SUL VOCABOLARIO

Non-abbandono: atto di fiducia e di affetto, spesso compreso dai bambini.

Hans Hubermann sedeva sul letto con occhi assonnati, e Liesel piangeva sulle sue maniche e lo respirava. Ogni mattina, poco dopo le due, ripiombava nel sonno grazie al suo odore: un misto di sigarette spente, vernice vecchia e pelle. Prima lo inspirava tutto, poi lo espirava, fino ad andare alla deriva. Al risveglio trovava Hans poco lontano da lei, accartocciato, quasi piegato in due, sulla sedia. Non si sdraiava mai sull'altro letto. Liesel, allora, si avvicinava all'uomo con circospezione e gli dava un bacio sulla guancia; e lui si svegliava con un sorriso.

Certi giorni Papà le diceva di rimettersi a letto e di aspettare un momento, e tornava con la fisarmonica a suonare per lei. Liesel si sedeva sulle coperte e canticchiava, le fredde dita dei piedi strette come pugni per l'emozione. Prima di allora nessuno aveva mai suonato per lei. Rideva scompostamente, osservando le rughe che si disegnavano sul viso di Papà, e il metallo morbido dei suoi occhi... finché dalla cucina non arrivava l'ordine:

« BASTA CON QUESTO FRACASSO, SAUKERL! » Papà suonava ancora un po'.

Ammiccava alla ragazza, e lei strizzava goffamente l'occhio, di rimando.

Qualche volta, solo per rabbonire un po' Mamma, portava li i strumento anche in cucina e suonava durante la colazione.

Il pane con la marmellata di Papà rimaneva nel piatto, mangiato a metà, con le impronte dei morsi, mentre la musica guardava in viso Liesel. So che sembrerà strano, ma è così che lei lo sentiva. La mano destra di Papà correva sui tasti, la sinistra premeva i bottoni (a Liesel piaceva soprattutto vederlo premere il pulsante argenteo e lucente del do maggiore). Le viscere nere e un po' scrostate, ma ancora lustre, della fisarmonica andavano avanti e indietro mentre le braccia dell'uomo azionavano il mantice polveroso, risucchiando l'aria e spremendola fuori. Quelle mattine in cucina Papà faceva vivere la fisarmonica. Se ci pensi bene ha senso dire così.

Come si fa, infatti, a capire se una cosa è viva?

Si controlla se respira.

Il suono della fisarmonica per Liesel era anche l'annuncio della salvezza: era giorno. Di giorno era impossibile sognare suo fratello. La bambina ne sentiva la mancanza, e anche se spesso si nascondeva a piangere nel minuscolo bagno, più piano che poteva, era comunque lieta di essere sveglia. Durante la prima notte dagli Hubermann aveva nascosto sotto il materasso il Manuale del necroforo, e di tanto in tanto lo tirava fuori e lo stringeva a sé, perché era il suo ultimo legame con il fratello. Osservava le lettere sulla copertina e sfiorava la stampa al suo interno, ma non aveva idea di che cosa dicesse. Non era importante l'argomento di quel libro; la cosa fondamentale era il suo significato.

*** SIGNIFICATO DEL LIBRO ***

1. L'ultima volta che aveva visto suo fratello.

2. L'ultima volta che aveva visto sua madre.

Spesso sussurrava la parola «mamma», e in un solo pomeriggio le capitava di rivedere il volto di sua madre anche un centinaio di volte.

Questo non era niente, però, a paragone con il terrore dei suoi sogni.

Nella sconfinata immensità del sonno non si era mai sentita così totalmente sola.

Come avrai intuito, in quella casa non c'erano altri bambini.

Gli Hubermann avevano due figli, ma erano adulti e non vivevano più con loro, il che era una vera fortuna: entrambi, infatti, si disinteressarono del tutto al nuovo acquisto della famiglia. Hans Junior lavorava a Monaco, in centro, e Trudy faceva la domestica e la bambinaia. Presto sarebbero andati tutti e due in guerra: una a fabbricare pallottole, l'altro a spararle.

