PARTE SECONDA
L’alzata di spalle
Contenente:
la ragazza di tenebra - la gioia delle sigarette – camminare per la città - lettere morte - il compleanno di Hitler - puro sudore tedesco al 100% - le porte del furto - e un libro di fuoco
La ragazza di
tenebra
*** ALCUNI DATI ***
Furto del primo libro: 13 gennaio 1939.
Furto del secondo libro: 20 aprile 1940.
Intervallo fra i suddetti furti: 463 giorni.
Se avessi fatto dello spirito, magari avresti detto che richiedeva solo un po' di fuoco, proprio così, con l'accompagnamento di qualche grido umano. Avresti detto che era tutto ciò che servì a Liesel Meminger per arraffare il secondo libro da lei rubato, anche se le fumava tra le mani.
Anche se le bruciò le costole.
Il problema, tuttavia, è il seguente.
Non è il momento di fare dello spirito.
Non è il momento di distrarsi, voltandosi o controllando il fornello, perché quando la ladra di libri rubò il suo secondo libro, al suo impulso a farlo non soltanto concorrevano svariati fattori, ma rubandolo diede inizio al futuro martirio. Le avrebbe fornito un'inclinazione al furto continuato di libri. Avrebbe ispirato ad Hans Hubermann un piano per aiutare il pugile ebreo. E avrebbe mostrato a me, ancora una volta, che un’opportunità conduce direttamente a un'altra, come un pericolo conduce a un pericolo maggiore, la vita a più vita, e la morte a più morte.
In un certo senso, era destino.
Vedi, possono anche venirvi a dire che la Germania nazista si fondava sull'antisemitismo, che aveva un capo fanatico e un popolo di bigotti gonfi di odio, ma tutto ciò non avrebbe condotto a nulla se i tedeschi non avessero amato un'attività tutta particolare: bruciare.
Ai tedeschi piaceva bruciare cose. Negozi, sinagoghe, Reichstag, case, effetti personali, persone assassinate, e, naturalmente, libri. Si godevano proprio un bel falò di libri, che offriva a chi ne era interessato la possibilità di mettere le mani su certe pubblicazioni che altrimenti non avrebbe potuto avere. Una persona che possedeva quel genere di interesse, come ben sappiamo, era una ragazzina smilza di nome Liesel Meminger. Aspettò quattrocento e sessantatre giorni, ma ne valse la pena. Al termine di un pomeriggio ricco di grande eccitazione, belle malefatte, una caviglia insanguinata e uno schiaffo da una mano fidata, Liesel Meminger colse il suo secondo successo. Un’alzata di spalle. Era un libro azzurro con una scritta rossa impressa sulla copertina, e sotto il titolo c'era la figurina di un cuculo, sempre in rosso. Quando ci ripensava, Liesel non si vergognava affatto di averlo rubato. Al contrario, il suo era un orgoglio che assomigliava più alla sensazione di avere qualcosa nel ventre. E furono rabbia e un odio cupo ad alimentare in lei il desiderio di rubarlo. In pratica, il 20 aprile - compleanno del Führer - quando sottrasse quel libro da sotto un cumulo di ceneri fumanti, Liesel era una ragazza fatta di tenebre.
La domanda, ovviamente, sarebbe: perché?
Che motivo c'era per essere tanto in collera?
Che cosa era accaduto, nei precedenti quattro o cinque mesi, che culminasse in una sensazione del genere?
In breve, la risposta andava dalla Himmelstrasse al Führer all'impossibilità di scoprire dove si trovasse la sua vera madre e ritorno.
Come gran parte delle disgrazie, ebbe inizio in un modo apparentemente felice.
La gioia delle
sigarette
Verso la fine del 1939, Liesel si era adattata abbastanza bene a vivere a Molching. Aveva ancora incubi per suo fratello e sentiva la mancanza di sua madre; però adesso aveva anche le sue consolazioni.
Voleva bene al suo papà, Hans Hubermann, e persino alla mamma adottiva, nonostante le botte, gli insulti e le sfuriate. Amava e odiava il suo migliore amico, Rudy Steiner, cosa perfettamente normale. Ed era lieta che, nonostante il suo fiasco in classe, avesse fatto progressi decisivi nel leggere e scrivere, e presto avrebbe avuto a portata di mano qualcosa di notevole. Tutto ciò produceva in lei quanto meno una certa soddisfazione, che in breve tempo sarebbe cresciuta fino a sfiorare il concetto di essere felice.
