questo modo.»
«Un killer prezzolato usa la sua arma» dice Benton. «Non lascia indumenti sulla scena del crimine, non si mette la felpa intrisa di sangue di una delle vittime e non torna alla sua macchina correndo come un pazzo e terrorizzando una scolaresca. Non arraffa una busta piena di soldi per poi perderla in un parco pubblico. Una busta macchiata di sangue e con l’indirizzo del mittente...»
Benton guarda dove mette i piedi, con le scarpe da ginnastica che gli ha prestato Bryce completamente zuppe. Il vento è più freddo di quanto pensassi e le piante che sfioriamo passando sono fradicie di pioggia.
«Stiamo parlando di un individuo che ha perso il controllo e non ha ucciso per soldi» continua Benton. «Forse pensava di meritare un premio, voleva dei ringraziamenti per aver tolto di mezzo Gail Shipton. Il movente è personale. Ce l’aveva con loro. Forse non con Swanson, che potrebbe essersi trovato semplicemente in mezzo.»
«Lo conoscevano e lo hanno sottovalutato, se non ignorato.» Ho le gambe dei pantaloni zuppe e le mani gelate. «Questa è gente che non apre la porta e non abbassa la guardia davanti a persone che non conosce o di cui non si fida completamente.»
«Un raptus» dice Benton. «Lombardi lo ha toccato nel vivo, lo ha umiliato e offeso, e penso che non fosse la prima volta. Scopriremo che ci sono dei precedenti. Lo conosceva e sono convinto che nessuno della Double S gli abbia chiesto di uccidere Gail. Non l’avrebbero mai fatto, dal momento che era coinvolta nella truffa. E comunque non è per questo che l’ha uccisa.»
«Forse crede di averla uccisa per questo. Sia lei sia gli altri.»
«Crede di avere motivazioni razionali, ma in realtà è spinto dalle sue pulsioni» dice Benton. «E forse è impazzito perché aveva appena commesso un gesto pericolosamente stupido. Mi sorprende che un uomo spietato come Lombardi non si sia accorto di niente finché non si è ritrovato con un coltello alla gola.»
«Arroganza. Un prepotente che si credeva al di sopra della legge, pensava di essere intoccabile. Oppure il motivo per cui ha sottovalutato questa persona è un altro.»
«Granby cerca un mafioso russo da arrestare e sono sicuro che da qualche parte lo troverà» replica Benton in tono cupo.
Immagino Ed Granby, tutto azzimato, con gli occhietti che luccicano e il naso lungo, appuntito come una matita, i capelli pettinati all’indietro grigi solo sulle tempie. Ha una testa di capelli così perfetti che devono per forza essere tinti. Sento montare l’indignazione e mi avvicino a Benton, gli cammino a fianco, ne sento il contatto e mi calmo un po’. Si comincia a intravedere la casa, ma mancano ancora circa quattrocento metri. C’è una luce accesa al pianoterra e tutto il resto è buio.
Controllo i messaggi. Il display del mio telefono si illumina nel buio e nella nebbia. I lampioni in lontananza sono a malapena visibili: mi sembra di essere su una nave che si sta avvicinando alla costa durante una perturbazione. C’è un SMS di Ernie Koppel che dice di essere a casa, se voglio parlargli.
Compongo il numero mentre camminiamo. «Sono fuori e c’è vento» mi scuso appena risponde.
«Sarai ancora a Concord, immagino. Stiamo cenando incollati alla TV: non si parla d’altro, su tutti i canali.»
«Novità?»
«Ho un regalo di Natale anticipato per te.»
«Sono contenta.»
«I segni sul metallo corrispondono all’attrezzo, sì, ma questa non sarà una sorpresa perché lo sospettavi già. E sul caso del Maryland hai ragione» mi dice. «La stessa impronta minerale di quello dell’MIT, e anche dei residui che hai prelevato a Concord.»
«Gli stub che ti ha portato Lucy?»
