PARTE TERZA
Mein Kampf
Contenente:
la strada di casa - una donna spezzata - un lottatore - un giocoliere - le qualità dell'estate - una bottegaia ariana - una donna che russa - due furfanti - e una vendetta in forma di caramelle assortite
Sulla strada di
casa
Mein Kampf.
Il libro scritto di suo pugno dal Führer stesso.
Fu il terzo libro di grande importanza di Liesel Meminger, solo che stavolta non lo rubò. Il libro fece la sua comparsa al numero 33 della Himmelstrasse di mattina presto, forse un'ora dopo che Liesel, avuto il suo incubo di prammatica, aveva ripreso sonno.
Qualcuno direbbe che fu un miracolo se ebbe quel libro. Il suo viaggio iniziò sulla via verso casa, la notte del falò.
Erano a circa metà strada per la Himmelstrasse quando Liesel non ce la fece più. Si curvò e tirò fuori il libro fumante, facendoselo saltare, imbarazzata, da una mano all'altra.
Quando si fu raffreddato a sufficienza, entrambi lo guardarono un attimo, in attesa delle parole.
Papà: «Tu come diavolo lo chiami?»
Allungò una mano, afferrando Un’alzata di spalle. Non c'era bisogno di spiegazioni. Era ovvio che la ragazza l'aveva rubato dal rogo. Il libro era caldo e bagnato, azzurro e rosso - imbarazzato - e Hans Hubermann lo aprì. Pagine trentanove e quaranta. «Un altro?»
Liesel si massaggiava le costole. Sì.
Un altro.
«Si direbbe che non ci sia più bisogno che baratti le sigarette, eh?» osservò Papà. «Riesci a rubare questa roba più in fretta di quanto ci metta io a comprarla.»
Liesel non parlava. Era forse la prima volta che si rendeva conto che il reato aveva i suoi vantaggi. Indiscutibilmente.
Papà scrutò il titolo, probabilmente riflettendo su che genere di pericolo comportasse di preciso quel libro per i cuori e le menti del popolo tedesco. Glielo restituì. Accese una sigaretta. Accadde qualcosa.
«Gesù, Giuseppe e
Maria.» Ogni parola scivolò via e si staccò, andando a formare la
seguente.
La delinquente non seppe resistere più a lungo. «Che cosa c'è, Papà?»
«Ma certo.»
Come molti uomini colti da una rivelazione, Hans Hubermann rimase attonito per un po'. Le parole successive avrebbero dovuto essere urlate, oppure non uscirgli mai di bocca.
«Ma certo», ripeté.
Stavolta la sua voce risuonò come un pugno sferrato su un tavolo.
Vedeva qualcosa. La vedeva in fretta, da un capo all'altro, come una corsa, ma era troppo alta e troppo lontana perché potesse vederla anche Liesel. «Dai, Papà, che cos'è?» lo supplicò. Gli disse che avrebbe parlato del libro a Mamma. «Glielo dirai tu?»
«Prego?»
«Lo dirai a Mamma?»
Hans Hubermann aveva ancora lo sguardo fisso altrove. «Che cosa le dirò?»
Lei sollevò il libro. «Di questo.» Lo brandì in aria come se agitasse una pistola.
Papà era sbalordito. «Perché dovrei?»
Liesel odiava le domande come quella, perché la costringevano a riconoscere una verità sgradevole, a rivelare la sua indole sporca, di ladra. «Perché ho di nuovo rubato.»
Papà si chinò, poi le posò una mano sul capo. Le accarezzò i capelli con le lunghe, ruvide dita, dicendo: «Certo che no, Liesel. Sta' tranquilla».
«Allora, che cosa farai?»
Questo era il problema.
Quale straordinaria azione Hans Hubermann era sul punto di evocare dall'aria sottile della Münchenstrasse?
Prima di rivelartelo, credo che dovresti dare un'occhiata a ciò che vide lui prima di decidere.
*** LE RAPIDE VISIONI DI
PAPÀ ***
In primo luogo vide i libri della bambina:
Il Manuale del necroforo, Un cane di nome Faust,
Il faro e Un’alzata di spalle.
Poi vide una cucina e un disgustato Hans Junior che osserva quei libri sul tavolo, dove spesso la ragazza sedeva a leggere. Diceva:
«Che schifezze legge quella ragazza?» Ripeteva tre volte la domanda; poi suggeriva una lettura più adatta a Liesel.
«Ascolta, Liesel.» Papà la cinse con un braccio, e ripresero il cammino. «Questo libro sarà il nostro segreto. Lo leggeremo la notte, o in cantina, come gli altri... tu, però, mi devi fare una promessa.»
«Certo, Papà.»
La sera era dolce e tranquilla. «Se ti chiedo di tenere un segreto, tu lo farai, vero?» «Promesso.»
«Bene. Adesso vieni. Se tardiamo ancora Mamma ci ammazza.
Allora, niente più furti di libri, eh?»
Liesel sogghignò.
Ciò che non seppe fino a più tardi fu che il giorno seguente il padre adottivo barattò qualche sigaretta in cambio di un altro libro, solo che in questo caso non era per lei. Bussò alla porta della sede del Partito Nazista di Molching, cogliendo l'occasione per informarsi circa la sua richiesta di adesione. Una volta discusso l'argomento, diede ai funzionari i suoi ultimi soldi e una dozzina di sigarette; in cambio, ricevette una copia usata di Mein Kampf.
«Buona lettura», disse un membro del Partito.
«Grazie», rispose Hans con un cenno del capo.
Dalla strada poteva ancora udire le voci degli uomini all'interno. Una diceva: «Non sarà mai ammesso. Neanche se comprasse cento copie di Mein Kampf». L'affermazione venne approvata all'unanimità.
Hans teneva il libro nella mano destra, pensando ai soldi spesi, a una vita senza sigarette e alla figlia adottiva che gli aveva suggerito quella brillante idea.
