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Chi lo conosce il segreto dei sogni?
Quando le cose vissute si impastano con quelle che avremmo voluto, o che mai avremmo voluto.
Nella combinazione del pensiero, diventano scie luminose, che trascinano tutti i singoli istanti, nella risacca, prima del risveglio.
È mattina. I rumori arrivano attutiti. La strada, la gente, il traffico.
La camera è in penombra, Corrado sta riposando. Ma non dorme. Guarda il soffitto alto, pieno di macchie. L’umidità che si mangia le case, lentamente.
Gli ricorda il soffitto della casa dei nonni, in via degli Avignonesi. C’erano macchie da tutte le parti, nella stanza, stretta e lunga, con una finestra che si affacciava sul muro di fronte. Ci passava dei pomeriggi a inventarsi le storie, steso sul letto che era stato di suo padre.
Come quel pomeriggio, quando la finestra esplose. Proprio mentre si immaginava una fiamma di drago sul cavaliere nero. Era il 23 marzo del 1944, e in via Rasella, a due passi da lì, avevano messo una bomba.
Mentre guarda il soffitto si ricorda tutto di quel giorno, i vetri in frantumi, il mondo che sembrava venire giù, le urla, le sirene e la gente spaventata che spariva dalle strade, mentre arrivavano i tedeschi. Il babbo non era rientrato. La nonna era preoccupata, borbottava una litania e spazzava le stanze con attenzione, perché non rimanesse nessuna scheggia. Suo padre non sarebbe rientrato più. Aveva undici anni.
Quando pensa a suo padre non si ricorda la faccia. Conserva una fotografia in bianco e nero, l’unica che gli è rimasta. È una foto scattata dopo il matrimonio, quando lui non era ancora nato. Suo padre e sua madre sono in posa, e il viso di suo padre è sbiadito, sta per sparire. Sua madre sorride invece, è felice.
Una volta ha sognato suo padre morire, con una ferita sulla pancia da cui usciva un fiotto di sangue come lo zampillo di una fontana. Ma non soffriva. Anzi, lo guardava, e gli parlava tranquillo, gli diceva che non c’era nulla di cui preoccuparsi, che non è così grave, morire.
Chi lo conosce il segreto dei sogni?
A un certo punto il telefono squilla.
Corrado si alza, infila le pantofole e va a rispondere. Porta delle pantofole morbide, di pelle, e un pigiama a righe celesti. Si schiarisce la voce e solleva la cornetta, ha ancora uno di quei vecchi telefoni grigi a disco.
«Sì?»
«Corrado…»
«Valentina.»
La voce arriva da un altro mondo. Nel riquadro della finestra si ferma un gabbiano, così grande, visto da vicino.
«Come stai, Corrado?»
«…Bene. Bene, molto bene, cara. E tu?»
«Non ci sentiamo da una vita.»
Il becco adunco pesca nelle piume candide del petto, nella rotazione innaturale del collo.
«Hai ragione, Valentina.»
«Ma ti ho svegliato, stavi riposando?»
«No, no, scherzi? Ero in piedi da un pezzo, tra poco devo uscire, ho da sbrigare delle faccende.»
Il gabbiano scuote le ali e si lancia nel vuoto.
«Stai meglio adesso, vero?»
«Sì, sì… sto meglio. Molto meglio. Grazie. E tu, cara, come stai?»
«Bene. Siamo in Toscana, a Cortona. Debuttiamo qui, e poi veniamo subito a Roma. Ho una paura…»
«Ma no, che paura, stai tranquilla…»
Deve chiudere gli occhi, e riaprirli. Le mosche grigie nelle pupille.
«Alla fine ce l’ho fatta, Antigone. L’ho sempre sognato. Sono così emozionata.»
«Questa è una bella notizia.»
«Dicevano che ero troppo vecchia per quel ruolo, ma alla fine chi l’ha detto? Sulla scena, posso sembrare più giovane.»
«Sei una ragazzina.»
«Corrado, ho quarantacinque anni.»
Da quanti anni non ho quarantacinque anni, pensa Corrado. E si distrae di nuovo, continua a parlare, ma si distrae.