*** IL SEGRETO DELLA FELICITÀ ***
1. Finire il Manuale del necroforo.
2. Sfuggire alle ire di Suor Maria.
3. Ricevere due libri come regalo di Natale.
17 dicembre.
Ricordava assai bene quella data, essendo una settimana esatta prima di Natale.
Come sempre, l'incubo notturno infranse il suo sonno e venne destata da Hans Hubermann. La sua mano le stringeva la stoffa del pigiama, umida di sudore. «Il treno?» sussurrò.
«Il treno», confermò Liesel.
Ingoiò aria finché non fu pronta, poi incominciò a leggere l’undicesimo capitolo del Manuale del necroforo. Poco dopo le tre del mattino, quando lo finirono, non restava che l'ultimo capitolo, «Rispetto del Cimitero.» Papà, con gli occhi d’argento gonfi di stanchezza e la faccia irta di barba lunga, chiuse il libro, in attesa di quanto gli rimaneva del sonno. Rimase deluso.
La luce era spenta da
poco quando Liesel gli parlò nel buio. «Papà?»
Lui rispose solo con un rumore in fondo alla gola.
«Sei sveglio, Papà?»
«Ja.»
Liesel si sollevò su un gomito. «Possiamo finire il libro, per favore?»
Un lungo sospiro, lo sfrigolio di una mano sulla barba lunga. poi la luce. Aprì il libro e cominciò: «Capitolo Dodici: Rispetto del Cimitero».
Lessero fino alle prime ore del mattino, circolettando e scrivendo le parole che Liesel non capiva, e voltando le pagine verso la luce del giorno. Qualche volta Papà quasi si addormentava, cedendo al peso della stanchezza sugli occhi e al ciondolio della testa. Liesel lo sorprendeva ogni volta, ma non aveva la premura di lasciarlo dormire, né di celare quanto ciò la offendesse. Era una ragazza con una montagna da scalare.
Infine, mentre fuori l'oscurità incominciava a schiarirsi un poco, giunsero al termine. L'ultima frase diceva così:
●●●
Noi dell'Associazione dei Cimiteri Bavaresi auspichiamo di avervi istruiti e informati sul conto dei lavori, delle misure di sicurezza e dei doveri della professione del necroforo. Vi auguriamo di avere pieno successo nella vostra carriera nelle arti funerarie, e che questo volume vi sia stato in qualche misura utile.
Quando il libro si chiuse, si scambiarono uno sguardo sottecchi. Papà disse: «Finito, eh?»
Avvolta nella coperta, Liesel scrutava il libro nero che teneva in mano, e il suo titolo argentato. Annuì, con la bocca asciutta e l'appetito della prima mattina. Era uno di quei momenti di stanchezza perfetta, nei quali si è venuti a capo non solo del lavoro intrapreso, ma anche della notte che aveva sbarrato la strada.
Papà si stiracchiò a pugni chiusi e occhi incollati dal sonno, e quel mattino non avrebbe osato piovere. Si alzarono entrambi e andarono in cucina, e attraverso la finestra appannata e gelata videro strisce di luce rosea sui cumuli di neve dei tetti della Himmelstrasse.
«Guarda che colori», disse Papà. Difficile non amare un uomo che non soltanto nota i colori, ma ne parla.
Liesel teneva ancora in mano il libro. Lo strinse più forte, mentre la neve diventava d'una tinta arancio. Vide un ragazzino guardare il cielo, seduto su un tetto. «Si chiamava Werner», mormorò. Le parole le sgorgarono involontariamente dalle labbra.
Papà disse: «Sì».
In quel periodo a scuola non ci furono altri esami di lettura, ma pian piano Liesel acquistò confidenza, e un mattino prima delle lezioni prese un libro dimenticato da qualcuno, per vedere se riusciva a leggerlo senza difficoltà. Riuscì a leggerne ogni parola, ma capì che leggeva molto più lentamente degli altri ragazzi della sua classe. Si rese conto che molto più facile era essere a un passo da qualcosa, che essere veramente quella cosa. Ci sarebbe ancora voluto del tempo.
Un pomeriggio ebbe la tentazione di rubare un volume dallo scaffale dei libri della sua classe, ma, in tutta sincerità, la prospettiva di un altro Watschen in corridoio nelle mani di Suor Maria era un deterrente di potenza più che sufficiente. Inoltre non c'era in lei nessun autentico desiderio di leggere i libri della scuola. Magari era il peso del suo insuccesso a novembre a ispirarle quella duratura mancanza di interesse, ma Liesel non ne era certa. Sapeva solo che era così. In classe non parlava.