«Grazie tante», bofonchiò fra sé, e un passante gli domandò che cosa avesse detto.
Hans rispose, cortese:
«Niente, buon uomo, niente. Heil
Hitler», e proseguì lungo la Münchenstrasse,
con il volume del Führer sottobraccio.
Dentro di lui si affacciavano sentimenti contrastanti. L'idea di Hans Hubermann non era venuta soltanto da Liesel, ma anche da suo figlio.
Temeva già di non rivederlo più? D'altro canto si godeva l'entusiasmo per una soluzione che sembrava efficace, senza ancora osare prevederne le complicazioni e i rischi. L'idea che aveva avuto era sufficiente.
Indistruttibile. Metterla in pratica, be', quella era un'altra faccenda.
Ma ora lasciamo che si goda il momento.
Gli concederemo sette mesi.
Poi torneremo da lui.
Lo faremo eccome.
La biblioteca del
sindaco
Qualcosa di grande stava senza dubbio per verificarsi al 33 di Himmelstrasse, ma per il momento Liesel ne rimaneva ancora ignara.
Per parafrasare un'abusata espressione umana, la ragazza aveva un'altra gatta da pelare: aveva rubato un libro. Qualcuno l'aveva vista. La ladra di libri reagì nel modo giusto.
Ogni minuto, ogni ora era un timore, o, più precisamente, un'ossessione. L'attività criminale fa queste cose, specialmente a una bambina. Ci s'immagina un nutrito assortimento di modi di essere beccati. Qualche esempio: gente che salta fuori dai vicoli. Insegnanti che d'un tratto vengono a sapere ogni mancanza da voi commessa. La polizia che bussa alla porta a ogni stormire di fronda, o a ogni porta sbattuta in lontananza.
Per Liesel, fu l'ossessione medesima a diventare un castigo, quando le venne paura di consegnare il bucato a casa del sindaco. Non c'era da sbagliarsi: come certo immaginerai, quando venne il momento Liesel saltò la casa sulla Grandestrasse. Aveva fatto la sua consegna all'artritica Helena Schmidt e ritirato i panni al domicilio dei Weingartner, amanti dei gatti, ma ignorò la casa appartenente al Bürgermeister Heinz Hermann e a sua moglie Ilsa.
*** UN'ALTRA RAPIDA TRADUZIONE ***
Bürgermeister = sindaco.
La prima volta sostenne di essersi semplicemente scordata quel posto: scusa miserabile se mai ne ho sentita una, poiché l'edificio si trovava in cima alla collina, dominava l'abitato e dimenticarlo era impossibile. Quando tornò di nuovo a mani vuote, raccontò la bugia di non avere trovato nessuno in casa.
«Nessuno in casa?» Mamma era scettica, e lo scetticismo le fece venire una certa voglia di usare il cucchiaio di legno. Lo brandì contro Liesel, dicendo: «Adesso vacci di nuovo, e se non hai il bucato non tornare neppure a casa».
«Sul serio?»
Fu la risposta di Rudy quando Liesel gli riferì le parole di Mamma.
«Scappiamo insieme?» «Moriremo di fame.» «Io muoio di fame comunque!» Risero. «No», disse Liesel, «devo farlo.»
Giravano la città come facevano di solito quando Rudy veniva con lei. Si sforzava sempre di essere cavaliere e portarle la borsa, ma ogni volta Liesel rifiutava. Soltanto su di lei, infatti, incombeva la minaccia di un Watschen, e di conseguenza soltanto a lei spettava il compito di portare i panni come si deve: chiunque altro avrebbe potuto maltrattarli, spiegazzarli o trascinarli sbadatamente, e non valeva la pena correre il rischio. Inoltre, se avesse consentito a Rudy di portarla al posto suo, lui avrebbe preteso un bacio in cambio dei suoi servigi, e Liesel non intendeva cedere. Era abituata a quel fardello: si spostava il fagotto da una spalla all'altra, riposando ciascun lato ogni cento passi circa.
Liesel camminava a sinistra, Rudy a destra. Rudy parlava quasi tutto il tempo dell'ultima partita di calcio in Himmelstrasse, del lavoro nella bottega di suo padre e di qualunque altra cosa gli venisse in mente.
Liesel cercava di ascoltare, ma non ci riusciva. Ciò che udiva era la paura, che le si arrampicava nelle orecchie, facendosi più greve via via che si avvicinavano alla Grandestrasse.
«Che cosa fai? Non è quella?» domandò Rudy, accorgendosi di avere oltrepassato la casa del sindaco.
Liesel annuì. L'aveva superata apposta per guadagnare un po' di tempo.
«Be', andiamo», la sollecitò il ragazzo. Su Molching calava l'oscurità e il freddo saliva dal terreno. «Muoviti, Saumensch.» Lui rimase al cancello.
Dopo il vialetto, c'erano otto gradini fino all'ingresso principale dell'edificio, e la grande porta sembrava un mostro. Liesel fissava corrucciata il batacchio d'ottone.
«Che cosa aspetti?» le gridò Rudy.
Liesel si voltò verso la
strada. C'era qualche modo, un modo qualsiasi, per riuscire a
fuggire? C'era un'altra scusa, o, diciamolo chiaro e tondo,
un'altra bugia, per averla saltata?
«Non abbiamo mica tutto il giorno a disposizione.» Di nuovo la voce di Rudy, da lontano. «Che diavolo aspetti?»
«Chiudi il becco, Steiner!» Un urlo emesso come un sussurro.
«Che cosa?»
«T'ho detto di stare zitto, stupido Saukerl!»
Con ciò tornò a fronteggiare l'uscio, sollevò il batacchio d'ottone e picchiò lentamente tre volte. Dall'altra parte si avvicinarono dei passi.