«Sei una bimba, Valentina.»
«Va bene, se lo dici tu. Debuttiamo tra una settimana. Facciamo l’anteprima a Cortona e poi veniamo a Roma.»
«Bene.»
«C’è ancora tanto da fare. Mi sembra che possa venir fuori un lavoro equilibrato, molto centrato sugli attori. Ma c’è ancora tanto da fare, sono così emozionata. Mi vengono un sacco di dubbi.»
«Andrà tutto bene, Antigone è un personaggio meraviglioso.»
«Tu ci sarai, vero? Ci sei sempre stato.»
«Certo che ci sarò.»
«Ti chiamo quando siamo a Roma, allora.»
«Sì. Ora me lo appunto da qualche parte. C’è sempre tanto da fare e io comincio a invecchiare, mi dimentico…»
«Smettila, Corrado.»
«Ma sì, scherzo.»
Sente un suono di pianoforte, lontano. Proviene da una delle finestre delle case di fronte. Non ha mai capito quale.
«Corrado…»
«Dimmi.»
«…io volevo scusarmi con te, sono stata così assente in questi mesi.»
«Non devi preoccuparti.»
«È che sono successe tante cose. Ti racconterò tutto. Sono stata imperdonabile.»
«Stai tranquilla. Stare un po’ lontano da tutti mi ha fatto bene, sto pensando a nuovi progetti, ho avuto modo di riflettere. Leggo molto. Sto bene.»
«Non vedo l’ora di vederti. Dopo la prima, a Roma, stiamo a pranzo insieme. E ci raccontiamo tutto.»
«Certo, dopo il debutto pranziamo insieme…»
«Adesso corro che riprendiamo le prove.»
«Va bene.»
Si immagina che sia una ragazza a suonare. Si immagina una vita ordinata, di esercizi, di solfeggio, di tutte le giornate che verranno.
«Ti chiamo presto, allora.»
«Sì.»
«E non farmi preoccupare.»
«Non c’è nulla di cui preoccuparsi, tesoro.»
«Va bene. Scappo.»
«Merda merda per il debutto, allora.»
«Merda merda, merdissima.»
«Ti mando un bacio, bambina.»
«Tanti baci a te, Corrado.»
«Ciao.»
«Ciao.»
Riattacca. Resta fermo per un po’.
Poi si gira e va ad aprire la finestra.
Il sole entra nella stanza, è una bella giornata. Si sentono tutte le voci.
Accende la radio, e va in bagno. Il vento muove le tende, nella stanza.
Ne esce poco dopo, si è sbarbato e pettinato. Porta una canottiera, si ferma qualche istante a controllare il respiro, fermo, davanti alla parete vuota. Controlla i battiti, sul polso, in mutande davanti alla parete vuota. I muscoli hanno perso il tono di un tempo, le gambe sono magre, ma ancora belle, le braccia attraversate dagli incroci turbinosi delle vene sugli avambracci.
In casa fa freddo, sente un brivido addosso. Allora chiude la finestra.
Infila i pantaloni, una camicia celeste, una cravatta a pois molto piccoli e la giacca da camera. Adesso gli va un po’ larga. Prepara un caffè con la moka e va a sedersi sulla poltrona.
Resta senza fare nulla, fino a quando la caffettiera gorgoglia. Allora si alza di nuovo, riempie una tazzina, e si ferma davanti alla finestra. Guarda fuori e beve il caffè.
Non tornerà mai in scena.
Lo sa, da un pezzo. È andato via per sempre.
Si è chiesto spesso in questi anni, sono bastati pochi anni per sparire dal mondo, cosa gli sarebbe mancato quando avrebbe smesso.
E oggi non sa dirlo, con esattezza.
Guarda il resto del mondo da una finestra.
Roma è bellissima.
Si scuote. Torna al piccolo lavabo e sciacqua la tazzina, la mette a scolare.
Poi bussano alla porta. Si sistema la giacca e va ad aprire.
«Sì?»
«Maestro, sono Alessandra…»
Non è l’orario consueto. Corrado apre la porta, ma resta sulla soglia.
«Sì?»
«Chiedo scusa per l’ora.»
