11
Adesso parlano, lei apparecchia la tavola, controlla la cottura, sistema i bicchieri, le posate, i tovaglioli. Lui stappa una bottiglia di vino, poi sceglie un disco. Lo mette sul piatto, è uno dei suoi preferiti: Duke Ellington, Until Tonight.
Adesso parlano, è una giornata normale, e ogni tanto puoi sentirla ridere, con quel suono che fanno le risate delle ragazze, nelle stanze vuote.
Puoi vederli da qui. Con la luce che cambia.
Sono seduti, uno di fronte all’altra, la lampada fa un cerchio più chiaro sulla tavola mentre il cielo, fuori, si gonfia di nuvole nere. Non è stato così difficile, pensa lui, invitare una ragazza a pranzo. Quanto è passato dall’ultima volta?
Sorride, mentre arrotola gli spaghetti in senso orario.
«Sono ottimi.»
«Mia madre è un disastro in cucina, ho preso da lei.»
«No, davvero. Mi piacciono. Chi cucinava in casa, quando viveva coi suoi?»
«Mio padre. Tornava da scuola e si metteva ai fornelli.»
«Quindi maestro elementare, ebanista e cuoco.»
«Esatto. Purtroppo da lui non ho preso nulla.»
«Tranne le mani.»
«Le mani?»
«Le sue mani somigliano a quelle di suo padre.»
«Come fa a saperlo?»
«Suo padre aveva delle belle mani, delicate, quasi da donna. Mi ha detto così. O mi sbaglio?»
«Non si sbaglia.»
«Me ne dia una… coraggio.»
Alessandra gli porge la mano sinistra. La posa nell’incavo della mano di Corrado, grande, il doppio della sua.
«È mancina?»
«Sì.»
«Dunque, mi faccia vedere.»
«Sa leggere la mano?»
Alessandra sorride. Corrado fa scorrere l’indice lungo le linee del palmo.
«Ha una vita lunghissima, guardi qui.»
«Davvero?»
«La linea della testa dice che ha un’intelligenza brillante e quella del cuore…»
«Quella del cuore?»
«Vedo un grande amore.»
«Ma davvero sa leggere la mano?»
«No, affatto. Ma fingo molto bene.»
Ridono. E c’è una luce più calda adesso.
«Adesso posso farle io un’altra domanda?»
«Sì, certo.»
«Vuole ancora un goccio di vino?»
«È questa la domanda?»
«No.»
Versa il vino nel bicchiere e ne assaggia un po’.
«Non c’entra nulla con quello che abbiamo detto fino a ora.»
«Sono curioso.»
«Mi sono chiesta in questi giorni, come si fa a capire se uno, sì insomma, da cosa si capisce che uno diventerà… un attore?»
«Provi a spiegarsi meglio.»
«Lei quando ha capito che avrebbe fatto l’attore?»
Corrado riflette sulla risposta, assapora lentamente il vino rosso. Quando è stata l’ultima volta che ha bevuto un bicchiere di vino?
«Io sono diventato attore per caso, ero innamorato della mia professoressa di italiano, al liceo.»
«E quindi?»
«E quindi, per conquistarla, imparavo a memoria Dante e Leopardi. Mi esercitavo ore e ore nel salotto di casa degli zii, ero davvero buffo. Sì, non era un salotto, era un tinello con un divano e un grammofono. E non erano neanche zii, a dirla tutta, erano cugini di mio padre. Ho vissuto con loro per qualche anno, non avevano figli. Zio Aldo faceva il ferroviere, la zia era casalinga. Erano persone piene di dignità, avevano rispetto per le cose, per i libri. E la casa era piccola ma ordinata.»
«Come mai viveva con i suoi zii?»
«È successo dopo la guerra. Mio padre lo avevano preso i tedeschi, non è mai tornato. Non ne abbiamo saputo più niente.»
«Mi dispiace.»
«È strano.»
«Cosa?»
«A volte penso a come sarebbe andata la mia vita, se mio padre fosse tornato.»
«E cosa pensa?»
«Non lo so. Quasi certamente non avrei fatto l’attore, magari avrei fatto il tipografo. Lo avrei visto invecchiare. È strano, a pensarci, no?»
«E sua madre?»
