PARTE SESTA

Colui che porta i sogni

Contenente:

il diario della Morte - il pupazzo di neve - tredici regali - il libro successivo - l'incubo di un cadavere ebreo - un cielo di carta di giornale - un visitatore – e un bacio finale su guance velenose

Diario della Morte: 1942

Fu un'annata da ricordare, come il 79, come il 1346, tanto per citarne solo qualcuna. Dimenticatevi la falce: dannazione, era di una scopa o di una ramazza che avrei avuto bisogno. E anche di una vacanza.

*** UN FRAMMENTO DI VERITÀ ***

Non possiedo una falce. Indosso una veste nera con cappuccio solo quando fa freddo. Non ho quel viso da teschio che sembrate divertirvi ad appiopparmi. Vuoi sapere qual è il mio vero aspetto?

Mentre proseguo il racconto, cerca uno specchio.

Per il momento mi sento piuttosto ben disposta, e ti dico tutto di me, di me, di me. I miei viaggi, che cosa vidi nel '42. D'altro canto tu sei umano, dovresti capire che cos'è un'ossessione. Il fatto è che ho un motivo per narrare ciò che vidi a quel tempo, perché molto ebbe ripercussioni su Liesel Meminger. La guerra giunse più vicina alla Himmelstrasse, e obbligò me a farvi una corsa.

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Quell'anno c'erano da fare certi giri, dalla Polonia alla Russia all'Africa. Certo, di giri ne faccio tanti in qualsiasi anno, ma talvolta alla razza umana piace accelerare un po' il ritmo. Aumenta la produzione di cadaveri e di anime. Di solito il segreto è qualche bomba, oppure qualche camera a gas, o una chiacchierata fra cannoni. Se nessuno di questi espedienti ottiene risultati, se non altro rovina un po' le condizioni di vita della gente, che poi, spesso viene a cercarmi mentre vagabondo per le strade delle città tormentate. Mi supplica di prenderla con me, senza rendersi conto che sono già fin troppo occupata. «Verrà anche il vostro momento», cerco di convincerli, e mi sforzo di non guardare. A volte vorrei dire: «Ma non vedete che ho già abbastanza lavoro?» però non lo faccio mai. Mentre lavoro, fra me e me mi rammarico, e certi anni anime e corpi non si sommano, bensì si moltiplicano.

*** APPELLO SOMMARIO PER IL 1942 ***

1. Gli ebrei disperati: tengo in grembo le loro anime sui tetti, presso i camini fumanti.

2. I soldati russi: hanno poche munizioni, e contano sui caduti per rubarne qualcuna.

3. I cadaveri fradici su una costa francese, gettati sulla spiaggia fra ciottoli e sabbia.

Potrei proseguire, ma per ora ho deciso che tre esempi sono sufficienti. Tre esempi che ti faranno sentire in bocca il sapore di cenere che quell'anno segnò la mia esistenza.

Tanti esseri umani.

Tanti colori.

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Dentro, m'inquietano. Perseguitano i miei ricordi.

Li vedo negli alti mucchi, tutti l'uno sull'altro. C'è un'aria che sembra di plastica, un orizzonte simile a colla che s'indurisce.

Ci sono cieli fatti di persone, bucati e gocciolanti, e morbide nuvole color carbone, che pulsano come cuori neri. E poi c'è la morte, che vi si fa strada. In superficie, rigida, inflessibile. Al di sotto, disfatta, estenuata.

In tutta sincerità (so che mi lamento troppo) ero ancora alle prese con Stalin, in Russia. La cosiddetta seconda rivoluzione: lo sterminio del suo popolo.

Poi venne Hitler.

Dicono che la guerra sia la migliore amica della morte, ma debbo dissentire. Per me, la guerra è come un nuovo padrone che pretende l'impossibile. Ti sta con il fiato sul collo, ripetendo senza sosta:

«Lavora, lavora».

Tu lavori duro, ti affanni.

Il capo, però, mica ti dice grazie: esige ancora più impegno da te.

Spesso cerco di rammentare i frammenti di bellezza che riuscivo a cogliere persino in quel periodo. Frugo a fondo nella mia collezione di storie.

Ne cerco una anche ora.

Credo che tu ormai ne conosca già la metà, e se mi ascolterai ancora per un po' ti racconterò il resto.

Liesel non sapeva che la attendevano molte delle cose cui ho accennato un momento fa.