Quando venne l'inverno non fu più una vittima delle frustrazioni di Suor Maria, preferendo osservare mentre altri venivano fatti uscire in corridoio per ricevere la giusta ricompensa. Il rumore di un altro scolaro che le pigliava in corridoio non era particolarmente gradevole, ma il fatto che fosse qualcun altro era, se non proprio un conforto, almeno un sollievo.
Quando la scuola s'interruppe brevemente per Weihnachten, Liesel offrì persino un «Buon Natale» a Suor Maria prima di andarsene.
Sapendo che gli
Hubermann erano in pratica degli squattrinati, che pagavano i
debiti e l'affitto più in fretta di quanto entrassero i soldi, non
si aspettava regali di sorta. Forse soltanto un cibo un po'
migliore. Con sua sorpresa, la vigilia di Natale, dopo essere stata
in chiesa con Mamma, Papà, Hans Junior e Trudy, andò a casa e sotto
l'albero di Natale trovò un regalo avvolto in carta di
giornale.
«Da parte di Babbo Natale», disse Papà, ma la ragazzina non la bevve. Abbracciò entrambi i genitori adottivi, con le spalle ancora cosparse di neve. Scartò il pacco, ed estrasse dalla carta due minuscoli libri. Il primo, Il cane di nome Faust, era di un uomo di nome Mattheus Ottleberg. Complessivamente avrebbe letto quel libro tredici volte. La vigilia di Natale ne lesse le prime venti pagine al tavolo della cucina, mentre Papà e Hans Junior discutevano di cose che non capiva. Una roba chiamata politica.
Più tardi ne lessero ancora un po' a letto, continuando la consuetudine di circolettare le parole che Liesel non capiva, poi trascrivendole. Il cane di nome Faust aveva anche delle figure, begli svolazzi e orecchie e vignette di un pastore tedesco affetto dallo sconveniente difetto di sbavare, ma capace di parlare.
Il secondo libro era intitolato Il faro ed era di una donna, Ingrid Rippinstein. Quel volume era un po' più lungo, perciò Liesel riuscì a rileggerlo solo nove volte, dato che i suoi progressi erano lenti anche dopo tante letture.
Fu qualche giorno dopo Natale che fece a suo papà una domanda riguardante i libri. Stavano tutti mangiando in cucina. Guardando le cucchiaiate di minestra di piselli entrare nella bocca di Mamma, Liesel si rivolse a Papà. «C'è una cosa che ho bisogno di chiederti.»
Sulle prime, nulla.
«E allora?»
Era Mamma, a bocca ancora mezza piena. «Volevo solo sapere come hai trovato i soldi per comprare i miei libri.»
Un breve sogghigno nel cucchiaio di Papà. «Vuoi proprio saperlo?»
«Sicuro.»
Papà tirò fuori di tasca quanto rimaneva della sua razione di tabacco e prese ad arrotolarsi una sigaretta. Liesel si faceva impaziente.
«Me lo dici sì o
no?»
Papà rise. «Ma te lo sto dicendo, bimba.» Completò la sigaretta, la gettò sul tavolo e ne incominciò un'altra. «In questo modo.»
Fu allora che Mamma finì la sua minestra con un rumore secco, soffocò un rutto e rispose per lui: «Quel Saukerl», disse, sai che cosa ha fatto? Ha arrotolato tutte le sue luride sigarette, è andato al mercato, quando era il giorno giusto, e le ha scambiate con un certo zingaro».
«Otto sigarette per un libro.» Papà se ne cacciò in bocca una, trionfante. L'accese e ne aspirò il fumo. «Ringraziamo Iddio per le sigarette, eh, Mamma?»
Mamma si limitò a gettargli una delle sue più tipiche occhiate di disgusto, seguita dalla parola più comune del suo vocabolario:
« Saukerl».
Liesel scambiò una strizzatina d'occhio con Papà e finì di mangiare la minestra. Come sempre, aveva accanto uno dei noi libri. Non poteva negare che la risposta alla sua domanda fosse stata più che esauriente.
Non erano molti a poter dire che la loro istruzione era stata pagata in sigarette.
Dal canto suo Mamma disse che, se fosse stato furbo, Hans Hubermann avrebbe barattato il tabacco in cambio del vestito nuovo di cui lei aveva un bisogno disperato, o di scarpe migliori. «E invece no...»