«Mia madre era morta prima, per una polmonite. Allora si moriva per una polmonite. Io ho vissuto a casa di mia nonna, e poi dagli zii, per un paio d’anni.»
«…»
«Non mi ricordo quasi nulla di allora, solo dei dettagli, del tutto trascurabili.»
«Cosa ricorda?»
«La macchina per cucire di mia nonna, per esempio. Era un mobile elegante, dal funzionamento misterioso. Il movimento del pedale di ferro produceva un sibilo che diventava ipnotico.»
«E poi?»
«E poi non lo so, la pistola dello zio Aldo.»
«La pistola?»
«Sì. La teneva in un cassetto, era appartenuta a suo padre durante la Prima guerra mondiale. Era una 7,65, semiautomatica. La trovai per caso, mentre cercavo non so cosa nell’armadio del tinello. Lo zio Aldo era l’uomo più pacifico del mondo. Quella pistola, in quella casa, faceva un suono strano.»
«Che vuol dire?»
«Non so dire con esattezza, e forse ne parlo perché sovrappongo le cause agli effetti, il prima e il dopo.»
«Non capisco.»
«Lo zio Aldo si è sparato un colpo in testa, senza nessun motivo apparente, alcuni anni più tardi.»
«Oddio.»
«Ma non è morto, è rimasto cieco da un occhio, la pallottola è entrata e uscita dal cranio. Non si è mai ripreso. L’immagine che conservo, dicevo, di quella pistola, è viziata forse dall’uso che lui ne ha fatto più tardi. È questo che intendevo dire prima.»
«Che cosa terribile.»
«Non volevo turbarla.»
«No, non sono turbata.»
Quei ricordi sono lontanissimi. Deve fare uno sforzo per sentire l’odore di quelle stanze, prima che la vita cominciasse. Era passata da poco la guerra. La sua famiglia non è mai esistita, gli sembra così adesso. Non riesce a ricordare l’odore di sua madre.
«Mi stava dicendo della professoressa.»
«Sì, giusto…»
«Era bella?»
«Era molto bella, o forse mi sembrava così. Avevo sedici anni, lei venticinque. Era bionda e portava delle maglie attillate che le disegnavano la figura, snella, scattante. Quei reggiseni puntuti e il sorriso malinconico.»
«Come si chiamava?»
«Clara. Come la Calamai, le somigliava anche un po’. Si chiamava Clara Vannacci, era toscana.»
«Quindi ha iniziato così, a scuola.»
«Sì.»
Sorseggia ancora un goccio di vino.
«Dopo la scuola ho cominciato a lavorare in una tipografia. Mi piaceva, ed era necessario, ero andato a vivere da solo, una sistemazione provvisoria, in un convento di gesuiti. È una storia lunga da raccontare. Eravamo tutti poveri, allora. Un giorno nelle macchine scorrevano delle locandine bianche e grigie, era il bando dell’accademia.»
«Che emozione deve essere stata.»
«Sì. È così. Insomma, mi presentai, avevo preparato un pezzo scelto all’ultimo momento, in un libro che avevo letto in biblioteca. Mi ero ricopiato il monologo su un foglio a quadretti. Era un pezzo del Cyrano di Bergerac, il monologo del naso.»
«Lo conosco bene.»
«Come mai?»
«Per motivi che non so dirle mio padre lo sapeva a memoria.»
«Questo è tutto? È assai ben poca cosa! Se ne potevan dire… ma ce n’erano a iosa, variando di tono. Si potea, putacaso, dirmi, in tono aggressivo: Se avessi un cotal naso, immediatamente…»
«…me lo farei tagliare.»
«Esatto. Mi presentai come un incosciente, senza sapere nulla di quello a cui andavo incontro. E mi presero. Avevo un bel naso, anche io…»
Alessandra sorride, le si formano due piccole fossette sulle guance.
«Gli anni in accademia furono meravigliosi, il cuore pompava come una locomotiva, mi sentivo invincibile. Roma era mia. Lo so, è una espressione così banale, così usata. Ma non potrei dire diversamente di quei giorni. Persino i turni di notte in tipografia mi sembravano belli.»
«Lo sa cosa dice Kafka?»
«Cosa dice?»
«Dice che la giovinezza è felice perché ha la capacità di vedere la bellezza. Chiunque sia in grado di mantenere la capacità di vedere la bellezza non diventerà mai vecchio.»
