HANS HUBERMANN
«Papà!» sussurrò Liesel.
«Non ho gli occhi!»
Lui le accarezzò i capelli: era caduta nella sua trappola. «Con un sorriso così», disse Hans Hubermann, «non hai bisogno di occhi.»
L'abbracciò, poi osservò di nuovo il disegno con gli occhi simili ad argento liquido. «Adesso la T.»
Completato l'alfabeto e ripetuto una dozzina di volte, Papà si chinò sul letto e disse: «Abbiamo finito per stanotte?» «Ancora qualche parola.»
Lui fu risoluto. «Basta così. Quando ti sveglierai, suonerò la fisarmonica per te.» «Grazie, Papà.»
«Buona notte.» Rise: «Buona notte, Saumensch». «Buona notte, Papà.»
Hans spense la luce e tornò a sistemarsi sulla sedia. Liesel tenne gli occhi aperti nel buio ancora un po'. Vedeva le parole.
L'odore
dell'amicizia
l'insegnamento proseguì.
Nelle settimane successive e durante l'estate, la lezione di mezzanotte ebbe inizio al termine di ogni incubo. Liesel bagnò il letto altre due volte, ma Hans Hubermann fu pronto a ripetere il bucato improvvisato, per poi dedicarsi alla lettura e agli i schizzi. Nelle prime ore del mattino le loro voci tranquille risuonavano nella casa silenziosa.
Un giovedì, poco dopo le tre del pomeriggio, Mamma disse a Liesel di prepararsi a uscire con lei per consegnare abiti stirati Papà, tuttavia, aveva altre idee.
Entrò in cucina e disse: «Mi dispiace, Mamma, ma oggi Liesel non verrà con te».
Mamma non si prese neppure la briga di alzare gli occhi dalla borsa.
«Chi ti ha chiesto niente, Arschloch? Andiamo, Liesel»
«Deve leggere», ribatté lui, ammiccando a Liesel. «Con me. Le insegno io. Andremo sull'Amper... dove di solito mi esercito a suonare la fisarmonica.»
Mamma lo degnò della sua attenzione.
Posò il bucato sul tavolo, assumendo prontamente un adeguato grado di scetticismo. «Che cosa hai detto?»
«Mi pare che tu mi abbia sentito, Rosa.»
Mamma scoppiò a ridere. «Che cosa diavolo potresti insegnarle, tu?»
Un sogghigno di cartone. Parole taglienti. «Come se sapessi leggere bene, Saukerl. »
Papà passò al contrattacco. «Consegneremo noi la tua roba stirata.»
«Sporco...» Mamma s'interruppe. Le parole le indugiarono in bocca mentre ci pensava su. «Tornate prima di sera.» «Non possiamo leggere al buio, Mamma.» «Che cos'hai detto, Saumensch?» «Niente, Mamma.»
Papà sorrise e fece cenno alla ragazza. «Libro, carta vetrata e pennello», le ordinò, «e fisarmonica!» Poco dopo uscirono sulla Himmelstrasse, portando con sé le parole, la musica e il bucato.
Mentre camminavano verso la bottega di Frau Diller, si volsero più volte per controllare se Mamma fosse al cancello, a tenerli d'occhio.
C'era sempre. E a un certo punto gridò: «Liesel, tieni bene quella biancheria stirata! Non spiegazzarla!»
«Sì, Mamma!»
E dopo qualche passo: «Liesel, sei abbastanza vestita?» «Che cosa hai detto?»
« Saumensch, du dreckiges, non senti mai niente! Ti sei coperta abbastanza? Potrebbe fare freddo, più tardi!»
Dietro l'angolo, Papà si chinò ad allacciarsi una scarpa. «Liesel», chiese, «mi arrotoleresti una sigaretta?»
Nulla le avrebbe procurato una soddisfazione più grande.
Una volta consegnata la biancheria stirata, ritornarono verso il fiume Amper, che scorreva ai margini della città per poi proseguire in direzione di Dachau, il campo di concentramento.
C'era un ponte di assi di legno.
Si sedettero una trentina di metri a valle del ponte, sull'erba, a scrivere le parole e a leggerle ad alta voce, e quando incominciò a farsi buio Hans tirò fuori la fisarmonica. Liesel lo guardava e ascoltava con attenzione, eppure le sfuggì l'espressione perplessa dipinta quella sera sul volto di Papà, mentre suonava.
*** IL VOLTO DI PAPÀ ***
Viaggiava e si interrogava, ma non trovava risposte.