«Prego.»
«La disturbo?»
«Dica…»
«Volevo chiederle…»
La ragazza esita un istante, si morde appena il labbro inferiore. Ha la pelle bianca, un maglioncino color glicine.
«Cosa vuole chiedermi?»
«Due cose… in verità.»
«Due cose.»
«Sì…»
«Dica.»
«Sì, mi scusi. La signora Franca dice che oggi c’è il minestrone.»
«Ah…»
«O preferisce di nuovo la pasta?»
«Il minestrone va benissimo.»
«Bene, allora minestrone.»
«Bene.»
«Bene…»
«Questa era la prima cosa?»
«Sì.»
«Mi dica la seconda.»
«Non so se posso…»
«…»
«Insomma sì. Avrei bisogno…»
«Di cosa ha bisogno?»
«…di farle delle domande.»
«Domande?»
«Avrei bisogno di un piccolo aiuto.»
«Un piccolo aiuto?»
«Sì.»
«Da me?»
«Sì.»
«Che genere di piccolo aiuto?»
«Ecco sì, provo a spiegarmi velocemente. Non voglio farle perdere tempo.»
«Si spieghi.»
«Sì… vede, non so se ricorda… io studio.»
«Lo ricordo. Sì.»
«Studio lettere, alla Sapienza… con indirizzo teatrale.»
«…»
«In questo periodo sto seguendo un seminario sul teatro del Cinque e Seicento…»
«Quindi?»
Alessandra è a disagio. Restano sulla soglia, restano scomodi, lui e lei. E lei non sa come spiegarsi.
«Avrei bisogno… sì insomma mi piacerebbe… poterle fare alcune domande.»
«Che genere di domande?»
«Faccio una tesi sulla storia della messa in scena di Shakespeare in Italia.»
«E allora?»
«E allora… ovviamente ho pensato a lei.»
«Ha pensato a me?»
«Sì… pensavo che con la sua esperienza…»
«…»
«Sì, insomma sarebbe bello, lei è stato… lei è un grande attore.»
«…»
«Vorrei poterle chiedere alcune cose, avrei da farle tante domande. Ma non le farei perdere molto tempo, davvero. È un’opportunità preziosa per me.»
Corrado sente un formicolio sul dorso della mano sinistra, il pensiero corre velocemente altrove. Tutte quelle voci, quei suoni di un’altra vita. Ma è un attimo.
«Non mi occupo di Shakespeare, da molti anni.»
«Sì, ma lei…»
«Io sono terribilmente occupato in questo periodo. Ho tanto da fare, mi dispiace.»
«Ah, capisco.»
«…»
«Magari più in là?»
«Magari più in là.»
«Certo.»
«Bene, se non ha altro da dirmi…»
«No… anzi, mi scusi per l’invadenza. Mi sono permessa di disturbarla.»
«Non mi ha disturbato.»
«Sì, insomma non volevo…»
«Se non ha altro da dirmi…»
«No. Vado. Ah… hanno lasciato la posta, per lei.»
Gli porge alcune buste e lui le prende, senza dire nulla.
«Più tardi vengo a portarle il pranzo.»
«Grazie.»
Chiude la porta. Corrado resta fermo. I passi sono rapidi, sulle scale, poi sfumano.
Gli sembra di non avere niente da dire, in quel momento. Nessuna parola che serva.
Si massaggia la mano, quel solletico tra le dita.
Poi guarda le buste, e le posa sul tavolo. Torna verso il letto e lo rassetta. Piega le coperte ordinatamente, il pigiama su un lato, il risvolto a triangolo del lenzuolo.
Mentre si alza sente una fitta al costato, ha un piccolo mancamento. Si rimette in piedi, poi si siede.
Resta seduto. Inspira ed espira, per un po’.
Lo faceva sempre, prima di entrare in scena. Inspirare ed espirare. Era un modo per depositare gli umori cattivi, e l’ansia che ogni sera provava, prima di entrare in scena. Ci si affeziona a tutto, anche all’ansia, anche al dolore. Pensa questo, mentre si massaggia la schiena e il petto.