«Già.»
«Non mi sembra convinto.»
«No, pensavo che non lo è mai diventato, vecchio. Kafka è morto a quarant’anni.»
Ecco, l’idea della morte. Del morire. Del finire di esserci. È un’idea alla quale si è abituato negli ultimi tempi. La vecchiaia è un insulto, pensa, la saggezza non esiste. È una condizione imposta dal declino. Corrado non si è mai fermato, pensa. E adesso è fermo, gioca alla vita in una stanza, perché non può andarsene più.
Alessandra beve un sorso di vino, sotto la luce della Gorgone, e sorride.
Chissà come sarà la sua vita, tra venti, trenta, quarant’anni. Chissà cosa ricorderà.
Corrado la guarda, le labbra tagliate dalla cicatrice sono belle, sono rosse, sono gonfie. Adesso forse vorrebbe baciarla. Forse lo ha già fatto, milioni di anni fa.
«E se dovesse partire?»
«Se dovessi partire?»
«Dico, se decidesse di partire, per quella borsa di studio. Come farà, col suo fidanzato?»
«Ah, non lo so. È presto per dirlo. Potrebbe venire con me.»
«Lui è d’accordo?»
«Non lo so. Non ne abbiamo parlato. È presto per dirlo, no?»
Non è mai presto. Bisognerebbe celebrare ogni istante, quello che succede adesso, anche se non succede niente. Non è mai presto. Quanto tempo perduto a immaginarsi il futuro. Quanto tempo passato a consegnare la vita a un futuro perfetto, mai avverato. Non è mai presto, ma è tardi. Te ne accorgi quando è tardi.
«Andate d’accordo?»
«Sì. Molto. Siamo molto diversi, forse per questo.»
«Studia anche lui?»
«Sì. Si è appena laureato in fisica. Sta facendo un dottorato.»
«Fisica.»
«Sì.»
«È una bella materia.»
«Lo studio dei fenomeni naturali. Concede uno spazio ampio all’immaginazione.»
«Già.»
«Anche se tutto alla fine passa come dentro un imbuto.»
«Che vuol dire?»
«Il metodo scientifico, tutto deve essere riproducibile in laboratorio. È una scienza dura.»
«Perché dura?»
«Perché tutto alla fine deve essere esatto. Non c’è spazio per l’errore.»
«Non c’è spazio per l’errore.»
«Non so come spiegarmi, diversamente. Mio padre mi diceva sempre: “Sto lavorando duro per prepararmi al mio prossimo errore”.»
«Lo diceva Brecht.»
«Ah ecco, non lo sapevo.»
Corrado resta in silenzio, improvvisamente assorto nei pensieri di un’altra vita.
Doveva essere la fine di febbraio o i primi giorni di marzo, era stato un inverno freddissimo. A Milano c’era il debutto dell’Opera da tre soldi per la regia di Strehler, al Piccolo Teatro. Corrado non si ricorda come, ma era riuscito a farsi invitare alla prima. In platea, ad assistere allo spettacolo c’erano anche Brecht e Kurt Veil. Brecht non stava bene, aveva gli occhi lucidi, era sofferente. Morì quello stesso anno, d’estate. Era il 1956, e d’estate Corrado conobbe Francesca.
Poi comincia a tossire. Alessandra versa l’acqua nel bicchiere e glielo offre, lui beve lentamente.
«Ha preso un bel raffreddore. Prende qualcosa per questa tosse?»
«Ma no, non è niente di importante.»
«Non dovrebbe trascurarsi.»
«Non mi trascuro. E comunque non mi piace parlare della mia salute.»
«Mi scusi, non intendevo…»
«Non parliamone più.»
Alessandra assaggia un biscotto. Per ingannare quel momento di imbarazzo. Poi riprende a parlare.
«In questi giorni…»
«…»
«…sì, insomma, in questi giorni, mentre l’ascoltavo, lei recitava quei passi a memoria. L’Amleto. E io ho pensato che…»
«Cosa ha pensato?»
«Non so come dire.»
«Ci provi.»
«Che era davvero un peccato.»
«In che senso?»
«Era un peccato, sì. Che ci fossi soltanto io, qui ad ascoltarla.»