Sulle prime non guardò la donna, fissando piuttosto la borsa del bucato che teneva in mano. Ne esaminò il laccio mentre gliela consegnava. Le venne dato del denaro; poi, più nulla. La moglie del sindaco, che non parlava mai, si limitò a rimanere lì in vestaglia, con i soffici capelli arruffati legati dietro la nuca in una corta coda. Dalla casa spirava una corrente d'aria, un qualcosa simile al fiato immaginario di un cadavere. Ancora nessuna parola, e quando Liesel trovò il coraggio di guardarla in viso, la donna aveva un'espressione non di rimprovero, bensì di assoluta lontananza. Per un attimo guardò oltre la spalla di Liesel, verso il ragazzo, poi fece un cenno con il capo e arretrò, chiudendo la porta.
Per un po' Liesel rimase a fissare il pannello verticale di legno.
«Ehi, Saumensch!» Nessuna risposta. «Liesel!»
Liesel indietreggiò con cautela.
Discese i primi gradini a ritroso, lentamente.
Magari, dopo tutto, la donna non l'aveva vista rubare il libro. Si faceva buio. Forse era una di quelle volte in cui uno sembra guardare dritto voi, quando invece, in realtà, osserva tranquillamente qualcos'altro, o semplicemente sogna a occhi aperti. Aveva lasciato perdere, e bastava.
Liesel si voltò e fece il resto dei gradini normalmente, gli ultimi tre con un unico passo.
«Andiamo, Saukerl. » Si concesse persino di ridere. Per quanta fosse la sua paura di undicenne, il suo undicenne sollievo era ancora più forte.
*** QUALCOSA PER
RAFFREDDARE ***
L'ENTUSIASMO
Liesel se n'era andata a mani vuote.
La moglie del sindaco l'aveva vista.
Aspettava solo il momento giusto.
Passò qualche settimana. Partite a calcio in Himmelstrasse.
Lettura di Un’alzata di spalle fra le due e le tre di ogni mattina, dopo l'incubo, o di pomeriggio nello scantinato.
Un'altra visita senza conseguenze a casa del sindaco.
Tutto filava benone.
Finché.
La visita successiva, quando Liesel tornò senza Rudy, l'occasione si presentò. Era un giorno di raccolta del bucato.
La moglie del sindaco le aprì la porta, ma non aveva in mano il sacco dei panni, come di consueto. Si spostò di lato, e con la mano pallida come gesso fece cenno alla bambina di entrare.
«Sono solo venuta per il bucato.» Il sangue di Liesel le si era gelato nelle vene, le si sbriciolava. Per poco non andò a pezzi sui gradini.
Allora la donna pronunciò per la prima volta una parola. Allungò un freddo dito, dicendole: « Warte... Aspetta». Accertatasi che la ragazza si fermasse, si voltò e rientrò frettolosamente in casa.
«Grazie a Dio», sussurrò Liesel, «va a prenderlo.» A prendere il bucato.
La donna, tuttavia, non fece affatto ritorno con il bucato.
Quando arrivò, con un'impossibile, debolissima fermezza si reggeva una pila di libri contro il ventre, dall'ombelico fin dove le incominciavano i seni. Appariva così vulnerabile, nell'imponente vano della porta. Lunghe, lievi ciglia, e appena appena un'infinitesima espressione di sofferenza: un'idea.
Entra e vieni a vedere, diceva quell'idea.
Adesso mi tortura, pensò Liesel. Mi fa entrare, accende il fuoco nel caminetto e mi getta dentro, con libri e tutto. Oppure mi chiude a chiave in cantina senza mangiare.
Per qualche motivo, tuttavia - probabilmente per l'esca dei libri -
Liesel si ritrovò in casa. Lo scricchiolio delle sue scarpe sulle tavole di legno del pavimento la intimoriva, e quando calpestò un punto rovinato, facendone gemere il legno, quasi si arrestò. La moglie del sindaco non si fece impressionare. Si diede a malapena uno sguardo alle spalle e proseguì verso una porta marrone. Ora il suo volto poneva una domanda. Sei pronta?
Liesel allungò un po' il collo, come se potesse vedere al di là della porta di fronte a lei. Chiaramente un invito ad aprirla.
«Gesù, Giuseppe...»
Lo disse forte, mentre le parole si spandevano in una stanza colma d'aria fredda e di libri. Libri dovunque! Ogni parete era coperta di scaffalature sovraccariche, e tuttavia intatte: quasi impossibile scorgere la tappezzeria. C'era ogni sorta di stili e di forme di scritte sui dorsi di libri neri, rossi, grigi, di tutti i colori. Era una delle cose più belle che Liesel Meminger avesse mai visto.
Stupefatta, sorrise. Dunque una stanza del genere esisteva!
Persino quando tentò di togliersi dalle labbra il sorriso con l'avambraccio fu subito consapevole che lo sforzo era inutile. Avvertiva su di sé gli occhi della donna, e, quando la guardò, si erano fermati sul suo viso.
Il silenzio era profondo più di quanto avrebbe mai creduto possibile.
Teso come un elastico, prossimo a rompersi. La ragazza lo ruppe.
«Posso?»
Quella parola rimase sospesa su ettari ed ettari di terra deserta, pavimentata di legno. I libri erano lontani chilometri. La donna annuì.
Sì, puoi.
La stanza si ridusse prontamente, finché con qualche breve passo la ladra di libri riuscì a toccare gli scaffali. Fece scorrere il dorso della mano sul primo piano, ascoltando il fruscio delle sue unghie che sfioravano la spina dorsale di ogni libro. Pareva il suono di uno strumento, o un rumore di piedi in fuga. Usò entrambe le mani. Le fece correre su uno scaffale dopo l'altro. E scoppiò a ridere. La voce le crebbe acuta in gola, e quando infine si arrestò e rimase immobile al centro della stanza, passò vari minuti ad andare con lo sguardo dagli scaffali alle proprie dita.