Non ancora.
In lui c'era stato un cambiamento. Quasi impercettibile.
Liesel lo notò, ma più tardi, quando tutte le parti della storia il completarono. Non lo vide guardare mentre suonava, non avendo idea che la fisarmonica di Hans Hubermann fosse una storia. Una storia che sarebbe arrivata al numero 33 della Himmelstrasse, nelle prime ore del mattino, con una giacca spiegazzata sulle spalle intirizzite. Avrebbe avuto con sé una Valigia, un libro e due domande. Una storia. Storia dopo storia. Una storia dentro la storia.
Per ora, per quanto riguardava Liesel, di storie ce n'era una sola, e lei se la godeva.
Si accomodò tra le lunghe braccia dell'erba, sdraiandosi sul dorso.
Chiuse gli occhi, e le sue orecchie colsero le note.
Certo, qualche problema c'era. A volte Papà quasi la sgridava.
«Su, Liesel», diceva, «questa parola la sai!» Allentava la pressione solo quando la bambina aveva fatto abbastanza progressi.
Quando il tempo era bello, trascorrevano il pomeriggio sull’Amper.
Se era brutto, rimanevano nel seminterrato, anche a causa di Mamma.
Sulle prime avevano provato a sistemarsi in cucina ma, ma non ci fu verso.
«Rosa», le disse una volta Hans. Le sue parole tagliarono in due una sua frase, con calma. «Mi faresti un favore?»
Lei alzò gli occhi dal fornello. «Quale favore?»
«Ti prego, potresti chiudere il becco solo per cinque minuti?»
Puoi immaginarti la reazione.
Dovettero spostarsi in cantina.
Là sotto non c'era luce, perciò portarono una lampada a kerosene, e pian piano, tra scuola e casa, tra il fiume e la cantina, tra i giorni di bel tempo e quelli di pioggia, Liesel imparò a leggere e scrivere.
«Presto», promise Papà, «sarai capace di leggere quel libraccio sulle tombe a occhi chiusi.» «E potrò lasciare la prima elementare.»
Pronunciò quelle parole con un'espressione torva.
In una delle loro lezioni nel seminterrato, Papà fece a meno della cartavetrata (si consumava in fretta) e tirò fuori un pennello. In casa Hubermann non c'era molto da mangiare, ma c'era una gran quantità di vernice, che divenne più che utile ai fini dell'istruzione di Liesel. Papà pronunciava una parola, e la ragazzina doveva sillabarla a voce alta, poi tracciarla sul muro finché non la scriveva giusta. Dopo un mese il muro venne ridipinto: una nuova pagina di intonaco.
Certe notti, dopo avere studiato in cantina, Liesel si accovacciava nel bagno e ascoltava le solite lamentele provenire dalla cucina.
«Puzzi di sigarette e kerosene», diceva Mamma ad Hans.
Seduta nell'acqua, Liesel immaginava quell'odore sugli abiti di Papà.
Amava quell'odore. Per lei era l'odore dell'amicizia, e poteva fiutarlo anche su di sé. Si annusava un braccio e sorrideva, mentre l'acqua del bagno diventava fredda.
La campionessa dei pesi
massimi del
cortile della scuola
L'estate del 1939 sembrava avere fretta, o forse era Liesel che ne aveva. Trascorreva le giornate a giocare a calcio con Rudy e gli altri ragazzi della Himmelstrasse (passatempo preferito tutto l'anno), prelevava in città la biancheria da stirare con Mamma, e imparava parole. Sembrava che, pochi giorni appena dopo essere incominciata, l'estate fosse già finita.
Nell'ultima parte dell'anno accaddero due cose.
*** TRA SETTEMBRE E NOVEMBRE 1939 ***
1. Incomincia la Seconda guerra mondiale.
2. Liesel Meminger diventa campionessa dei pesi massimi del cortile della scuola.
A Molching era una giornata fredda quando incominciò la guerra e il mio lavoro aumentò.
Il mondo ne discuteva.
I titoli dei giornali ci andavano a nozze.
La voce del Führer echeggiava nelle radio tedesche. Non ci arrenderemo. Non daremo tregua al nemico. Vinceremo. La nostra ora è scoccata.