«…»
«Insomma, ero contenta di esserci, ero felice, mi sento davvero una privilegiata, ma pensavo che sarebbe stato bello, ecco, che sarebbe stato giusto che la potessero ascoltare anche gli altri.»
Corrado fa una piccola smorfia, sembra ricordare una cosa.
«Voglio raccontarle un episodio di molti anni fa.»
«Sì.»
«Avevo più o meno la sua età, mi ero diplomato da poco all’accademia, mi presero per un piccolo ruolo in Riccardo III, la mia prima tournée. Il capocomico era uno dei più grandi attori di allora, Fiorenzo Musatti.»
«Certo, la compagnia Musatti-Renzi.»
«Esatto. Le sa tutte eh, a scuola doveva essere insopportabile.»
«Francesco dice che lo sono ancora.»
«Già. Non c’è spazio per l’errore.»
«No.»
Alessandra sorride. Corrado si abbandona sulla poltroncina e comincia a raccontare.
«Fu una tournée trionfale, andammo persino in Sudamerica, in Argentina, in Brasile. In quello spettacolo io dicevo tre battute, ma ero felice. Restavo ogni sera dietro le quinte, a imparare, rubare, succhiare tutto quello che potevo. Da tutti, anche dagli attori mediocri. Non mi sembrava vero. Era la vita sospesa su un filo, l’ebbrezza del vuoto.»
«Aveva lasciato il lavoro in tipografia ovviamente.»
«Sì. Non fu una decisione facile, perché non avevo una lira. Ma non avrei mai potuto perdere quell’occasione.»
«Certo.»
«Insomma, una volta, eravamo in Puglia, mi ricordo, eravamo a Foggia, il teatro, credo si chiamasse, sì era il teatro Giordano. L’ultima replica di quella stagione. Quando ci penso…»
«Ma che successe?»
«Bene, inspiegabilmente quella sera il teatro era vuoto.»
«Vuoto?»
«Tre, quattro persone in platea, nessuno. E deve considerare che Musatti riempiva i teatri, ovunque andassimo. Quindi non c’era una spiegazione.»
«E perché allora era vuoto?»
«Lo scoprimmo soltanto il giorno dopo. C’erano stati dei tafferugli in città per uno sciopero che aveva bloccato la ferrovia, una protesta contadina, credo. Ma la sera dello spettacolo nessuno sapeva il perché. Il teatro era vuoto, proprio per l’ultima replica. E bisognava dirlo a Musatti. Era chiuso nel suo camerino, come faceva sempre fino all’ultimo istante prima di entrare in scena. Era un uomo scontroso, un brutto carattere, ma un attore formidabile.»
«E quindi?»
«Insomma bisognava che qualcuno glielo dicesse, e alla fine mandarono me, ero il più giovane. Bussai alla porta, timidamente, lui stava finendo di truccarsi. Ricordo che si truccava in maniera sempre un po’ esagerata, il cerone, gli occhi, da vicino era una maschera grottesca.»
«E cose le disse?»
«Non mi guardò neanche quando entrai. Io gli dissi, gli dissi che non si sa come, Maestro, ecco… sì. Balbettavo, aveva quegli occhi così neri. Poi presi coraggio e dissi tutto d’un fiato che non c’era gente in platea, e la direzione del teatro consigliava di annullare la replica.»
«…e lui?»
«Lui si girò e mi disse soltanto: “Fai dare il chi è di scena”. Con quella voce, grave, piena, potente. Non disse nient’altro.»
«E che successe?»
«Successe che andammo in scena. È stata la volta in cui ho visto Musatti sollevarsi dal palcoscenico. Recitare come mai prima di allora, un’interpretazione perfetta. Emozionante.»
«Che meraviglia.»
«Dopo lo spettacolo andammo da lui per complimentarci e qualcuno disse qualcosa tipo: peccato, Maestro, proprio stasera che non c’era nessuno… che peccato.»
«E lui?»
«Lui si girò e lo guardò negli occhi. Con quegli occhi neri, cupi, penetranti, ancora bistrati. Prese un respiro, e disse “Non c’era nessuno? C’erano gli dei…” con quella leggera cadenza toscana. Era di Firenze anche lui.»
C’erano gli dei.
Adesso passano i secondi, nel silenzio di quella stanza. Il racconto si è interrotto.