Anche l'impatto con la scuola, come potrai immaginare, fu un disastro.

Gli Hubermann la iscrissero in un istituto statale, che tuttavia subiva un forte influsso cattolico. Liesel era luterana. Un inizio non dei più promettenti. Inoltre si scoprì che la bambina non sapeva né leggere né scrivere.

Subì l'umiliazione di essere ammessa nella classe dei più piccoli, che avevano appena iniziato a imparare l'alfabeto. Per gracile che fosse, in mezzo a quei piccini si sentiva un gigante, e spesso sperò di diventare tanto pallida da scomparire del tutto.

Persino a casa non c'era granché da imparare.

«Non chiedere aiuto a lui», sentenziò Mamma. «A quel Saukerl. »

Papà guardava dalla finestra, com'era spesso sua abitudine. «Ha piantato la scuola in quarta elementare.»

Senza neppure voltarsi, Papà rispose con calma, ma velenoso: «Be', non chiedere neppure a lei». Scosse un po' di cenere dalla sigaretta. «Ha piantato la scuola in terza.»

In casa non c'erano libri (eccetto quello che la bambina aveva nascosto sotto il materasso), e il meglio che Liesel potesse fare era ripetere sottovoce l'alfabeto finché non le intimavano di starsene zitta.

Fino a qualche tempo più tardi, quando a metà di un incubo ebbe l'incidente del letto bagnato, non iniziò un'ulteriore istruzione alla lettura. Poi si istituì quella che venne chiamata la «lezione di mezzanotte», anche se di solito incominciava verso le due del mattino, spesso più tardi.

Verso la fine di febbraio, quando compì dieci anni, a Liesel fu regalata una logora bambola dai capelli gialli, che aveva perso una gamba.

«È il meglio che possiamo fare», si scusò Papà.

«Ma che cosa dici? È già fortunata ad avere tanto», lo rimbeccò Mamma.

Hans si mise a osservare quanto rimaneva della gamba superstite della bambola, mentre Liesel provava l'uniforme nuova. Il decimo compleanno significava Gioventù hitleriana. Gioventù hitleriana voleva dire una piccola uniforme marrone. Essendo femmina, Liesel fu arruolata nel BDM.

*** TRADUZIONE DELLA SIGLA***

Bund Deutscher Mädchen: Lega delle Ragazze Tedesche.

La prima cosa che facevano era accertarsi che l’« Heil Hitler» fosse pronunciato a dovere. Poi insegnavano alle ragazze a marciare in riga, arrotolare bende e cucire abiti. Le portavano anche a fare escursioni e a svolgere altre attività. Mercoledì e sabato erano i giorni delle adunate, dalle tre alle cinque del pomeriggio.

Ogni mercoledì e sabato Papà vi portava Liesel e tornava a riprenderla due ore dopo. Non ne parlavano mai molto: si tenevano semplicemente per mano e ascoltavano il rumore dei loro passi; Papà fumava una sigaretta o due.

Papà era sempre il suo preferito, anche se si faceva scrupolo di stare in casa il meno possibile. Certi giorni, sul fare della sera, tirava fuori la fisarmonica dal grande armadio in salotto (stanza che aveva anche la funzione di camera da letto degli Hubermann), poi se ne andava, attraversando la cucina.

Mamma, allora, apriva la finestra e gli gridava, mentre si allontanava lungo la Himmelstrasse: «Non tornare troppo tardi!»

«Non gridare così forte», le rispondeva lui, voltandosi.

«Baciami il culo, Saukerl! Grido forte finché voglio!»

L'eco degli improperi lo seguiva lungo la via. Non si voltava più, perlomeno finché non era sicuro che la moglie fosse rientrata in casa.

Poi, giunto in fondo alla strada, subito prima del negozio d'angolo di Frau Diller, si voltava a osservare la figura che aveva preso il posto di sua moglie alla finestra. Prima di allontanarsi lentamente, levava la lunga, diafana mano per salutarla. Liesel l'avrebbe rivisto alle due del mattino, quando l'avrebbe trascinata con dolcezza fuori dal suo incubo.