L'invasione tedesca della Polonia era incominciata e la gente si radunava ad ascoltare le notizie. La Münchenstrasse, come ogni altra strada principale in Germania, era satura di guerra: l'odore, la voce della guerra. Qualche giorno prima era iniziato il razionamento - le scritte sui muri - e adesso era ufficiale. Inghilterra e Francia avevano dichiarato guerra alla Germania. Tanto per rubare una frase ad Hans Hubermann: Cominciava lo spasso.
Il giorno in cui fu data
la notizia, Papà aveva avuto la fortuna di trovare un po' di
lavoro. Tornando a casa raccolse un giornale gettato via, e anziché
cacciarlo fra le latte di pittura sul suo carretto, lo piegò e se
lo fece scivolare sotto la camicia. Quando arrivò a casa e lo tirò
fuori, il sudore gli aveva stampato l'inchiostro sulla pelle. Il
giornale finì sul tavolo, ma la notizia gli era rimasta sul petto,
come un tatuaggio.
Tenendo aperta la camicia, Hans si rimirava nella fievole luce della cucina.
«Che cosa dice?» gli chiese Liesel guardando su e giù, dalle impronte nere sulla pelle di Papà al giornale.
«HITLER INVADE LA POLONIA», rispose lui, e si lasciò cadere su una sedia. « Deutschland über Alles», mormorò, con una voce neanche lontanamente patriottica.
Aveva di nuovo quell'espressione... quella della fisarmonica.
Così incominciò una guerra.
E Liesel si trovò presto coinvolta in un'altra, più piccola.
Circa un mese dopo la ripresa della scuola, Liesel fu promossa nella classe giusta per la sua età. Penserai che fosse grazie ai suoi progressi nella lettura, ma non era così. Era migliorata molto, certo, ma leggeva ancora con grande difficoltà. Le frasi si sparpagliavano ovunque. Le parole si prendevano gioco di lei. Il motivo per cui fu ammessa nella nuova classe dipese piuttosto dal fatto che la sua presenza in quella inferiore era divenuta un problema. Rispondeva alle domande rivolte agli altri bambini e disturbava le lezioni di continuo. Le venne inflitto anche qualche Watschen in corridoio.
*** DEFINIZIONE ***
Watschen = una buona dose di botte.
Veniva fatta alzare, sedere su una sedia di lato e l'insegnante, che per caso era una suora, le diceva di tenere la bocca chiusa. All'estremità opposta dell'aula, Rudy la guardava e le faceva ciao con la mano. Liesel rispondeva, cercando di non sorridere ma non ci riusciva.
A casa era a buon punto
della lettura del Manuale del
necroforo con Papà. Tracciavano un
cerchio intorno alle parole che lei non capiva e, il giorno dopo,
le trascrivevano in cantina. Pensava che bastasse, ma non era
sufficiente.
Verso la fine di novembre a scuola ci furono alcune prove per verificare i progressi degli alunni. Una consisteva nella lettura di un brano. Ogni bambino fu fatto alzare in piedi davanti alla classe e leggere un passo datogli dalla maestra. Era una giornata gelida, ma splendeva il sole. I bambini si sfregarono gli occhi. Un alone circondava la sinistra monaca mietitrice, Suor Maria. (A proposito... mi piace quest'idea umana della sinistra mietitrice. Mi piace la falce. Mi diverte).
Nell'aula assolata i nomi schizzavano fuori a caso. «Waldenheim, Lehmann, Steiner.»
Si alzarono in piedi e fecero la loro lettura. Rudy fu sorprendentemente in gamba.
Per tutta la durata dell'esame Liesel sedette in preda a un misto di fervida attesa e paura. Desiderava disperatamente mettersi alla prova, verificare una volta per tutte quanti progressi avesse fatto nell'apprendere. Avrebbe saputo leggere come Rudy e il resto della classe?
Ogni volta che Suor Maria abbassava gli occhi sulla lista dei nomi, un fascio di nervi si tendeva nei fianchi di Liesel. Le cominciava nel ventre, ma si faceva strada verso l'alto. Ben presto le si stringeva intorno al collo, come una corda.
Quando Tommy Müller terminò la sua mediocre prova, la maestra gettò uno sguardo alla classe. Avevano letto tutti. Mancava soltanto Liesel.
«Bene, bene», annuì Suor Maria, esaminando attentamente l'elenco dei nomi. «Abbiamo finito.» Come? «No!»
Una voce si levò dal lato opposto dell'aula. Apparteneva a un ragazzo dai capelli color limone, le cui gambe ossute picchiavano sotto il banco. Il ragazzo alzò una mano e disse: «Suor Maria, credo che abbia dimenticato Liesel».