E la scena resta sospesa, la luce sembra segnare ogni dettaglio sistemato ad arte, sul tavolo. Alessandra improvvisamente non sa quali parole usare, non ne ha più, davanti a ogni parola esatta del racconto, scandita con la voce piena e fonda. A Corrado luccicano gli occhi, forse per la prima volta, e non sa dire esattamente se quella è commozione o rimpianto.
«Era un mondo perfetto.»
«…»
«Come diceva Kafka?»
«…la giovinezza è felice perché ha la capacità di vedere la bellezza. Intendeva questa?»
«Sì. Aveva ragione. Credo che sia così.»
«Io non lo so. Non lo so più.»
«È così. È che a volte dimentichiamo che il tempo esiste e non contiamo i giorni, i mesi, non contiamo neanche gli anni. E gli anni si sciolgono, come un gelato al sole. A volte mi chiedo se ero io, se ero veramente io quello di allora. Se ero lo stesso io. Lo stesso di oggi, qui in questa stanza.»
Corrado ricomincia a tossire, sente quella pressione sul petto, vicina alla bocca dello stomaco. Alessandra lo guarda. Prova un sentimento incerto per quell’uomo così fragile, improvvisamente, e insieme così potente. Vorrebbe abbracciarlo, ma sa che non lo farà.
«Temo di non aver risposto alla sua domanda.»
«Quale?»
«Mi ha chiesto come si fa a capire. Se diventerai un attore oppure no.»
«Ah, certo. Sì. Ma non ha importanza.»
«Ha importanza, invece. Glielo voglio dire.»
«Va bene.»
«Io ho sempre pensato che fare l’attore fosse un privilegio, l’arte una missione. È un pensiero banale, retorico, tipico di un egoismo insaziabile. Di un narcisismo necessario e straripante. L’incapacità di guardare il mondo per quello che è, quando vive, respira, si muove. Una missione. Quasi che qualcuno dall’alto ti investisse del potere sovrano della fantasia, dell’espressione, dell’arte. Che sciocchezza.»
«Non la pensa più così?»
«No. Non è così. Gli attori possono essere davvero stupidi.»
«Lo pensa davvero?»
«Certo. C’è una frase bellissima di Italo Calvino, nelle Lezioni americane, le ha lette?»
«Sì.»
«Ne ero certo. Allora ricorderà che da qualche parte Calvino dice: La fantasia è un posto dove ci piove dentro.»
«La fantasia è un posto dove ci piove dentro?»
«Sì. La ricorda?»
«No, confesso di no.»
«La trovo meravigliosa, nella sua imbarazzante, inaspettata leggerezza. Ecco, forse posso dire questo, col senno di poi: io ho capito, che avrei fatto l’attore, nel momento esatto in cui ha cominciato a piovere, dentro di me, e tutto, nella sua imperfezione, mi ha consegnato la felicità di una cosa mia, piccola o grande che fosse. Ma soltanto mia. E questo, se ci pensa bene, può riguardare tutto. Ogni mestiere, ogni attività, la vita…»
«Sì.»
«La vita è uno stato mentale.»
Adesso restano in silenzio a lungo.
L’uomo si alza e si gira verso la cucina. Riempie la bottiglia e si versa un bicchiere d’acqua. Tossisce ancora. Alessandra sente che tutto è lì. In quel momento. Tutto il mondo in quella stanza.
Si alza, senza dire niente, e va alla finestra. C’è qualcuno che suona il pianoforte, da qualche parte, in un palazzo di fronte. Si chiede chi sia, lo ha sentito altre volte, ripetere la stessa melodia, con ordine, con precisione. Le finestre sono spente, tutte tranne una, dove si intuisce una luce fioca, dietro una tenda chiara.
«Sa chi è a suonare il pianoforte?»
«Come?»
«No, mi chiedevo chi fosse, a suonare il pianoforte. Sembra venga dal palazzo di fronte, ma non riesco a capire.»
Laura. Chissà se esiste davvero.
«No… non lo so.»
«Quando ero piccola ho studiato per qualche anno.»
«E poi?»
«E poi ho smesso, come tante altre cose.»
«…»
«A volte ho proprio paura.»
«Di cosa?»
«Di quello che potrà succedere, oppure di quello che non succederà mai.»