Nell'angusta cucina le serate erano senza dubbio tetre. Rosa Hubermann parlava di continuo, e sempre in forma di schimpfen.

Ovvero, non faceva che arrabbiarsi e lamentarsi. In realtà non c'era nessuno con cui litigare, ma Mamma sapeva sfruttare abilmente ogni occasione che le si offrisse. Sarebbe stata in grado di prendersela con il mondo intero in quella cucina, e quasi ogni sera lo faceva. Dopo cena, quando Papà se ne andava, Liesel e Rosa di solito rimanevano in casa, e Rosa stirava.

Ogni tanto Liesel tornava a casa da scuola e accompagnava Mamma per le vie di Molching a ritirare e consegnare panni da lavare e stirare nella zona più agiata della città. Knauptstrasse, Heidestrasse, e poche altre vie. Mamma consegnava gli abiti stirati o riceveva la biancheria da lavare con un sorriso deferente, ma non appena la porta si chiudeva e loro si allontanavano, incominciava a insultare quei ricchi, con tutti i loro soldi e la loro pigrizia.

«Troppo g'schtinkerdt per lavarsi da soli la roba», diceva, a dispetto del bisogno che aveva di loro.

«Quello lì», diceva di Herr Vogel della Heidestrasse, «ha ereditato tutti i quattrini del padre, e li butta dalla finestra per le donne e per l'alcol. E anche facendosi lavare e stirare i panni.»

Pareva facesse l'appello delle persone disprezzabili.

Herr Vogel, il signore e la signora Pfaffelhurver, Helena Schmidt, i Weingartner. Tutti colpevoli di qualcosa.

Oltre a disprezzarlo per l'alcolismo e la dispendiosa lussuria, Rosa sosteneva anche che Herr Vogel avesse l'abitudine di grattarsi di continuo i capelli pidocchiosi e di leccarsi le dita prima di darle i soldi.

«Farei meglio a lavarli, prima di tornare a casa», concludeva.

I Pfaffelhurver, invece, passavano in rassegna ogni volta il suo lavoro. «Niente grinze su queste camicie, per favore», li imitava Rosa.

«'Niente pieghe su quest'abito.' Poi si mettono a ispezionare tutto, proprio davanti a me. Sotto il mio naso! Che G'sindel... Che schifezza!»

Dei Weingartner diceva che erano degli stupidi, con un Saumensch di gatto che perdeva il pelo di continuo. «Ma lo sai quanto tempo mi porta via togliere tutto quel pelo? Ce n'è dappertutto!»

Helena Schmidt era una ricca vedova. «Una vecchia deficiente. .. sempre seduta a fare niente. Mai che abbia dovuto lavorare un solo giorno in vita sua.»

Il disprezzo più aspro, tuttavia, Rosa lo riservava al numero 8 della Grandestrasse. Un grande edificio in cima a una collina, nella parte alta di Molching.

«Quella», disse, indicandola a Liesel la prima volta che si recarono lì, «è la casa del sindaco. Quel farabutto. Sua moglie se ne sta seduta in casa tutto il giorno, troppo pigra per accendere il camino... si gela sempre, là dentro. È matta.» Scandiva le parole. «Completamente matta.» Giunta al cancello, fece un cenno alla ragazzina. «Vacci tu.»

Liesel aveva paura. In cima a una breve scalinata c'era un grande portone marrone, con un batacchio d'ottone. «Come?»

Mamma la spinse avanti. «Non mi chiedere 'Come', SaumenschMuoviti.»

Liesel avanzò. Percorse esitante il vialetto, salì i gradini e In issò.

Una vestaglia aprì la porta.

Avvolta in quell'indumento, le stava di fronte una donna dagli occhi spiritati, i capelli simili a stoppie e l'aria disperata. Vide Mamma al cancello e porse alla bambina una borsa di biancheria da lavare.