Poi si alza e si accosta al tavolo, prende le buste, con un tagliacarte le apre e si mette a leggere, ad alta voce, come se non fosse solo.
«…Gentilissimo signore barra signora, siamo lieti di annunciarle che è stato selezionato barra ata, tra i cento fortunati vincitori del concorso Mille modi di fare la spesa. Presso uno dei nostri punti vendita giovedì 4 e venerdì 5 con soli cinquanta euro di spesa potrà ritirare una sorpresa esclusiva presentando questo coupon alle casse.»
Strappa il foglio, senza fretta. Poi passa all’altra busta.
«…Gentile cliente, la informiamo che dal 15 maggio sarà attiva l’offerta Fast for ever, grazie alla quale potrà usufruire di tutti i servizi internet e di telefonia fissa e mobile a soli 29,90 euro mensili onnicomprensivi. Si affretti a aderire all’offerta! I primi cento… Sono sempre nei primi cento…»
Smette di leggere, straccia con metodo i fogli, fino a farne quadretti regolari, li mette in una pila ordinata insieme agli altri e poi li butta in un cestino sotto il lavabo.
Resta accanto al tavolo con il respiro ancora un po’ in affanno, poi avverte di nuovo una piccola fitta al costato. Niente di grave, se lo dice da solo. Però poi pensa proprio questo. Che è solo. Lo sa che è solo. Ma adesso lo pensa. Distintamente.
È stato solo per buona parte della sua vita, sempre in viaggio, da una città all’altra. Gli è sempre piaciuto girare per le città, da solo. Ma adesso è lì, su quella sedia, con un dolore appuntito sul fianco. Ed è veramente solo.
È strano, pensa. Si chiede se desiderare di avere qualcuno accanto sia soltanto il segno della resa, oppure altro. E se sia disonorevole davvero, alla fine, arrendersi.
Dopo qualche istante si avvicina al telefono e compone un numero. Dopo un tempo lungo, rispondono.
«Buongiorno, vorrei parlare col dottor Martini, per cortesia.»
«Buongiorno, con chi parlo?»
«Sono Corrado Lazzari.»
«Ah, certo. Attenda in linea, vedo se il professore è libero.»
«Grazie.»
Resta seduto, con la cornetta in mano. Butta fuori un po’ d’aria. E si massaggia il braccio sinistro.
«Maestro, come sta.»
«Buongiorno dottore, mi scusi se la disturbo in studio.»
«Nessun disturbo, mi dica.»
«Grazie, è sempre molto gentile.»
«Dica pure.»
«Dunque poco fa… Ecco sì, ho avuto… un piccolo mancamento, una sorta di affanno e anche una fitta alla bocca dello stomaco, e sul fianco.»
«Ha sentito un dolore preciso, forte, localizzato?»
«No, una cosa molto più lieve, ma mi sono sentito mancare.»
«Maestro, né lei né io abbiamo più vent’anni. Può succedere di avere un mancamento.»
«Sì, lo so.»
«Ha un’alimentazione regolare?»
«Certo, mangio regolarmente.»
«Sta evitando i grassi, la carne rossa…»
«Tutto molto leggero, sì.»
«Ricorda che abbiamo detto che per un po’ dobbiamo sospendere gli alcolici.»
«Niente vino, niente alcolici.»
«E il caffè.»
«Caffè solo la mattina.»
«Meglio una bella tazza d’orzo.»
«L’orzo no, non riesco a berlo, dottore.»
«Inutile chiederle se ha ripreso a fumare.»
«No, no, no… davvero, le sigarette non le tocco più, da tempo.»
«Neanche una ogni tanto?»
«Neanche una.»
«E le pillole per la pressione, sta mantenendo lo stesso dosaggio?»
«Ho sospeso da una settimana, mi aveva detto di sospendere con la pillola della sera.»
«Le ho detto che quando ci rivediamo, il prossimo mese, valutiamo se sospenderla. Non prenda iniziative con i farmaci, stiamo seguendo una terapia.»
«Ho capito… allora ricomincio?»
«Continui a prenderne mezza pillola la sera.»
«Certo, allora ne prendo mezza pillola la sera, prima di andare a dormire.»
«E gli integratori.»