«Di cosa ha paura, esattamente?»
«Non ne sono sicura. Ma a volte è come se il tempo fosse troppo veloce, e io lo stessi perdendo.»
«È una paura che abbiamo tutti. Credo.»
«Non lo so, non sono neanche sicura di riuscire a dirlo. Ecco, anche questo, a volte non sono capace di dire le cose.»
«…»
«Quando hanno portato mio padre al cimitero non sono stata capace di dire niente, non sono riuscita neanche a piangere.»
«Era arrabbiata.»
«Sì, ero arrabbiata con lui. Come fa a saperlo?»
«Anche io lo sono stato con mio padre, quando è sparito. Ero un bambino.»
«Io non ero più una bambina. Quel giorno c’era un sole bellissimo, era domenica. La fine di agosto. Bisognava andare al mare. Ecco, mi ricordo questo, ho pensato che non sarei dovuta stare lì, con tutta quella gente intorno, con il prete che diceva delle preghiere senza senso. Bisognava andare al mare.»
«…»
«Quando ero piccola ci andavamo insieme, lui e io, la domenica.»
«Voi due da soli?»
«Sì, mi portava quasi sempre a Pietrasanta, dove aveva degli amici.»
«E sua madre?»
«Mia madre soffriva il mal d’auto, non veniva quasi mai. E così ce ne andavamo noi due soltanto, mi piaceva. Andavamo a pranzo in un ristorante piccolo sul mare, ordinavamo sempre la stessa cosa: spaghetti con le vongole e frittura mista. Che strano.»
«Cosa?»
«La frittura non mi è mai piaciuta.»
Adesso Alessandra si allontana dalla finestra. Il pianoforte ha smesso di suonare, la luce dietro la tenda si è spenta.
«Posso avere un altro biscotto?»
«Temo sia troppo tardi, li ho finiti.»
«Mi dispiace…»
«Ne compreremo degli altri.»
«No, non mi riferivo ai biscotti.»
«Cosa le dispiace?»
«Ecco, non volevo raccontarle… cose tristi. Non volevo che si intristisse, mi dispiace.»
«Non sono affatto triste, un po’ contrariato per i biscotti, semmai.»
«Posso dirle una cosa, e poi vado via?»
«Mi dica.»
«Lei è… ecco…»
«Io?»
«…è molto diverso da quello che sembra.»
«E cosa sembro?»
«Sembra lontano, distante. A prima vista sembra un uomo freddo. Non lo è. Affatto.»
«Non lo so.»
È strano che adesso sia solo. Che nessuno gli sia accanto, questo pensa Alessandra. Questo gli dice, cercando le parole. Pensa che sia uno spreco. A volte ci pensa, anche lei, a quanto tempo sprechiamo, a quanta vita sprechiamo. Come lei, con suo padre. Adesso avrebbe da dire un sacco di cose a suo padre, non gliele ha mai dette.
«Cosa gli direbbe adesso?»
«Non lo so, per esempio che quando ho fatto l’amore la prima volta non è stato bello. Avevo quindici anni. Non l’ho detto a nessuno.»
«E perché non glielo ha detto?»
«Forse era pudore, non lo so. Forse non ero pronta. Come per tante altre cose. Ora non posso più dirgliele.»
«Forse può dirgliele lo stesso. In modo diverso.»
«Non è la stessa cosa.»
«Ha ragione. Non è la stessa cosa.»
Non è la stessa cosa, maledizione. Corrado la sente tutta adesso, quella distanza dal mondo. Dalle parole mai dette, dai gesti semplici, elementari. Pensa a quante volte non ha fatto una carezza, non ha detto quello che sentiva, perché ci sarebbe stata un’altra occasione. Perché doveva consegnare quel gesto e quelle parole al silenzio del suo passare nel mondo. Così compiaciuto. Così triste e sciocco, guardandolo adesso. E adesso vorrebbe dirle di sì. Che si sente solo. Maledettamente solo. Disperatamente solo, in quella stanza piena di voci. In quel palazzo svuotato, osceno. Vorrebbe dirle: abbracciami, Francesca. Abbracciami, Alessandra. Maledizione. Abbracciatemi, perché ho paura. Perché il mio tempo sta per finire, e ho paura di andare. E non so davvero come uscire di scena, questa volta.