Aveva deciso addirittura di trasportare un po' di neve in cantina.

Un mucchietto di acqua congelata può far sorridere quasi tutti, ma non li induce a dimenticare. Eccola che arriva.

Il pupazzo di neve

Per Liesel Meminger, i primi giorni del 1942 si potevano riassumere così: compì tredici anni. Il suo petto era ancora piatto. Non si era ancora sviluppata. Il giovane che prima stava in cantina adesso dormiva nel suo letto.

*** DOMANDA E RISPOSTA ***

Come finì Max Vandenburg nel letto di Liesel?

Ci cadde sopra.

I pareri erano contrastanti, ma alcuni sostennero che il seme fosse stato gettato nel Natale precedente.

Il 24 dicembre era stata una giornata fredda, di fame, ma con un grosso vantaggio: niente lunghe visite. Hans Junior combatteva in Russia, e nello stesso tempo continuava il suo sciopero dei rapporti famigliari. Trudy poté fermarsi per poche ore solo nel fine settimana prima di Natale, perché partiva con la famiglia dei suoi datori di lavoro.

Una vacanza per tutto un altro genere di Germania.

La vigilia di Natale Liesel portò giù, come regalo per Max, una doppia manciata di neve. «Chiudi gli occhi», disse, «e allunga le mani.»

Appena la neve passò nelle mani di lui, Max rabbrividì, scoppiando a ridere, ma rimaneva a occhi chiusi. Sulle prime assaggiò brevemente la neve, permettendole appena di sfiorargli le labbra.

«È il rapporto meteorologico di oggi?»

Liesel era accanto a lui. Gli toccò dolcemente un braccio.

Max lo portò di nuovo alla bocca. «Grazie, Liesel.»

Fu l'inizio del più fantastico dei Natali: poco da mangiare, niente doni. Ma in cantina c'era un pupazzo di neve.

Dopo avere portato giù le prime manciate di neve, Liesel controllò che non ci fosse nessuno all'esterno, poi tirò fuori tutti i secchi e le pentole che poteva. Li riempì con i cumuli di neve e ghiaccio che coprivano quell'angusta fetta di mondo della Himmelstrasse. Una volta pieni li portò in casa, fin giù in cantina.

Per fare le cose a dovere, per prima cosa tirò una palla di neve a Max, ricevendone una in risposta, in piena pancia. Max lanciò una palla di neve persino a Hans Hubermann, mentre scendeva i gradini del sotterraneo.

« Arschloch!» aveva strillato Papà. «Liesel, dammi un po' di quella neve. Dammene un secchio! » Per qualche minuto scordarono ogni cosa. Non più schiamazzi e richiami, anche se non potevano soffocare qualche piccolo scoppio di riso: erano solo esseri umani, che giocavano con la neve in una casa.

Papà guardò le pentole colme di neve. «E del resto, che ne facciamo?»

«Un pupazzo di neve», rispose Liesel. «Dobbiamo fare un pupazzo di neve.» Papà chiamò Rosa.

Da lontano la solita voce rimbalzò violentemente indietro: «Che c'è adesso, Saukerl? » «Vieni quaggiù!»

Quando Rosa fece la sua comparsa, Hans Hubermann mise a repentaglio la propria vita tirando a sua moglie una magnifica palla di neve. Avendo sbagliato mira, si disintegrò quando colpì la parete, e Mamma ebbe un pretesto per imprecare per un bel pezzo senza riprendere fiato. Quando si fu ripresa, scese ad aiutarli. Portò persino dei bottoni per fare occhi e naso, e qualche laccio per il sorriso dell'uomo di neve; vennero trovati addirittura una sciarpa e un cappello per ciò che, in realtà, era un uomo di neve alto solo una sessantina di centimetri. «Un ometto», aveva detto Max.

«Che cosa facciamo quando si scioglie?» domandò Liesel. Rosa aveva la risposta. «Asciughi tutto, Saumensch, e alla svelta.»

Papà era di diverso parere. «Non si scioglierà.» Si sfregò le mani, e vi soffiò. «Qui sotto si gela.»

Per sciogliersi si sciolse, però da qualche parte, dentro di loro, quell'ometto di neve rimase in piedi. Dev'essere stata l'ultima cosa che videro quella vigilia di Natale, quando finalmente si addormentarono.