«Grazie», disse Liesel, ma non ricevette risposta. La porta si chiuse.

«Visto?» disse Mamma. «Che cosa mi tocca sopportare! Quei ricchi bastardi, quei porci pelandroni...»

Allontanandosi con la borsa di biancheria sporca, Liesel si voltò a guardare la casa del sindaco. Il batacchio di ottone oscillava ancora.

Quando finiva di inveire contro la gente per la quale lavorava, di solito Rosa Hubermann passava al suo oggetto di scherno prediletto: il marito. «Se tuo padre valesse qualcosa», informava Liesel ogni volta che attraversavano Molching, «non dovrei abbassarmi a fare certi lavori.» Sbuffava. «Un imbianchino! Perché sono andata a sposare quel buono a nulla? Perché mi hanno costretta... la mia famiglia.» I suoi passi scricchiolavano sul selciato. «Ed eccomi qui, ad andare su e giù per le strade e sudare come una bestia in cucina perché quel Saukerl non ha mai un lavoro. Un lavoro vero, insomma. Solo, Ogni sera, la sua patetica fisarmonica in quelle pattumiere di osterie.»

«Sì, Mamma.»

Tutto qui quello che hai da dire?» Gli occhi di Mamma parevano due ritagli azzurro pallido, appiccicati sul viso.

Continuavano a camminare.

Liesel portava il sacco.

A casa, il bucato veniva fatto in un calderone accanto alla stufa, steso sul caminetto in salotto, poi stirato in cucina. Era in cucina che si lavorava.

«Hai sentito?» le chiedeva quasi ogni sera Mamma, scaldando il ferro da stiro sulla stufa. In tutta la casa la luce era fioca, e Liesel, seduta al tavolo della cucina, fissava le fessure di fuoco davanti a lei.

«Che cosa?» rispondeva.

«È la Holtzapfel.» Mamma balzava in piedi. «Quella Saumensch ci ha di nuovo sputato sulla porta.»

Era un'abitudine per Frau Holtzapfel, una vicina degli Hubermann, sputare contro la loro porta ogni volta che ci passava davanti. La porta d'ingresso era soltanto a pochi metri dal cancello, ma bisogna riconoscere che Frau Holtzapfel aveva una discreta potenza... e buona mira.

Da anni ormai lei e Rosa Hubermann erano impegnate in una sorta di guerra verbale. Nessuna delle due sapeva dire quale fosse il motivo che l'aveva scatenata: probabilmente l'avevano dimenticato entrambe.

Frau Holtzapfel era una donnina minuta e astiosa. Non si era mai sposata, ma aveva due figli, un po' più grandi di quelli degli Hubermann, entrambi sotto le armi. Vi garantisco già da ora che faranno una rapida comparsa al termine di queste pagine.

Nella guerra degli sputi, Frau Holtzapfel era molto scrupolosa. Non dimenticava mai di spucken sulla porta del numero 33 e di esclamare:

« Schweine! Maiali!» ogni volta che ci passava davanti.

Ho notato che i tedeschi sembrano avere un debole per i maiali.

*** UNA DOMANDA E LA SUA RISPOSTA ***

Chi pensi che dovesse pulire ogni sera lo sputo sulla porta?

Sì... hai indovinato.

Quando una donna dal pugno di ferro vi intima di uscire e pulire lo sputo sulla porta, lo fate. Specialmente se il ferro è caldo.

Per Liesel faceva parte delle occupazioni quotidiane.

Ogni sera usciva di casa, puliva la porta e guardava il cielo.

Di solito aveva lo stesso colore dello sputo, freddo e pesante, viscido e grigio, ma ogni tanto qualche stella aveva il coraggio di spuntare e galleggiare, anche solo per qualche minuto.

Quelle sere, rimaneva fuori un po' più a lungo, ad aspettare.

«Ciao, stelle.»

Ad aspettare la voce che la richiamava dalla cucina.