Versò le sue parole nel lavandino. «Quando si tratta di me, piuttosto ti fumeresti tutta la razione, eh? E in più anche quella dei vicini.»
Qualche sera dopo, tuttavia, Hans Hubermann tornò a casa con una confezione di uova. «Mi dispiace, Mamma.» Posò le uova sul tavolo.
«Avevano finito le scarpe.»
Mamma non se ne lagnò.
Canticchiò persino fra sé e sé mentre faceva cuocere le uova fin quasi a bruciarle. Sembrava che le sigarette divertissero molto, e in casa Hubermann si stava allegri.
Tutto finì qualche settimana dopo.
Camminare per la
città
Il brutto ebbe inizio con il bucato, e crebbe in fretta.
Quando Liesel accompagnò Rosa Hubermann a fare le consegne in giro per Molching, uno dei suoi clienti, Ernst Vogel, le informò che non poteva più permettersi di farsi lavare e stirare gli abiti. «Saranno i tempi», si giustificò, «che posso dire? Diventano più duri. La guerra rende tutto più difficile.» Guardò la ragazza. «Lei certo riceve un'indennità per mantenere in casa sua la piccola, vero?»
Non senza sconcerto di Liesel, Mamma rimase in silenzio.
Aveva accanto una borsa vuota.
Andiamo, Liesel.
Non fu detto. Venne tirata bruscamente via.
Vogel le chiamò dal primo scalino. Era alto forse un metro e settantacinque, e ciocche di capelli unti gli pendevano flaccide sulla fronte. «Mi dispiace, Frau Hubermann.»
Liesel lo salutò con la mano.
Mamma la sgridò.
«Non salutare quell’ Arschloch», disse. «Adesso sbrighiamoci.»
Quella sera, mentre Liesel faceva il bagno, Mamma la strigliò con particolare durezza, bofonchiando tutto il tempo contro quel Saukerl di Vogel e facendone l'imitazione a intervalli di due minuti. «Lei deve ricevere un'indennità per la ragazza...» Malmenava il petto nudo di Liesel a furia di strofinarglielo; «Non vali mica tanto, Saumensch. Non mi fai arricchire, tu.»
Liesel sedeva nel bagno, e capì.
Non più di una settimana dopo quello specifico incidente, Rosa la trascinò in cucina. «Bene, Liesel.» La fece sedere al tavolo. «Dal momento che sprechi metà del tuo tempo in strada a giocare al pallone, puoi renderti utile fuori.» Mamma ci pensò su un momento, come chi ha dimenticato che cosa doveva dire. Poi se ne ricordò. «Uno scambio.»
Liesel si fissava le mani. «Che cos'è, Mamma?»
«D'ora in poi andrai tu a raccogliere e consegnare la roba da lavare al posto mio. I ricchi ci faranno fuori meno facilmente se vedranno solo te.
Se ti chiedono perché non ci sono anch'io, digli che sono malata. E cerca di sembrare triste mentre glielo dici. Sei magra e pallida quanto basta per fargli compassione.»
«Herr Vogel non ha avuto compassione di me.»
«Be'...» Il suo nervosismo era palese. «Gli altri magari potrebbero averne. Perciò non discutere.» Si, Mamma.»
Per un attimo parve che la madre adottiva stesse per darle Una pacca affettuosa sulla spalla. Non lo fece.
Rosa Hubermann si alzò, scelse un cucchiaio di legno e lo tenne sotto il naso di Liesel. «Quando vai in giro, porta sempre con te la borsa del bucato e riportala dritta a casa, con i soldi, anche se sono pochi. Non andare da Papà, se una volta tanto lavora sul serio. Non andare in giro a sporcarti con quel piccolo Saukerl di Rudy Steiner. Torna dritta a casa.»
«Sì, Mamma.»
«E quando porti quella borsa, reggila come si deve. Non farla ballonzolare, non lasciarla cadere, e non portarla in spalla.»
«Sì, Mamma.»
«Sì, Mamma.» Rosa Hubermann era una grande imitatrice, e si divertiva un mondo. «Sarà meglio che tu non lo faccia, Saumensch. Se lo fai ti scoprirò: lo sai, vero?»
«Sì, Mamma.»
Sì, Mamma. Sì, Mamma.