Quanti libri aveva toccato? Quanti ne aveva sentiti?
Avanzò di nuovo e lo rifece, stavolta molto più lentamente, con le palme delle mani protese, per permettere alla loro carne di percepire il minuscolo ostacolo di ogni libro. Era come una magia, come la bellezza, mentre vivi raggi di luce splendevano su un candeliere. Più volte quasi tirò fuori del suo posto un volume, ma non ebbe l'ardire di disturbarlo. Erano troppo perfetti.
Alla sua sinistra vide nuovamente la donna, in piedi presso una grande scrivania, reggere ancora contro il petto la minuscola torre di libri con un'aria di deliziata furberia. Un sorriso fisso pareva esserle stato inchiodato sulle labbra.
«Vuole che?...»
Liesel non finì la domanda, ma di fatto fece ciò che chiedeva, avvicinandosi e prendendo delicatamente i libri dalle braccia della donna. Quindi li collocò nel posto da cui mancavano sullo scaffale, presso la finestra socchiusa, dalla quale entrava aria fredda.
Per un attimo pensò di chiuderla, ma ci ripensò. Non era casa sua, non doveva impicciarsi. Si volse invece verso la signora alle sue spalle, il cui sorriso si stava adesso trasformando in un livido e le cui braccia pendevano inerti. Come quelle della bambina.
E adesso?
Un disagio si era diffuso nella stanza, e Liesel colse un'ultima, fugace visione delle pareti di libri. Le parole le tremavano inquiete in bocca, ma vennero fuori d'un botto. «Dovrei andare.»
Le occorsero tre tentativi per uscire.
●●●
Attese qualche minuto in corridoio, ma la donna non arrivava, e quando Liesel si volse verso la porta della stanza la vide seduta alla scrivania, intenta a fissare immobile uno dei libri. Decise di non disturbarla. Prese il fagotto del bucato in corridoio.
Quella volta evitò il punto rovinato nel pavimento, e percorse il corridoio quant'era lungo rasentando la parete di sinistra. Quando si chiuse la porta alle spalle il rumore metallico dell'ottone le risuonò all'orecchio, e, con il bucato accanto a sé, accarezzò il legno. «Vado», disse.
Sulle prime si diresse attonita verso casa.
L'esperienza surreale di una stanza colma di libri e di quella donna demente, inebetita, accompagnava i suoi passi. Continuava a vederla sulle case, come un gioco. Forse era lo stesso modo in cui Papà aveva vissuto la sua rivelazione del Mein Kampf. Ovunque volgesse lo sguardo Liesel scorgeva la moglie del sindaco con una pila di libri fra le braccia. Agli angoli riudiva il fruscio delle proprie mani che disturbavano gli scaffali. Vedeva la finestra aperta, il candeliere con la luce dolce, e se stessa che usciva, senza neanche una parola di ringraziamento.
Presto il suo sbigottimento si trasformò in rammarico, in disgusto di sé. Incominciò a rimproverarsi.
«Non hai detto niente.» Scuoteva energicamente la testa, tra passi affrettati. «Neanche un buongiorno. Neanche un grazie. Neanche un 'È stata la cosa più bella che abbia mai visto'. Niente!» Certo, era una ladra di libri, ma non voleva mica dire che fosse del tutto maleducata. Non significava che non sapesse essere cortese.
Camminò per un bel pezzo, lottando con l'indecisione.
Nella Münchenstrasse si fermò.
Appena scorse l'insegna STEINER-SCHNEIDERMEISTER si arrestò e corse indietro.
Stavolta, nessuna esitazione.
Bussò alla porta, ridestando l'eco dell'ottone sul legno.
Scheisse!
Non fu la moglie del sindaco, ma il sindaco stesso, a comparirle davanti. Nella fretta, Liesel non aveva notato l'automobile parcheggiata in strada, davanti a casa.
Baffuto, vestito di
nero, l'uomo chiese: «Posso esserti utile?»
Liesel non seppe dire nulla. Non ancora. Era curva in avanti, senza fiato, e fortunatamente la donna arrivò quando si era almeno in parte ripresa. Ilsa Hermann si fermò dietro il marito.
«Ho dimenticato», disse Liesel. Sollevò il fagotto, rivolgendosi alla moglie del sindaco. Nello sforzo di riprendere fiato fece scivolare le parole nel varco della porta - tra il sindaco e lo stipite - in direzione della donna. Tanta era la fatica di respirare che le parole le uscivano di bocca un po' per volta. «Ho dimenticato... cioè, è solo che... volevo», disse, «ringraziarla.»
La moglie del sindaco si rabbuiò. Con un passo avanti si portò a fianco del marito, fece un gesto vago, attese un momento, poi richiuse la porta.
Liesel non si allontanò subito.
Sorrise ai gradini.
Il lottatore:
inizio
Ora, un cambiamento di scena.
Finora le cose sono state fin troppo facili, non ti pare, amico mio?
Che ne diresti di dimenticare per un paio di minuti Molching?
Ci sarà utile.
Inoltre, è importante ai fini della storia. Viaggeremo un po', fino a un ripostiglio segreto, e vedremo ciò che vedremo.
*** VISITA GUIDATA ALLA SOFFERENZA ***
Alla vostra sinistra, oppure alla vostra destra, o magari davanti a voi, potete vedere una stanzetta buia.
Dentro c'è un ebreo.
È un disgraziato.
Muore di fame.
Ha paura.
Non provate a distogliere lo sguardo.
A qualche centinaio di chilometri di distanza, a Stoccarda, lontano da ladre di libri, mogli di sindaco e l'Himmelstrasse, un uomo sedeva nel buio. Era il luogo migliore, avevano deciso. Al buio è più difficile trovare un ebreo.