«Sì. Stessa impronta minerale anche sul pile. Alite, che praticamente è salgemma. Al SEM è chiarissimo che è stato ottenuto artificialmente facendo evaporare una soluzione satura di sale, il che mi fa pensare che vengano da un prodotto commerciale, con uno scopo specifico.»
«Hai idea di cosa potrebbe essere?»
«Calcite e aragonite sono molto usate nell’edilizia, si trovano nel cemento e nella sabbia, per esempio. E so che l’alite è usata nel vetro, nella ceramica e anche per sciogliere il ghiaccio sulle strade. Ma questi tre minerali insieme, con la stessa impronta elementare in tutti i campioni che ho esaminato? Non saprei. Potrebbe essere un materiale per arti decorative, ceramica o scultura, oppure un pigmento minerale per colori a tempera o effetti speciali. Alla luce nera risulta di sicuro iridescente.»
«E delle fibre che cosa mi dici?»
«Quelle di Gail Shipton sono di Lycra, sia quelle azzurre che hai raccolto tu sia il telo in cui era avvolta. Anche il telo è di Lycra. E corrispondono a quelle trovate nei casi di Washington; forse si tratta dello stesso tessuto in tutti i casi, ma di pezze diverse. Una cosa che mi ha lasciato sorpreso è l’unguento. Non sono riuscito a individuare la marca, ma il pattern di frammentazione dava un’identificazione relativamente facile, ed è questo il mio regalo di Natale. A quanto pare non lo usavano solo per liberarsi il naso: ho trovato tracce di MDPV.»
«Stai scherzando?»
«Assolutamente no. Il laboratorio genetico mi ha passato un campione nel tardo pomeriggio, gli ho fatto fare un giro nell’interferometro FT-IR e questo è quel che ho ottenuto. Ma la tossicologia non è il mio campo. Se sei d’accordo a usare un altro po’ del campione, farei anche una spettrometria di massa abbinata alla cromatografia liquida per conferma. A proposito, il laboratorio tossicologico dice che è lo stesso analogo del metcatinone del suicidio della settimana scorsa, quella donna che si è buttata dal tetto. Una droga sintetica pericolosissima che circola da un anno a questa parte, temo.»
«Grazie, Ernie.»
«So che non dovrei immischiarmi, ma te lo dico lo stesso. Secondo me, abbiamo a che fare con un serial killer. Uno che fa qualcosa di strano alle vittime, forse le avvolge in un tessuto elasticizzato e poi usa qualche materiale artistico, non so, magari per fargli il ritratto da morte. Sii prudente, Kay.»
«Cavalli da corsa e sali da bagno» dico a Benton dopo aver finito di parlare con Ernie. «Se uno vuole avere massima concentrazione, energia sovrumana ed euforia, e devastarsi i neurotrasmettitori, mescola un po’ di polverina magica a una pomata al mentolo e se la infila su per il naso.»
«Be’, spiegherebbe quello che ha appena fatto. E molte altre cose. Il crescendo di paranoia, agitazione, aggressività, violenza.»
«Dev’essere sovreccitato, accaldato. Suda, ha la pressione alle stelle...» Penso al ragazzo con la testa scoperta e senza cappotto sotto la pioggia. «Forse è sull’orlo della psicosi.»
Lo immagino che mi spia al buio, dietro casa mia, e mi chiedo chi fossi e che cosa rappresentassi per lui. E chi era Benton? Chi siamo tutti noi, e le sue vittime, per lui?
«La cosa più spaventosa di questa droga è che non ne esci più, e quando la compri non sai mai quanta ce n’è veramente in una dose» spiego. «Quindi può avere effetti molto diversi, da una lieve euforia fino alla follia e ai danni cerebrali. Prima o poi ci lascerà la pelle.»
«Sarà sempre troppo tardi» replica Benton.
Proseguiamo tra sempreverdi che profumano di legno di cedro e ci avviciniamo alle finestre illuminate del pianoterra, facendo attenzione alle videocamere e controllando che non ci sia nessuno in giro. Io continuo a guardarmi alle spalle come se stessi scappando.