Avevano una fisarmonica negli orecchi, un pupazzo di neve negli occhi, e, per Liesel, il sapore delle ultime parole di Max prima di lasciarlo accanto al fuoco.

*** AUGURI DI NATALE DI MAX VANDENBURG ***

A volte vorrei che tutto questo finisse, ma poi tu scendi in cantina con un pupazzo di neve tra le mani.»

Sfortunatamente quella notte segnò un serio peggioramento della salute di Max. I primi sintomi furono piuttosto innocui, ma tipici. Un freddo continuo, mani tremanti, e sempre più frequenti fantasie di tirare di boxe con il Führer. Solo quando non riuscì più a riscaldarsi dopo le sue flessioni e i suoi addominali, Max incominciò a preoccuparsi sul serio. Per quanto vicino al fuoco si sedesse, non ce la faceva a raggiungere un livello di relativo benessere. Un giorno dopo l'altro il suo peso calava. Gli esercizi ginnici cessarono, e giacque con la guancia contro il ruvido pavimento dello scantinato.

Per tutto gennaio Max si sforzò di tenere duro, ma ai primi di febbraio il suo stato era preoccupante. Faticava ad alzarsi da vicino al fuoco, anzi dormiva fino a giorno inoltrato, con la bocca contorta e le guance che si facevano sempre più scavate. Quando glielo chiedevano, rispondeva di stare bene.

A metà febbraio, qualche giorno prima del tredicesimo compleanno di Liesel, giunse presso il caminetto con gli occhi sbarrati, ormai vicinissimo al collasso. Per poco non cadde nel fuoco.

«Hans», mormorò, mentre il suo volto pareva irrigidirsi. Le gambe gli cedettero, e urtò con la testa la custodia della fisarmonica.

Subito un cucchiaio di legno cadde nella minestra, e Rosa Hubermann fu al suo fianco. Sorresse la testa di Max, abbaiando verso Liesel, dall'altro capo della stanza: «Non startene lì, porta altre coperte.

Prendile dal tuo letto. E tu!» Fu il turno di Papà. «Aiutami a sollevarlo e portarlo in camera di Liesel. Schnell

Il viso di Papà era teso per l'ansia. I suo occhi grigi balenarono e lo sollevò: Max era leggero come un bambino. «Non potremmo metterlo qui, nel nostro letto?»

Rosa ci aveva già riflettuto. «No. Di giorno dobbiamo tenere aperte le tende, altrimenti sembrerebbe sospetto.»

«Giusto.» Hans prese in braccio il giovane.

Liesel li fissava, con le coperte fra le braccia.

Piedi inerti e capelli penzolanti nel corridoio. Gli cadde una scarpa.

«Muoviti.»

Mamma marciava dietro di loro, con la sua andatura dondolante.

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Una volta a letto, lo coprirono con numerose coperte, avvolgendogliele intorno al corpo.

«Mamma?» Liesel non riuscì di dire altro.

Vista da dietro, la crocchia di capelli di Rosa Hubermann era legata così stretta da far spavento.

«Che cosa c'è, Liesel?»

La ragazza fece un passo avanti, temendo la risposta. «È ancora vivo?»

La crocchia annuì.

Poi Rosa si voltò, e le disse. «Adesso stammi bene a sentire, Liesel: non ho mica accolto quest'uomo in casa mia per guardarlo morire.

Chiaro?»

Liesel annuì.

«Adesso fila via.»

In salotto, Papà l'abbracciò.

Liesel ne aveva un bisogno disperato.

Più tardi, nella notte, udì Hans e Rosa parlare. Rosa l'aveva messa a dormire nella loro camera, e giaceva sul pavimento presso il loro letto, sul materasso che avevano trascinato su dalla cantina. (C'era la preoccupazione che fosse infetto, ma poi conclusero che certi timori erano infondati. Max non soffriva di alcuna malattia contagiosa, perciò portarono su il materasso e cambiarono le lenzuola.) Credendo che la ragazza dormisse, Mamma diceva la sua a voce alta.

«Quel maledetto pupazzo di neve», sussurrò. «Scommetto che tutto è cominciato con il pupazzo di neve... starsene al freddo, là sotto, con neve e ghiaccio.»

Papà aveva un'altra opinione. «Rosa, tutto è cominciato con Adolf.»

Si alzò. «Bisognerebbe andare a controllare come sta.» Quella notte andarono a fargli visita sette volte.

*** CLASSIFICA DEI VISITATORI ***