Pronunciare quelle due parole era spesso il modo migliore per sopravvivere, come lo era fare quanto le veniva detto, perciò Liesel girava per le vie di Molching, da quelle povere a quelle ricche, raccogliendo e consegnando il bucato. Le prime volte fu un lavoro solitario, cosa di cui Liesel non si lagnò mai. Dopo tutto, la primissima volta che portò il sacco per la città svoltò l'angolo nella Münchenstrasse, guardò in entrambe le direzioni, lo fece ballare enormemente (un giro intero!), poi ne controllò il contenuto: né pieghe né grinze, per fortuna. Solo un sorriso, ripromettendosi di non farlo più ballare.
Tutto sommato quel lavoro a Liesel piaceva. Non era pagata, ma stava fuori casa, e andare in giro senza Mamma era già di per sé un paradiso. Niente dita minacciose o insulti. Nessuno a guardare mentre veniva sgridata perché portava male la borsa. Nient'altro che serenità.
Finì con il piacerle anche la gente:
I Pfaffelhürver, che controllavano gli abiti e dicevano: « Ja, ja, sehr gut, sehr gut». Liesel immaginava che facessero tutto due volte.
La gentile Helena Schmidt, che le porgeva il denaro con la mano contorta dall'artrite.
I Weingartner, il cui gatto dai lunghi baffi si presentava sempre alla porta assieme a loro: Piccolo Goebbels, così lo chiamavano, in onore del braccio destro di Hitler.
E Frau Hermann, la moglie del sindaco, che compariva scarmigliata e tremante sull'enorme uscio, esposto costantemente a una corrente d'aria fredda. Sempre in silenzio. Sempre sola. Non disse mai una parola, neppure una volta.
●●●
Qualche volta Rudy veniva con lei.
«Quanti soldi ti hanno dato?» le domandò un pomeriggio. Era quasi buio, e camminavano lungo la Himmelstrasse, oltre il negozio d'angolo.
«Hai sentito di Frau Diller? Dicono che abbia caramelle nascoste dappertutto, e che a poco prezzo...»
«Non pensarci neanche.» Come sempre Liesel stringeva forte il denaro. «Tu non rischi quanto me... non devi vedertela con mia mamma.»
Rudy alzò le spalle. «Valeva la pena provarci.»
A metà gennaio, a scuola impararono a scrivere una lettera. Dopo avere appreso gli elementi di base, ogni alunno doveva scriverne due, la prima a un amico e l'altra a un compagno di un'altra classe.
La lettera che Rudy scrisse a Liesel diceva così: Cara Saumensch, a calcio sei sempre una schiappa come l'ultima volta che abbiamo giocato? Spero di sì. Vuol dire che posso di nuovo batterti nella corsa come Jesse Owens alle Olimpiadi...
Quando Suor Maria la lesse gli pose una domanda, con molta cortesia.
*** DOMANDA DI SUOR MARIA ***
«Ha voglia di fare un giro in corridoio, signor Steiner?»
Inutile dire che Rudy rispose di no, il suo foglio venne stracciato e dovette ricominciare da capo. Questa volta scrisse a una persona di nome Liesel per sapere quali fossero i suoi passatempi preferiti.
A casa, mentre per compito finiva una lettera, Liesel stabilì che scrivere a Rudy o a qualche altro Saukerl era ridicolo. Non significava nulla. Dato che faceva i compiti in cantina, si rivolse a Papà, che stava ritinteggiando la parete.
La sua risposta arrivò assieme ai vapori della vernice: « Was wuistz?»
In tedesco, era un modo assai poco cortese di esprimersi, ma Hans pronunciò quella frase con un tono estrema mente cordiale. «Che cosa c'è?»
«Posso scrivere una lettera alla mamma?»
Silenzio.
«Perché vuoi scriverle una lettera? Devi già sopportarla tutti i giorni.» Il sorrisetto di Papà era malizioso... «Non ti basta?»
«Non a quella mamma.» Liesel deglutì, imbarazzata.
«Ah.» Papà si volse verso il muro, continuando a verniciare. «Be', direi di sì. Potresti spedirla alla persona che ti ha portata qui lo scorso anno, la signora... come si chiama?»
«Frau Heinrich.»
«Giusto. Mandala a lei. Forse potrà farla arrivare a tua madre.» Non sembrava molto convinto, e la bambina ebbe l'impressione che le stesse nascondendo qualcosa. Nelle sue brevi visite Frau Heinrich aveva sempre evitato di fare accenno alla madre di Liesel.
