13

Quella notte Corrado Lazzari si addormentò così, sul tavolo.

Quando riaprì gli occhi c’era la luce pallida dei lampioni che arrivava dalla strada.

Si mise a sedere, e scese con un piccolo salto. Sentì la risposta elastica dei muscoli, nessuno dei piccoli dolori del risveglio. Si affacciò alla finestra e vide la strada, imbiancata dalla neve.

Sentì un’emozione allegra, che arrivava da lontano. Poi aprì la finestra, e avvertì la carezza fredda della notte sul viso. Ma non faceva freddo, non lo sentiva.

Allora decise di uscire. Non usciva di notte da tanti anni ormai. Lo faceva spesso quando era giovane, nelle città sconosciute, quando era in giro per uno spettacolo. Lo faceva sentire invincibile, camminare nel silenzio delle città sconosciute. Ecco, quella sensazione, si sarebbe chiesto spesso negli anni, che cos’era? Cosa era stato davvero, da giovane? Chi?

Non aveva più il ricordo delle giornate normali, di quelle che sono le giornate normali, quando hai una casa, una famiglia, una vita. Ricordava solo frammenti di euforia, dentro un tempo unico, che si ripeteva uguale, nei ritmi delle stagioni.

Si cambiò, mise una camicia pulita, una cravatta, la giacca e il cappotto. Una sciarpa di seta e il cappello. Prese il bastone con la testa di madreperla, e aprì la porta.

Quando chiamò l’ascensore il meccanismo sembrò svegliarsi da un sonno profondo. Emise un verso di metallo, e si mise in moto. Quando arrivò al piano il vetro della portella rilanciò l’immagine dell’uomo con il cappello. Era bello, era giovane. Corrado entrò e spinse il tasto.

Quando fu per strada si accorse del bagliore. La neve, sul selciato, rifletteva la luce dei lampioni e rendeva morbidi i confini delle cose. Era come sospeso, tutto il mondo, in quella vita di mezzo, senza contrasti.

E cominciò a camminare.

Camminò tutta la notte Corrado, senza fretta, senza fatica. Lasciando impronte che la neve provvedeva subito a cancellare.

Rivide Roma, finalmente. La bellezza antica delle sue strade, dei palazzi, del fiume che muoveva appena lo sguardo. E seduto su una panchina di piazza Navona, solo, in mezzo all’ellissi perfetta delle sue architetture rimase a guardare altrove, dinanzi ai fiumi che si incontrano nella fontana.

E finalmente sentì quel mondo intorno che lo accoglieva, la confluenza naturale degli strumenti in un tutto orchestrale, una armonia maestosa e quieta, un dio benevolo, senza giudizio, che si faceva di lato, silenziosamente, per fargli strada.

Camminò tutta la notte. E ripensò alle cose della sua vita, senza provare rammarico, e le lasciò andare. Come deve essere, ché le cose devono andare, prima o poi. Pensò alle settimane, le ultime, trascorse nella sua casa con quella ragazza. Tutti quei pomeriggi e quelle mattine in quella stanza, a raccontarle l’Amleto. Pensò gli occhi vivi e fondi, di quella ragazza.

Che avrebbe potuto amare.

Che non avrebbe mai fatto l’attrice.

Poi tornò a casa. Non incontrò nessuno, solo qualche automobile che scivolava silenziosa sulle guide che segnavano il tappeto di luce.