Non vedo fari di auto né torce, solo il buio dell’umida notte nebbiosa e il nostro fiato che si condensa; sento il rumore delle scarpe fradicie di Benton. Calcolo che dall’ingresso della tenuta, dove il viale descrive una curva intorno ad annessi e dépendance, alla villa di Lombardi ci siano circa tre chilometri. Attraversiamo un orto, abbandonato in questa stagione, e ci troviamo davanti un campo da tennis senza la rete, un barbecue e una piscina rettangolare coperta per l’inverno.
C’è un altro spiazzo asfaltato, fatto di lastre che ho il sospetto siano riscaldate, e in fondo ci sono quattro saracinesche di metallo rinforzato. Nel garage ci sono delle auto, dice Benton: Ferrari, Maserati, Lamborghini, McLaren, una Bugatti, tutte targate Miami. Giocattoli per super-ricchi e superdisonesti che, come gli yacht, i jet privati e gli attici, sono un modo per riciclare il denaro sporco. Probabilmente erano destinate al porto di Boston, ipotizza Benton, dove sarebbero state imbarcate su navi in partenza per il Sudest asiatico e il Medio Oriente.
Una porta di legno massiccio dà sul lungo passaggio trasparente. Ora che siamo vicini, vedo che dentro c’è un carrello da golf carico di legna da ardere. Il passaggio porta dal centro benessere alla villa, che è composta da cucina e zona soggiorno, camera da letto al piano di sopra e, sotto, il garage. Benton apre un’altra porta che non ha chiuso a chiave durante il sopralluogo con Marino ed entriamo nella cucina di Lombardi, che è a giorno, con un grande camino vicino al tavolo per la prima colazione, piani di lavoro in zinco e ampie finestre con vista sul parco.
Una lastra di vetro incassata nel parquet rivela che sotto c’è la cantina. Nel passarci sopra ho per un attimo un senso di vertigine, una paura di cadere che mi freme nello stomaco. Mi sposto di lato ed evito di guardare le centinaia di bottiglie disposte su scaffali di legno circolari, le botti di legno a scopo decorativo e il tavolo per le degustazioni.
Ci sono pentole di rame lucide come oro rosa appese a una rastrelliera di ferro battuto sopra il banco da macellaio in legno di acero su cui sono posati sacchetti di plastica pieni di provviste. Deve averli lasciati lì il cuoco nella fretta, quando è tornato dopo aver fatto la spesa. Latte, formaggi e tagli di carne sono rimasti fuori del frigorifero, e in questo vedo la dimostrazione del panico che deve avergli causato la vista delle auto della polizia nel viale di accesso.
Sarà passato anche accanto al furgone bianco con la scritta ISTITUTO DI MEDICINA LEGALE DEL MASSACHUSETTS e il logo del CFC in blu sulle fiancate. So che ci sono pochi spettacoli meno graditi dell’arrivo dei miei mezzi e dei miei collaboratori. È una vista che ti fa fermare il cuore, che provoca immediatamente un terrore viscerale, ma io tendo a dimenticare l’effetto agghiacciante che faccio, soprattutto quando mi presento inaspettata, e cioè la maggior parte delle volte. Resisto alla tentazione di mettere in frigo le provviste deperibili. Che spreco! Mi limito a fotografarle.
Mi fermo davanti ai fornelli, di marca francese, per osservare i set di coltelli con il manico di faggio verde. Coltelli per sbucciare, per disossare, per i pomodori e per il pane, e un assortimento di coltelli da chef, con lame di diversa larghezza, alcuni lunghi trenta centimetri. Ci sono anche affilacoltelli in acciaio. Il tutto ordinatamente riposto negli appositi fori di due ceppi. Scatto altre foto, documentando tutto quello che vedo e che tocco, mentre Benton continua a leggere i messaggi che gli arrivano da Lucy in rapida successione, preceduti dal segnale acustico che ha scelto per essere sicuro di non perderne nemmeno uno: un fastidioso campanello di bicicletta.