Liesel decise di ignorare il cattivo presentimento che si faceva strada dentro di lei, e prese a scrivere subito la lettera. Le occorsero tre ore e sei brutte copie per arrivare a un risultato soddisfacente. Raccontò a sua madre tutto su Molching: di Papà e della sua fisarmonica, dei modi bislacchi, ma sinceri di Rudy Steiner e delle gesta di Rosa Hubermann.
Le scrisse anche quanto fosse orgogliosa di avere imparato a leggere e scrivere abbastanza bene. Il giorno seguente imbucò la lettera nel negozio di Frau Diller, con un francobollo preso da un cassetto in cucina. E aspettò.
●●●
La sera stessa origliò una conversazione fra Hans e Rosa. «Ha scritto a sua madre?» chiedeva Mamma. La sua voce, stranamente, era tranquilla e premurosa. Come potete immaginare, quel tono preoccupò non poco la ragazza, che avrebbe preferito sentirli litigare. Gli adulti che bisbigliano non nascondono nulla di buono.
«Mi ha domandato il permesso», rispose Papà. «Come potevo dirle di no?»
«Gesù, Giuseppe e Maria!» Ancora sussurri.
«Dovrebbe dimenticarla. Chissà dov'è finita. Chissà che cosa le hanno fatto, quelli là.»
A letto, Liesel si raggomitolò, abbracciandosi le ginocchia strette strette.
Continuava a pensare a sua madre e alle parole di Rosa Hubermann.
Dov'era?
Che cosa le avevano fatto quelli là?
E, una volta per tutte, chi erano quelli là?
Lettere morte
Facciamo un salto avanti, nel settembre 1943, nello scantinato.
Una ragazza di quattordici anni scrive su un libriccino dalla copertina nera. È pallida ma forte, e ha visto tante cose. Papà siede con la fisarmonica ai piedi.
Dice: «Sai, Liesel? Quasi quasi t'avrei scritto io la risposta, firmandola con il nome di tua madre». Si gratta una gamba, dove di solito c'era il gesso. «Ma non ci riuscii. Non mi seppi decidere.»
Parecchie volte, nel restante mese di gennaio e per tutto febbraio, quando Liesel frugava nella cassetta delle lettere in cerca di una risposta alla sua, al padre adottivo si spezzava il cuore. «Mi dispiace», le diceva.
«Oggi niente, eh?» Con il senno di poi, Liesel si avvide che l'intera faccenda era priva di senso. Se sua madre fosse stata in grado di farlo, si sarebbe già messa in contatto con la famiglia affidataria, o direttamente con la ragazzina. Invece, niente.
Per aggiungere il danno alla beffa, a metà febbraio venne consegnata a Liesel una lettera da parte di altri clienti che si facevano stirare la biancheria, i Pfaffelhurver della Heidestrasse.
La coppia stava sull'uscio tutta rigida, guardandola con aria malinconica. «Per tua mamma», disse l'uomo, porgendole la busta.
«Dille che siamo spiacenti. Dille che siamo spiacenti.»
Non fu una bella serata in casa Hubermann.
Quando Liesel scese nello scantinato a scrivere la settima lettera a sua madre (ce n'erano ancora quattro da spedire), udì Rosa Hubermann imprecare contro quegli Arschloch dei Pfaffelhürver e quel pidocchioso di Ernst Vogel.
« Feuer soll'n's brunzen für einen Monat!» sbraitava.
Traduzione: «Possano pisciare fuoco per un mese!»
Liesel continuava a scrivere.
Quando venne il suo
compleanno, non ci furono regali. Non ce ne furono perché non
c'erano soldi, e in quel periodo Papà era rimasto senza
tabacco.
«Te l'avevo detto io», urlava Mamma puntandogli contro un dito, «te l'avevo detto di non regalarle tutti e due i libri a Natale. Ma tu no. Mi hai ascoltato? Certo che no!»
«Lo so!» Hans si volse con calma verso la ragazza. «Mi dispiace, Liesel. Non possiamo permetterci un altro regalo.»
A Liesel non importava. Non piagnucolò, né pestò i piedi. Si limitò a inghiottire la delusione e decise di correre un rischio calcolato: fare un regalo a se stessa. Mise insieme tutte le lettere a sua madre che si erano accumulate, le ficcò dentro un'unica busta, e per spedirla impiegò una piccola parte dei soldi guadagnati con il bucato. Poi si sarebbe presa il Watschen che meritava, probabilmente in cucina, ma non avrebbe fiatato.
Accadde tre giorni dopo.