Sedeva sulla valigia, in attesa. Da quanti giorni, ormai?
Aveva mangiato solo il sapore fetido del proprio respiro affamato per ciò che sentiva essere state settimane; ora, più niente. Di tanto in tanto passavano delle voci, e talvolta aveva voglia di bussare alla porta, aprirla, tirarsi fuori di lì, nella luce insopportabile. Per ora poteva unicamente stare seduto sulla valigia, con le mani sotto il mento, i gomiti che gli tormentavano le cosce.
C'era il sonno, un sonno estenuante, e il fastidio del dormiveglia, il tormento del pavimento. Ignorare il formicolio ai piedi. Non strusciare le suole delle scarpe. E non muoversi troppo.
Lasciare ogni cosa com'è, a qualunque costo. Presto potrebbe venire il momento di andare via. Luce come un'arma, esplosivo per gli occhi.
Potrebbe venire il momento di andare via. Potrebbe venire il momento, perciò sveglia. Svegliati adesso, dannazione! Sveglia.
La porta venne aperta e richiusa, una sagoma si chinò su di lui. La mano si tese verso le onde fredde dei suoi abiti e le correnti sporche al di sotto. Poi, scese dall'alto una voce.
«Max», bisbigliò. «Sveglia, Max.»
I suoi occhi non fecero nulla di ciò che lo choc abitualmente descrive: non si spalancarono di colpo, non sbatterono le palpebre, non sussultarono. Sono cose che capitano quando vi destate da un brutto sogno, non quando vi svegliate in un brutto sogno. No, i suoi occhi si aprirono a fatica, dall'oscurità alla penombra. Fu il suo corpo a reagire, scrollandosi verso l'alto e avventando un braccio per afferrare l'aria.
La voce lo tranquillizzò. «Scusa se c'è voluto tanto. Credo che mi tenessero d'occhio. E l'uomo con la carta d'identità ha impiegato più tempo di quanto pensassi, ma...» Ci fu una pausa. «Adesso è tua. Non è un granché, ma speriamo che là basti, se occorre.» Si accovacciò, accennando alla valigia con una mano. Nell'altra teneva qualcosa di pesante e piatto. «Su... forza.» Max obbedì, alzandosi e grattandosi.
Sentiva le sue ossa stringersi. «La carta è qua dentro.» Era un libro.
«Mettici dentro anche la cartina, e le istruzioni. C'è anche una chiave... incollata dentro la copertina.» Aprì la valigia con lo scatto più silenzioso che poté, collocandovi dentro il libro come se fosse una bomba. «Tornerò tra qualche giorno.»
Gli lasciò una piccola borsa con pane, grasso e tre smilze carote.
Accanto, una bottiglia d'acqua. Nessuna scusa: «È quanto di meglio potessi fare».
La porta si aprì e si richiuse.
Di nuovo solo.
Nel buio tutto faceva così tanto fracasso, quand'era solo. Ogni volta che si muoveva gli pareva di udire il suono di ogni piega che si formava negli abiti: gli sembrava di avere indosso un vestito di carta.
Il cibo.
Max divise il pane in tre parti, mettendone via due. Quella che teneva in mano la divorò, masticando e inghiottendo, spingendola a forza nel condotto disseccato della propria gola. Il grasso era freddo e duro, scendeva a fatica, qualche volta fermandosi. Grossi bocconi lo facevano a pezzi, spingendolo giù.
Poi, le carote.
Ne mise nuovamente da parte due, mangiando avidamente la terza. Il rumore era sbalorditivo: senza dubbio il Führer stesso riusciva a sentire il suono della polpa arancione che gli scricchiolava in bocca. A ogni morso si rompeva i denti. Quando bevve, fu quasi certo di inghiottirli.
La prossima volta, si ammonì, bevi prima.
Più tardi, con suo sollievo, quando gli echi lo abbandonarono e trovò il coraggio di controllare con le dita, ogni dente era ancora al suo posto, intatto. Provò a sorridere, ma non ci riuscì. Poté soltanto immaginare un docile tentativo, e una bocca piena di denti rotti. Se li sentì rotti per ore.
Aprì la valigia e prese il libro.
Al buio non riusciva a leggerne il titolo, e l'azzardo di accendere un fiammifero proprio adesso gli parve eccessivo. Quando parlò, fu il gusto di un sussurro. «Per favore», disse. «Per favore.»
Parlava a un uomo che non aveva mai incontrato. Fra gli altri particolari importanti, conosceva il suo nome: Hans Hubermann. Parlò nuovamente a quello straniero lontano. Lo supplicò.
«Per favore.»
Le qualità
dell'estate
Ora ci sei anche tu.
Conosci esattamente che cosa accadeva nella Himmelstrasse alla fine del 1940. Io lo so. Tu lo sai.
Liesel Meminger, tuttavia, non poteva essere collocata in questa categoria.
Per la ladra di libri l'estate di quell'anno trascorse piuttosto tranquilla.
Consisteva di quattro principali parti. A volte si domandava quale fosse la più importante.
*** LE PARTI... ***
1. Procedere ogni notte nella lettura di Un’alzata di spalle.
2. Leggere sul pavimento della biblioteca del sindaco.
3. Giocare a calcio nella Himmelstrasse.
4. Cogliere un'opportunità diversa di rubare.
Decise che Un’alzata di spalle era eccellente. Ogni notte, quando si tranquillizzava dopo l'incubo, presto si rallegrava di essere sveglia e capace di leggere. «Qualche pagina?» le chiedeva Papà, e Liesel annuiva. Talvolta terminavano un capitolo il pomeriggio successivo, giù nello scantinato.
Il problema posto dal libro alle autorità era palese. Il protagonista era ebreo, e veniva presentato in una luce positiva. Imperdonabile. Era un ricco stanco di lasciare che la vita gli passasse inutilmente accanto, che era ciò che intendeva con quell'alzata di spalle davanti alle difficoltà e alle gioie della vita umana su questa terra.