O finché le stelle non sparivano nell'acquoso cielo tedesco.

Il bacio

(Un momento decisivo dell'infanzia)

Come spesso accade nelle piccole città, Molching era piena di personaggi caratteristici. Alcuni di loro abitavano nella Himmelstrasse.

Frau Holtzapfel, per esempio.

Tra gli altri c'erano:

 Rudy Steiner, il ragazzo della porta accanto, che in passato era stato ossessionato dall'atleta nero americano Jesse Owens.

 Frau Diller, l'irriducibile ariana, proprietaria della bottega all'angolo.

 Tommy Müller, un bambino la cui infezione cronica alle orecchie aveva reso necessarie svariate operazioni. Aveva un rivolo di pelle rosacea che gli attraversava il viso e la tendenza a fare smorfie.

 Un uomo noto soprattutto come Pfiffikus... la cui volgarità faceva sembrare Rosa Hubermann una santa dall'eloquio raffinato.

La via era abitata in prevalenza da gente povera, a dispetto dell'apparente prosperità dell'economia tedesca sotto Hitler. Il lato miserabile della città esisteva ancora.

Come già sapete, una famiglia di nome Steiner affittava la casa accanto a quella degli Hubermann. Gli Steiner avevano sei figli. Uno di loro, Rudy, divenne ben presto il migliore amico di Liesel, e più tardi il suo complice, nonché talvolta l'istigatore dei suoi crimini. La bambina lo incontrò per strada.

Qualche giorno dopo il suo primo bagno, Mamma permise a Liesel di uscire a giocare con gli altri bambini. Nella Himmelstrasse le amicizie si stringevano all'aperto, in qualunque stagione. Di rado i ragazzi si facevano visita nelle case, troppo anguste per ospitare i loro giochi. Perciò le loro attività si svolgevano sempre, come anche il lavoro, sulla strada. Il calcio era quella principale. Erano maniaci del calcio: usavano i bidoni della spazzatura per contrassegnare le porte.

Essendo la nuova arrivata, Liesel fu immediatamente sbattuta tra un paio di quei bidoni. (Tommy Müller venne finalmente liberato dal ruolo di portiere, pur essendo il peggior giocatore che la Himmelstrasse avesse mai conosciuto.)

Il gioco proseguì tranquillo fino a quando Rudy Steiner venne mandato a gambe all'aria nella neve da un frustratissimo Tommy Müller.

«Che cosa?» cercò di giustificarsi quest'ultimo, atteggiando Il viso alla disperazione. «Che cosa ho fatto?»

Tutti concordarono nell'assegnare un calcio di rigore alla squadra di Rudy, e Rudy Steiner si preparò ad affrontare la nuova arrivata, Liesel Meminger.

Sistemò il pallone su un mucchietto di neve sporca, certo del consueto risultato. Dopo tutto, Rudy non aveva sbagliato un solo rigore in diciotto tiri, neppure quando gli avversari avevano cacciato a pedate Tommy Müller dalla porta. Chiunque fosse stato il portiere, Rudy l'avrebbe battuto.

I ragazzi tentarono di convincere Liesel a lasciare il posto a qualcun altro. Come puoi immaginare, lei protestò, e Rudy non fece obiezioni.

« No, no», disse sorridendo, «lasciatela stare lì.» E si fregava li mani.

La neve aveva smesso di cadere sulla strada sporca, e a separare i due avversari c'erano molte impronte fangose. Rudy fece una finta, poi tirò. Liesel si tuffò e in qualche modo riuscì a deviare la palla con un gomito. Si rialzò con un sogghigno, ma la prima cosa che vide fu una palla di neve che le arrivò dritta in faccia. Per metà era fango, e le fece un male cane.

«Ti è piaciuta?» sghignazzò il ragazzo, e corse via, inseguendo il pallone.

« Saukerl», mormorò Liesel. Il frasario adottato nella sua nuova casa si affermava con rapidità.

*** ALCUNE INFORMAZIONI ***