«Qui manca qualcosa.» Mamma contò per la quarta volta il denaro, mentre Liesel se ne stava in silenzio presso la stufa. C'era un bel tepore, che le riscaldava le membra. «Che cos'è successo, Liesel?»
«Devono avermi dato meno denaro del solito». «Hai contato bene?»
Non poté continuare a mentire. «Li ho spesi, Mamma.»
Mamma si avvicinò, e non era un buon segno. Era vicinissima ai cucchiai di legno. «Che cosa ne hai fatto?»
Prima che potesse rispondere, il cucchiaio di legno si abbatté sul corpo di Liesel Meminger. Segni rossi simili a orme brucianti comparvero sulla pelle. Dal pavimento, quando Mamma finì di picchiarla, la ragazzina guardò finalmente in su e confessò.
«Ho spedito le mie lettere.»
Dopo ci fu la polvere del pavimento, la sensazione che gli abiti fossero più vicini a lei che indosso a lei, e l'improvvisa intuizione che tutto ciò non era servito a nulla, che sua madre non le avrebbe mai risposto e non l'avrebbe rivista mai più. La realtà fu come un secondo Watschen, che la colpì a lungo.
Sopra di lei Rosa
sembrava sfocata, ma la sua immagine presto si schiarì, quando il
volto di cartone incombette minaccioso. Mamma, tuttavia, rimaneva
immobile, con il cucchiaio di legno in mano. La donna allungò un
braccio, mormorando: «Mi dispiace, Liesel».
Liesel la conosceva abbastanza bene per capire che non era per ciò che le aveva tenuto nascosto.
I segni rossi si allargarono sulla pelle, a chiazze, mentre giaceva fra polvere e sporcizia, sotto la luce fioca. Il suo respiro si calmò, mentre una lacrima giallastra, smarrita, le rigava il viso. Sentiva se stessa contro il pavimento. Un avambraccio, un ginocchio. Una guancia. Il muscolo di un polpaccio.
Il pavimento era freddo, specialmente contro la guancia, ma era incapace di muoversi.
Non avrebbe mai più rivisto sua madre.
Per quasi un'ora rimase stesa sotto il tavolo della cucina, finché Papà non tornò a casa e suonò la fisarmonica. Soltanto allora Liesel si rialzò e incominciò a riprendersi.
Quando scrisse di quella sera, non serbò alcun rancore a Rosa Hubermann, o a sua madre. Per lei, non erano altro che vittime degli eventi. L'unico pensiero che le tornava di continuo alla mente era la lacrima gialla. Se fosse stato buio, rifletté, la lacrima sarebbe stata nera.
«Ma era buio», si disse.
Per quante volte cercasse di immaginarsi la scena con la luce che sapeva esserci stata, doveva fare uno sforzo per visualizzarla. Era stata picchiata al buio, e nel buio era rimasta, su un freddo, scuro pavimento della cucina. Persino la musica di Papà aveva il colore delle tenebre.
Persino la musica di Papà.
La cosa strana era che quel pensiero vagamente la confortava, più che rattristarla. Il buio, la luce. Qual era la differenza?
Gli incubi si erano rafforzati l'uno con l'altro, mentre la ladra di libri incominciava a comprendere come andavano le cose nella realtà, e come sarebbero sempre andate. Se non altro, poteva prepararsi. Forse fu quello il motivo per cui il giorno del compleanno del Führer, quando giunse la risposta alla domanda sulle sofferenze di sua madre, seppe reagire, nonostante lo stupore e la rabbia.
Liesel Meminger era
pronta. Tanti auguri, Herr Hitler. Cento di questi
giorni.
Compleanno di Hitler,
1940
Rifiutando di lasciarsi scoraggiare, Liesel continuò a controllare ogni pomeriggio la cassetta delle lettere per tutto il mese di marzo e per un bel pezzo di aprile, benché Hans avesse richiesto una visita di Frau Heinrich, la quale spiegò agli Hubermann che l'ufficio responsabile degli affidamenti aveva perso ogni contatto con Paula Meminger.
Eppure la ragazza perseverò, anche se, come immaginerai, quando Liesel ispezionava ogni giorno la posta, non trovò mai una lettera.
Come nel resto della Germania, a Molching fervevano i preparativi per festeggiare il compleanno di Hitler. Quello specifico anno, con gli sviluppi della guerra e Hitler per il momento vittorioso, i nazisti di Molching volevano che la celebrazione fosse particolarmente significativa. Ci sarebbe stata una parata, con marce, musica, canti. E si sarebbe fatto un falò.