Nella prima parte dell'estate a Molching, mentre Liesel e Papà procedevano nella lettura del volume, quell'uomo era in viaggio per affari alla volta di Amsterdam, e fuori c'era il brivido della neve. Alla ragazza piaceva il brivido della neve. «Proprio come capita quando nevica», disse ad Hans Hubermann. Sedevano insieme sul letto, Papà mezzo addormentato e la bimba sveglissima.
Qualche volta guardava Papà dormire, sapendo di lui più di quanto probabilmente lui credesse. Non di rado sentiva Mamma e Papà discutere perché lui era disoccupato, o dire scoraggiati che Hans era andato a trovare il figlio, solo per scoprire che il giovane aveva lasciato il suo domicilio e, molto probabilmente, era già partito per la guerra.
« Schlaf gut, Papà», diceva in quei casi la bambina. «Dormi bene», e gli scivolava attorno, fuori del letto, per spegnere la luce.
La parte successiva, come detto sopra, era la biblioteca del sindaco.
Per fare un esempio di quella particolare circostanza, potremmo esaminare una fredda giornata di fine giugno. Rudy, per dirla con un eufemismo, era infuriato.
Chi credeva di essere Liesel Meminger, per dirgli che quel giorno doveva andare da sola a ritirare i panni da lavare e stirare? Non era abbastanza, lui, per girare le strade in sua compagnia?
«Piantala di lagnarti, Saukerl», lo rimbeccò lei. «Non mi va. Hai perso la partita.»
Lui guardò oltre la spalla. «Be', se la metti così.» Un sogghigno sotto i baffi. «Ficcatelo, il tuo bucato...» Corse via, e non perse tempo ad andare a giocare con gli altri. Quando Liesel giunse in cima alla Himmelstrasse, si volse indietro giusto in tempo per vederlo davanti alla più vicina delle improvvisate porte del campo di calcio. Le faceva gesti di saluto.
« Saukerl», rise lei, e, mentre alzava una mano, fu assolutamente certa che anche lui, nel medesimo istante, la chiamasse Saumensch.
Credo che sia la cosa più prossima all'amore cui sappiano giungere degli undicenni.
Si mise a correre verso la Grandestrasse e la casa del sindaco.
Senza dubbio distesi davanti a lei c'erano il sudore, e gli ansiti spiegazzati del respiro. Però leggeva.
Fatta entrare per la quarta volta la bambina, la moglie del sindaco sedeva alla scrivania a guardare i libri, nient'altro. Durante la visita precedente aveva consentito a Liesel di tirarne fuori uno e sfogliarlo, il che condusse a un altro e a un altro ancora, finché non arrivò a una mezza dozzina, stretti sotto il braccio o nella pila che le cresceva sempre più alta nell'altra mano.
Quella volta, mentre Liesel si trovava nel freddo ambiente della stanza, il suo stomaco brontolò, ma nessuna reazione venne dalla donna, muta e sofferente. Era di nuovo in vestaglia, e, per quanto osservasse più volte la ragazza, non la fissava mai molto a lungo. Di solito dedicava più attenzione a ciò che si trovava presso di lei, a qualcosa di mancante. La finestra era spalancata, una bocca quadrata e fredda con, di tanto in tanto, folate di vento.
Liesel sedette sul pavimento, con i libri sparsi attorno a lei.
Dopo una quarantina di minuti se ne andò. Ogni volume fu rimesso al suo posto d'origine.
«Buon giorno, Frau Hermann.» Le parole arrivavano sempre come un urto. «Grazie.» Quindi la donna la pagò e Liesel uscì. Ogni sua mossa aveva una giustificazione, e la ladra di libri corse a casa.
Mentre s'insediava l'estate, la stanza piena di libri si fece più tiepida, e ogni giorno di consegna o ritiro il pavimento era meno scomodo.
Liesel sedeva con accanto una piccola pila di libri, leggendo pochi paragrafi di ognuno e sforzandosi di mandare a memoria le parole che non conosceva, per chiederle a Papà una volta a casa. Più tardi, ormai adolescente, quando Liesel scrisse di quei libri, non ne ricordava più i titoli. Neanche uno. Forse, se li avesse rubati, sarebbe stata meglio dotata.
Ciò che ricordava era che un libro illustrato aveva un nome goffamente scritto all'interno della copertina:
*** IL NOME DI UN RAGAZZO ***
Johann Hermann
Liesel si mordeva un labbro, ma non poté resistere a lungo. Dal pavimento si volse e guardò in su, verso la donna in vestaglia, ponendole una domanda. «Johann Hermann», le chiese, «Chi è?»
La donna fissò un punto accanto a lei, da qualche parte vicino alle ginocchia della ragazza.
Liesel si scusò: «Mi perdoni. Non dovrei chiedere certe cose...»
Lasciò che la frase morisse di morte naturale.
Il volto della donna non mutò, eppure fece un tentativo per rispondere. «Adesso non è più di questo mondo», spiegò. «Era mio...»
*** GLI ARCHIVI DELLA MEMORIA ***
Oh sì, mi ricordo benissimo di lui.
Il colore era biancastro, un cielo di sabbie mobili.
C'era un giovane avvinto dai reticolati come da un'enorme corona di spine. Lo liberai e lo portai via.
In alto sopra la terra ci inginocchiammo insieme.
Era un altro giorno, nel 1918.
«A parte tutto», disse, «morì di freddo.» Per un momento giocherellò con le mani, poi parlò nuovamente. «Morì di freddo, ne sono sicura.»
La moglie del sindaco non era che una di una compagnia diffusa nel mondo intero. L'hai già vista prima, ne sono certa. Nei vostri racconti, nelle vostre poesie, nei film che amate guardare. Sono dovunque, quindi perché non qui? Perché non su una bella collina in una città tedesca? È un posto buono quanto qualunque altro, per soffrire.