«Dopo i pasti, sì, continuo a fare la ginnastica…»
«Bravo, non sospenda la ginnastica posturale. Tenere i muscoli in esercizio fa bene alla sua circolazione. E faccia delle passeggiate, anche brevi, ma ogni giorno.»
«Va bene, dottore…»
«Per il resto stia tranquillo. Sento dalla voce che sta già meglio.»
«Sto meglio, in effetti. Le faccio sapere, allora.»
«Quando vuole, noi poi ci vediamo il prossimo mese, come d’accordo.»
«Certo, e grazie davvero.»
«E di che. Mi stia bene, mi raccomando.»
«Stia bene anche lei.»
Riattacca la cornetta. Inspira profondamente e poi si alza.
Prende da un astuccio una pillola e la ingoia con un goccio d’acqua. Poi si ferma in piedi al centro della stanza. Solleva le braccia un paio di volte, sui lati e di fronte. Poi le ginocchia, in alto e in basso. E infine ruota il collo, da una parte e dall’altra. Il tutto non dura più di un paio di minuti.
«La ginnastica posturale…»
Sorride. Si sente meglio.
Si avvicina all’armadio, recupera una scatola dallo scaffale più in alto. Nell’armadio ce ne sono altre, simili, impilate, ciascuna con una targhetta di colore differente. Porta la scatola sul tavolo, e la apre, senza fretta. Tira fuori delle buste tenute insieme con un nastro verde. Dentro ci sono anche fogli sfusi, fotografie e documenti. Dispone il materiale sul tavolo, con ordine. Poi accende la luce. Si sente meglio.
«Allora…»
Inforca gli occhiali e comincia a leggere. La voce fa un suono tondo nella stanza, sembra che i rumori intorno siano spariti.
«Eravamo arrivati al 1962. Sessantadue, sessantadue…»
Dove si trovava quell’anno? Con chi era? Prova a ricordare, entrando nella caverna che sembra buia. Poi ci si abitua, alla luce che non c’è. E cominci a vedere.
«Dunque… Corneille, certo. Corneille.»
Ci deve essere un innesco segreto, nei ricordi. Una piccola fiamma che infiamma. E la caverna si illumina tutta. E intorno le cose cominciano a muoversi, le voci, le persone, con gli stessi abiti di allora. Prende appunti su un quaderno più grande, scandisce ogni parola, come se nella stanza ci fosse qualcuno in ascolto.
«Il Cid, 1962, il debutto al teatro Massimo.»
Che personaggio, Don Rodrigo. Impavido, sfrontato. Lo dice a voce più bassa, quasi soffiando. Pulisce le lenti e cita a memoria, con gli occhi chiusi.
«La schiera s’avanza sotto il mio comando, e porta in fronte una maschia sicurezza. Partimmo in cinquecento, ci ritrovammo in mille… o quante azioni, quante imprese celebri sono restate senza gloria nelle tenebre di ciascuno.»
Poi riapre gli occhi. Si ricorda tutto della tournée in Francia.
Il viaggio in treno, la Gare de Lyon, il profumo di burro e croissant nei bistrot. A Parigi quelli della Comédie-Française facevano gli sbruffoni. Les italiens, qui croient avoir inventé la comédie, les pauvres… Stronzi. Francesi. Quanto ha amato Parigi.
Che successo straordinario poi, in casa loro. Quell’applauso interminabile. Le dita scivolano sulla pelle del viso, incontrano le pieghe e i vuoti, fino al profilo duro della mascella. Quella volta andò a vederlo anche Sartre.
Si affacciò nel camerino, dopo lo spettacolo, mettendolo a disagio, con quell’occhio vagulo che guardava altrove. Dai tempi di Gérard Philipe non aveva assistito a un Cid tanto potente, gli disse così. Poi entrò e si mise a sedere, puzzava di alcol, se lo ricorda come fosse adesso. Tutto il camerino si riempì di quell’odore acre, così intenso.
«Cos’era, Calvados?»
Oppure un vino bianco, da pochi centesimi, bevuto di nascosto prima di entrare in teatro.