Suor Maria guardò la
ragazzina. Non si fece impressionare.
Lasciò cadere di peso la cartella sul tavolo che aveva davanti, scrutando Rudy con un sospiro di disapprovazione, quasi malinconicamente. Perché mai, si chiedeva, doveva sopportare Rudy Steiner? Non sapeva proprio tenere il becco chiuso. Perché, santo Dio, perché?
«No», disse, in tono definitivo. La sua minuscola pancia si piegò in avanti con il resto di lei. «Temo che Liesel non sia capace di farlo, Rudy.» La maestra si gettò un'occhiata attorno, in cerca di una conferma. «Leggerà tra un po' di tempo.»
La ragazzina si schiarì la voce e disse, in un tranquillo tono di sfida:
«Posso leggere adesso, Suor Maria». La maggior parte degli altri bambini osservava in silenzio; alcuni si cimentavano nel l'apprezzabile arte infantile di ridere sotto i baffi.
La suora ne aveva abbastanza. «No, non sei capace!... Che cosa fai?»
Liesel, infatti, si era alzata dal suo posto e avanzava piano, a passo rigido, verso la cattedra. Prese il libro e lo aprì a una pagina a caso.
«E va bene, allora», disse Suor Maria. «Vuoi leggere? Leggi.»
«Sì, Suor Maria.» Dopo una rapida occhiata a Rudy, Liesel abbassò lo sguardo, scrutando la pagina. Quando lo risollevò, l'aula venne prima fatta a pezzi, poi ricomposta. I bambini erano tutti colmi di ammirazione, proprio lì, sotto i suoi occhi, e in un momento di gloria Liesel immaginò di leggere trionfalmente l'intera pagina, con facilità e senza un solo errore.
*** UNA PAROLA CHIAVE ***
Immaginò.
«Coraggio, Liesel.»
Fu Rudy a rompere il silenzio.
La ladra di libri tornò a guardare le parole.
Coraggio. Stavolta Rudy si limitò a muovere le labbra. Forza, Liesel.
Il sangue le si fece
pesante. Le frasi le si confusero davanti agli
occhi.
D’un tratto la pagina bianca le sembrò scritta in un'altra lingua, e la ragazza non poté impedire che gli occhi le si riempissero di lacrime.
Non riusciva nemmeno più a vedere le parole.
E il sole. Quel maledetto sole. Irrompeva dalla finestra era vetro dappertutto - splendendo direttamente sulla ragazza impotente. Le urlava in faccia: «Sei capace di rubare un libro ma non sai nemmeno leggerne uno! » Le venne in mente una soluzione.
Ansimando, ansimando, incominciò a leggere, ma non il libro che aveva davanti. Era qualcosa dal Manuale del necroforo. Capitolo Tre:
«In caso di neve». L'aveva imparata a memoria dalla voce di Papà.
«In caso di neve», disse, «occorre adoperare una buona pala.
Bisogna scavare in profondità, non essere pigri. Non potrete tagliare gli spigoli.» Inspirò di nuovo profondamente. «Naturalmente, è più comodo attendere le ore più calde della giornata, quando...»
Finì.
Il libro le venne strappato di mano e le fu detto: «Liesel... in corridoio».
Mentre le veniva somministrato un piccolo Watschen da Suor Maria, udiva tutti sghignazzare in classe. Se li immaginava, quei bambini, ridere di lei. In pieno sole. Ridevano tutti, eccetto Rudy.
Nell'intervallo presero in giro Liesel. Un ragazzo di nome Ludwig Schmeikl le si avvicinò con un libro in mano. «Ehi, Liesel», le chiese,
«non capisco questa parola. Potresti leggermela?» E scoppiò a ridere, una risata soddisfatta. « Dummkopf... Razza di idiota.»
Le nubi si accumulavano, grevi, e altri bambini accorsero a farsi beffe di lei, per farla arrabbiare.
«Non starli a sentire», le consigliò Rudy.
«Facile dirlo, per te. Non sei tu lo stupido.»
Alla fine dell'intervallo le battute erano arrivate a diciannove. Alla ventesima, Liesel scoppiò. Era di nuovo il turno di Schmeikl. «Allora, Liesel», insistette, cacciandole il libro sotto il naso. «Non mi aiuti?»
Liesel lo
aiutò.
●●●
Si alzò, gli prese il libro dalle mani e, mentre lui voltava la testa per ridacchiare con gli altri, glielo picchiò addosso, colpendolo più forte che poté dalle parti dell'inguine.