Il fatto è che Ilsa Hermann aveva deciso di fare del dolore il proprio trionfo. Quando si rifiutò di lasciarla, lei vi cedette, lo abbracciò.
Si sarebbe potuta sparare, straziarsi, oppure infliggersi qualche altra forma di automutilazione, ma scelse quella che forse sentiva come l'opzione più debole: almeno patire il tormento del clima. Per quanto ne sapeva Liesel, pregava che le giornate estive fossero fredde e umide. In gran parte, abitava nel posto giusto.
Quel giorno, quando Liesel se ne andò disse qualcosa, estremamente a disagio. Due parole difficili da pronunciare, portate in spalla e lasciate cadere disordinatamente ai piedi di Ilsa Hermann. Cascarono di sghembo, mentre la ragazza le lasciava andare, non potendone reggere più a lungo il peso. Rimasero entrambe sul pavimento, grevi e goffe.
*** DUE PAROLE DIFFICILI
***
Mi dispiace
Ancora una volta la moglie del sindaco scrutò lo spazio accanto a lei.
Il suo volto era una pagina bianca.
«Per che cosa?» domandò, ma ormai era tardi, e da un pezzo la bambina era uscita dalla stanza, era già quasi all'ingresso. Quando la udì Liesel si arrestò, ma decise di non tornare indietro, preferendo andarsene zitta zitta dalla casa e giù per i gradini. Colse una visione di Molching prima di scomparirvi dentro, e per un momento ebbe compassione della moglie del sindaco.
A volte Liesel si domandava se dovesse limitarsi a piantare lì la donna da sola, ma Ilsa Hermann era troppo interessante, e troppo forte il richiamo dei libri. Una volta le parole avevano reso impotente Liesel, ma adesso, quando sedeva sul pavimento, con la moglie del sindaco alla scrivania del marito, avvertiva un'innata sensazione di potenza. Le capitava ogni volta che decifrava una nuova parola o metteva insieme una frase.
Era una ragazza.
Nella Germania nazista.
Era giusto che andasse scoprendo la potenza delle parole.
E terribile (anche se esilarante) sarebbe stato parecchi mesi dopo, quando avrebbe scatenato il potere della sua recente scoperta nel preciso istante in cui la moglie del sindaco la deludeva. La compassione si sarebbe dissolta in fretta, e altrettanto in fretta si sarebbe trasformata in qualcosa di totalmente diverso...
Ora, però, nell'estate del 1940, non poteva che prevedere l'avvenire in un unico modo. Era testimone soltanto di una donna addolorata, con una stanza piena di libri nella quale si recava volentieri. Ecco tutto.
Quell'estate, era la Seconda Parte della sua vita.
La terza parte, grazie a Dio, era un po' più allegra... giocare a calcio nella Himmelstrasse.
Consentimi di dipingerti un quadro:
Scalpiccio di piedi sulla strada.
Respiri giovanili
affannati.
Parole gridate: «Qua! Così! Scheisse!»
Il rude rimbalzo di una palla sul selciato.
Tutto ciò era presente in Himmelstrasse, come pure l'eco delle scuse, in quell'estate crescente.
Le scuse erano di Liesel Meminger, ed erano rivolte a Tommy Müller.
Ai primi di luglio riuscì finalmente a convincerlo che non l'avrebbe ammazzato. Dopo il pestaggio da lei somministratogli il novembre precedente, Tommy aveva ancora paura a starle vicino. Lo disse chiaro e tondo nelle partite di calcio nella Himmelstrasse: «Non sai mai quando le salta la mosca al naso», aveva confidato a Rudy, mezzo parlando e mezzo facendo smorfie.
A difesa di Liesel va detto che non rinunciò mai ai tentativi di metterlo a suo agio. La deludeva, infatti, essere riuscita a fare pace con Ludwig Schmeikl, ma non con l'innocente Tommy Müller, che si faceva sempre un po' piccino ogni volta che la vedeva.
«Come facevo a sapere che quel giorno sorridevi a me?» gli chiese più d'una volta.
Qualche volta Liesel fece persino il portiere al posto suo, finché tutta la squadra lo pregò di farlo di nuovo lui.
«Torna in porta! » gli ordinò infine un ragazzo di nome Harald Mollenhauer. «Non servi a niente.» Ciò avvenne dopo che Tommy l'aveva fatto cadere proprio mentre stava per segnare: poteva fruttargli un rigore, se non fosse che erano entrambi della medesima squadra.
Liesel tornò dunque in campo, e in qualche modo finiva sempre a marcare Rudy. Si contrastavano e si sgambettavano a vicenda, insultandosi. Rudy commentava: « Stavolta non lo passa, quella stupida Saumensch Arschgrobbler. Non ci speri neppure». Pareva lo divertisse chiamare Liesel una gratta-culo. Era uno degli spassi dell'infanzia.
Un altro spasso, naturalmente, era rubare. Parte quarta, estate 1940.
Onestamente, molte erano le cose che univano Rudy e Liesel, ma fu il furto a cementare completamente la loro amicizia. Fu la conseguenza di un'occasione, e si verificò a causa di un'unica, irresistibile forza: la fame di Rudy. Il ragazzo moriva in permanenza dalla voglia di qualcosa da mangiare.
In aggiunta al razionamento, da qualche tempo il lavoro di suo padre non andava granché (la concorrenza degli ebrei era stata eliminata, ma erano stati eliminati anche i clienti ebrei). Gli Steiner tiravano avanti alla meno peggio. Come molti altri dalle parti della Himmelstrasse, dovevano arrangiarsi. Liesel gli portava un po' di cibo da casa sua, ma neppure lì ce n'era abbondanza. Di solito Mamma faceva la minestra di piselli. La cucinava la domenica sera, e non in quantità sufficiente per un pasto o due: faceva una minestra di piselli che durasse fino al sabato successivo. Poi, la domenica, ne cuoceva dell'altra. Zuppa di piselli, pane e qualche volta un po' di patate o di carne. Ne mangiavi e non ne chiedevi ancora, e non te ne lagnavi.