Quel pomeriggio, quando aveva saputo che Sartre sarebbe venuto ad assistere allo spettacolo, Corrado aveva fatto acquistare in libreria una copia di un suo libro.
Restarono a chiacchierare una decina di minuti, Sartre seduto sulla poltrona, con la testa curiosamente reclina sullo schienale, e Corrado accanto a lui, su uno sgabello. Quando andò via, salutò con un piccolo cenno del capo, senza stringergli la mano. Corrado si era fatto firmare la copia dei Sequestrati di Altona.
Tira fuori dalla libreria un volumetto sottile. Lo sfoglia e si sofferma sulla pagina della dedica.
La modestie est la vertu des tièdes. À un artiste qui a la vertu de l’orgueil. Jean-Paul Sartre.
Sorride, rimette il libro a posto e torna a sedere.
Versa un bicchiere d’acqua, e beve, lentamente. La virtù dell’orgoglio. Le parole, quanto sono belle le parole, pensa.
«Le parole.»
Si mettono insieme in una danza, tirano i fili di un giocattolo di latta e il giocattolo si muove. E tutto sembra vivo, ogni ricordo prende forma, la forma precisa di allora.
Restarono a Parigi quattro settimane. Corrado prese in affitto una casa al quinto piano di una palazzina a Saint-Germain-des-Prés. Uno studiò con un abbaino e una finestra che si affacciava sui tetti. Nel bagno non c’era il bidet.
Ogni mattina faceva colazione al Café de Flore. Si ricorda i profumi, il latte, più buono di quello italiano, il caffè, i croissant gonfi di burro, le uova sode, schierate in fila come soldatini obesi, sui portauovo d’argento. E tutte quelle piccole e felici abitudini, a cui si affezionò velocemente, seduto sui divani di pelle che correvano lungo le pareti, sotto gli specchi. Una volta incontrò anche Genet.
Lo aveva puntato mentre era al banco, portava una sciarpa color panna. Gli sorrise e si mise a sedere accanto a lui. Chiacchierarono. Alla fine disse a Corrado, sfiorandogli la mano, che avrebbe gradito che lo raggiungesse nel suo appartamento, scrisse l’indirizzo su un foglio di quaderno. E se ne andò.
Corrado non lo raggiunse, non lo incontrò più.
Quelle piccole e felici abitudini.
La lettura dei giornali, la confidenza crescente con la lingua delle conversazioni brevi. La ragazza che vendeva sigarette. Quella mattina gli sorrise, sgranando gli occhi, neri come amarene. Justine? Si chiamava Justine.
Era bella, aveva un culo perfetto. Un culo francese.
Lo invitò nel suo appartamento, una stanza con la vasca, il letto e un armadio sgangherato. E il cesso a parte, ovviamente. Trascorsero una giornata insieme, mangiando dei sandwich con il prosciutto e il formaggio e bevendo due bottiglie di Bordeaux. Poi Justine si spogliò, e fece il bagno davanti a lui. Nuda e bianca, nella vasca di zinco, come una fanciulla di Renoir.
Monsieur, ça vous derange de me laver le dos… Si lasciò insaponare. Aveva la pelle così chiara.
Era lunedì, il giorno di riposo per entrambi. Quando Corrado andò via era notte. Justine dormiva profondamente, rannicchiata come un gatto. Le coprì la schiena e nascose del danaro nella borsa, vergognandosi un po’.
Finirono la tournée a maggio. Quando lasciarono Parigi pioveva, sembrava tornato l’inverno.
Alla Gare de Lyon c’era una comitiva di indiani, con le facce scure e le camicie candide, erano schierati davanti ai binari. Non se lo ricorda perché, ma lo salutarono, quando il treno partì. E lui li salutò, sporgendosi dal finestrino. Tutti gli indiani in fila.
Mentre parla, Corrado li vede sfilare davanti ai suoi occhi, come una piccola magia domestica. Qualche volta si è chiesto come sarebbe stato, vivere una vita diversa, magari a Parigi. Restare lì, diventare amico di quegli indiani con le facce scure, sposare Justine e inventarsi un mestiere nuovo. E dimenticare il resto.
A settembre, Francesca lo lasciò.