Come puoi immaginare, Ludwig Schmeikl si piegò in due, e mentre si abbassava venne abbattuto da un pugno all'orecchio, i Quando si accasciò al suolo Liesel gli montò sopra, e iniziò a schiaffeggiarlo e a graffiarlo. La pelle del ragazzo era calda e soffice, e per quanto piccole, le nocche e le unghie della bambina una erano terribilmente forti.
«Brutto Saukerl! » Persino con la voce riusciva a graffiarlo. « Arschloch!
Sei capace di sillabare la parola Arschloch?»
Le nubi barcollavano, e affollavano lente il cielo.
Grosse nubi obese. Scure e panciute.
Si spingevano l'una con l'altra, scusandosi.
I ragazzi, svelti, si erano radunati a osservare la zuffa. Un turbine di braccia e di gambe, di grida e di incitamenti si era raccolto intorno ai contendenti, a vedere Liesel Meminger infiggere a Ludwig Schmeikl il pestaggio peggiore della sua vita.
«Gesù, Giuseppe e Maria», commentò con uno strillo una ragazza,
«ma quella lo ammazza!»
Liesel non lo ammazzò, pero ci arrivò vicina.
L’unica cosa che probabilmente la trattenne fu la faccia di Tommy Müller. Ancora carica di adrenalina, Liesel lo scorse sorridere in un modo tanto grottesco da indurla a trascinare a terra e picchiare anche lui.
«Che cosa fai?» gemette Tommy, e solo allora, dopo il terzo o quarto ceffone, quando vide una goccia di vivido sangue scendere dal naso del ragazzo, Liesel si fermò.
In ginocchio, inspirò forte e osservò il tunnel di volti che si era creato intorno a lei, a destra e a sinistra. Annunciò: «Non sono stupida».
Nessuno fece obiezioni.
Solo quando tutti rientrarono in classe e Suor Maria vide in che stato era ridotto Ludwig Schmeikl si riparlò della zuffa. Rudy e qualche altro compagno furono i primi a essere sospettati. Si picchiavano sempre.
«Fa' vedere le mani», fu ordinato a ogni ragazzo, ma avevano tutti le mani pulite.
«Non ci credo», bofonchiò la suora. «Non può essere». Quando Liesel avanzò per mostrare le sue mani, Ludwig Schmeikl si fece largo tra i compagni, smanioso di assistere alla punizione. «In corridoio», ordinò la suora, per la seconda volta in quella giornata. Per la precisione, per la seconda volta nel giro di un'ora.
Stavolta non ci fu un piccolo Watschen. Stavolta ci fu la madre di tutti i Watschen in corridoio, una bastonata dopo l'altra, tanto che per una settimana Liesel fu a malapena in grado di sedersi. Stavolta in classe non ci furono risate: piuttosto, la silenziosa paura dei bambini.
Al termine di quel giorno di scuola, Liesel andò a casa con Rudy e gli altri fratelli Steiner. Nei pressi della Himmelstrasse, una tempesta di pensieri si scatenò nella sua testa: il fiasco della recitazione del Manuale del necroforo, la distruzione della sua famiglia, l'umiliazione di quella giornata... Si accucciò nel rigagnolo, scoppiando in lacrime.
Tutto riconduceva sempre al punto di partenza.
Rudy le rimase accanto, a occhi bassi.
Si mise a piovere forte.
Kurt Steiner li chiamò, ma nessuno dei due si mosse. Una sedeva disperata sotto la pioggia, l'altro, in piedi al suo fianco, aspettava.
«Perché doveva morire?» domandò Liesel, ma ancora una volta Rudy non fece nulla, non disse nulla.
Quando finalmente la bambina si rialzò, lui la cinse con un braccio, come il migliore degli amici, e ripresero la via di casa.
Non ci fu nessuna richiesta di baci, questa volta. Questo, magari ti farà apprezzare molto Rudy.
Basta che non prendi me a calci nelle palle.
Ecco ciò che pensava lui, ma non lo disse a Liesel. Glielo confidò solo quattro anni dopo.
Per il momento, Rudy e Liesel percorrevano la Himmelstrasse sotto la pioggia, in silenzio. Lui era lo svitato che si era dipinto di nero per battere tutto mondo.
Lei, la ladra di libri
senza parole.
Le parole, però, erano già per strada, e presto Liesel le avrebbe strette fra le mani come nuvole, e strizzate come pioggia.