Sulle prime, fecero qualcosa per tentare di dimenticare la fame.
Rudy non ne avrebbe avuta se giocavano a calcio per strada, o se prendevano le biciclette di suo fratello e di sua sorella e andavano fino alla bottega di Alex Steiner, o a trovare il papà di Liesel, se quel giorno lavorava. Hans Hubermann sedeva con loro e raccontava barzellette nell'ultima luce del pomeriggio.
Con l'arrivo dei primi giorni caldi, un altro svago era imparare a nuotare nel fiume Amper. L'acqua era ancora un po' troppo fredda, ma ci provarono comunque.
«Vieni», la blandì Rudy, «solo fin qua. Qua non è tanto profondo.»
Liesel non vide l'enorme buco in cui finì, e ci sprofondò fino in fondo.
Annaspando come un cane si salvò la vita, pur mezza soffocata dall'acqua che aveva bevuto.
«Dannato Saukerl», l'accusò, quando si lasciò cadere sulla sponda del fiume.
Rudy stava attento a tenersi alla larga: aveva ben visto che cosa aveva fatto a Ludwig Schmeikl. «Adesso sai nuotare, no?»
Non che la cosa la rallegrasse molto, quando se ne andò. Aveva i capelli incollati su un lato della faccia e le colava il naso.
Rudy le gridò dietro: «Vuol forse dire che non avrò un bacio per averti insegnato?»
« Saukerl! »
Che faccia tosta!
Fu inevitabile.
La deprimente minestra di piselli e l'appetito di Rudy finirono per indurli a rubare, facendoli diventare complici di un gruppo di ragazzi più vecchi, che rubava nelle fattorie. Ladri di frutta. Dopo una partita di calcio, Liesel e Rudy impararono i vantaggi di tenere gli occhi aperti.
Seduti sul gradino di fronte alla casa di Rudy, scorsero Fritz Hammer - uno dei loro compari più grandicelli - mangiare una mela. Era della varietà Klar, che matura in luglio e agosto, e in mano sua faceva un effettone. Altre tre o quattro gli gonfiavano le tasche della giacca. Si fecero più vicini.
«Dove le hai prese?» domandò Rudy.
Sulle prime il ragazzo si limitò a un sogghigno. «Sst.» Poi tirò fuori della tasca della giacca una mela e la gettò via. «Guardatela solo», li ammonì, «non mangiatela.»
La volta successiva che videro lo stesso ragazzo con la stessa giacca, in una giornata troppo calda per portarla, lo seguirono. Li condusse verso la parte a monte del fiume Amper, non lontano da dove Liesel talvolta leggeva con Papà, quando imparava.
Ad attendere c'era un gruppo di cinque ragazzi, alcuni allampanati, altri piccoli e magri.
In quel periodo a Molching c'era qualche altra banda del genere, alcune con membri di sei anni. Il capo di quella particolare banda era un simpatico delinquente quindicenne di nome Arthur Berg. Si guardò attorno e scorse i due undicenni che gironzolavano più indietro. «Und?» chiese. «E allora?»
«Muoio di fame», rispose Rudy.
«Ed è uno svelto», disse Liesel.
Berg la squadrò. «Non ricordo di avere chiesto il tuo parere.» Era un adolescente alto, dal collo lungo, con il viso devastato dall'acne. «Ma va bene così.» Era amichevole, nel suo modo spiccio. «Non sarà mica lei quella che ha pestato tuo fratello, Anderl?»
La storia si era senza dubbio diffusa in giro. Un buon pestaggio trascende le differenze di età.
Un altro ragazzo - uno di quelli bassi e smilzi - con capelli biondi e ispidi e una pelle color del ghiaccio, la scrutò. «Credo di sì.»
«È lei», confermò Rudy.
Andy Schmeikl si fece avanti e la squadrò dall'alto al basso, con una faccia pensosa prima che si aprisse in un sorriso stupito. «Un gran bel lavoro, bambina.» Le diede persino una pacca sulla schiena ossuta, colpendo un pezzo sporgente di scapola. «Sarei stato frustato, se l'avessi fatto io.»
Arthur si era avvicinato a Rudy. «E tu non sei quello di Jesse Owens?»
Rudy annuì.
«È chiaro che sei un imbecille», disse Arthur, «ma un imbecille a posto. Vieni.» Furono accolti.
Quando raggiunsero la fattoria, a Liesel e Rudy venne consegnato un sacco di iuta. Arthur Berg afferrò il suo. Si passò una mano fra le morbide ciocche di capelli. «Avete già rubato, voi due?»
«Sicuro», assicurò Rudy. «Tantissime volte.» Liesel fu più precisa.
«Ho rubato due libri», al che Arthur scoppiò a ridere. Le sue pustole cambiarono posizione. «I libri non li puoi mangiare, tesoro.»
Da dove si trovavano studiarono i meli, disposti su due lunghi, tortuosi filari. Arthur Berg diede gli ordini. «Primo», esordì, «non fatevi beccare nel recinto. Se vi fate prendere lì dentro, vi lasceremo indietro.
Capito?» Tutti annuirono o risposero di sì. «Secondo, uno va sull'albero, uno resta sotto a raccogliere le mele.» Si sfregò le mani: si divertiva. «Terzo, se vedete arrivare qualcuno, gridate tanto forte da svegliare i morti, così scappiamo tutti. Richtig?»
« Richtig.» Risposero tutti in coro.
*** SCAMBIO DI OPINIONI FRA
DUE ***