Mentre Liesel andava per le vie di Molching a ritirare e consegnare il bucato da lavare e stirare, i membri del Partito Nazista accumulavano combustibile. Un paio di volte Liesel vide uomini e donne bussare alle porte, chiedendo alla gente se avesse materiale da consegnare o distruggere. La copia del Molching Express di Papà annunciò che tutti i reparti della locale Gioventù hitleriana avrebbero acceso un rogo celebrativo nella piazza principale, per festeggiare non solo il compleanno del Führer, ma anche la vittoria sui suoi nemici e sulle restrizioni inflitte alla Germania dopo la fine della Prima guerra mondiale. «Qualunque cosa», si richiedeva, «risalente a quel periodo, giornali, manifesti, libri, bandiere, nonché ogni disponibile forma di propaganda nemica andrebbe portata alla sede del Partito Nazista in Münchenstrasse.»
Persino la Schillerstrasse - la strada delle stelle gialle - che attendeva ancora di essere rinnovata, venne frugata un'ultima volta per cercare qualcosa, una cosa qualsiasi, da bruciare in nome della gloria del Führer. Non sarebbe stata una sorpresa se certi membri del Partito avessero fatto stampare un migliaio di libri o manifesti di contenuto moralmente infetto, solo per poi bruciarli.
A qualunque costo il 20 aprile sarebbe stato un giorno di gloria, pieno di roghi e di acclamazioni. E di furti di libri.
Quel mattino, in casa Hubermann ogni cosa era tipica.
«Quel Saukerl guarda di nuovo dalla finestra», imprecava Rosa Hubermann. «Ogni giorno», proseguì. «Che stai a guardare, stavolta?»
«Oh», bofonchiò Papà, soddisfatto. Dalla finestra, la bandiera gli ammantava la schiena. «Dovresti dare un'occhiata alla donna che vedo.» Si gettò uno sguardo al di sopra della spalla, ghignando verso Liesel. «Potrei davvero correrle dietro: ti fa sparire, Mamma.»
« Schwein!» Agitò il cucchiaio di legno contro di lui.
Papà continuò a guardare dalla finestra, verso una donna immaginaria e un realissimo corridoio di bandiere tedesche.
Quel giorno, nelle strade di Molching ogni finestra era stata adornata in onore del Führer. In certi posti, come da Frau Diller, le finestre erano rigorosamente pulite, la bandiera nuova di zecca e la svastica sembrava un gioiello su un drappo rosso e bianco; in altri, la bandiera veniva fatta scorrere dal davanzale della finestra come biancheria stesa ad asciugare.
Però c'era.
In precedenza era successo un piccolo guaio: gli Hubermann non riuscivano a trovare la loro bandiera.
«Verranno da noi», Mamma ammoniva il marito. «Quelli verranno qui e ci porteranno via.» Quelli. «Dobbiamo trovarla!» A un certo punto era sembrato che Papà dovesse scendere in cantina a dipingere una bandiera su un telone. Per fortuna il drappo saltò fuori, seppellito nell'armadio dietro la fisarmonica.
«Quella fisarmonica della malora mi copriva la vista!» Mamma girò su se stessa. «Liesel!»
La ragazza ebbe l'onore di appendere la bandiera alla finestra.
Più tardi, Hans Junior e Trudy arrivarono a pranzo a casa, come facevano a Natale e a Pasqua. Sembrerebbe ora il momento adatto per presentarli in maniera un po' più completa.
Trudy, o Trudel, com'era spesso conosciuta, era alta solo qualche centimetro più di Mamma. Duplicava l'infelice, traballante modo di camminare di Rosa Hubermann, ma il resto di lei era molto più dolce.
Facendo la domestica in un quartiere-bene di Monaco, era abbastanza stufa di bambini, ma perlomeno sapeva sempre rivolgere a Liesel qualche parola sorridente. Aveva labbra morbide e una voce tranquilla.
Hans Junior aveva gli occhi e la statura di suo padre. L'argento delle sue pupille, però, non era caldo come in quelle di Papà: non aveva occhi che per il Führer. Aveva anche più carne sulle ossa, capelli biondi e irti e pelle simile a vernice biancastra.
I due arrivarono insieme sul treno da Monaco, e non ci volle molto perché vecchie tensioni si ridestassero.
*** LA BREVE STORIA DI HANS HUBERMANN ***