«Ha proprio ragione. Non è la stessa cosa.»
Le cose passano, e non tornano. Che tragica banalità.
Si ricorda gli amici della scuola, i suoi compagni di classe delle elementari, quelli delle medie. Si ricorda i suoi colleghi di accademia. Tutte le facce scorrono, in una sequenza libera. Ma hanno i colori stinti di un ricordo remoto. Gli fanno sentire i rumori dei bombardamenti, l’odore del minestrone di sua nonna, fatto con poche cose, le voci nei corridoi inondati dal sole primaverile, dei ragazzi e delle ragazze, tanto tempo fa. E poi un vuoto in mezzo. Una vita veloce, di successi e sorrisi, di strette di mano e giornali, di camere d’albergo e pranzi nei ristoranti. E pochi amici, pochi compagni di viaggio, pochi. Forse nessuno.
«I suoi amici?»
«Ne ho alcuni, sì… Viviamo in città diverse e ci vediamo poco.»
Ancora mentire. Ancora raccontarsi la vita, invece di viverla. Basta, ti prego, Alessandra. Lasciami andare.
«E questo non le manca?»
«Non vedere i miei amici? Forse sì, qualche volta sì.»
«Perché allora non va a trovarli? In fondo si tratta solo di prendere un treno.»
«Già. Si tratta solo di prendere un treno.»
«Non è così faticoso alla fine, che ne pensa?»
«Che comincia a diventare indiscreta.»
Corrado sorride, la curva delle sopracciglia no. È la curva di un volto sconfitto. Alessandra lo guarda. Vorrebbe ancora parlargli.
«Pensavo che… volevo dirle…»
«…»
«Volevo dirle che… insomma lo so che alla fine sono solo una che viene a portarle il pranzo, non conto un granché. E adesso le faccio pure un sacco di domande, e divento indiscreta. Ma anche se io sono una qualsiasi, una di passaggio, nella sua vita, mi piacerebbe che mi considerasse… sì insomma, come un’amica.»
«…»
«Ecco, ci tenevo a dirle questo. Io, per qualsiasi cosa io sono qui. Poi io vivo in questa città, è più facile vedersi.»
Alessandra ha gli occhi umidi. E il tempo è scaduto.
«Va bene, Alessandra. Lei è una ragazza gentile. Lo terrò presente.»
«Adesso devo andare. Sono in ritardo.»
«Certo, è tardi.»
«Continuiamo la nostra conversazione su Amleto domani, d’accordo?»
«No.»
La risposta è brusca. Le linee del viso sono più tese. Poi Corrado sembra addolcirsi.
«Continueremo lunedì, domani ho un impegno.»
«Ah… va bene, lunedì, alla stessa ora?»
«Sì.»
«Più tardi le porto la cena. Tra poco, ormai.»
«No, grazie. Stasera… salto la cena. Magari farò due passi.»
«Esce?»
«Sì.»
«Ah, bene, sono contenta. Un po’ d’aria le farà bene.»
«Lo penso anch’io.»
«Allora lo dico io alla signora, magari le preparo uno spuntino, se dovesse venirle fame al suo rientro. E domani le porto il pranzo.»
«Sì. Va benissimo così. Domani, grazie.»
«Posso lasciarle il registratore? Sono in bicicletta, e ho da sbrigare delle cose.»
«Certo, lo lasci pure sul tavolo.»
«Allora ci vediamo.»
«Ci vediamo.»
Alessandra raccoglie le sue cose. Infila il giubbino e si avvia alla porta.
«Buonasera, Maestro.»
«Buonasera, Alessandra.»
Si danno la mano. Alessandra istintivamente lo bacia, sente la guancia liscia. E il dopobarba al sandalo.
Lui sente le sue labbra. Le sente.
Poi Alessandra esce.
E Corrado resta solo.
Si muove per la stanza, tutto è di nuovo muto.
Conta i passi, seguendo il perimetro stretto, sente il cuore pulsare, nel collo, nelle orecchie. Poi poggia una mano sul tavolo, è affaticato, tossisce. Si sfila la cravatta, prova a respirare. Si avvicina alla sedia e si siede di fronte alla finestra. Tra qualche giorno è Natale.
La luce di Roma è fuori da quella stanza.