14
Adesso è notte fonda.
Corrado si sveglia, resta steso sul tavolo e respira in affanno. Prova ad alzarsi, sente un dolore insistente, sul torace, sulle spalle, lungo le braccia. Alla fine si alza e comincia a muoversi piano, senza meta. Cammina per la stanza, nella penombra.
Non accende la luce, è una sagoma che si muove nell’oscurità. È ancora tutto vestito.
Dopo aver vagato un po’, si poggia al muro, con le spalle, con la testa. Continua ad avere l’affanno, si tiene il braccio e ha un forte dolore alla bocca dello stomaco. Prende dal cassetto la scatola di madreperla, le pillole cadono sparpagliandosi sul pavimento. Prova a piegarsi, ha una fitta.
Si rialza, beve un sorso d’acqua e si avvicina al telefono, resta con la cornetta in mano per un po’, poi riattacca e va a sedersi sulla sedia.
Rimane fermo, al buio, davanti al pubblico.
Solo il taglio di una luce fioca sul viso.
Un tempo lunghissimo.
Chiude gli occhi e comincia a sussurrare.
«…prender l’armi contro un mare di guai e combattendo por fine ad essi.»
Resta in silenzio, i dolori sembrano più intensi e prolungati. Il respiro si aggrappa ai polmoni.
«Le cicale hanno smesso di frinire amore mio. Adesso sono solo, tra poco è l’alba… in questo maledetto bosco, nero. L’alba dovrebbe essere rosa, azzurrina, non fatta per giorni di tragedie, per anni di solitudine… Morire…dormire… nient’altro… quella fotografia al mare, e i ragazzi che ridevano, e tu che ridevi… amore mio. Erano felici quei due, eravamo felici.»
Si massaggia il braccio, poi lo lascia cadere sul fianco.
«La vita degli uomini è piena di miserie, le miserie fanno un odore cattivo, come questa stanza… all’alba… Mettere fine allo strazio del cuore… morire, dormire… solleva quel braccio, lascialo andare… voglio sentire la voce, voglio sentire la tua voce. La tua voce non c’è più.»
Respira in affanno, a lungo.
«…sognare… sognare. Ho sognato il drago. Il drago di fuoco si mangia il soffitto, la stanza, la strada. Tutti scappano via. Solo mia nonna spazza il pavimento. Sognare.»
Comincia a tossire. Non riesce a smettere. Poi sembra calmarsi, un fazzoletto davanti alla bocca.
«Nient’altro.»
Rimane in silenzio. Poi si alza a fatica e va verso il tavolo. Resta fermo di spalle, sembra dover cedere da un momento all’altro, cadere, come un sacco vuoto. Infine riprende a camminare, apre le imposte, fuori sta piovendo, c’è il temporale. È buio.
Ormai respira a fatica, si mette a sedere.
Dinanzi a lui le carte, il copione e il registratore. Il registratore.
Allora prende il microfono e aziona il tasto. Lascia scorrere le pagine del copione, fino quasi alla fine. Legge le prime righe poi solleva il viso e continua. Gli occhi chiusi verso il buio.
«Orazio… sto… sto per morire. Tu non t’immagini neanche come possono finire all’improvviso certi agosti… certe stagioni. Tu amavi quel mare, amore mio, io amavo vederti felice. Eppure ti ho tradita. Non ho avuto il coraggio di cercarti. La notte vengono a trovarmi. Addio bambina sfortunata.»
E se potessi far sparire una parete di quella stanza lo vedresti adesso, di fronte, che guarda verso di te.
«Ti volevo raccontare di una spiaggia, di una stanza nella città più bella del mondo, di certe giornate infinite… quante giornate ci sono in settant’anni, anzi in ottanta? Quanti anni ho? Fai il conto, qualche migliaio. Quante ce ne sono? Le giornate passate insieme, a leggere, nella stanza che guardava il mondo. Addio vita…. voi… voi che assistete pallidi e tremanti a questo spettacolo… siete solo comparse e spettatori del dramma… se avessi tempo… non ce n’è più, il tempo sta per finire…. è uno sbirro inesorabile. E ci raggiunge.
«Se avessi tempo amica mia… potrei raccontarti cose, potrei dirti di lei… ho visto una ragazza che gridava nella tempesta, le parole le portava via il vento…
«Ti ho vista sparire nella tempesta. Orazio, sto morendo… ragazza, sto morendo…»
Le finestre sono spalancate. Il temporale è un suono insistente, sulla città.
«Cosa sono questi rumori di guerra… La vita passa in un soffio.»
Tu vivi.
Tu vivi, però. Racconta la verità su di me. A chi non sa. E continua a pensarmi, come io ti penso. Anche le persone che non hanno nessuno devono pensare a qualcuno.»
«In questo mondo feroce respira…
…e racconta la mia storia…
perché tutto non resti ignorato.»
Il corpo si svuota. Sembra cedere, sembra non farcela più. Rimane ancora in silenzio per qualche istante.
«Il resto…»
Finisce lì. Lascia la frase a metà e spegne il registratore. Poi scrive qualcosa sulla copertina del copione, con la mano incerta, e lo posa accanto al registratore.
Fuori piove, senza tregua.
Corrado Lazzari si alza e lentamente va a letto, si siede e poco dopo si distende.
E si addormenta.